martedì 19 gennaio 2010
La sorpresa dei lettori in edicola
Gelido lunedì mattina. I torinesi, come d'abitudine, inaugurano la nuova settimana recandosi in edicola per acquistare La Stampa. Il quotidiano dedica la prima pagina alla storica gita oltretevere del papa. La sorpresa è grande nel vedere, già nelle prime ore del mattino, di fianco al grande quotidiano nazionale il secondo numero dell'anno di Pagine Ebraiche, uscito eccezionalmente in tempo record. La notizia della visita monopolizza l'informazione nazionale, ma viva è la curiosità degli avventori delle edicole per la versione che ne danno gli ebrei italiani. I padroni di casa non si fanno attendere.http://www.moked.it/
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Pagine Ebraiche e le suore giuste fra le Nazioni
Pagine Ebraiche arriva, pochissime ore dopo la stampa, anche fra le mura del convento di Santa Marta a Firenze. Il luogo dove Emanuele Pacifici, padre dell’attuale presidente della Comunità ebraica di Roma, e suo fratello Raffaele z.l. trovarono rifugio dal 1943 fino alla fine della guerra, riuscendo così ad evitare la deportazione nei lager nazisti. Il ruolo dell'istituto cattolico è stato ricordato con commozione da Riccardo Pacifici nel suo intervento di ieri sera di fronte al papa. Nella foto suor Mariana, preside dell’istituto scolastico gestito dalle religiose, legge con attenzione il giornale dell'ebraismo italiano dedicato alla visita di Benedetto XVI alla sinagoga della più antica minoranza presente sul territorio italiano. Suor Mariana ha commentato: “Quando ero piccola pregavamo per i ‘perfidi ebrei’. Adesso, invece, il confronto avviene tra persone con pari dignità. È tutto molto bello”.http://www.moked.it/
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Haiti, salvato dopo quattro giorni
Una squadra di soccorritori giunti da Israele ha estratto dalle macerie di un edificio di Port-au-Prince un uomo di 58 anni ancora in vita, subito ricoverato nell'ospedale da campo allestito dalla missione israeliana. Il responsabile della operazione, col. Golan Wach, ha detto alla radio militare che da oltre quattro giorni l'uomo, di nome Gilles, si trovava alla base di un edificio della dogana, immobilizzato da una trave di cemento.17/1/2010, http://www.tgcom.mediaset.it/
Una squadra di soccorritori giunti da Israele ha estratto dalle macerie di un edificio di Port-au-Prince un uomo di 58 anni ancora in vita, subito ricoverato nell'ospedale da campo allestito dalla missione israeliana. Il responsabile della operazione, col. Golan Wach, ha detto alla radio militare che da oltre quattro giorni l'uomo, di nome Gilles, si trovava alla base di un edificio della dogana, immobilizzato da una trave di cemento.17/1/2010, http://www.tgcom.mediaset.it/
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Silvan Shalom
VICEPREMIER ISRAELE ACCOGLIERA' PAPA A SINAGOGA DI ROMA
(AGI) - Gerusalemme, 17 gen. - Sara' il vice-premier israeliano Silvan Shalom ad accogliere il Papa nella sinagoga di Roma. "Benedetto XVI era in Israele meno di un anno fa e in quell'occasione visito' lo Yad Vashem" ha detto Shalom alla radio israeliana, "la sua visita di oggi e' un evento storico che genera grande emozione. E' un evento religioso, non politico, che dovrebbe simbolizzare la riconciliazione tra ebrei e cattolici". . ...
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Spiaggia Tel Aviv
Un Paese che non ha perso la voglia di sognare
Il diario di viaggio della Missione 2009 del Keren Hayesod in Israele.
