giovedì 23 febbraio 2012

L’Alta corte boccia la legge, ebrei ultraortodossi obbligati al servizio di leva

I laici esultano. I religiosi s’arrabbiano. Il governo sta in silenzio. Sperando che la tempesta passi. E che la decisione non faccia arrabbiare più di tanto buona parte della maggioranza che lo sostiene al parlamento. Perché, per dirla con molte associazioni, il Paese «ha fatto un passo avanti verso le vere democrazie occidentali».E allora. Succede che l’Alta corte di giustizia di Gerusalemme – con 6 giudici a favore e 3 contrari – ha dichiarato incostituzionale la “Tal Law”, la legge dello Stato approvata con l’intenzione di incoraggiare i giovani ebrei ultraortodossi a fare il servizio di leva (3 anni per gli uomini, 2 per le donne). La norma invece di funzionare in questo senso, aveva finito per causare l’effetto opposto: decine di migliaia di ragazzi si appellavano alla «volontarietà» di quella legge per non arruolarsi.La “Tal Law” venne ratificata nel 2002. L’obiettivo era quello di affrontare il profondo squilibrio che c’è tra le file dell’esercito tra israeliani ed ebrei ultraortodossi. Ma cinque anni dopo, nel 2007, arrivarono i ricorsi. «Perché tutti gl’israeliani devono sopportare l’onere del servizio militare, ma quelli ultrareligiosi no?», si chiedevano in molti. La legge, ha sentenziato martedì l’Alta corte, «non fa altro che perpetuare quella diseguaglianza che doveva annullare». E così, dal 1° agosto di quest’anno niente più “Tal Law”. Un «dramma» per migliaia di uomini religiosi. Perché, Costituzione alla mano, se la Knesset (il parlamento) non approverà un’altra norma che regola la situazione, tutti i giovani ebrei ultraortodossi saranno obbligati ad arruolarsi nelle forze armate israeliane.

Un problema. Anche per il governo Netanyahu. Che, conoscendo già l’orientamento della Corte, aveva già messo le mani avanti qualche giorno fa. «La legge, nella sua forma attuale, non esisterà più. Nei prossimi mesi dovremo lavorare su una nuova piattaforma giuridica». Sulla stessa lunghezza anche il ministro della Difesa, Ehud Barak. «La legge in dieci anni non è servita a nulla», ha detto l’ex laburista, «ora ne servirà un’altra».Nei fatti, è difficile che davvero gli uomini haredim indossino le divise militari. Il blocco politico costituito dai partiti ultrareligiosi è così forte che lo Stato probabilmente chiuderà un occhio. Del resto, già nel 2005 quello stesso Stato ammetteva il fallimento suo e della “Tal Law”: solo poche decine di maschi avevano deciso di arruolarsi. In quello stesso anno, 45 mila ebrei ultraortodossi avevano evitato il servizio di leva. Nel 2010, soltanto in 600 hanno deciso di entrare a far parte dell’Idf. Altri 61 mila avevano preferito studiare nelle yeshive, le scuole religiose.Il dibattito sul ruolo degli ebrei ultraortodossi in campo militare rientrare in quello – più ampio – sul contributo reale che questi danno allo Stato d’Israele. La maggior parte non lavora. Nessuno paga le tasse (un po’ come la Chiesa con l’Ici da noi). Quasi tutti godono di agevolazioni che la parte produttiva d’Israele sopporta sempre meno. Molti studi evidenziano da anni come l’aumentare progressivo della loro composizione – se non cambiano le cose – porterà a un impoverimento del Paese e a una riduzione delle risorse pro capite che Gerusalemme stanzia ogni anno.http://falafelcafe.wordpress.com/

Devon&Devon sbarca in Israele

Devon&Devon, azienda leader nel campo delle industrie ceramiche, consolida la sua presenza in Medio Oriente con l'apertura di un nuovo monomarca a Tel Aviv, grazie alla partnership con Hezi Bank Ltd., distributore esclusivo del brand in Israele.Per il suo nuovo negozio, Devon&Devon ha scelto il 'Design Center' che, con i suoi 40mila metri quadrati, riunisce i nomi più prestigiosi del design internazionale. http://www.moked.it/

