martedì 6 gennaio 2009

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Grazie Marcello

Tel Aviv

Israele pare meno colpito dalla stretta creditizia

La crisi finanziaria attualmente in atto colpisce tutti i paesi attraverso vari canali: nella via più diretta, mediante la stretta creditizia che ha paralizzato i mercati monetari e creditizi, ma anche attraverso i rapporti di esportazione e la perdita di potere d'acquisto. La misura in cui i singoli paesi risentono della crisi varia in modo significativo. Israele potrebbe rivelarsi meno vulnerabile di molti altri paesi.
Rispetto ai paesi con un percorso di sviluppo analogo, la valuta israeliana – lo shekel – ha perso molto meno terreno contro il dollaro a partire dell'acuirsi della crisi creditizia nell'estate 2008. In confronto, rispetto allo shekel le monete di altri mercati emergenti hanno subito contraccolpi molto più marcati a causa del processo forzato di deleveraging in atto a livello mondiale. Per quale motivo? Perché in Israele i mercati azionari e obbligazionari sono sostanzialmente meno esposti agli investitori esteri rispetto ad altri paesi emergenti. Questa dinamica è vantaggiosa in una situazione di incertezza dei mercati finanziari, quando si verifica una generale predilezione per i rispettivi mercati domestici e una conseguente tendenza degli investitori stranieri a liquidare le posizioni estere. Andamento dei cambi. Da un punto di vista economico, la congiuntura israeliana è tuttavia destinata a indebolirsi, passando da ritmi di crescita superiori alla media a un tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) compreso tra l'1% e il 2% nell'arco dei prossimi 12 mesi. Le esportazioni hanno perso vigore, e questo avrà ripercussioni sull'economia israeliana, piccola e molto aperta, che infatti ha come sbocco USA ed Europa per ben il 63%. Tuttavia, poiché la maggior parte dell'export è costituita da articoli tecnologici di fascia medio-alta, queste merci sono destinate a industrie ancora in piena fase di crescita e non verso i consumatori statunitensi sempre più restii alle spese.
Aggressivi tagli dei tassi La Bank of Israel (BoI), l'istituto centrale del paese, ha inoltre operato aggressivi tagli ai tassi. Al momento della redazione, abbiamo assistito a un altro taglio di 50 punti base, con il tasso di riferimento sceso a un livello del 2,5%. Prima di settembre 2008, le aspettative inflazionistiche erano piuttosto elevate, e di conseguenza la BoI tendeva ad assumere un atteggiamento piuttosto restrittivo. A fronte del pronunciato cambiamento registrato dalle previsioni sull'inflazione e dal significativo rallentamento della crescita globale, la BoI ha reagito prontamente al fine di ridurre il costo del denaro e così rafforzare la capacità dell'economia di affrontare lo scenario congiunturale estremamente difficile. Oltre a questo sostegno sul versante monetario, l'economia del paese sarà sorretta anche da iniziative di politica fiscale. Il livello piuttosto elevato di spesa pubblica presenta sicuramente le potenzialità per contribuire alla rapida efficacia di tali programmi. Il “recupero” spesso menzionato in taluni ambiti delle infrastrutture potrebbe essere in grado non solo di stabilizzare l'economia in un'ottica di lungo periodo, ma anche di supportare la crescita potenziale a lungo termine. Al contempo, la regione si colloca stabilmente al primo posto in vari studi condotti da “Doing Business”, a indicazione di un contesto di business estremamente stimolante. Anche se lo sviluppo economico di Israele non resterà immune alla crisi finanziaria globale, il potenziale di flessione dell'economia locale dovrebbe tuttavia essere limitato dalla concorrenza di fattori quali le condizioni d'affari prevalenti, l'orientamento di mercato e il supporto offerto dalla politica fiscale e monetaria.
Deleveraging globale:A seguito delle ingenti perdite registrate sui principali mercati e alle condizioni sempre più restrittive sulle piazze monetarie, si sono verificati smobilizzi forzati di posizioni aperte a livello globale su tutte le classi di attività. Come diretta conseguenza di questo processo di “deleveraging”, gli operatori di mercato stanno liquidando le loro posizioni nei mercati emergenti, rimpatriando i capitali o utilizzando comunque i proventi delle vendite per coprire i prestiti assunti. Questa dinamica sta creando deflussi notevoli, soprattutto da paesi come Sudafrica, Brasile e molti stati dell'Europa dell'est, che avevano goduto di forti afflussi di portafoglio durante la precedente fase di boom creditizio.22.12.2008, CREDIT SUISSE GROUP

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Che ne direste?