Un’esperienza sempre diversa e sempre coinvolgente che aiuta a capire la realtà Scommetto che nessuno di voi ha mai visto passare sopra la propria testa uno stormo di pellicani. I cinquanta passeggeri che si trovavano sul pullman del Keren Hayesod domenica 1° novembre, invece, sì. E la sorpresa e la meraviglia è stata doppia visto che la nostra poliedrica guida, Angela Polacco, aveva appena finito di parlarci proprio di questi volatili, che popolano i cieli delle zone costiere di Israele dove intere aree sono dedicate all’allevamento dei pesci, di cui i pellicani sono appunto ghiotti. Del resto con Angela un viaggio in questo Paese diventa un’esperienza a 360°, un succedersi di notizie e di informazioni che spaziano dall’ecologia all’innovazione, dalla storia alla politica, dall’economia alla ricerca, dall’archeologia alle citazioni bibliche.Quel giorno il cielo era un alternarsi continuo di nuvoloni cupi e di scorci di sole ancora caldo che si faceva largo fra la pioggia intermittente e copiosa, che finalmente era arrivata anche in Israele. Talmente copiosa da aver allagato Acco, dove avevamo in programma di incontrare i giovani del progetto Ayalim, nel calendario del KH da qualche tempo. Ayalim è nato da un piccolissimo gruppo di studenti, stanchi delle mollezze delle grandi città e desiderosi di far la loro parte per il proprio Paese. L’idea che frullava loro in testa era molto semplice: “i nostri nonni hanno costruito Israele, i nostri genitori l’hanno difesa, ora tocca a noi”. Ma il concetto di kibbutz era stato già inventato e quindi si sono immaginati dei villaggi di soli giovani, costruiti nelle aree più neglette della Galilea e del Negev, quelle su cui aveva insistito anche Ben Gurion nella sua visione del futuro del giovane Stato.I giovani di Ayalim continuano a frequentare l’università, hanno già concluso la ferma nell’esercito, si costruiscono un villaggio vicino a una comunità o a una zona disagiata, alle quali offrono poi la propria opera. Si rendono insomma disponibili ad aiutare gratuitamente i propri vicini più poveri a rialzare la testa. Nel frattempo creano un legame con il territorio e fra tanti loro coetanei conoscono magari il futuro consorte… a quel punto sarà più facile che i nuovi nuclei familiari che si formano si stabiliscano definitivamente nel villaggio che hanno costruito. Lì nasceranno bambini, verranno aperte scuole e l’obiettivo sarà stato raggiunto, con l’aiuto dello Stato e del Keren Hayesod.All’inizio questi novelli pionieri si contavano sulle dita di una mano, oggi sono 500, ma c’è una lista d’attesa di oltre 5000.L’energia che emanava dalla rappresentante di Ayalim era forse paragonabile a quella del coro dei simpatici olym ultrasettantenni russi che ci hanno deliziato la sera dell’arrivo dall’Italia, nella magica casa-museo del grande poeta Bialik, a Tel Aviv, proprio vicino al primo municipio della città. Anche loro fanno parte di un progetto curato dal KH. Gli anziani che emigrano con le famiglie più giovani in Israele sono tanti e hanno ovvie e maggiori difficoltà ad inserirsi e a trovare dove vivere senza sentirsi completamente persi e di peso, senza più radici, ma anche troppo in là con gli anni per crearsene di nuove. Così vengono aiutati costruendo per loro veri condomini su misura, lindi e confortevoli, ma a costi contenuti, dove possono dedicarsi ad attività ricreative e culturali, come appunto il canto, che li faccia sentire ancora produttivi e utili. Un altro luogo che non avevo ancora mai visitato e che consiglio di non perdere a tutti gli amanti della storia di Israele, è il museo di Herzl, sull’omonimo monte. Più che di un museo si tratta di un percorso multimediale davvero innovativo, grazie al quale si rivive quasi in prima persona tutta l’epopea del movimento sionista, la storia del suo fondatore e dello Stato che, in seguito alla sua visione, è poi nato. Solo grazie al KH abbiamo poi potuto partecipare, seduti giusto qualche fila più indietro di Bibi Netanyahu, del presidente Peres, di Barak e della famiglia di Rabin, alla grande cerimonia per l’anniversario dell’assassinio del premio Nobel per la pace, Itzak Rabin. Cosa vi posso dire? Che è sempre incredibile come in un luogo tanto blindato come poteva essere il monte Herzl per l’occasione tutto apparisse “normale”: l’unica arma che abbiamo visto è stata quella di un membro della sicurezza che, nascosto per metà da una tenda, era in quel momento illuminato dal sole. Per il resto tutto è stato impeccabilmente tranquillo, fra classi intere di bambini e militari in rappresentanza di tutte le forze dell’esercito; ci sono stati discorsi, puntuali e asciutti da parte dell’establishment politico attuale, mentre diretti, senza falsi convenevoli e critici sono stati quelli della famiglia Rabin. Per concludere tutto è stato avvolto da un solenne silenzio, in memoria di un grande uomo.Il volto trendy di IsraeleUn’altra grande e piacevole sorpresa di questa missione sono state le location delle cene. Quest’anno ci hanno voluto mostrare il volto più trendy di Israele. Oltre alla cena nella casa di Bialik, è stata memorabile quella in un loft mozzafiato al quarto piano di una vecchia fabbrica (per i curiosi abitués della Tel Aviv notturna, si chiama infatti 4° piano), da cui si vedevano tutti i