Le catacombe ebraiche


Gli ebrei a Roma in età antica, una comunità strettamente integrata nel tessuto sociale. A testimoniarlo fra le altre cose anche le tradizioni funerarie rintracciabili nelle catacombe risalenti al II-IV secolo, presenti a Roma. Un viaggio affascinante percorso dalla professoressa Elsa Laurenzi in un lungo studio di ricerca che ora viene alla luce grazie alla pubblicazione Le catacombe ebraiche – Gli Ebrei di Roma. Il libro, ottanta pagine arricchite da molte immagini, è stato presentato ieri nella sala convegni della Gangemi Editore dall'autrice stessa assieme al rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e agli studiosi Danilo Mazzoleni e Stefano Tortorella, moderati da Micela Vitale.Professoressa Laurenzi, come nasce il suo interesse per le catacombe ebraiche? È nato un po' per caso. Preparavo la mia tesi di Laurea e durante gli studi di ricerca ho visto le immagini delle catacombe ebraiche di Vigna Randanini, scavate nel fianco di una collina fra la Via Appia Antica e la Via Appia Pignatelli, fu la seconda catacomba ebraica di Roma ad essere casualmente ritrovata nel 1859. Da questo primo contatto è nato un interesse che dura da dieci anni.Qual è secondo lei l'aspetto più interessante? Intanto le dimensioni, perché sono molto estese e non sono ancora scavate del tutto: ciò testimonia la presenza di una Comunità grande. Poi le iscrizioni, in greco nella maggior parte dei casi, ma anche in latino. Terzo aspetto, che forse è quello più interessante di tutti, è il tipo di sepoltura presente in queste catacombe e non in quelle di Villa Torlonia.Di che tipo di sepoltura parla? Sto parlando dei kokhim, anche a più posti. Il kokh (plurale kokhim) è una tomba scavata nella roccia che si sviluppa perpendicolarmente alla parete della galleria. È un tipo di sepoltura usato soprattutto in Israele, il corpo veniva custodito nel kokh per circa un anno, il tempo di deposizione del corpo. A Vigna Randanini ci sono molti kokhim al livello del pavimento, alcuni di essi si sviluppano su più livelli.Che cosa emerge in particolare dal suo studio? Una delle cose più interessanti è stata la scoperta del fatto che il mondo ebraico antico fosse molto ben integrato. C'era una convivenza con il tessuto sociale romano molto più semplice di quello che si potrebbe immaginare e alcuni divieti sono interpretati in maniera più blanda: lo testimonia la presenza nelle catacombe di pendagli ed elementi pittorici. Nel cubicolo dei Pegasi ad esempio è raffigurata l'immagine di una figura femminile vestita con tunica e mantello con una corona d'alloro sopra il velo che le copre il capo: certo si tratta di una dea. Qual è l'aspetto che più la rende orgogliosa di questo lavoro? Sono molto contenta del fatto che attraverso il dato archeologico l'interesse per il mondo ebraico antico, per la sua storia, per le sue tradizioni, sia da un po' di tempo oggetto anche nel mondo esterno e non solo per la comunità ebraica. l.e. http://www.moked.it


In un'Europa in cui il contribuente tedesco è chiamato a saldare i conti del non-contribuente greco, non è assolutamente chiaro in che direzione evolveranno le identità nazionali: verso una radicalizzazione dei particolarismi nazionali, religiosi, etnici e culturali, o verso un modello integrativo e supernazionale? Una visita in Ungheria in questi giorni è istruttiva, e fornisce indicazioni più del primo che del secondo tipo. È facile incontrare automobili sulle cui targhe appare la mappa della "grande Ungheria" nei confini anteriori alla prima guerra mondiale e non in quelli molto ridotti odierni. È al governo il partito della destra Fidesz (Unione Civica Ungherese) guidato da Victor Orban, ma è in forte aumento il partito dell'estrema destra Jobbik (Movimento per un'Ungheria Migliore) – antiebraico nelle città, antirom nelle campagne. Molti condividono l'opinione che la vicina Slovacchia non sia un vero Stato, che il popolo slovacco non esiste, e che gli insediamenti ungheresi oltre il confine slovacco meritino appoggio morale e politico. In Romania, invece, la minoranza ungherese ha un proprio partito politico che ha fatto parte della coalizione e ha ricoperto posti di governo. Operano a Budapest un segretariato e un'assemblea degli ungheresi all'estero e un dipartimento per l'educazione ungherese nella diaspora. Déja vu? Sergio Della Pergola univ. Gerusalemme. http://www.moked.it