Miei cari amici,mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far sentire all’opinione pubblica italiana ed europea che non esiste solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan sull’apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue degli ebrei. E' un'onda che cresce in questi giorni, e crescerà ancora. La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità. Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso. Se mai, al giorno d'oggi, c'è stato uno scontro chiaro e definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e l’attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura della libertà e quella dell’odio, fra un mondo che fa capo all’Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo liberaldemocratico... se è rimasto nella nostra cultura il sogno di battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il buon senso e infine anche la pace... se ci spinge il desiderio di contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto segno dell’odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube i film che documentano l’educazione all’assassinio dei bambini di Gaza, senza che l’UNICEF o l'UNIFIL muovano un dito, per capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna. Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee, case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta dell’ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.E' difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della “sproporzione” è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero tanti a condividere l’idea che la guerra di Israele sia una guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di andare in piazza in un numero che possa pesare sull’opinione pubblica? Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda anche l'illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura dell’ipocrisia sull’Iran e i suoi amici. Saremmo capaci di non isolarci nell’amara convinzione di essere una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di voler scendere in piazza?Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno, scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un soldato ferito è scappato dall’ospedale, inseguito dagli infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa. Fiamma Nirenstein


La Carta fondamentale di Hamas

Il 18 agosto 1988 Hamas, l'organizzazione del fondamentalismo jihadista palestinese, ha pubblicato la propria Carta fondamentale (tutt'ora in vigore),un “manifesto” in cui viene invocata una jihad (guerra santa) senza compromessi contro l'esistenza di Israele. Nella settimana successiva alla pubblicazione, la Carta veniva affissa nelle moschee in tutti i territori di Cisgiordania e striscia di Gaza . Quelli che seguono sono alcuni dei punti principali della Carta fondamentale di Hamas.Estremismo islamista: Hamas (acronimo di "Movimento di Resistenza Islamica") si considera parte del più generale movimento della Fratellanza Islamica. Hamas definisce se stesso anche come un "importante movimento palestinese, fedele ad Allah e il cui modo di vita è quello islamico" e "uno degli anelli della catena della lotta contro gli invasori sionisti" (art. 6, 7). Hamas si considera parte integrante di un più vasto movimento che può essere definito “estremismo islamista jihadista”, un movimento intellettuale e sociale caratterizzato da una militante ostilità verso la modernità e il laicismo in ogni aspetto della vita. Dal fanatismo islamista scaturisce la “dichiarazione” su Hamas contenuta nell'art. 9 della Carta: “Allah è il suo obiettivo, il profeta il suo modello, il Corano la sua costituzione, la jihad il suo cammino e la morte in nome di Allah il più dolce dei suoi desideri”. Hamas considera gli elementi esterni e le organizzazioni non-islamiche (quali persino Rotary, Lions ecc.) come forze sinistre che cospirano con i sionisti contro l'islam e contro l'umanità (art. 17, 22, 28). “Il giorno in cui l'islam avrà il controllo della guida delle cose della vita, queste organizzazioni, ostili all'umanità e all'islam, saranno cancellate" (art. 17).Ebrei, ebraismo e sionismo: Hamas non limita i propri obiettivi ad uno scontro con il sionismo nel contesto soltanto del conflitto arabo-israeliano. Esso si considera la punta di lancia di un movimento di massa in lotta contro gli "ebrei guerrafondai" e il "sionismo mondiale" (art. 32). Nella visione di Hamas, "i nemici" (ebrei, ebraismo e sionismo in questo contesto sono concetti totalmente intercambiabili) complottano contro il mondo. Ricorrendo ai temi classici dell'antisemitismo usati, fra gli altri, dai nazisti e citando “I Protocolli dei Savi di Sion”, noto falso usato dagli antisemiti all'inizio del secolo, la Carta di Hamas sostiene che questi "nemici" stanno dietro ad ogni male e sono i veri nemici di tutto il genere umano (art. 17, 22, 28, 32).Palestina e Olp:"Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’islam non lo cancellerà, proprio come ha cancellato altri prima di esso". Questi i termini con cui Hamas dichiara le proprie intenzioni in una delle frasi d'apertura della Carta. Hamas punta a istituire una Repubblica Islamica su tutta la Palestina, considerata parte dell'eterno patrimonio musulmano. La Carta afferma che nessuna parte della Palestina deve essere ceduta: "La Palestina è terra di proprietà islamica (waqf), consacrata alle generazioni musulmane fino al giorno del giudizio" (art. 11). Il ritorno della Palestina nelle braccia dell’islam occupa una parte centrale della Carta. Sostenendo che la Palestina è stata "nelle mire degli espansionisti" fin dagli albori della storia, Hamas afferma che la perdita della sovranità musulmana sulla Palestina è un episodio passeggero. Citando la battaglia del XII secolo in cui gli eserciti musulmani, guidati dal Saladino e sotto le bandiere della religione, sconfissero i crociati e "liberarono la Palestina" dalla dominazione cristiana (art. 34, 35), la Carta di Hamas dice: "Questo è il solo modo per liberare la Palestina" (art. 34). Hamas rifiuta tutte le "iniziative e le cosiddette soluzioni di pace e le conferenze internazionali [...]. Non c'è soluzione alla questione palestinese che non sia attraverso la jihad. Iniziative, proposte e conferenze internazionali sono tutte perdite di tempo e sforzi vani" (art. 13). L'atteggiamento di Hamas verso l'Olp è definito dal giudizio che dà della posizione di questa di fronte all’islam. La Carta non nasconde le basi della propria principale differenza rispetto all'Olp: l'impegno di quest'ultima per l'istituzione di uno stato laico sulla Palestina. L'Olp, dice Hamas, accettando la nozione di “stato laico”, si è fatta ingannare dalla "confusione ideologica prevalente nel mondo arabo, frutto dell'invasione ideologica sotto la cui influenza il mondo arabo è caduto sin dalla sconfitta dei crociati e che è stata, ed è, alimentata dagli orientalisti, dai missionari e dagli imperialisti". Uno stato laico deve essere respinto totalmente. Tuttavia la Carta aggiunge: "La nostra patria è una, la nostra situazione è una, il nostro destino è uno e il nemico è uno e comune per tutti noi [...]. Il giorno in cui l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina [Olp] adotterà l’islam come suo sistema di vita, noi saremo i suoi soldati e saremo il combustibile del fuoco che brucerà i nemici" (art. 27).Hamas e il mondo arabo-islamico: La jihad, secondo la Carta, è un dovere per ogni musulmano. La liberazione della Palestina è un "dovere individuale per ogni musulmano, dovunque si trovi" ed è legata a tre ambiti: palestinese, arabo e musulmano (art. 14). Pertanto la visione di Hamas dei regimi e dei popoli arabi e del mondo islamico nel suo complesso è determinata dal loro grado di devozione all’islam e dalla loro dedizione alla lotta eterna contro il sionismo (art. 32, 33). In questo spirito Hamas invoca azioni che portino le masse ad accettare la propria partecipazione alla jihad contro il sionismo come un dovere e a rafforzare la loro adesione all’islam (art. 15, 29, 30). Hamas chiede agli stati arabi che circondano Israele di permettere il passaggio dei combattenti arabi e islamici attraverso i loro confini. Anche agli altri paesi arabi e islamici viene chiesto di fornire aiuto (art. 28). Hamas mette in guardia dalla tendenza propugnata dalle "forze imperialiste" le quali, viene detto, stanno di fatto collaborando con il sionismo allo scopo di far uscire uno per uno gli stati arabi dalla lotta contro il sionismo. Ritirarsi da questa lotta è alto tradimento, tradimento dell’islam "e possa essere maledetto chi lo commette" (art. 32, 33).(Da: NES, anno 5, n. 1, gennaio 1993)