grattacieli di Tel Aviv. Cena raffinata, ottimi vini, musica d’atmosfera e ospiti interessanti. Ma i vini che ci hanno letteralmente fatto girar la testa sono stati quelli che abbiamo assaggiato nella super degustazione organizzata nelle cantine Rothschild a Zikron Yacoov: suggestiva la cantina dove ce li hanno presentati e di grande atmosfera il ristorante dove hanno poi servito la cena, riscaldati dalla musica e dalla voce un gruppo di giovani che ci hanno coinvolto in danze piene di allegria. A Gerusalemme il nostro gruppo ha anche visitato lo Yad Vashem, sotto l’esperta e sempre emozionante guida di Angela. Abbiamo solo mancato, a causa della pioggia torrenziale, lo spettacolo di suoni e luci alla torre di David, in città vecchia. Per fortuna la pioggia non è riuscita invece a privarci del piacere di inaugurare il teatro appena ristrutturato con la donazione in memoria di Fernanda e Guido Jarach nel villaggio Goldstein dell’Alyat Hanoar e di ascoltare i giovani olym provenienti da tutto il mondo che ci vivono, ci studiano e imparano “a diventare persone migliori”, oltre che futuri cittadini israeliani. Il loro spettacolo di danza e canto è stato davvero travolgente.L’altra commovente inaugurazione si è tenuta nella scuola navale di Bat Yam, dove la donazione in memoria dei genitori di Giorgio Gentilli ha reso possibile offrire una nuova e funzionale casa agli studenti che vi risiedono. Anche loro si sono rivelati ottimi cantanti e musicisti e sicuramente capaci di mostrare la propria sincera gratitudine all’erede di una famiglia che per la scuola ha fatto già molto anche in passato. E sono certa che tutti hanno apprezzato il discorso tanto sentito di Giorgio. Interessante la lunga chiacchierata in amicizia con l’inviato Rai in Medio Oriente, Claudio Pagliara, che ha purtroppo confermato che i problemi legati alla sicurezza di Israele sono ancora in cima alla classifica e che la pace non è certo dietro l’angolo. Anche in quell’occasione gli amici dei due principali schieramenti politici italiani che hanno voluto unirsi alla missione hanno saputo formulare interessanti domande al più equilibrato giornalista italiano che la Rai abbia inviato nella zona forse più controversa della Terra. guardare avanti, sempreSia lui che gli altri oratori che abbiamo avuto il piacere di ascoltare durante il nostro breve e intenso soggiorno ci hanno anche confortato dipingendo l’affresco di un Paese che ha già imboccato la strada della ripresa economica. Senza certo dimenticare che, come in qualsiasi altro Paese moderno, esistono reali problemi sociali che toccano le fasce più deboli e a rischio, dai nuovi immigrati ai poveri, dai malati ai lavoratori in attesa di regolarizzazione. Per fortuna in Israele sanno di poter contare sull’entusiasmo e la concretezza di organismi come il Keren Hayesod, che cerca e sponsorizza progetti altrimenti di faticosa realizzazione. Un grazie di cuore a tutti i membri dell’esecutivo italiano e a quelli israeliani che lavorano incessantemente e con sempre rinnovato entusiasmo a sostegno di una causa che non ci tocca solo in quanto ebrei, ma - come ha nuovamente dimostrato la graditissima e sempre vivace presenza di tanti amici esterni alle comunità ebraiche italiane- che ci appassiona tutti come uomini e donne che difendono il diritto di Israele ad un’esistenza piena, sicura e in pace con vicini a cui non possiamo che augurare di poter presto vivere nella stessa libertà e progettualità di Israele. Se noi sosteniamo e facciamo la nostra parte da lontano, Israele e la sua gente continuano a vivere, malgrado tutti i pericoli e le difficoltà, con un’energia travolgente e con la capacità di cogliere ogni opportunità del presente. Pensare troppo al futuro è un lusso che forse preferiscono non permettersi. “Cogliere l’attimo”, ecco che cosa riesce bene da quelle parti. E sognare. Non smettere mai di sognare.Pia Jarach,
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Gianni Riotta
Basta con i giornali faziosi. Intervista a Gianni Riotta
La globalizzazione. Il pregiudizio antisemita così simile a quello anti-americano. Il rapporto tra Obama e Israele. Parla il direttore de Il Sole24ore Sbarcato da meno di un anno alla poltrona di direttore del quotidiano Il Sole24ore dopo aver lasciato la direzione in Rai del TG1 (che occupava dal 2006), Gianni Riotta è certamente uno dei wunderkind del giornalismo italiano, un enfant prodige dal curriculum impressionante, inviato e poi condirettore de La Stampa e del Corriere della Sera, figlio di giornalisti (è nato a Palermo nel 1954), professore a contratto alla Columbia University e a Princeton, membro del Council on Foreign Relations. Nel 2008 le riviste americane Foreign Policy e Prospect lo hanno incluso nella classifica dei 100 intellettuali internazionali più influenti del mondo. A lui abbiamo chiesto come la pensa in fatto di Medioriente, di media e dell’atteggiamento di Obama verso Israele.Secondo te i giornali italiani dedicano sufficiente spazio al Medioriente?Il problema non è la quantità ma la qualità dello spazio che si dà a un tema. Durante il lungo periodo della Guerra Fredda, ad esempio, la qualità della copertura dei fatti mediorientali era scarsa e seguiva logiche di schieramento (in base ai due assi Usa-Israele, Urss-mondo arabo), e