lunedì 30 marzo 2009


I cimiteri di guerra del Commonwealth (di cui faceva parte anche la Brigata Ebraica)

Nel dopoguerra, per onorare degnamente i militari del Commonwealth deceduti nell’ambito della seconda guerra mondiale, furono creati appositi cimiteri militari in prossimità dei principali luoghi di combattimento. L’architetto principale che ne curò la realizzazione fu Luis de Soissons, che li disegnò in modo che questi cimiteri simboleggiassero l’esercito stesso, con le file di tombe ben ordinate per richiamare alla mente l’immagine del battaglione in parata. Inoltre ogni cimitero doveva salvaguardare i principi dell’uguaglianza fra i soldati morti e del rispetto fra gli individui, per questo ogni lapide, oltre ai dati identificativi del caduto, reca lo stemma del reparto, il numero di matricola e il simbolo della propria fede religiosa.In Italia i militari del Commonwealth deceduti per liberarci dai nazifascisti sono oltre 40.000, sepolti in 39 cimiteri di guerra; mentre 1.500 sono stati cremati ed i loro nomi vengono tuttora ricordati in monumenti commemorativi presenti in tre diversi cimiteri.Inoltre più di 4.000 militari, di cui non si conosce il luogo di sepoltura, sono ricordati nel monumento commemorativo di Cassino (FR).
La Commissione delle tombe dei caduti in guerra del Commonwealth (CWGC), ha l’incarico di conservare le tombe di 1, 7 milioni membri delle Forze Armate del Commonwealth che caddero durante le due guerre mondiali, di costruire e mantenere cippi commemorativi ai caduti di cui non si conosce il luogo di sepoltura e di mantenere registrazioni e documenti relativi ai cimiteri e ai monumenti commemorativi esistenti nella maggior parte dei paesi del Commonwealth.In Emilia-Romagna esistono ben 13 cimiteri di guerra del Commonwealth all’interno dei quali sono sepolti 8.628 soldati.Essi sono di varie nazionalità (Inglesi, Canadesi, Israeliani, Greci, Polacchi, Neozelandesi, Indiani, Nepalesi e Sud Africani).Durante le ricerche svolte recentemente come Associazione abbiamo identificato un centinaio di caduti ebrei sepolti in Romagna, di questi ben 41 appartenevano alla Brigata Ebraica e sono stati sepolti in cinque cimiteri diversi: Ravenna (36), Forlì (2), Faenza (1), Bologna (1) e Coriano (1). http://www.brigataebraica.org/

Fanis Gekas (Grecia) e Dudu Aouate (Israele)

Golan regala un punto a Israele

Grazie a una rete di Omer Golan al 55', Israele strappa un 1-1 alla Grecia capolista nel Gruppo 2 di qualificazione alla Coppa del Mondo FIFA e resta a un punto dalla vetta prima della sfida di mercoledì a campi invertiti....................http://it.uefa.com/ 28 Marzo 2009

sabato 28 marzo 2009

La rete cinese sta impazzendo per le soldatesse d’Israele.

Lo conferma danwei.org, ma lo confermano i numerosi post presenti su ifeng.com, dove stanno continuando ad aumentare le pagine dedicate alle belle militaresse. Il fascino di queste ragazze non è passato inosservato a Phonix Tv dove sul forum ufficiale le loro foto sono introdotte con “Non avevo mai pensato che le soldatesse israeliane potessero essere così belle”. Ma i commenti dal puro e semplice apprezzamento arrivano anche alle critiche. Infatti le ragazze sono accusate di essere noiose perché nessuna è senza reggiseno o nuda. D’altronde nell’arte cinese contemporanea vi sono opere che ritraggono le donne militare anche in pose provocanti.
http://www.cinaoggi.it/, 18 gennaio 2009