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Vi inviamo l’interessante e documentato studio del prof. MARCO PAGANONI sui luoghi comuni anti-israeliani che si sentono e si leggono in questi giorni ASSOCIAZIONE VERONESE ITALIA-ISRAELE
Luoghi comuni anti-israeliani
“Il modo più rapido per porre fine a una guerra è perderla” George Orwell
Breve disamina di sei tipiche frasi fatte che si incontrano di continuo nelle critiche alla controffensiva anti-Hamas lanciata da Israele nella striscia di Gaza. 1) “La reazione di Israele a Gaza è sproporzionata”.La guerra non è una gara sportiva né un’equazione matematica. L’obiettivo di fondo di qualunque soggetto in guerra (anche e forse soprattutto di chi in guerra viene trascinato) è quello di infliggere il più alto danno possibile al nemico cercando di subire il minor numero di perdite possibile. In nessuna guerra si è mai chiesto a una parte – specie a quella che reagisce a un’aggressione – di “proporzionare” i propri successi (ad esempio, il numero di combattenti nemici uccisi) al numero di perdite subite. Cosa dovrebbe fare, chi sta vincendo? Esporre i propri militari e civili a più colpi del nemico per soddisfare le esigenze di “proporzionalità” degli spettatori? Come ha scritto André Glucksmann, quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell’opinione pubblica? L’esercito israeliano dovrebbe forse usare le stesse armi di Hamas, vale a dire il tiro arbitrario dei razzi oppure la strategia delle bombe umane che prendono di mira intenzionalmente la popolazione civile? Oppure dovrebbe pazientare finché Hamas, grazie a Iran e Siria, non sarà in grado di “riequilibrare” la sua potenza di fuoco? Bisogna “proporzionare” anche gli scopi perseguiti? Se Hamas vuole annientare Israele e i suoi cittadini, forse Israele dovrebbe imitarlo annientando la striscia di Gaza e i suoi abitanti? Si vuole davvero che Israele rifletta, in misura proporzionale, i piani di sterminio di Hamas? In realtà Israele si sta comportando a Gaza esattamente come hanno sempre fatto tutti i paesi civili trascinati in una guerra. Si è mai sentita un’opinione pubblica occidentale (ad esempio, quella italiana durante le missioni in Somalia o in Iraq) lamentare che il proprio paese subisse “troppe poche perdite” rispetto a quelle inflitte al nemico? Come ha scritto Alan M. Dershowitz, è assurdo affermare che Israele avrebbe violato il principio di proporzionalità uccidendo più terroristi di Hamas rispetto al numero di civili uccisi dai razzi di Hamas. Non c’è equivalenza legale tra l’uccisione deliberata di civili innocenti e l’uccisione mirata di combattenti nemici. La proporzionalità non è data dal numero di civili uccisi, bensì dal rischio cui sono sottoposti. Qualche giorno fa un razzo Hamas ha centrato un asilo d’infanzia a Beer Sheva, fortunatamente in quel momento vuoto. Il diritto internazionale non esige da Israele che lasci giocare Hamas alla roulette russa con la vita dei suoi figli. Ha spiegato Michael Gerson: lo scopo di un’azione militare non è uccidere una vita in cambio di una vita uccisa ingiustamente: questa è mera vendetta. Lo scopo è rimuovere le condizioni che hanno portato al conflitto e alla perdita di vite. Infine, l’inferiorità sul piano militare non significa superiorità sul piano morale. L’intransigenza con cui la parte palestinese, nonostante la propria debolezza militare, ha fatto e continua a fare ricorso alla violenza di fronte alle aperture di Israele (offerte negoziali, ritiri unilaterali) probabilmente dimostra la sua scarsa capacità di giudizio, ma non indica in alcun modo particolari virtù morali. Essere militarmente più deboli non significa aver ragione. 2) “I Qassam non uccidono”.In realtà, i Qassam uccidono. Non spesso, forse, ma lo fanno: sono decine i civili israeliani uccisi o feriti dai lanci di razzi e missili palestinesi negli ultimi anni. D’altra parte, è a questo scopo che vengono lanciati: colpire i civili israeliani. E poi, in questo momento i terroristi palestinesi hanno iniziato a lanciare anche i razzi Grad (di produzione cinese il primo caduto su Beer Sheva), con maggiori quantità di esplosivo e maggiore gittata, mietendo subito nuove vittime. Comunque, a parte la cifra esatta delle vittime, il punto principale è l’effetto terroristico: da otto anni una porzione sempre più importante della popolazione israeliana (oggi, un cittadino ogni dieci) è costretta a vivere sotto la perenne minaccia incombente e del tutto arbitraria di razzi che piovono dal cielo sui centri abitati (comprese scuole, fabbriche, giardini d’infanzia) senza nessuna logica né preavviso. Il danno in termini psicologici, sociali, economici e – perché no? – politici è incommensurabile. Per parafrasare Barak Obama, chi mai in tutto l’occidente accetterebbe che la propria famiglia fosse costretta a vivere sotto la costante minaccia di attacchi di questo tipo, regolarmente buttata giù dal letto dalle sirene nel pieno della notte? Chi mai, in tutto l’occidente, accetterebbe di sentirsi dire che una tale situazione non è poi così grave visto che i Qassam “non uccidono” spesso? 