questo fatto fece perdere di vista i veri temi di quel conflitto. Oggi, con un approccio politico meno ideologico, tutto si è normalizzato. Cosa che ha permesso di far emergere anche le sfumature e la varietà infinita delle diverse posizioni israeliane. Una delle ragioni per cui io mi sento così filo-israeliano è ad esempio le opinioni, spesso critiche, che gli israeliani hanno saputo esprimere verso se stessi, un ventaglio così variegato di posizioni eterodosse e dissonanti tra loro che francamente ho riscontrato solo in un paese come Israele; la cosa, spiace dirlo, non avviene invece nel mondo arabo, poco propenso a guardarsi da fuori e in modo dialettico.Perché in Italia i giornalisti sono spesso faziosi quando affrontano temi mediorientali?Gli italiani in generale e i giornalisti in particolare sono sempre stati faziosi qui da noi: è nel nostro Dna. Faziosi nei confronti del calcio e di Berlusconi, degli Stati Uniti e della Chiesa Cattolica... Siamo sempre lì, ai soliti campanili. Il giornalismo italiano è sempre stato storicamente di parte: perché nasce ideologico e perché non è mai stato veramente di servizio, pensato per i lettori. Nasce nei caffè, nasce per esprimere un punto di vista, per dare voce ad anime belle, a una visione particolare della politica o della cultura. Un giornalismo che non si è mai messo al servizio di chi legge. Mussolini non nasce forse giornalista? E questo la dice lunga. Come possiamo allora non esserlo anche sul Medioriente, uno dei temi di gran lunga tra i più radicali e controversi? Tuttavia sono ottimista: stiamo migliorando, siamo meno ideologici di un tempo.Vecchio antisemitismo uguale a nuovo antisionismo?Sono stato tra i primi a scrivere che la critica radicale a Israele è la forma politicamente corretta del vecchio antisemitismo che si traveste oggi indossando posizioni ipercritiche verso Israele. L’antisemitismo, così come l’antiamericanismo, ha tre radici: la vecchia matrice di destra, fascista-razzista; il più vetusto cattolicesimo, quello che vedeva gli ebrei come assassini di Cristo e popolo-testimone della rivelazione di Gesù; infine la radice di sinistra, quella mutuata dallo stalinismo, un antisemitismo passato nel Partito Comunista e che si scatenò in modo violento dopo la Guerra dei Sei Giorni. Queste tre radici, identiche, le ritroviamo nel sentimento anti-americano di molta gente, qualcosa di viscerale, un’avversione irrazionale e brutale, che vede gli States come un Satana assoluto. Un odio coltivato da chi ad esempio, all’indomani dell’11 settembre, ha cominciato a propalare farneticanti teorie del complotto e tutte le bufale possibili in merito alla domanda “come mai non c’erano ebrei nelle torri gemelle quel giorno? Sarà che qualcuno, il Mossad, li aveva avvisati?”, tutte falsità assolute, che fanno venire i brividi perché rispondono sempre allo stesso criterio di colpevolizzazione della vittima o ad argomenti tipo “se li hanno fatti fuori è perché qualcosa di male avranno fatto...”. Solo adesso, lentamente, vedo crescere un sentimento di simpatia verso Israele e per quanto mi riguarda faccio il possibile affinché la gente in Italia ami, rispetti e ammiri il popolo d’Israele anche se non ne condivide la politica del governo. Dobbiamo lavorare a una grande fraternità tra Italia e Israele. Tanti ascoltano Noà o Baremboim e non sanno nemmeno che sono israeliani. Uno dei grandi problemi di Israele e dell’ebraismo è la comunicazione, quella capacità mercuriale di rapportarsi agli altri. In una realtà così composita, comunicare la diversità e la globalità è fondamentale. E tutti quei mondi - come quello ebraico ad esempio - che hanno una storia eclettica, sapranno adattarsi più facilmente alla globalizzazione. Soffriranno invece i mondi monolitici, quelli con una identità meno duttile. Tu hai vissuto e insegnato a lungo negli States, sei un americanista. Come vedi la posizione dell’attuale amministrazione Obama verso Israele?Quello di cui il Medioriente ha bisogno è un honest broker, un mediatore onesto, che sappia fare del bene alle due parti, israeliani e palestinesi. Sono stato decine di volte in Israele e in Medioriente, ero in Iraq nel 2003 quando fu ucciso il braccio destro di Kofi Annan, Vieira de Mello. Ebbene, il Medioriente rispetta la forza, la capacità negoziale, l’astuzia, l’intelligenza. Solo se non sei debole puoi essere un mediatore. Devi saper puntare i piedi. Il presidente Obama deve dimostrare di essere forte, solo così farà il bene di tutti e sarà appunto un vero mediatore.In questo caso tuttavia, sono pessimista. Non vedo un’imminente rottura negoziale, ovvero la sola cosa che possa portare a un vero, risolutivo negoziato. Tutto è immobile, congelato, non accade quasi niente. Insomma, non credo che nel 2010 si faranno grandi passi avanti. Grazie a Dio spesso mi sbaglio: ero pessimista anche altre volte, nel 2006 in Libano, non pensavo che la tregua reggesse. E invece ha tenuto e tiene ancora.Qual è la linea del Sole24ore se si parla di Medioriente?Questo è un giornale globalista, che crede profondamente nel fatto che la globalizzazione sia una forza benefica per il mondo, qualcosa che ha sottratto molta gente alla fame e all’indigenza. Credo che le forze che hanno messo in moto la globalizzazione debbano continuare ad