Le cover-girl di Tsahal-Israele in guerra di look

Le soldatessa si fanno testimonial sulle riviste patinate
Immaginate una ragazza bellissima, occhi neri intensi, fisico da modella, bikini essenziale. Il prototipo della sensualità femminile, morbidezza e vita. Una dea? No, un militare, un militare di Tsahal, il temibile esercito israeliano. «Durante il servizio di leva adoravo sparare con la mitraglietta M-16 ed ero bravissima a colpire il bersaglio», racconta Yarden Harel, ex tenente dell’intelligence israeliana, conoscitrice esperta del confine libanese, ma soprattutto ragazza copertina. Una delle dodici selezionate per l’ultimo numero della rivista maschile Maxim dedicato alle soldatesse israeliane, «le divise più sexy del pianeta». Basta leggere le loro biografie per capire che non c’è trucco. Nivit Bash viene davvero dalla security («Il mio lavoro è top secret, posso solo dire che ho studiato l’arabo»), Natalie Niv si è formata nelle telecomunicazioni navali dove ha incontrato il generale diventato poi suo marito, Gal Gadot ha insegnato a lungo educazione fisica ai colleghi uomini prima d’essere incoronata miss Israele, «I soldati mi amano perchè li faccio stare in forma». Belle, toste e patriottiche. Perché Yarden e le altre sono in realtà le testimonial di una campagna promossa dal ministero degli Esteri israeliano per cancellare l’icona radicata del Paese con l’elmetto, sinonimo di guerra permanente, armi sofisticate, servizio militare obbligatorio per tutti, uomini e donne, tre anni di vita consegnati allo Stato. Che ultimamente Israele necessiti un’operazione di «re-branding», un cambio di look, è opinione diffusa. Il pubblicitario Simon Anhol, padre del Nation Brand Index, l’indice dei migliori Paesi in cui vivere, lo colloca all’ultimo posto della classifica dominata dalla Gran Bretagna, perché «troppo identificato con il brand del conflitto». Alcuni mesi fa il ministro degli Esteri Tzipi Livni ha convocato i diplomatici e i migliori specialisti di PR sul mercato per pianificare una strategia mediatica a tappeto che sganciasse l’idea che si ha del Paese dalla questione palestinese, ammettendo che «c’è un problema d’immagine enorme». Come spiegare che dietro la rigorosa divisa verde di Tsahal si nasconde un’anima? L’idea delle modelle-soldato è venuta alcuni mesi fa al Consolato israeliano di New York, dopo l’ennesimo rapporto negativo sulla percezione d’Israele nel mondo, una nazione che oggi neppure gli amici americani si sentono di definire «rilassante». Finchè la critica arriva dall’amata-odiata Europa d’accordo, si può replicare per esempio che il sondaggio secondo cui Israele sarebbe più minaccioso dell’Iran e della Corea del Nord pubblicato nel 2003 a Bruxelles è il prodotto d’un astio antico, addirittura antisemita. Finchè a puntare l’indice è una coscienza inquieta come quella dell’ex presidente della Knesset Avraham Burg, che un paio di settimane fa ha accusato il suo Paese d’essere «militarista e morto dentro», c’è la possibilità d’invocare il lavaggio dei panni sporchi in famiglia, perché sempre di famiglia si tratta. Ma se gli Stati Uniti cominciano a vedere Israele come «una terra di conflitti insolubili, gente testarda e belle ragazze», il discorso cambia. «Dovevamo immaginare una campagna che comunicasse l’altra faccia d’Israele», ha detto il console generale di New York Ariyeh Mekel. E si è rivolto a Maxim. Funzionerà? Mohammad Abu Awwad, producer palestinese di Ramallah che lavora da anni con i media stranieri, è scettico: «Non convinceranno nessuno che sono diventati anime belle come i corpi delle ragazze». Ma sul piano comunicativo, ammette, «hanno segnato un punto». Perché anche nella terra del fuoco incrociato il vero fascino della divisa militare è simbolico, protagonista epico di storie e leggende come questa, raccontata da Mohammad: «Quando Gaza non era la prigione che ora è diventata, molte prostitute di Ashkelon andavano a lavorare lì. Un giorno i clienti palestinesi dissero loro che se avessero indossato l’uniforme dell'esercito israeliano le avrebbero pagate il doppio pur di aver la soddisfazione... E quelle, finchè fu possibile, guadagnarono un mucchio di soldi». 23/6/2007, http://www.lastampa.it/

