lunedì 7 luglio 2008


Pesce stufato con uova - Kristada

Ingredienti: 4 pesci sfilettati (qualsiasi pesce d'acqua dolce, a scelta), 2 uova, succo di 1 limone, 5 spicchi d'aglio sminuzzati, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, 1 cucchiaio di sedano tritato, olio per la frittura, ½ tazza d'acqua
Preparazione: Friggere il pesce in abbondante olio fino a renderlo dorato. Rimuoverlo e metterlo in una casseruola bassa. In un'altra casseruola mettere un cucchiaio d'olio e scaldare. Aggiungere le uova sbattute. Mescolare fino a che sia solidificato aggiungere il succo di limone, sale a piacere, aglio, prezzemolo e sedano. Mischiare e metterci sopra il pesce fritto. Aggiungere l'acqua e far sobbollire a fuoco lento fino ad evaporazione del liquido.Servire caldo come portata principale con Pernod.


Crema di caramello - Ma'adan Zichron yaakov

Ingredienti: 3 tuorli d'uovo, 2 bianchi d'uovo, 6 cucchiai di vino rosso dolce, 3 cucchiai di zucchero, 225 gr di crema montata
Preparazione: Mettere i rossi d'uovo, il vino e lo zucchero in una casseruola a fuoco lento. Montare con la frusta, finché il composto diventi denso. Togliere dal fuoco e continuare a montare finché sia freddo. Sbattere 2 bianchi d'uovo. Incorporarli nel composto con la crema montata, mescolando lentamente con un cucchiaio di legno. Versare in una coppa da champagne. Mettere in frigorifero. Servire freddo come dolce o snack.


Zuppa d'aglio - Marak shum

Ingredienti: 210 g di passata di pomodoro, 6 tazze d'acqua, 4 cucchiai d'olio per frittura, 3 cucchiai di farina, una piccola testa di aglio, sale, pepe.
Preparazione: In una casseruola alta scaldare 3 cucchiai d'olio. Mischiare con la farina e friggere fino ad abbrustolire un po'. Aggiungere 1 tazza d'acqua, mescolando costantemente per prevenire che s'aggrumi. Gradualmente aggiungere il resto dell'acqua e la salsa di pomodoro, mescolando costantemente. Quando la zuppa raggiunge la il punto d'ebollizione, condire con sale e pepe e ridurre il fuoco. Continuare a bollire lentamente per 15 min.Nel frattempo scaldare il rimanente cucchiaio d'olio in una casseruola per frittura. Tagliare l'aglio in fette e friggere per ½ minuto, fino ad imbiondire.Aggiungere l'aglio alla zuppa e cuocere per altri 5 min. Servire caldo con crostini.

Galilea -Katzrin

Israele: manoscritti Kafka in pericolo

TEL AVIV - Rischiano di andare perduti per sempre i manoscritti di Franz Kafka custoditi da decenni in condizioni "deprecabili" in un appartamento nel centro di Tel Aviv. L'allarme giunge oggi dal quotidiano "Haaretz", secondo cui quei documenti (che includono lettere, cartoline, disegni ed effetti personali dello scrittore) furono portati a Tel Aviv nel 1939 dal suo amico Max Brod. In seguito sarebbero passati in eredità alla sua segretaria Esther Hoffe, che si è sempre rifiutata di renderli pubblici.La Hoffe, aggiunge il giornale, è morta l'anno scorso all'età di 101 anni. L'eredità è adesso gestita da due anziane figlie, sulle quali vengono esercitate pressioni affinché mettano i documenti a disposizione degli studiosi "prima che la umidità di Tel Aviv" li renda inutilizzabili.Due anni fa la stampa israeliana aveva riferito che nell'appartamento della Hoffe c'era grande incuria. I vicini di casa, irritati dal cattivo odore, avevano chiesto l'intervento del servizio igiene del municipio, che aveva trovato in quella casa decine di gatti ed alcuni cani.
6 luglio 2008 SDA-ATS