agire. Credo ancora che il terrorismo, ad esempio, vada combattuto anche con le armi. Credo che non si vincano guerre come quella in Iraq o in Afghanistan solo con la pressione militare ma anche conquistandone le popolazioni locali con infrastrutture, acquedotti, strade, fognature, elettricità, facendo capire che in fondo abbandonare il terrorismo può anche essere conveniente. Infine c’è una questione iraniana sul tappeto: credo che tutti i popoli abbiano diritto all’accesso al nucleare civile. Quello che mi preoccupa è una sua eventuale deriva, il supermarket delle armi nucleari, e mi preoccupa la corsa al nucleare che la bomba a Teheran scatenerebbe. Egitto e Arabia Saudita la vorrebbero anche loro, subito, col rischio poi di finire per fronteggiarsi con Israele; e infine si aprirebbe il fronte India-Pakistan, un altro ginepraio...E sulla questione palestinese?Non c’è dubbio che i palestinesi siano in credito con la storia e che abbiano sofferto una mancanza di leadership seria, capace di fare i loro interessi; penso che abbiano diritto a uno Stato. Credo che se oggi passasse la risoluzione dell’Onu, quella del novembre 1947, che sanciva due Stati per due popoli, beh credo che nessun palestinese oggi si rifiuterebbe di sottoscriverla. La verità è che gli arabi non si sono mai curati degli interessi veri dei palestinesi, e che è stata proprio la risoluzione dell’Onu a far nascere l’identità palestinese così come noi la conosciamo oggi e che prima non esisteva. Credo ancora che quella del 2000, con l’incontro a Camp David con Bill Clinton, sia stata un’occasione storica mancata la cui responsabilità cade interamente sulle spalle di Arafat. Se Barack e Arafat avessero firmato l’accordo non avremmo avuto tutti quei morti negli attentati kamikaze.Che rapporti hai col mondo ebraico italiano?Direi fraterni. Ho affetti personali e professionali antichi, che risalgono alla mia giovinezza. Ho anche molti amici tra gli italkim di Israele. Fiona Diwan , http://www.mosaico-cem.it/
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Shaul Mofaz
La 'ricetta' Mofaz
per puntare alla pace: uno Stato palestinese dai confini provvisori, smilitarizzato, esteso sul 60 per cento della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove il 99 per cento dei palestinesi dei Territori vivano senza più essere soggetti all'autorità israeliana. Uno Stato che potrebbe presentarsi alla ribalta internazionale ''al piu' presto'', anche fra un anno. E se vincesse elezioni democratiche nei Territori, anche Hamas sarebbe un interlocutore accettabile per Israele, sempre che manifestasse la volontà di negoziare con lo Stato ebraico. Sarebbe infatti ''un Hamas con un'agenda diversa'', in linea con le richieste avanzate dal Quartetto (Usa, Onu, Russia, Ue). È la ricetta elaborata per mesi dietro le quinte dal n. 2 di Kadima (opposizione) Shaul Mofaz, ex capo di stato maggiore ed ex ministro della difesa. In una conferenza stampa oggi a Tel Aviv, Mofaz - che spera di essere il prossimo premier di Israele - non ha lesinato critiche né al primo ministro Benyamin Netanyahu (Likud) né alla leader del suo partito, Tzipi Livni. ''La quiete nei Territori è ingannevole - ha avvertito con toni allarmati - Bisogna far presto, altrimenti andiamo verso un confronto violento, grondante di sangue''. Il capo di Stato Shimon Peres e il leader laburista Ehud Barak lo hanno incoraggiato ad illustrare al pubblico il suo progetto di pace concepito in due fasi: la prima è quella dello Stato provvisorio e della annessione ad Israele di zone ebraiche di insediamento; la seconda prevede negoziati accelerati sullo status definitivo sotto gli auspici degli Stati Uniti nonché lo sgombero dalla Cisgiordania di un quinto dei coloni, circa 60 mila. ''In definitiva i palestinesi riceverebbero quasi tutta la Cisgiordania'', ha previsto. Per tutta la giornata la Livni si è chiusa in un silenzio totale, carico di elettricità e di malumore. Certo l'approccio di Mofaz non la persuade. A Gaza, Hamas è stato colto di sorpresa. In un primo momento un suo portavoce, Mushir al-Masri, si è compiaciuto che perfino un ex generale come Mofaz ''abbia compreso, sia pure in ritardo, che Hamas non può essere ignorato'' quando si cerca una soluzione del conflitto. Presto però i toni militanti hanno prevalso: Hamas - ha detto Fawzi Barhum - ''non farà mai compromessi sui diritti del popolo palestinese''. Il riconoscimento di Israele non ci sarà. Al massimo Hamas può offrire una tregua di lunga durata, in cambio di un ritiro israeliano da tutti i territori occupati nel 1967, Gerusalemme est compresa.Il 'Piano Mofaz', è stato notato, è affine alla politica intrapresa nel 2005 da Ariel Sharon con il ritiro da Gaza, nei mesi antecedenti la fondazione di Kadima. Riflette da un lato un profondo scetticismo sulla possibilità di concludere un accordo definitivo di pace con l'Anp e dall'altro ribadisce la necessità di garantire ad Israele confini difendibili. All'ANSA Mofaz ha spiegato che i palestinesi riceverebbero subito il 60 per cento della Cisgiordania e beneficierebbero di continuità geografica senza che fosse necessario per il momento cambiare la dislocazione delle forze armate israeliane. Lo 'Stato provvisorio' da lui proposto avrebbe un altro vantaggio: consentirebbe ad Israele di 'giocare di anticipo' di fronte alle dichiarazioni del presidente americano Barack Obama e del premier palestinese Salam Fayad che puntano ad uno Stato palestinese (sulla intera Cisgiordania) nei prossimi due anni. Il 'Piano Mofaz', ha notato Ari Shavit su Haaretz, ''è il progetto più serio e più realizzabile elaborato da un dirigente israeliano negli ultimi anni''. Aldo Baquis Milano 7/01/10,http://www.mosaico-cem.it/