3) “E’ tutta colpa dell’assedio israeliano alla striscia di Gaza, Israele dovrebbe lasciar entrare gli aiuti”.Israele ha sempre lasciato entrare gli aiuti, per tutto il tempo in cui è durato il cosiddetto “assedio” (non israeliano, bensì internazionale, visto che parte del confine della striscia di Gaza è controllato – e chiuso – dall’Egitto, e che è la comunità internazionale che ha dichiarato fuorilegge il regime golpista di Hamas). E poi Hamas ha fatto entrare di tutto, in questi anni, attraverso i tunnel scavati a centinaia (naturalmente avrebbero potuto introdurre più cibo e medicine se avessero evitato di introdurre armi e missili). Il risultato era quello che si è visto anche nelle immagini dei finti black-out elettrici (bambini per le strade di Gaza con le candele in mano mentre dietro di loro erano ben accese le insegne dei negozi; parlamentari riuniti al lume di candela mentre si intravedeva la luce del giorno dietro le tende alle finestre) o le immagini della cognata di Tony Blair che è sbarcata da una delle cinque imbarcazioni di manifestanti anti-israeliani (di fatto pro-Hamas) che Israele ha lasciato passare, e poi si è fatta fotografare in un ben fornito emporio di Gaza.Quello imposto alla striscia di Gaza non è un “assedio”, bensì un regime di severe sanzioni: un tipico strumento cui si fa ricorso a livello internazionale proprio nel tentativo di scongiurare l’uso delle armi (reso invece inevitabile dall’intransigenza di Hamas). Un giorno prima di lanciare la controffensiva, Israele aveva lasciato passare decine di camion di aiuti verso la striscia di Gaza. Nei giorni successivi, con le operazioni anti-Hamas in pieno corso, ha lasciato transitare decine di camion, più del numero normale. In altri termini, Israele lascia passare gli aiuti alla popolazione civile di Gaza perché non sta combattendo contro di essa, ma contro Hamas. È difficile citare un altro caso di un paese in guerra che abbia favorito in questa misura gli aiuti alla parte nemica, fino al punto di curare nei propri ospedali e a proprie spese pazienti inviati dal territorio nemico. 4) “Non bastava rinnovare la tregua?”Quale tregua? Dal giugno scorso (inizio della tregua a Gaza, mediata dall’Egitto) i gruppi terroristi hanno sì diradato, ma non hanno mai veramente cessato i lanci, anche se al resto del mondo sembrava interessare poco. Ciò nonostante, Israele aveva più volte e chiaramente dichiarato, per voce dei suoi massimi rappresentanti, che era interessato e disposto a rinnovare la “tregua”. Al contrario, i leader di Hamas hanno dichiarato unilateralmente la fine della tregua, in anticipo sulla scadenza del 19 dicembre, mentre i loro lanci erano già ripresi con crescente intensità da più di un mese. Subito dopo aver interrotto la tregua, Hamas ha riportato i lanci sui civili israeliani al livello di decine al giorno. Si può discettare a lungo sui loro motivi, ma è certo che sono stati i terroristi di Hamas a infrangere la tregua. Ecco perché persino Egitto e Autorità Palestinese questa volta addossano chiaramente a Hamas la responsabilità dell’escalation. 5) “Ma Hamas era stata eletta democraticamente, dunque perché Israele non l’accetta?”Hamas ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti palestinesi e la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento palestinese nelle elezioni del gennaio 2006. Ma, dopo falliti tentativi di tenere in vita un governo di unità nazionale, nel giugno 2007 ha imposto il proprio potere nella striscia di Gaza con un golpe brutale e sanguinoso, con tanto di raccapriccianti violenze e decimazioni sommarie dei rivali di Fatah. In ogni caso Israele, sin dalla formazione del primo governo Hamas-Fatah, ha dichiarato che il punto non è la presenza di Hamas nel governo palestinese. Il punto è che il governo palestinese (quale? quello in Cisgiordania o quello a Gaza?) sottoscriva i tre principi fissati dalla comunità internazionale (rappresentata dal Quartetto Usa, Ue, Russia e Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, ripudio del terrorismo e della violenza a favore del negoziato, adesione agli accordi fra Israele e palestinesi già firmati negli anni scorsi.Ad ogni modo, non si può dire che Israele non “riconosca” di fatto il potere di Hamas a Gaza, tant’è che è esattamente questo il motivo per cui attacca le strutture di Hamas “riconoscendo” che la striscia di Gaza è controllata da un’entità terrorista espressamente votata alla cancellazione di Israele. Israele non ha lanciato la controffensiva a Gaza perché Hamas è al potere, ma perché Hamas è un’organizzazione terroristica che da anni mira con tutti i mezzi a sua disposizione a colpire deliberatamente i civili israeliani, convinta com’è di poter in questo modo minare alle fondamenta la società e lo stato di Israele. Il fatto che il tuo nemico mortale vinca eventualmente delle elezioni passabilmente democratiche non ne fa un nemico meno, ma semmai più pericoloso. 6) “Israele spara sui civili”.Parliamoci fuori dai denti. Cosa si intende dire: che uno degli eserciti più potenti del mondo bombarda la striscia di Gaza mobilitanto il meglio delle sue forze aeree per “fare strage di civili palestinesi” e tutto quello che riesce a fare, dopo una settimana e centinaia di bombe lanciate in una delle aree più densamente abitate del pianeta, è uccidere una cinquantina di non combattenti? A questo punto i casi sono due: o i piloti israeliani non mirano ai civili e anzi fanno di tutto per evitare il più possibile di colpirli, oppure i piloti israeliani sono i più imbecilli e incapaci del mondo. Noi tendiamo a optare per la prima spiegazione. (Da: israele.net, YnetNews, 30.12.08)