sabato 5 luglio 2008

Garizim - pastori samaritani

Gli arabi-israeliani preferiscono Israele

Una recente ricerca organizzata dalla scuola Kennedy dell'Università di Harvard ha rivelato che il 77% degli arabi israeliani preferiscono vivere in Israele piuttosto che in qualunque altro Paese al mondo. Per il sondaggio, intitolato "Coesistenza in Israele", condotto in occasione del sessantesimo anniversario della rifondazione dello Stato di Israele e a cui ha collaborato l'università di Haifa, sono stati intervistati nelle due lingue ufficiali del Paese, 1.721 israeliani, sia arabi che ebrei.
Il 68% degli ebrei pensa che l'insegnamento dell'arabo nelle scuole può favorire la convivenza, il 69% crede nella responsabilità personale di dare il proprio contributo.
Un'ampia maggioranza degli israeliani (il 73% degli ebrei e il 94% degli arabi) afferma inoltre di voler vivere in una società in cui ebrei ed arabi abbiano le stesse opportunità e vivano nel reciproco rispetto. La differente percentuale tra i due gruppi è dovuta soprattutto alla fiducia riposta nelle conseguenze positive di tale opportunità: il 90,8% degli arabi, infatti, crede che i miglioramenti nella convivenza porterebbero a maggiori benefici economici e l'88,7% ritiene che ci sarebbero altrettanti miglioramenti in campo culturale, mentre solo il 48,1% e il 43% rispettivamente degli ebrei ha questa opinione.
Il Professor Todd Pittinsky, direttore dell'Harvard Kennedy School's Center for Public Leadership, che ha diretto il progetto, afferma che, nonostante ogni giorno vengano condotti esperimenti innovativi tesi alla pacifica convivenza, i media, soprattutto quelli europei, evidenziano le divisioni tra i due gruppi di cittadini e non parlano abbastanza degli sforzi sinceri per migliorare la situazione. "Progetti come "Hand in Hand" (Mano nella Mano) in cui i bambini ebrei e arabi possono facilmente conversare tra loro, meriterebbero molta più attenzione dei missili palestinesi o dei posti di blocco. Bisogna quindi impegnarsi per renderli più noti su larga scala".
Gli arabi israeliani, compresi i residenti nella parte orientale di Gerusalemme, costituiscono il 20% della popolazione, sono rappresentati in parlamento da due partiti, il Balad e la lista Araba Unita, oltre che da una gran parte di Hadash, partito comunista antisionista, e da alcuni membri laburisti (la formazione di Shimon Peres).
Un altro sondaggio condotto dall'Università di Haifa poco più di un mese fa, ha rivelato che il 75% dei giovani arabi, tra i 16 e i 22 anni considerano il servizio civile (che per loro è volontario) come un'occasione per integrarsi ulteriormente. La maggioranza, tuttavia, ha affermato di sapere poco o niente su questo programma, ma una volta che ne viene a conoscenza, la percentuale di coloro che lo appoggiano cresce sensibilmente anche tra gli adulti, fino ad arrivare tra le donne, a quasi l'84%. I politici arabi, invece, sono per lo più contrari a questa opportunità.
Nonostante quindi le enormi difficoltà dovute, Israele sta lavorando sodo per migliorare la vita dei propri cittadini. di Elena Lattes, 04 luglio 2008, http://www.agenziaradicale.com/

mercoledì 2 luglio 2008


ISRAELE: CONSIGLI ALLE RAGAZZE, NIENTE RAPPORTI CON I BEDUINI

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 1 lug - Alle studentesse di una cittadina del sud di Israele e' stato detto di non avere rapporti con i beduini. E' successo in una scuola di Kiryat Gat, citta' alle porte del deserto Negev.Tuttavia, l'uomo che ha ideato il programma di educazione sessuale e che ha fatto vedere alle ragazze un video esplicativo chiamato ''Dormire con il nemico'', ha insistito che non c'e' nulla di razzista nelle sue intenzioni.''Io lo paragono ad una gita al mare. Se c'e' la bandiera nera che indica pericolo e divieto di balneazione non ci si deve tuffare. Con i beduini e' lo stesso, sono pericolosi'', ha detto all'Afp Chaim Shalom, un operatore sociale al lavoro in una scuola pubblica di Kiryat Gat.Il programma e' sovvenzionato dall'amministrazione comunale e dalla polizia della citta'.''Se i beduini che escono con le ragazze le volessero sposare non avrei nulla da ridire, ma non e' questo il caso.I beduini le abbandonano una volta che le ragazze sono rimaste incinte. Inoltre, ci sono diversi casi di stupro e due donne sono state bruciate ed uccise - ha proseguito Shalom - Ricoprono le ragazze di regali. Gioielli, cellulari, vestiti. Ma non e' tutto oro quello che luccica''.Anche nella tradizione islamica, i beduini non hanno una buona fama. Troppo attaccati ai propri valori ed al nomadismo, i beduini sono tacciati di essere dei musulmani ''tiepidi'' che tornerebbero al paganesimo alla prima occasione. (Piu'Europa).

martedì 1 luglio 2008

Kibbutz Gazit -aerea dedicata alla Shoa

Israele: dialogo impossibile?