Donne D’Israele - Angela Polacco. Guida per mestiere e vocazione


Da anni ormai il suo nome affiora qua e là dai reportage in terra d’Israele. Angela Polacco, guida turistica per mestiere e vocazione, si è infatti specializzata in un settore delicatissimo e d’alto impatto mediatico. Quest’energica signora di origine romana da tempo è divenuta la guida preferita di giornalisti, troupe televisive, politici e operatori culturali stranieri. Li accompagna nelle interviste e nelle visite, li sostiene sul fronte organizzativo, funge da interprete, intermediaria, amica e spalla. E soprattutto li aiuta a decifrare l’enigma appassionante del paese in cui ha scelto di vivere. Angela, 54 anni e due figli adolescenti, ha lavorato al tempo dell’intifada, della guerra del Libano e di Gaza senza mai incappare in una polemica o in contraddittorio pubblici. Il quarto d’ora di celebrità l’ha conquistato, suo malgrado, a settembre, quando si è ritrovata a guidare la visita a Yad Vashem di monsignor Fisichella e di un gruppo di parlamentari e amministratori italiani. Nella sala che espone il ritratto di papa Pacelli ha spiegato il silenzio intorno allo sterminio di sei milioni di ebrei definendo Pio XII “un Papa controverso”, di cui si sa che “fece scappare molti nazisti”. Ed è poi passata con il gruppo alla sala successiva.Fisichella al momento non era presente. Qualcuno gli ha però riferito quelle frasi e la bagarre, inevitabile nei mesi delle grandi manovre per la beatificazione di Pio XII, è esplosa su tutti i giornali investendo anche la targa che a Yad Vashem illustra la figura di quel Papa. “E’ ora di smetterla con questa storia – ha tuonato il rettore della Pontifica università lateranense - consultino gli archivi. Ci sono nuovi studi, come quello della commissione americana Pave, che dimostrano quanti ebrei abbia salvato il Pontefice. Altro che chiudere gli occhi. in fondo lo sanno anche loro, tanto che sono stati costretti a togliere la lunga descrizione che avevano appeso contro il Sommo Padre”.Angela, come ti sei sentita al momento delle polemiche?Stupita, molto. A Yad Vashem ho semplicemente raccontato la storia, il motivo per cui è esposto il ritratto di Pio XII. Qualcuno nella delegazione ha fatto notare che la Chiesa di ebrei ne ha salvati tanti. Ho risposto che per ora è provata l’indifferenza di quel Papa, non il suo contrario, senza perciò nulla togliere all’operato di tanti sacerdoti. Si trattava di una visita ufficiale, dai tempi brevi. E’ stata questione di poche frasi e ci siamo spostati nel padiglione successivo. La polemica è stata montata molto dalla stampa, che ha calcato la mano.Sei rimasta male?Assolutamente no. Il problema sta nella percezione di chi arriva a Yad Vashem. Nelle sue motivazioni personali, famigliari, negli eventuali sensi di colpa.Com’è maturata la tua decisione di vivere in Israele?Non è stata una scelta di quelle classiche, che dai movimenti giovanili ebraici porta all’università o al lavoro in Israele. La mia alyah è maturata sulla spinta di una forte crisi di valori. Sono arrivata nell’85, dopo la vicenda dell’Achille Lauro e dopo l’attentato che a Roma uccise il piccolo Stefano Tachè. Sentivo che l’Italia governata da Craxi e Andreotti non tutelava a sufficienza le sue minoranze religiose. Così ho deciso di andarmene.Una scelta difficile?Il distacco è sempre doloroso. Ero molto radicata nella mia città dove per 12 anni avevo insegnato storia e cultura ebraica nella scuola comunitaria. Lasciavo alle spalle una famiglia, gli amici. Avevo però la sensazione di una straordinaria opportunità che mi si apriva davanti.E il mestiere di guida turistica? E’ stata una passione immediata?Ho iniziato subito il corso all’Università di Gerusalemme. Dovevo cominciare tutto da zero, così ho pensato di restare nel mio campo. Devo dire che all’inizio vedevo questo lavoro soprattutto come un’opportunità d’insegnamento. Poi è scattata la passione.Con quali criteri guidi i tuoi visitatori alla scoperta del paese?Sono un po’ atipica rispetto altre guide. Non mi limito a spiegare l’architettura o i monumenti. Cerco invece di raccontare il paese, la gente, la società. Le persone arrivano di solito con un’idea preconfezionata d’Israele. Cerco di spiazzare le loro aspettative, di accendere dei dubbi.Molte delle domande riguarderanno la politica. Come ti comporti in questi casi?Con grande attenzione, senza esprimere mai le mie posizioni. Non sono lì per fare propaganda.In questi anni l’interesse rispetto Israele è cambiato?Oggi la gente si vergogna meno a porre domande ed è più preparata del passato.Quale aspetto del paese preferisci raccontare?Mi piace parlare della storia e della società attraverso le testimonianze di persone di culture e religioni diverse. Qui poi non è difficile riandare agli anni Trenta attraverso la viva voce di chi ha vissuto quegli eventi e appena possibile cerco di farlo.Un posto da visitare assolutamente?Vado matta per gli scavi archeologici del periodo di Erode, una figura straordinaria. Ma mi piacciono tantissimo anche Gerusalemme, Tel Aviv e i kibbutzim, ciascuno con il suo carattere.Torni spesso in Italia, che sensazione provi nel confronto tra i due paesi?Sono molto soddisfatta della scelta che ho fatto. Israele è un luogo in cui sei nella storia, la vivi ogni giorno e ogni giorno sei partecipe di una costruzione comune. L’Italia oggi mi appare statica, un po’ depressa.Eppure si parla spesso di una crisi di valori in atto in Israele.Non sono d’accordo. Israele è un paese in cui valori sono ancora forti.Che ruolo può avere l’ebraismo italiano rispetto la realtà israeliana?La relazione tra i due paesi va mantenuta e fortificata. Tutti noi dovremmo cercare di essere un ponte e un punto di riferimento tra il nostro paese d’origine e Israele valorizzando in modo particolare le prospettive identitarie e culturali.
Daniela Gross, http://www.moked.it/
nr: Angela Polacco è sempre la preziosa guida dei viaggi da me organizzati Chicca