La Fondazione Giorgio Perlasca, arrivata al suo sesto anno di attività, ha concretizzato diversi suoi progetti, ha sostenuto e si è fatta promotrice attiva di varie iniziative a scopo culturale e storico nel campo della Memoria.Nel sito ufficiale della Fondazione, http://www.giorgioperlasca.it/, si potrà trovare un elenco, sempre aggiornato, delle nuove iniziative in corso nel 2009 I più cordiali saluti rinnovando gli auguri per un 2009 di pace e serenità.
Il Presidente della Fondazione Franco Perlasca


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Sul GIORNALE di BRESCIA di oggi, 05/01/2009 Anna Della Moretta intervista Rodolfo Chur in un articolo dal titolo «L'attacco serve anche ai palestinesi»
L'offensiva di terra, iniziata da Israele subito dopo il tramonto di sabato contro la Striscia di Gaza, «ha come obiettivo - per il governo israeliano - quello di colpire le postazioni di Hamas e rendere più sicuro il Sud dello Stato ebraico». Della situazione, sempre più incandescente, abbiamo parlato con Rodolfo Chur, ebreo di origine bresciana, che da sette anni vive in Israele.
Perché l'offensiva contro Gaza?
«Gaza è divenuta una spina nel fianco di Israele un secondo dopo aver sgombrato tutti gli ebrei dalla Striscia. Un dato su tutti: dal 2001 ad oggi il numero dei missili lanciati da Gaza su Israele sono stati diecimila, tremila nel solo 2008. Da quando ci siamo ritirati, tutte le infrastrutture moderne che avevamo lasciato, soprattutto le serre, furono immediatamente devastate: all'epoca, nel 2004, la Striscia produceva il 10% dell'intera produzione agricola e Israele era pronto ad acquistare i prodotti. Ma non è stato così, e credo che questo sia legato soprattutto ad un dato politico spesso sottovalutato: il sistema degli aiuti finanziari, calcolato in milioni di dollari, che dal 1964 ogni anno piove sui palestinesi ha creato un popolo incapace di produrre e di lavorare ed ha consentito ai suoi dirigenti di rubare a piene mani e di usare il denaro per acquistare armi finalizzate alla distruzione di Israele.
Lotta politica o guerra di religione? Fatah ed Hamas vivono con il solo scopo di spazzare via Israele, ed è la stessa religione islamica che lo impone. La lotta politica, risolvibile con i soliti compromessi, è stata trasformata in guerra di religione fin dai tempi di Arafat. La loro linea è una sola: Israele è un infedele che occupa una terra islamica. Con queste premesse, non è stato possibile alcun dialogo, ed il tempo lo ha confermato.
Possibile dialogare con i moderati? Per me non esistono palestinesi moderati. Hamas ha vinto le elezioni politiche con una larga maggioranza e con un colpo di Stato ha preso manu militari Gaza e altri territori, instaurandovi la shaaria. Ci avrebbe convinto un presidente palestinese in tuta da combattimento andare alla testa del suo esercito regolare e combattere contro gli insorti di Hamas. Ma ciò non è accaduto. Al contrario, Hamas si è armato con armi moderne e con missili a lunga gittata, i Grad, importati di contrabbando dal valico di Rafah, utilizzando tunnel sotterranei. Anche in questo momento i lanci su Israele continuano, e questo la dice lunga su quanto sarebbe successo se non avessimo reagito. La popolazione di Sderot, Ashkelon, Ashodod e del Negev è stanca di subire e, visto gli inutili tentativi diplomatici e considerata l'incapacità del presidente Abu Mazen di stroncare Hamas, non ci è rimasto altro da fare se non un attacco profondo che costringe Hamas ad usare tutti i suoi armamenti moderni.
Ma il sangue dei civili? Il problema dei civili chemuoiono ricade solo sulle spalle dei terroristi di Hamas che si nascondono sotto le case private, nelle moschee, negli ospedali e nelle ambulanze utilizzate per portare i missili da un posto all'altro. Si nascondono nelle scuole e nelle università, violando ogni convenzione riconosciuta ed accettata in tutto il mondo. La maggior parte degli israeliani è contenta dell'attacco, anche nell'interesse degli stessi palestinesi, quelli che forse sono moderati e che vedrebbero di buon occhio un accordo di pace.
Qual è il rapporto con Onu e Occidente? La storia recente di Israele e delle guerre che ha dovuto combattere per sopravvivere agli attacchi congiunti di diversi Stati arabi ha sempre visto l'Onu svegliarsi quando Israele vinceva, mai prima.È stato così nel 1948, nel 1967, nella guerra di attrito,in quella del Kippur. Anche oggi uno stato membro,l'Iran, dichiara esplicitamente che vuole la distruzione di un altro stato membro, Israele, e nessun provvedimento è stato adottato. Ma siamo abituati a convivere con il terrorismo: quando sono arrivato in Israele, saltava in aria un autobus a giorni alterni.Abbiamo costruito una barriera difensiva, dipinta a tinte fosche dai media occidentali, e lo abbiamo fatto anche per l'incapacità dell'Europa e dell'Onu di fermare i terroristi palestinesi. Ed ora? Meglio un'Europa arrabbiata che lo Stato di Israele in frantumi.
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lettere@giornaledibrescia.it