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sinagoga di roma
Un discorso pieno di affetto ma non ha mai citato Israele
da Il Giornale del 18 gennaio 2010, di Fiamma Nirenstein
M Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad. Com`è bello e com`è dolce sedersi insieme da fratelli. Il salmo lo dice, e ieri non è stata retorica: quando lo hanno ripetuto sia Rav Di Segni che Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, l`ha cantato il coro, si è avuto il serisodi come sia possibile cambiare, svoltare, forgiare la storia con la volontà. Quante ferite nel rapporto fra cristiani e ebrei, e quale ammirevole gesto di amicizia. Il pubblico fitto degli ebrei romani ieri ha riempito la sinagoga, ha coperto di affetto e di rispetto Papa Ratzinger, e Papa Ratzinger ha a sua volta dardeggiato simpatia, per quello che si può capire dal sorriso timido e tutto preso nel suo ragionamento, con molteplici sguardi e segni personali affettuosi agli ex deportati e a Rita Levi Montalcini, oltre che alla sinagoga calda, cerimoniale, ecumenica con gli alti cappelli, gli abiti, itallit roteanti, i canti tenorili e ben intonati, che solo a Roma sono così italiani. L`antisemitismo e la Shoah sono stati protagonisti del discorso del Papa, il puntiglio della memoria che ha ripercorso la tragedia ebraica risponde chiaramente alle polemiche sui vescovi lefebvriani (come dire «non ho un briciolo di simpatia per le loro tesi»), la lode per chi cercò di salvare gli ebrei ha messo un punto personale sulla polemica su Pio XII: talee the best, forgettherest,prendiamociò che c`è stato di buono e dimentichiamo le mancanze, dedichiamoci insieme alla memoria dei giusti. Del resto il bel discorso del presidente Riccardo Pacifici della comunità romana gliene aveva datol`offa, da una parte condannando i colpevoli silenzi e dall`altra ricordando le suore che hanno salvato suo padre Emanuele bambino nascondendolo. Il Papa ha detto in sostanza: «Non dimentichiamo i giusti, e noi ricorderemo sempre con intenzione e determinazionela Shoah, e così sconfiggeremo l`antisemitismo». La storia ebraico cristiana, difficile, tragica, non è volata via, ma ha lavorato, elaborato, con le sue falle, ma in avanti. Ebrei e cattolici ieri hanno messo qualche mattone a un patto di amicizia «in progress» inaugurato nel`63 da Giovanni XXIII: in nome dei dieci comandamenti, dell`unicità del Creatore, dell`amore perla vita... buone ragionine sono state date abizzeffe. Vedere curare una ferita plurimillenaria è come restituire la vita a un animale preistorico. E entusiasmante. Giustamente i discorsi dei protagonisti ebrei, entusiasti e benedicenti, erano però cauti, un po` sospettosi. Qualcosa dentro punge, ricorda gli ebrei romani rotolati nella pece e nelle piume, tenuti prigionieri nel ghetto, ricorda le deportazioni su cui ci fu il silenzio della Chiesa. Ha detto orgoglioso Rav Di Segni: «Eravamo chiusi, limitati nei movimenti. Con l`epoca della libertà è venuta quella della pari dignità e del rispetto reciproco. Qui è la base del dialogo». Il discorso del Papa è stato addirittura audace nell`affettuosità, nello scorgere identità e analogie; forse più esposto, ma incerto e perplesso su alcuni punti fondamentali, come l`evangelizzazione e Israele. Punti difficili da delimitare teologicamente, così che poi non si è capito bene cosa volesse dire che gli ebrei per formazione, per origine, sono già predisposti alla vera religione, che naturalmente per un Papa non può essere che la sua. E soprattutto, benché variamente lodato per la grande svolta del riconoscimento di Israele chela Chiesa intraprese con Giovanni Paolo II, e per il suo viaggio, il Papa ne ha riportato la memoria nominando ben quattro volte la «Terra Santa». Non ce l`ha fatta, non ha voluto proferire il nome che gli ebrei amano più, cui appartengono tutti: Israele. È strano: avevamo ipotizzato che ormai la Chiesa, riconoscendo, come ha fatto, Israele, avesse rinunciato a negare questo nome agli ebrei, facendosi ilverus Israel. Siamo certi che il Papa non pensa che perché la Chiesa abbia un senso Israele non debba portare il suo nome. Di Segni ha individuato in una comune battaglia per salvare la Terra dalla rovina ecologica un bel programma futuro. È un`idea gentile e non controversa; tuttavia abbiamo la sensazione che l`impellenza più netta dell`alleanza ebraico-cristiana sia la difesa della democrazia e dei diritti umani, da grosse, pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l`integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani e ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace. La parola pace, shalom, è stata ripetuta da tutti. Ma quando sentiremo parlare i capi religiosi di che cosa fare, qui, nel mondo, sul campo, perché la pace non venga scardinata da forze malefiche al lavoro? O il male è stato bandito a nostra insaputa?
M Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad. Com`è bello e com`è dolce sedersi insieme da fratelli. Il salmo lo dice, e ieri non è stata retorica: quando lo hanno ripetuto sia Rav Di Segni che Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, l`ha cantato il coro, si è avuto il serisodi come sia possibile cambiare, svoltare, forgiare la storia con la volontà. Quante ferite nel rapporto fra cristiani e ebrei, e quale ammirevole gesto di amicizia. Il pubblico fitto degli ebrei romani ieri ha riempito la sinagoga, ha coperto di affetto e di rispetto Papa Ratzinger, e Papa Ratzinger ha a sua volta dardeggiato simpatia, per quello che si può capire dal sorriso timido e tutto preso nel suo ragionamento, con molteplici sguardi e segni personali affettuosi agli ex deportati e a Rita Levi Montalcini, oltre che alla sinagoga calda, cerimoniale, ecumenica con gli alti cappelli, gli abiti, itallit roteanti, i canti tenorili e ben intonati, che solo a Roma sono così italiani. L`antisemitismo e la Shoah sono stati protagonisti del discorso del Papa, il puntiglio della memoria che ha ripercorso la tragedia ebraica risponde chiaramente alle polemiche sui vescovi lefebvriani (come dire «non ho un briciolo di simpatia per le loro tesi»), la lode per chi cercò di salvare gli ebrei ha messo un punto personale sulla polemica su Pio XII: talee the best, forgettherest,prendiamociò che c`è stato di buono e dimentichiamo le mancanze, dedichiamoci insieme alla memoria dei giusti. Del resto il bel discorso del presidente Riccardo Pacifici della comunità romana gliene aveva datol`offa, da una parte condannando i colpevoli silenzi e dall`altra ricordando le suore che hanno salvato suo padre Emanuele bambino nascondendolo. Il Papa ha detto in sostanza: «Non dimentichiamo i giusti, e noi ricorderemo sempre con intenzione e determinazionela Shoah, e così sconfiggeremo l`antisemitismo». La storia ebraico cristiana, difficile, tragica, non è volata via, ma ha lavorato, elaborato, con le sue falle, ma in avanti. Ebrei e cattolici ieri hanno messo qualche mattone a un patto di amicizia «in progress» inaugurato nel`63 da Giovanni XXIII: in nome dei dieci comandamenti, dell`unicità del Creatore, dell`amore perla vita... buone ragionine sono state date abizzeffe. Vedere curare una ferita plurimillenaria è come restituire la vita a un animale preistorico. E entusiasmante. Giustamente i discorsi dei protagonisti ebrei, entusiasti e benedicenti, erano però cauti, un po` sospettosi. Qualcosa dentro punge, ricorda gli ebrei romani rotolati nella pece e nelle piume, tenuti prigionieri nel ghetto, ricorda le deportazioni su cui ci fu il silenzio della Chiesa. Ha detto orgoglioso Rav Di Segni: «Eravamo chiusi, limitati nei movimenti. Con l`epoca della libertà è venuta quella della pari dignità e del rispetto reciproco. Qui è la base del dialogo». Il discorso del Papa è stato addirittura audace nell`affettuosità, nello scorgere identità e analogie; forse più esposto, ma incerto e perplesso su alcuni punti fondamentali, come l`evangelizzazione e Israele. Punti difficili da delimitare teologicamente, così che poi non si è capito bene cosa volesse dire che gli ebrei per formazione, per origine, sono già predisposti alla vera religione, che naturalmente per un Papa non può essere che la sua. E soprattutto, benché variamente lodato per la grande svolta del riconoscimento di Israele chela Chiesa intraprese con Giovanni Paolo II, e per il suo viaggio, il Papa ne ha riportato la memoria nominando ben quattro volte la «Terra Santa». Non ce l`ha fatta, non ha voluto proferire il nome che gli ebrei amano più, cui appartengono tutti: Israele. È strano: avevamo ipotizzato che ormai la Chiesa, riconoscendo, come ha fatto, Israele, avesse rinunciato a negare questo nome agli ebrei, facendosi ilverus Israel. Siamo certi che il Papa non pensa che perché la Chiesa abbia un senso Israele non debba portare il suo nome. Di Segni ha individuato in una comune battaglia per salvare la Terra dalla rovina ecologica un bel programma futuro. È un`idea gentile e non controversa; tuttavia abbiamo la sensazione che l`impellenza più netta dell`alleanza ebraico-cristiana sia la difesa della democrazia e dei diritti umani, da grosse, pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l`integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani e ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace. La parola pace, shalom, è stata ripetuta da tutti. Ma quando sentiremo parlare i capi religiosi di che cosa fare, qui, nel mondo, sul campo, perché la pace non venga scardinata da forze malefiche al lavoro? O il male è stato bandito a nostra insaputa?