Kinnereth (lago di Tiberiade)

Qui Torino – La figura del rav Dario Disegni Un rabbino italiano protagonista del '900

Ha suscitato grande interesse e successo, la mostra “Una storia del Novecento: il rabbino Dario Disegni” allestita nei locali della Comunità Ebraica di Torino e conclusasi da pochi giorni. L’appassionante impresa di ricostruire la vicenda biografica di questo personaggio centrale dell’ebraismo italiano (nell'immagine mentre conduce la Teffilà dinanzi al Tempio di Torino distrutto dai bombardamenti), condotta da Alberto Cavaglion, Lucetta Levi Momigliano e Isabella Massabò Ricci, unisce molti interessanti percorsi.L'iniziativa ha ripercorso il periodo storico dei conflitti che hanno funestato il ventesimo secolo dalla prospettiva di un rabbino che ha sempre vissuto in prima linea, noncurante delle difficoltà e dei pericoli della missione che si era prefissato.Negli anni della Grande Guerra rav Disegni esercitò il suo magistero ai confini dell’Impero austroungarico, nella Comunità Ebraica di Verona. Rivivere quell’esperienza significa anche approfondire l’approccio del mondo ebraico italiano, da poco emancipato, ai fenomeni di massificazione della società e all’emergere di sentimenti nazionalisti e irredentisti che tanto sconvolsero e dilaniarono il popolo italiano. E' stato così riproposto lo stimolante tema dello scontro tra identità ebraica e sentimento patriottico attraverso il difficile compito del rabbino di guidare tutti i membri della sua comunità sulla strada della coniugazione di queste due istanze.Seguendo gli spostamenti di rav Disegni nel primo trentennio del secolo abbiamo uno scorcio di diverse realtà ebraiche, da Firenze a Bucarest, da Tripoli a Torino.L’avvenimento che segnò più dolorosamente la sua vita è senza dubbio la Seconda Guerra Mondiale, che lo aggredì nei suoi affetti più cari. Ad Auschwitz trovarono la morte sua figlia Annetta e la sua nipotina di otto anni, Sissel.Dalle testimonianze sulla sua attività durante la guerra ci si fa l’idea che il suo grande coraggio sfiorasse i limiti dell’imprudenza, dell’incoscienza. Rimase stoicamente al suo posto e attese con determinazione ai suoi compiti fino all’ultimo. Solo verso la fine del 1943 fu costretto a rifugiarsi nell’Astigiano da una famiglia contadina con cui mantenne sempre un forte legame dettato dal sentimento di riconoscenza.Ma la mostra è stata anche un'occasione per comprendere la rifondazione dell’ebraismo nel dopoguerra, di cui il rabbino Disegni fu un assoluto protagonista. In particolare egli dedicò tutte le sue energie, fino alla fine della sua vita, a due grandi imprese: la costruzione della scuola rabbinica da lui diretta e intitolata al suo maestro Shemuel Margulies e la monumentale opera di traduzione in italiano, tuttora in uso in diverse comunità, dei siddurim per i giorni feriali, lo Shabbat, le festività, e dell’intero codice biblico (Tanach).La scuola rabbinica Margulies - Disegni rappresenta un vivaio di maestri dell’ebraismo italiano. Ed è stato uno di quei casi in cui non sono gli allievi ad andare a scuola, ma la scuola va dagli allievi. Rav Disegni ha portato avanti un’instancabile ricerca lungo tutto il bacino Mediterraneo di giovani promettenti cui far intraprendere studi ebraici. Era determinato a formare un’adeguata classe rabbinica per le generazioni avvenire.Ma l’impegno