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Gentile Direttore (del Giornale di Brescia),
a Gerusalemme, in un palazzo come tanti, è operativo un ufficio, superattrezzato, che si occupa del moniteraggio della stampa cartacea e televisiva palestinesi. Il sito è israeliano e da anni riporta i sermoni e gli incitamenti all'odio, alla violenza, agli attacchi suicidi in Israele, predicati nelle moschee e trasmessi in televisione a Gaza e Cisgiordania. Il Palestinian Media Watch http://www.pmw.org.il/ nel suo comunicato del 4 gennaio u.s. pubblica alcuni estratti da sermoni e citazioni dal Corano che incitano allo sterminio degli ebrei.
Alcuni estratti dal comunicato:
"Il destino degli Ebrei in questo e nel prossimo mondo è soffrire a causa del fuoco" "Proverete la punizione del fuoco che brucia" [Corano 3:181]
"Questo verso [del Corano] minaccia gli ebrei con il castigo del fuoco ... la ragione del castigo del fuoco è la giusta retribuzione per ciò che hanno fatto ... ma la questione urgente è che sia possibile che abbiano il castigo del fuoco in questo mondo, prima del grande castigo [Fuoco all'Inferno]" ... perchè siamo sicuri che l'Olocausto debba ancora venire sugli Ebrei. [Sheikh Yunus Al-Astal, parlamentare di Hamas, nella sua rubrica in Al-Rissala, (Hamas ) 13 Marzo, 2008]; Per quanto riguarda gli Ebrei, il nostro compito con loro è soltanto attraverso bombe e fucili... il profeta Maometto ha promesso che vi combatteremo, con l'aiuto di Allah, finchè l'albero e la pietra dicano"O Musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro me, vieni a ucciderlo"[Nizar Rayan, leader religioso e militare di Hamas , Al-Aqsa TV (Hamas), 1 gennaio, 2009. Nota: Rayan è stato ucciso il 2 gennaio 2009]; Un'immagine che Hamas ha pubblicato sul suo vecchio sito insegna che uccidere un ebreo è sufficiente per aggiudicarsi la ricompensa del Paradiso. Il testo: "Busserò alle porte del Cielo con il teschio degli Ebrei". Un'accetta si abbatte sulla parola "Ebrei".["Ezz Din Al Kassam", movimento terroristico di Hamas]. "....Dobbiamo ricordare alla nostra nazione araba e musulmana, ai nostri leaders e gente, ai suoi alunni e studenti, ricordare loro che la Palestina e la moschea di Al-Aqsa non saranno liberate nè da summits nè da risoluzioni internazionali, ma sarà liberata con il fucile".[ Dr. Ismail Radwan, portavoce di Hamas, TV palestinese, 30 Marzo, 2007] Cordiali saluti Tiziana Nulli