Stefano Stefani
M.O., Delegazione commissione Esteri Camera in Israele

ROMA - Inizia oggi la missione in Medio Oriente di una delegazione della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati, guidata dal presidente Stefano Stefani e composta da Franco Frattini (Pdl)e Francesco Tempestini (Pd). Fittissima l'agenda della visita che vedrà il Presidente Stefani incontrare in Israele il Ministro per l'Intelligence e l'energia atomica, il Ministro degli Affari esteri, Avigdor Lieberman, Dan Meridor, il Vice Ministro, Silvan Shalom, lo Speaker della Knesset, Rivlin e l'omologa Commissione esteri della Knesset.Significativi anche gli incontri che la delegazione avrà nei territori palestinesi con il Primo Ministro Fayyad, il Ministro degli Esteri Malki, il Coordinatore Speciale ONU per il processo di pace, Robert Serry ed il Commissario Generale Filippo Grandi presso l'UNRWA."Questo viaggio- ha affermato Stefani- contribuisce a confermare l'appoggio dell'Italia al processo di pace tra Israeliani e Palestinesi che deve rimanere il punto centrale del Medio Oriente. Di certo- ha continuato Stefani- l'Italia continuerà a sostenere l'attuazione del percorso fissato nella Road Map che si basa sulla rinuncia alla violenza e sul riconoscimento reciproco delle parti".http://www.lapoliticaitaliana.it/

Israele - Sventato attentato al confine con l'Egitto

Un portavoce del comando delle forze armate israeliane ha reso noto che la scorsa notte, una pattuglia in perlustrazione lungo i confini con l'Egitto ha messo in fuga una persona non identificata che cercava di introdursi nel territorio del Neghev. Ad un più accurato sopralluogo, i militari israeliani hanno rinvenuto un potente ordigno esplosivo che è stato in seguito disattivato dagli artificieri intervenuti sul posto.Da Tel Aviv è stato diramato lo stato di allerta in tutta la zona del confine, per contrastare eventuali tentativi come quello avvenuto, considerati conseguenza dell'attentato avvenuto a nord di Eliat nell'agosto 2011, attribuito alle formazioni terroriste in attività nel Sinai egiziano.http://www.ogginotizie.it

Tom Donilon
Israele biasima gli USA per i metodi diplomatici usati sulla questione iraniana

ISRAELE IN DISACCORSO CON GLI USA SULL’IRAN – C’è clima di crisi diplomatica tra Stati Uniti e governo israeliano in merito alla questione iraniana. Stando a quanto riferisce la testata israeliana Haaretz, in occasione di alcuni meeting svoltisi tra autorità dell’esecutivo di Israele e Tom Donilon, Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, i dirigenti dello stato mediorientale avrebbero espresso rammarico per la politica che gli USA stanno attuando nei confronti di Tehran.Nello specifico le autorità israeliane non avrebbero apprezzato le modalità diplomatiche utilizzate dagli ambasciatori statunitensi i quali, sottolineando con alcune loro comunicazioni i contrasti emersi sulle misure da adottare tra i due Paesi, avrebbero facilitato e fatto il gioco dell’Iran.L’incontro con Tom Donilon si è svolto in vista di una visita che il Presidente di Israele Benyamin Netanyahu effettuerà negli states per discutere con Barack Obama nel corso del prossimo mese.Donilon, che ha già avuto un colloquio con il Presidente Netanyahu, ha fatto richiesta ad Israele di attendere che l’Iran si plachi in relazioni alle pesanti sanzioni imposte a livello finanziario dagli USA e di non precorrere i tempi attaccando le sedi iraniane in cui si sta provvedendo alla costruzione dell’atomica.http://www.direttanews.it/