costante dei suoi ultimi anni fu dedicato tutto, con inarrestabile caparbia anche in età avanzata, a donare agli ebrei italiani la possibilità di seguire e comprendere le tefillot e la lettura della Torà. Qui esercitò massimamente le sue indubbie doti di organizzatore, radunò schiere di rabbini, traduttori e collaboratori, finanziatori, editori…Quest’impresa senza precedenti fu possibile solo grazie alla presenza, in una sola grande personalità, di una vastissima cultura ebraica e umanistica, rare capacità pratico-organizzative, attivismo incrollabile, comprensione umana delle esigenze di una comunità, quella italiana, decimata dalla guerra e sempre più distante, e forse anche quel pizzico d’incoscienza con cui sdegnava le obiettive difficoltà (economiche, di salute) cui andava incontro.La mostra è stata utile anche a raccontare l’affascinante vicenda umana, il ritratto di una personalità unica, del suo pensiero, della sua concezione dell’ebraismo. La sua fu una vita per l’ebraismo e per la sua gente, dominata, come racconta il rav Giuseppe Laras, uno dei suoi allievi, dall’”imperativo morale e l’impegno costante di diffondere la Torà e avvicinare alle fonti dell’ebraismo i fratelli più lontani”.La sua immagine austera (rimangono impressi i suoi modi burberi e sbrigativi, la sua statura, il suo abito scuro, che vestiva con un immancabile cappello a tesa larga) nascondeva in realtà sentimenti di affetto molto profondo e di vicinanza umana nei confronti dei suoi allievi e di tutte le famiglie della sua comunità, che si studiava di conoscere e seguire personalmente.Erano qualità, le sue, non facili da trovare anche nella maggiori figure del rabbinato, non solo per le conoscenze che possedeva, ma anche per l'apertura verso le frange più distanti del mondo ebraico e verso l’esterno. Fu lui, per esempio, a caldeggiare l’apertura della scuola ebraica di Torino ai non ebrei, caratteristica che rende l'istituto torinese un esempio raro in Europa, perché aveva ben compreso il valore del dialogo e della collaborazione interreligiosa nella costruzione di una mentalità collettiva della tolleranza, perché considerava nefasto l’isolamento anche quando non è coatto.“È importante lo studio che conduce all’azione pratica” fu la massima su cui impostò la sua vita e il suo magistero. La sapienza e le idee che lo caratterizzavano avevano valore solo in quanto base teorica di un’applicazione concreta del suo senso etico. Dice di lui un altro suo ben noto allievo, il rav Luciano Caro: “La coscienza profonda che nasceva dalla sua vocazione di maestro lo guidò nella sua azione di organizzatore, di suscitatore di sempre nuove imprese”.Questo incessante dinamismo, insieme ad una fede genuina e profonda, e a una ferrea moralità, forse fu il rifugio dalla disperazione e l’annichilimento in cui avrebbe potuto gettarlo la tragedia della perdita della figlia e della nipote.La mostra è servita a comprendere quanto l’ebraismo italiano sia debitore nei confronti di questo personaggio, la cui attività, condotta al di fuori di gesti eclatanti, ha lasciato una traccia profonda in chi l’ha conosciuto e indirettamente nelle generazioni successive.
Manuel Disegni , http://www.moked.it/

venerdì 27 marzo 2009


“CROCIATI E PARCHI NATURALI: Israele con gli occhi della storia e il cuore della natura ” 28 dicembre 2006 – 6 gennaio 2007