Nell’ambito della rassegna culturale La Milanesiana, la manifestazione che ogni anno propone al pubblico incontri con esponenti del mondo della cultura, registi, scrittori, cantanti e che quest’anno ha visto fra gli altri la partecipazione della cantante israeliana Noa oltre che del Premio Nobel per la Letteratura Gao Xingjian, si inserisce l’evento “Aperitivi con l’autore” .
Domenica 29 giugno presso la Sala Buzzati del Corriere della Sera erano presenti insieme al regista Amos Gitai, al critico Enrico Ghezzi, allo storico Simon Levis Sullam, allo scrittore Ernesto Ferrero che dal 1998 dirige la Fiera del Libro di Torino, due grossi calibri della letteratura ebraica ed israeliana: Amos Oz ed Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace nel 1986.
La domanda che è stata il filo conduttore dell’incontro “Israele: dialogo impossibile”? ha impegnato gli intervenuti in un dibattito interessante e costruttivo nel quale ognuno ha portato le proprie esperienze di vita e di studioso.
Amos Oz ed Elie Wiesel incarnano due destini del popolo ebraico: il sogno della Terra promessa e l’incubo della persecuzione.
Entrambi all’età di 16 anni hanno visto la loro vita modificarsi drasticamente: Wiesel con la deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz nel quale perderà i genitori e una sorella, una tragica esperienza che sarà raccontata nelle pagine strazianti di La notte, un libro tradotto in trenta lingue; Oz, uno pseudonimo che significa forza, coraggio, lascerà la sua famiglia a Gerusalemme per andare a vivere nel kibbutz Hulda, laboratorio dell’utopia del nuovo Stato d’Israele.
Per Elie Wiesel il dialogo è possibile perché tutto quanto riguarda la storia ebraica dimostra che ciò che è impossibile può trasformarsi in “possibile”.
Storicamente gli ebrei avrebbero dovuto cessare di esistere secoli addietro: tante le persecuzioni e le possibilità di assimilazione per conversione forzata, tanti problemi e tanti esili e tuttavia “siamo ancora qui, siamo l’unico popolo dell’antichità che è sopravvissuto all’antichità stessa”. “Quando il dialogo fallisce – continua Wiesel – prende il sopravvento la violenza e noi dobbiamo opporci e difendere le parole contro i pugni”.
I coniugi Wiesel organizzano regolarmente una conferenza con il re di Giordania a Petra e in un recente incontro hanno avuto come ospiti il premier israeliano Olmert e il palestinese Abbas. Di fronte alla commozione del pubblico nel vedere l’abbraccio fra i due leader, Wiesel ribadisce che la pace è possibile perché questo incontro è preludio di un nuovo inizio e gli ebrei sono il popolo dei nuovi inizi.
Amos Oz, alfiere del pacifismo israeliano, è ottimista perché ritiene che la maggioranza degli arabi palestinesi e degli ebrei israeliani sia pronta ad accettare il compromesso della spartizione che del resto è l’unica soluzione, seppur dolorosa, per due Stati.
Non ci sono alternative per lo scrittore israeliano perché sia i palestinesi che sono circa 4 milioni sia gli israeliani che ormai contano quasi 7 milioni di abitanti, non hanno un altro posto dove andare.
Non possono essere un’unica famiglia felice sia perché non sono una famiglia sia perché non sono felici; potranno soltanto essere vicini di casa.
I problemi da affrontare sono numerosi: i confini, la sicurezza, Gerusalemme, gli insediamenti. L’unico nodo che non può essere risolto con un compromesso, secondo lo scrittore, è la disputa sui luoghi sacri. “Per me – continua Oz – è giusto lasciare che la gente possa pregare, che vi sia libero accesso ai luoghi sacri e poi sarà il Messia quando verrà a dirci a chi appartengono quei luoghi”.