le foto che non si pubblicano
COMUNICATO dell’Ufficio del Turismo israeliano, 5 Gennaio 2009
ATTUALE SITUAZIONE DEL TURISMO IN ISRAELE

Al fine di fornire un servizio puntuale ed aggiornato, Il Ministero del Turismo d’Israele sta
procedendo in tempo reale a fornire tutte le informazioni relative all’attuale situazione del
turismo in Israele.Dal 22 di dicembre ad oggi il Ministero del Turismo d’Israele in Italia ha monitorato l’ingresso in Israele di oltre 5.500 turisti e pellegrini. In tutta Israele si registra una situazione di sicurezza e la crisi rimane circoscritta alla Striscia di Gaza ed alle zone collocate a pochi chilometri da essa, al di fuori di qualsiasi luogo d’interesse turistico e/o religioso. Nel dettaglio, l’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo desidera informare che:
• Il passaggio “Rachel Crossing” verso Betlemme risulta regolarmente aperto ed
operativo. Nessun provvedimento eccezionale è stato preso né dall’Autorità Nazionale
Palestinese né dal governo d’Israele.
• La via lungo la valle del Giordano è aperta come di consueto: solo per l’ingresso nelle
aree di Benyamin ed Etzion – zone di nessun interesse turistico - è richiesta
un’approvazione da parte delle autorità locali.
• Tutti i luoghi santi e turistici di Gerusalemme compresa la CITTA’ VECCHIA sono aperti:
un’unica limitazione potrebbe essere quella dell’area in corrispondenza con il Monte degli
Ulivi (Porta dei Leoni) la cui sicurezza viene monitorata in tempo reale dalle autorità locali.
• La via verso il Mar Morto è aperta.
• Per eventuali escursioni nel sud del Paese s’invita, a solo titolo informativo, a
contattare il numero verde 1207 prima d’intraprendere il viaggio.
• Tutti i luoghi turistici e religiosi posti a nord del Paese sono aperti. Si prega di porre
attenzione alla strada N. 65.
• Prima di effettuare una visita alla Tomba dei Patriarchi collocata nella città di Hebron si
prega di coordinarsi con le autorità locali contattando il numero: 00972-(0)2 – 530-5042 o
il numero: 00972-(0)2 – 530-5511.
Per qualsiasi richiesta d’informazione aggiuntiva, è operativo un numero messo a disposizione
http://www.goisrael.it/ da Ministero del Turismo 24 ore su 24: 00972-(0)2-666-4499. Il Ministero del Turismo d’Israele continua la propria collaborazione con l’Autorità Nazionale Palestinese al fine di promuovere il turismo, efficace strumento per la creazione di ponti di dialogo e di comprensione.
L’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo continuerà a lavorare con i partner dell’Autorità Palestinese che desiderano sviluppare il turismo in Israele e nella Terra Santa, nella consapevolezza dell’importanza che il turismo ha in tutta l’area come mezzo di sviluppo e di crescita soprattutto per quelle zone che dal turismo ricavano la loro primaria fonte di reddito e di sostentamento. L’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo è a disposizione per ulteriori richieste di approfondimento dalle ore 09.00 alle 17.00 dal lunedì al giovedì e dalle ore 09.00 alle ore 14.00 il venerdì al numero:02-804905.
Per informazioni ed approfondimenti. Ufficio Stampa & Pr. Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo Via Carducci 19, 20123 Milano Tel 02-804905 Mobil: 3386314183 press@israele-turismo.it