28 dicembre domenica: partenza da Roma e Milano con volo diretto ELAL. Visita di Jaffa in pulman. Cena e pernottamento al City Hotel di Tel Aviv
29 dic. lunedì: Independence Hall, Museo Haaretz.Visita di Tel Aviv e dintorni in compagnia dell'arch. Arieh Sonnino. Incontro con Amishav. Cena e pernottamento al City Hotel.
30 dic martedì: Cesarea e Acco .Incontro ufficiale esercito per aggiornamento sul Libano.
Cena e pernottamento kibbutz Alta Galilea
31 dic mercoledì: Galilea : Castello Kalaat Nimrod, Parco Banias, Montfort. Pranzo al villaggio Circasso Kama. Visita a Ha’ Moshava Kinneret dove lavorano in vari modi la frutta. Capodanno in Kibbutz Alta Galilea
1° gennaio giovedì: Luoghi Santi (Monte Beatitudini e Cafarnao), Valle del Giordano Belvoire, Parco Sachne, Gerusalemme. Cena e pernottamento Prima Kings. Incontro con il Prof Sergio Della Pergola in albergo.
2 genn. venerdì: tunnel lungo Muro Occidentale, Ofel, Monte Ulivi. Ore 15 visita al quartiere armeno. Cena presso famiglie della comunità italiana. Pernottamento al Prima Kings
3 genn. sabato: città vecchia con sosta al Santo Sepolcro e quartiere ebraico.Torre di Davide.
Pomeriggio libero. Cena e pernottamento al Prima Kings.
4 genn. domenica: h 9.00 visita a Yad Vashem (museo della Shoa), Parco Ein Faska, e Mar Morto. Cena e pernottamento al Prima Oasis Hotel (Mar Morto)
5 genn. lunedì: Spa e Mar Morto,Masada, Qumran e rientro a Tel Aviv.Cena al porto di Tel Aviv.Pernottamento al City Hotel.
6 genn. rientro in Italia**Prolungamento: per chi vuole, dal 5 al 7 gennaio, estensione al mar Morto per fanghi, SPA e relax, oppure, sempre dal 5 all’7 gennaio, estensione a Gerusalemme. L’8 si rientra in Italia*IL pomeriggio libero a Gerusalemme e' dovuto alla festività dello shabat (sabato). Saranno comunque forniti suggerimenti per un impiego alternativo del tempo

Allarme - salute


Da giorni, una lunga fila di camion carichi di pasticche per l’emicrania fa la spola tra i magazzini di medicinali della capitale e le redazioni di Repubblica e Unità. Centinaia di editorialisti, e migliaia di grandi esperti del M.O. sono oggetto di un malditesta percussivo. Origine del malessere, l’improvvisa presenza laburista nel governo di Netanyahu, che provoca anche attacchi di panico e scariche di diarrea. Se ci sarà la pace con un governo simile, vivere non avrà più senso. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/

Un ottimo sito sulla storia del ghetto di Varsavia e non solo:




Heinz Jost fotografa il ghetto di Varsavia:

SS durante la Rivolta del ghetto di Varsavia

USA: RIEMERGE L'ARCHIVIO PERDUTO DEL GHETTO DI VARSAVIA

(AGI) - New York, 26 mar. - Venti scatole di latta, chiuse con lo spago, piene di foto e documenti: la voce degli erbei del Ghetto di Varsavia che torna dal passato. Disperso per decenni tra Europa, Usa e Israele, l'archivio perduto di quegli uomini e di quelle donne, vittime di una delle pagine piu' orrende dell'Olocausto, e' stato riassemblato da uno storico del Trinity College del Connecticut, Samuel Kassow. Ma il merito di aver permesso a quelle voci di tornare a farsi sentire, ancor prima di Kassow, spetta ad un altro storico, Emanuel Ringelblum. Fu questo studioso ed attivista politito, ebreo polacco, ad ideare e organizzare l'archivio. La sua e' una storia straordinaria. Come spesso capita ai dotti, Ringelblum credeva che la storia fosse dotata di una natura intrinsecamente positiva. Si sbagliava. Cosi', nel 1939, non condivise il parere dei suoi correligionari piu' avveduti dopo primo cannoneggiamento di Danzica, e resto' a Varsavia invece di cercare di fuggire all'estero. Quando pero' la Storia gli piombo' addosso con tutta la sua crudelta' reagi', e decise di fare la sua Resistenza. C'era chi inizio' fin dal 1940 a mettere da parte qualche fucile, in previsione della rivolta che sarebbe scioppiata piu' tardi. Anche Ringelblum fondo' un'organizzazione segreta. Si riuniva il sabato per non destar sospetti e di conseguenza si chiamava "Oyneg Shabes" (Gioia del Sabbath). Oltre alla resistenza armata aveva un altro scopo sociale: dar vita ad un archivio della vita quotidiana del Ghetto di Varsavia ai tempi di Adolf Hitler. Lasciare che quell'orrore venisse persino dimenticato, dopo essere stato perpetrato, sarebbe stata l'ultima e definitiva cittoria della Svastica.(AGI)