Per il regista Amos Gitai che è a Milano per presentare il suo ultimo film “Disengagement” , gli israeliani non si possono permettere di essere pessimisti perché quando si vive il conflitto dall’interno l’ottimismo e cioè l’idea di un dialogo possibile, non è solo un’analisi ma un desiderio che conduce alla volontà di reagire. Come cineasta – continua Gitai - il mio compito è porre dei quesiti, provocare delle domande perché solo in tal modo si può influire sulla realtà e indurre le persone a riflettere su tutti gli aspetti del conflitto.
Ernesto Ferrero non si sofferma sulle polemiche che hanno accompagnato la Fiera del Libro di Torino etichettandole come “polemiche di persone in cerca di visibilità”. Ciò che invece lo ha colpito è la difficoltà di dialogo fra la società israeliana democratica e tollerante e le società arabe vicine dove non è possibile alcun dibattito. Lo sdegnato rifiuto opposto dagli scrittori arabi all’invito a partecipare al Salone del Libro è tanto più incomprensibile in quanto non proviene dall’”uomo della strada” che reputa Israele il “male assoluto” ma da intellettuali che sono ritenuti “moderati” e illuminati.
Per Ferrero è molto grave constatare che questi scrittori anziché costruire ponti (che è poi “il loro mestiere”) erigono muri ancora più alti. Lo scrittore italiano non vede fra l’altro molte possibilità di dialogo neppure quando verranno costituiti due Stati perché ribadisce: “Stiamo ancora aspettando una società araba moderata: l’islam moderato o non esiste o se esiste non ha il coraggio di parlare”.
Simon Levis Sullam oltre al suo punto di vista di storico, più pessimista rispetto a chi lo ha preceduto, ritiene di estrema importanza il dibattito sul Medio Oriente avviato in Israele dai nuovi storici quali Benny Morris o Zeev Sternhell.
“Qualsiasi accordo di pace non può esimersi dall’indagare le lacerazioni sul passato oltre alla questione delle origini dello Stato d’Israele”.
Come ebreo diasporico insiste sul ruolo non solo delle leadership mediorientali ma anche della Diaspora. Il rapporto tra esilio e nazionalismo è un punto nel quale ebrei ed arabi possono incontrarsi perché la pace parte anche dal riconoscimento delle differenze reciproche. Il contatto nell’esilio con altre culture può consentire ai soggetti coinvolti nella regione e nel conflitto stesso di recuperare le radici della loro esperienza, in quanto le identità si costruiscono attraverso un intreccio di esperienze storiche e culturali e non nella contrapposizione.
Da ultimo Elie Wiesel riprende un tema di grande attualità: la posizione dell’Iran e del suo presidente. Senza mezzi termini Wiesel afferma che Ahmadinejad non è pazzo ma “intende dire esattamente ciò che dice”.
“La storia mi ha insegnato che le minacce dei nemici sono molto più vere che non le promesse degli amici”. Ahmadinejad è il primo negazionista dell’Olocausto a livello mondiale. Ha ripetuto più volte che l’Olocausto non è mai accaduto ma accadrà. Infatti si sta armando con armi nucleari e il primo obiettivo è Tel Aviv.
Dinanzi a questa minaccia concreta Wiesel sta organizzando una campagna presso i capi di Stato che incontra e presso la gente comune affinché questo individuo venga dichiarato “persona non grata” in tutto il mondo e non venga accettato da alcuna società civile. “E’ una persona – ribadisce il Premio Nobel per la Pace – che non è degna di un dialogo”.
……”Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte, mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visti i corpi trasformarsi in volume di fumo sotto un cielo muto, mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere, mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai” (Elie Wiesel – La notte)
Giorgia Greco Milano, 29 giugno 2008