Israele: alternativa su ferro al Canale di Suez

Il Governo israeliano ha approvato nei giorni scorsi il progetto di realizzazione di una linea ferroviaria fra il Mediterraneo e il Mar Rosso. La ferrovia, della quale si parla da circa trent´anni, offrirà così un percorso alternativo al Canale di Suez, sebbene a costi probabilmente superiori. Il progetto è inserito nella strategia che punta a rinnovare la vocazione di Israele ad essere snodo di primaria importanza nelle vie commerciali tra occidente e oriente, cogliendo le opportunità offerte dai rapporti con le potenze economiche emergenti (Cina e India) e col Giappone. Nel progetto potrebbe essere coinvolta anche la Giordania, grazie al porto di Aqaba che, non distante da quello israeliano di Eilat, potrebbe essere utilizzato come centro di smistamento dei container in transito verso i porti israeliani.Il progetto prevede inoltre l'utilizzo di treni passeggeri superveloci per il collegamento tra Eilat e Tel Aviv; la finalità di commerciale del progetto è stata la molla principale che ne ha portato a darne il via libera allo sviluppo: ad essa si affianca la finalità turistica, anch´essa importante, ma non sufficiente a motivarne la realizzazione.Quella navale resta comunque l´opzione più economica; tuttavia l´aggiunta del collegamento ferroviario, oltre ad offrire una possibilità alternativa di collegamento, garantirà una maggiore sicurezza nel trasporto merci nei periodi di instabilità politica, riducendo la dipendenza internazionale dal Canale di Suez; nel frattempo, sembra che aziende cinesi abbiano già espresso interesse per la realizzazione del progetto; non è ancora stato infatti deciso se questa verrà portata avanti attraverso le sole risorse di Israele, o mediante la partecipazione di un Paese straniero o ancora con fondi provenienti da più investitori internazionali.http://www.portalino.it/

martedì 21 febbraio 2012


Joachim Gauck, il probabile futuro presidente tedesco, nel corso della consegna di un premio letterario a David Grossman, paragonò la sofferenza dei popoli dell'Europa dell'Est, soggetti alla dittatura comunista, alla sofferenza di Israele sottoposta alla menzogna e pronunciò questa bellissima frase :"Nonostante la nostra impotenza io, quale cittadino della ex Repubblica Democratica Tedesca (la DDR), e molte altre persone nell'Europa dell'Est, abbiamo perseguito qualcosa di simile : sebbene circondati da menzogne, abbiamo vissuto una vita onesta". da Roberto