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Il diario di Anna Frank
Leggono a scuola il Diario di Anna Frank, deputato leghista li denuncia: "Pagine hard"
Interrogazione di Grimoldi al ministro Gelmini: "Vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare turbamento in bambini delle elementari" Il deputato leghista Paolo Grimoldi ha presentato un'interpellanza al ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, chiedendo il suo intervento nei confronti di una scuola elementare brianzola in cui è stato letto il testo integrale del Diario di Anna Frank. Secondo il leghista, nella versione integrale "vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso e approfondito le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare inevitabilmente turbamento in bambini della scuola elementare".Immediata la replica dalla scuola, la Lina Mandelli di Usmate Velate (Monza-Brianza). "Credo che il ministro dell'Istruzione abbia cose più importanti di cui occuparsi", ha detto Claudio Redaelli, dirigente vicario dell'istituto. Secondo il dirigente le pagine a cui si riferisce il deputato sono "descrizioni in termini talmente ingenui, come logico attendersi da una dodicenne degli anni Quaranta, da non destare, soprattutto se mediata dall'intervento dell'insegnante, particolare turbamento in bambini del ventunesimo secolo che in tivù vedono e sentono di peggio"."Io sono stato interpellato dagli stessi genitori della scuola per ben tre volte - ha detto Grimoldi - La prima volta ho riposto che c'è l'autonomia scolastica, la seconda che forse c'e stato un abuso dell'autonomia, la terza mi sono sentito in dovere di fare questa interrogazione: credo che quelle pagine per bambini di nove anni si possano definire hard".15 gennaio 2010 La Repubblica e Corsera
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lunedì 18 gennaio 2010
kibbutz Ginosar
Cara Chicca ,
di ritorno dal nostro prolungato viaggio, vogliamo Marcello ed io , ringraziarti per la bella ,interessante ,e costruttiva inizitiva nell'organizzare i gruppi degli amici d'Israele.Sappi che il lavoro che stai facendo da anni e' la cosa piu' bella e costruttiva che si puo' fare per dare a tanti ( che lo vogliono ) l'immagine piu' vera di questo bel paese .Israele e' un paese che merita di essere conosciuto nelle sue realta' storiche , umanistiche , tesmologiche, agricole .E tu hai capito che,se in tanti fosse chiara la realta' di questo paese , non ci sarebbero gli stereotipi di falsate opinioni .Grazie di averci dato l'opportunita' di conoscere e approfondire tanti aspetti di Israele.
Tengo a dirti che sto incoraggiando persone interessate, a partecipare ai tuoi viaggi.Ancora grazie e un augurio per il tuo Blog ,ricco di notizie utilissime .Un caro abbraccio Jacqueline e Marcello
di ritorno dal nostro prolungato viaggio, vogliamo Marcello ed io , ringraziarti per la bella ,interessante ,e costruttiva inizitiva nell'organizzare i gruppi degli amici d'Israele.Sappi che il lavoro che stai facendo da anni e' la cosa piu' bella e costruttiva che si puo' fare per dare a tanti ( che lo vogliono ) l'immagine piu' vera di questo bel paese .Israele e' un paese che merita di essere conosciuto nelle sue realta' storiche , umanistiche , tesmologiche, agricole .E tu hai capito che,se in tanti fosse chiara la realta' di questo paese , non ci sarebbero gli stereotipi di falsate opinioni .Grazie di averci dato l'opportunita' di conoscere e approfondire tanti aspetti di Israele.
Tengo a dirti che sto incoraggiando persone interessate, a partecipare ai tuoi viaggi.Ancora grazie e un augurio per il tuo Blog ,ricco di notizie utilissime .Un caro abbraccio Jacqueline e Marcello
(viaggio dicembre 2009 - gennaio 2010)
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