IL MANIFESTO DELLA RAZZA

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fscisti, docenti nelle universita' italiane, che hanno, sotto l'egidia del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razziismo fascista. (Da <>, direttore Telesio Interlandi, anno I, numero1, 5 agosto 1938, p. 2).

Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esitono razze umane differenti.
Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempe rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.


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Napolitano: "Leggi razziali prepararono l'Olocausto"

"Le leggi razziali di fatto prepararono l'Olocausto". Lo ha detto Giorgio Napolitano, in occasione della celebrazione al Quirinale della Giornata della memoria che ricorre domenica prossima. Una frase destinata a rinnovare le polemiche intorno sul ruolo del fascismo e del re Vittorio Emanuele III di Savoia, sulle persecuzioni antisemite in Italia. "Questo 2008 è per noi un anno speciale, perché segna il sessantesimo anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione", ha detto il capo dello Stato, sottolineando che ricorre anche "il settantesimo delle leggi razziali emanate dal regime fascista, che di fatto prepararono l'Olocausto anche in Italia". Furono "leggi che suscitarono orrore negli italiani rimasti consapevoli della tradizione umanista e universalistica della nostra civiltà" e del contributo ad essa dato dalla comunità ebraica". Un provvedimento ancora più iniquo in quanto gli ebrei italiani "dopo l'Unità d'Italia, finalmente parificati nei diritti, si sentivano ed erano cittadini, animati da forti sentimenti patriottici". ''Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah - ha detto ancora Napolitano -. Non dimentichiamo gli orrori dell'antisemitismo che è ancora presente in alcune dottrine e che va contrastato qualunque forma assuma''. Napolitano non ha dubbi, ''bisogna ricordare gli atti di barbarie del nostro passato per impedire nuove barbarie, per costruire un futuro che si ispiri a ideali di libertà e di fratellanza fra i popoli''. Il capo dello Stato ha voluto dedicare la cerimonia di quest'anno ai Giusti d'Italia, alla presenza di centinaia di studenti di scuole di diverse regioni che hanno condotto, nel corso dell'anno scolastico, ricerche nel loro territorio su questi personaggi che, ha detto Napolitano, "tennero vivi gli ideali di umanità, si sforzarono di salvare almeno alcuni degli ebrei perseguitati, salvarono anche le nostre coscienze".
Alla cerimonia erano presenti, fra gli altri, anche il vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli, i ministri dell'Interno Giuliano Amato, della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, del Lavoro Cesare Damiano e delle Politiche giovanili Giovanna Melandri nonché l'ex vicepremier e ministro degli Esteri Gianfranco Fini, oltre al rabbino capo Riccardo Di Segni e all'emerito rabbino Elio Toaff. La Giornata della memoria venne istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha così aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata per commemorare le vittime del nazismo e dell'Olocausto. (24 gennaio 2008)

“Le Leggi Razziali in Italia”