Caos, ovvero: il nuovo stratus quo in Medio Oriente

Di Aymenn Jawad Al-Tamimi, http://www.israele.net/
A un anno dalla cacciata di Hosni Mubarak da presidente dell’Egitto, quali conclusioni si possono trarre circa l’ondata di disordini in corso in Medio Oriente e Nord Africa? In questo periodo, un anno fa, alla Conferenza di Herzliya lo storico israeliano Martin Kramer biasimava l’amministrazione Obama per aver adottato l’idea che lo “status quo” nella regione non fosse più sostenibile, spingendosi sino ad accusare il governo degli Stati Uniti d’aver “gettato Mubarak alle ortiche”. Ma già allora le critiche di Kramer erano fuori luogo per il fatto che lo “status quo” – vale a dire, l’ordine apparentemente stabile imposto da uomini forti che prevaleva in Medio Oriente e Nord Africa prima dello scoppio della cosiddetta “primavera araba” – in realtà non è mai stato sostenibile. L’agitazione che è sopraggiunta e che ora caratterizza la regione può essere paragonata ad uno tsunami: semplicemente inarrestabile. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto salvare Mubarak più di quanto il presidente francese Nicolas Sarkozy avrebbe potuto salvare l’ex dittatore tunisino Zine el-Abidine Ben Ali, che pure il governo francese avrebbe visto volentieri restare al potere anche quando in Tunisia eruppero le proteste di massa. Formulando il concetto che l’amministrazione Obama ha gettato Mubarak “alle ortiche”, Kramer non ha fatto che riecheggiare involontariamente il pensiero e l’eredità intellettuale di uno studioso che egli ha giustamente preso di mira nel suo libro “Torri d’avorio sulla sabbia”, e cioè Edward Said. Gli scritti di Said – specie il suo famoso “Orientalismo” – hanno malauguratamente divulgato la visione paternalistica secondo cui nel mondo arabo la responsabilità per ciò che va storto e quella di rimettere a posto le cose ricade sempre e solo sulle spalle delle potenze occidentali. Ciò che ha portato alle dimissioni di Mubarak in Egitto non è stato il fatto che gli Stati Uniti lo avessero in qualche modo abbandonato, bensì il fatto che i militari egiziani, sentendo sul collo il fiato delle proteste di massa, hanno attuato un colpo di stato “de facto”. Lo stesso vale per Ben Ali in Tunisia, anche se in questo caso i militari hanno poi scelto di ritrarsi dalla politica.In ogni caso, un problema assai frequente nelle analisi sugli sviluppi in corso nel mondo arabo è la tendenza a imporre false dicotomie. Ad esempio, sul tema del futuro dell’Egitto è stato versato fin troppo inchiostro nel chiedersi se il paese ne uscirà come un vero e proprio stato islamico o come una sana democrazia. In realtà, bisogna ormai rendersi conto che nella regione sta prevalendo un nuovo paradigma: il caos. Troppo spesso i commentatori, nelle loro analisi sulle più probabili tendenze attuali e future trascurano demografia, economia, affiliazioni tribali e cambiamenti del clima. Ad esempio, in Egitto le proteste in corso in Piazza Tahrir hanno portato a una brusca frenata dell’economia. Oltre al considerevole calo nelle entrate da turismo e agli scioperi devastanti, vi sono le tribù beduine che causano grossi problemi nel Sinai, dove alla fine del mese scorso si sono addirittura impadronite del complesso vacanziero Aqua Sun – sino a poco tempo fa una delle mete preferite dai turisti israeliani – pretendendo un riscatto di 660.000 dollari. Più in generale, con una popolazione di 80 milioni di abitanti in rapida crescita e concentrata attorno al Nilo in un’area che è solo due volte e mezza la superficie di Israele, e con i partiti politici totalmente divisi su come risolvere la crisi economica che la nazione deve fronteggiare, gli egiziani continueranno ad essere facile preda della rabbia, avendo capito che il rovesciamento di Mubarak non ha apportato alcun reale miglioramento nella qualità della vita: il che innescherà un circolo vizioso di ulteriori agitazioni.Analogamente pochi hanno notato che la Siria, in caso di caduta del regime di Bashar Assad, sembra destinata ad affrontare un disastro di tipo maltusiano. Il cuore sunnita del paese rischia di soccombere alla pressione demografica e ambientale che ha contribuito sin dall’inizio ad innescare la rivolta. La politica tradizionalmente pro-natalista del governo ha fatto sì che le periferie della Siria sotto dominazione tribale abbiano conosciuto una rapida crescita della popolazione, specialmente fra le tribù armate di Deir ez Zor, dove si trova la maggior parte delle decrescenti riserve di petrolio del paese. Con l’uscita di scena di Assad, sicuramente queste tribù reclameranno la loro parte di introiti petroliferi, innescando potenzialmente un altro conflitto “periferia contro il centro” come quelli che hanno caratterizzato fin qui gran parte delle rivolte nel paese. Non basta. Gli slum suburbani delle maggiori città siriane brulicano di centinaia di migliaia di migranti sfollati a causa di cambiamenti climatici e di gravi carenze idriche: mezzo milione di persone sono sfollate dalle aree abitate dalla tribù Inezi, nella Siria orientale, a causa della siccità dovuta a mutamenti nell’andamento delle precipitazioni. Per lo stesso motivo, nel periodo 2007-2008 erano stati abbandonati 160 villaggi nella Siria settentrionale. Tutto questo accresce significativamente la possibilità che il paese finisca col frazionarsi, una volta che se ne fosse andato Assad, a maggior ragione se si tiene conto delle tensioni settarie che hanno afflitto città come Homs.Per Israele, il caos può avere in fondo un risvolto positivo: significa che islamisti ed altre forze ostili saranno troppo impegnati nelle lotte intestine per concentrare tutta l’attenzione sulla lotta contro Israele. Per quanto riguarda la sua politica, Israele deve solo adottare una strategia di risoluta deterrenza. Cioè, diffondere il fermo avvertimento che qualsiasi aggressione straniera incontrerà una risposta severa, e agire in base a questo avvertimento se e quando una qualunque aggressione si materializzasse. La deterrenza, però, deve essere coerente.Nel frattempo, bisognerà accettare il fatto che il caos costituirà il tratto dominante nella regione per un bel po’ di tempo, senza logorarsi continuamente sulla falsa dicotomia fra “democrazia liberale” e “teocrazia islamica”.(Da: Ha’aretz, 17.2.12)