Con le Leggi Razziali promulgate in Italia nel 1938, inizia la persecuzione antisemita, foriera di ignobili conseguenze nei confronti degli ebrei italiani, inclusi quelli napoletani dei quali ricorderemo un bambino, Sergio De Simone, narrandone in seguito la tragica sorte. Le Leggi Razziali non furono emanate soltanto per compiacere l’alleato tedesco (il Duce non volle demeritare agli occhi del Fuhrer quanto a zelo antisemita), dopo le Leggi di Norimberga (1935), e in ogni caso, rilevare una diversità tra le leggi italiane e naziste, deducendo correttamente che in Italia non si creò un “clima” da Kristallnàcht, non deve indurre a nessuna indulgenza verso i teorizzatori del sedicente “razzismo spiritualista” (i firmatari del Manifesto della Razza) e i volenterosi legislatori.
Infatti, le conseguenze furono pesantissime, culminando nelle deportazioni ai campi di sterminio, cominciate il 16 ottobre ‘43 con la Judenoperation nel Ghetto di Roma, ad opera di SS, capeggiate dal comandante delle SS di Roma, Kappler e dallo specialista della RSHA (Alto Comando per la Sicurezza del Reich), Theo Dannecker, con la corrività di poliziotti italiani. In realtà la deportazione e lo sterminio industriale degli ebrei europei furono il criminale apogeo di un genocidio pianificato nel ’42 nella Conferenza del Wansee (presieduta dal Gruppenfuhrer SS Heydrich, luogotenente del Reichsfurhrer SS Himmler, che nel ‘36 incontrò il capo della Polizia italiana Bocchini, circa le misure da attuare contro gli ebrei italiani), che ebbe il proprio fulcro nelle leggi razziali. Queste si prefiggevano lo scopo di espellere dal consorzio civile i giudei, spogliandoli dei loro diritti e dei loro beni, costringendoli all’emigrazione e alla ghettizzazione per
deportarli, schiavizzarli e annientarli: l’Europa andava resa Judenfrei, compresa l’Italia.
Gli ebrei italiani dunque si misurarono con leggi che perseguivano la difesa di un’immaginaria “razza italica”, dai loro belluini complotti globali, propagandati nel falso libello dei Protocolli dei Savi di Sion: ma quali furono gli effetti nella vita quotidiana? Osserviamone alcuni entrando idealmente nella casa di una famiglia ebrea di Napoli….C’è il capofamiglia che compila il Questionario inviato dal Ministero della Demografia e Razza per censire gli ebrei: è un italiano orgoglioso, che guarda la Medaglia ricevuta dal padre dopo la Grande Guerra, chino su quella burocratica scartoffia, ove dovrà vergare di appartenere alla razza ebraica. La radio presso la quale la famiglia la sera si riunisce, va consegnata al più vicino Commissariato. Titina, la fedele domestica che i ragazzi chiamano zia, va licenziata: i giudei non possono avere servitù ariana. I ragazzi devono lasciare la scuola, oppure, come nel raro caso della scuola elemntare Vanvitelli di Napoli, frequentarla in una classe di soli scolari ebrei, con gli alunni divisi e completamente isolati dagli altri. Intanto il laborioso capofamiglia perde l’impiego o si vede espropriato il negozio in cambio di un’insulsa indennità. Deve rinunciare alla docenza universitaria e non può esercitare una professione liberale. La dignitosa serenità economica costata sacrifici, è sostituita da una vita stentata, e i gioielli, ricordo di un Nissùin o di un Bar Mitzvàh, finiscono al Banco dei Pegni: i banchieri giudei demoplutomassoni impegnarono i più cari ricordi per sfamare i figli. E i fidanzati in procinto di sposarsi? Lui giudeo, lei ariana, non possono contrarre matrimonio: è proibito, così come prestare il servizio di leva.
La lista delle ulteriori, odiose proibizioni sarebbe lunga, giacché ai nostri legislatori non difettò la fantasia, sebbene le interpretazioni delle norme suscitarono non pochi dilemmi, costringendo il regime, - la tragedia sconfinò nella farsa! - ad emanare pletore di circolari affinché, riluttanti funzionari e Miserabili Podestà, le applicassero senza esitazioni. Renzo De Felice osservò che con le leggi razziali il fascismo “divorziò dal popolo italiano, dalla sua mentalità e dalla sua storia”, poiché l’antisemitismo era estraneo agli italiani e il pregiudizio sui perfidi giudii, obliquamente diffuso dalla Chiesa Cattolica, aveva matrici piuttosto religiose che razziali. Tuttavia, se la maggioranza del popolo italiano non prese parte alle persecuzioni antiebraiche, – anzi: quanti ebrei furono salvati! – il suo peccato inescusabile fu di aver tollerato, nell’indifferenza conformista, la promulgazione di leggi ripugnanti. Nessuno comprese che il “momento” normativo era soltanto il preludio della Soluzione Finale: nel giro di 6 anni, infatti, migliaia di ebrei finirono nei crematori di Auschwitz - Birkenau. E fu quel clima, provocato dalle sciagurate leggi, che instradò il tragico destino di un piccolo ebreo napoletano del Vomero: Sergio De Simone. Sergio e la madre Gisella Perlow, natìa di Fiume e sposata con Eduardo (sotto le armi dal ‘40), vissero a Via Morghen in solitudine e in un ambiente se non ostile, certamente indifferente ai loro penosi travagli, eccettuati i premurosi vicini, i Parlato, e un’amica di Gisella, Piera Nardi anch’essa di Fiume. Nel luglio del ’43 Gisella raggiunse la propria famiglia a Fiume: ma se fosse rimasta a Napoli, lo sbarco alleato e il successivo armistizio l’avrebbero vista al sicuro con Sergio. Infatti, proprio a Fiume, infestata di repubblichini e di SS, Sergio, Gisella, la sorella Mira, le nipotine Andra e Tatiana, furono rastrellati e tradotti ad Auschwitz, dove Sergio diventerà il n° A179614. Gisella, Mira, Andra e Tatiana miracolosamente sopravvissero, mentre Sergio, cavia del famigerato Mengele, sarà deportato in un Konzentrationlager vicino Amburgo, dove incontrerà due orchi: il medico Heissmeyer, che gli inoculerà la tubercolosi, e la SS Strippel che lo impiccò insieme con altri venti bambini, cremandone le spoglie il 20 aprile 1945: aveva 7 anni, Sergio.
Da Via Morghen a Fiume; dal kinderblock di Birkenau al camicie bianco di Mengele e, infine, tra le rovine del Reich, la scoperta degli orchi: questo, lo sfortunato tragitto di un bambino napoletano, vittima delle leggi razziali e della colpevole indifferenza che lo circondò. Oggi Sergio avrebbe 70 anni. Avrebbe avuto figli e nipoti, invecchiando serenamente. Lo ricordiamo commossi e addolorati perché non avemmo il coraggio di proteggerlo, di accoglierlo e di amarlo come uno di noi: di razza umana.
di Giuseppe Nitto - Sullam, bollettino Comunità ebraica Napoli n.12, 1° luglio 2008