Jasmine

di Eli Amir, Traduzione di Alessandra Shomroni Ed.Einaudi Euro 21,00
Sono partito da Bagdad all’età di 12 anni lasciando una casa nella quale c’erano sempre giornali egiziani. Da allora sono sempre stato legato alla cultura araba. Sento le mie storie in arabo e poi le traduco”.
Così Eli Amir, nel corso di una serata organizzata dall’Ambasciata israeliana al Cairo per la presentazione del suo ultimo romanzo, ha espresso e testimoniato la sua appartenenza alla cultura araba.Dopo Sami Michael nato a Bagdad nel 1926 e giunto in Israele nel ’48 per sfuggire all’oppressivo regime iracheno, del quale la casa editrice Giuntina ha già pubblicato i romanzi “Victoria”, “Una tromba nello uadi” e “Rifugio”, la letteratura israeliana sefardita, ancora poco conosciuta dal pubblico italiano, si arricchisce di un nuovo splendido romanzo, “Jasmine”, in parte autobiografico edito da Einaudi.Eli Amir nato a Bagdad nel 1937 è costretto a lasciare l’Iraq e arriva in Israele con la sua famiglia nel 1951; il medesimo percorso compiuto da Sami Michael e da molti altri ebrei cacciati sia dall’Iraq dove vivevano da “settanta generazioni” che da tutti i paesi arabi dopo la nascita dello Stato d’Israele.La sua esperienza di nuovo immigrato nel Kibbutz Mishmar HaEmek, il suo ruolo come consigliere del primo Ministro d’Israele per gli affari arabi trovano ampia eco nella figura di Nuri Elias Nasseh protagonista e voce narrante del romanzo.Nuri arriva a Gerusalemme dopo essere fuggito da Bagdad con la famiglia e dopo aver attraversato le peripezie di tutti i nuovi immigrati.
Il padre, Salman Moshi Amari, è una figura complessa nella quale si mescola l’orgoglio dell’ebreo sionista e “l’onore e la vergogna” dell’uomo di cultura araba per non essere riuscito a realizzare i suoi sogni nella Terra promessa; la madre è una donna affaticata dai dolori e dalle difficoltà di una vita alla quale si adatta gradualmente e nella quale porta, con disappunto dei figli, le sue antiche superstizioni e credenze contro il malocchio. Indistruttibile, nonostante le traversie quotidiane, è l’amore e l’orgoglio per i suoi ragazzi: Kabi, il primogenito che lavora per il Mossad, dove può sfruttare al meglio la conoscenza del mondo arabo dal quale proviene, Efraim che vive in kibbutz, Moshi che coltiva un pezzo di terra nel moshav e Nuri che all’indomani della guerra dei Sei giorni, in una Gerusalemme riunificata ma ancora disorientata di fronte al nuovo status politico e territoriale, viene nominato direttore dell’ufficio governativo per gli affari arabi oltre che consulente del ministro.
E’ un mondo variegato e spesso contraddittorio quello che si dispiega dinanzi agli occhi del lettore che insieme al protagonista si addentra nelle viuzze e nei quartieri degradati di Gerusalemme Est, quella parte della città rimasta sconosciuta e ignota fino alla Guerra dei Sei Giorni.
L’amarezza e il senso di frustrazione di chi ha perso la guerra convive con l’euforia e l’incredulità di chi invece l’ha vinta ma non ha ancora preso coscienza della complessa realtà che lo attende.
Sia all’interno del mondo arabo che in quello israeliano esplodono conflitti e tensioni fra chi vorrebbe rimanere ancorato alle proprie posizioni, senza nulla concedere, e chi vorrebbe aprirsi all’”Altro” con la consapevolezza che è l’unica strada per conoscersi e per vivere in pace gli uni accanto agli altri.E così Abu George proprietario del quotidiano Al Watan e del ristorante al-Hurriyeh accetta, dietro suggerimento di Nuri, di riprendere le sue attività, mentre Abu Nabil, suo socio e giornalista di talento preferisce assecondare la propaganda araba infarcendo i suoi articoli di falsità e menzogne.Se Haramati, il funzionario israeliano che si occupa delle pratiche di ricongiungimento familiare è un uomo arrogante e subdolo che si fa un punto d’onore nel porre ostacoli anziché risolvere le questioni ingarbugliate, Nuri si prodiga con abnegazione per aiutare i palestinesi in difficoltà alleviando quei disagi che il nuovo assetto politico ha, inevitabilmente, creato.Come Nuri ascolta la dolce e ingenua pastorella Ghadir, conosciuta in gioventù sul Monte Scopus quando prestava servizio militare, che vuole ricongiungersi al marito rimasto ad Amman, così Kabi, grazie al suo lavoro nel Mossad riesce ad ottenere la liberazione dalle carceri irachene dello zio Khezkel, una figura struggente e dolcissima che reca nell’animo e nel fisico i segni delle torture subite per lunghi anni; Khezkel che a Bagdad era un giornalista prestigioso impiegherà parecchio tempo prima di trovare un posto di lavoro in una società nuova nella quale i sefarditi si sentono ancora ai margini.
Sullo sfondo spicca la figura più affascinante del romanzo: Jasmine.
Figlia del giornalista arabo cristiano Abu George, la giovane donna tornata da Parigi dopo un dottorato di ricerca in psicopedagogia, trova un lavoro con l’aiuto di Nuri in un istituto israeliano che si occupa di bambini handicappati. Giovane araba moderna che ha acquisito la cultura occidentale grazie agli studi in una città europea, Jasmine si pone in contrasto con il mondo israeliano che percepisce come “usurpatore” e nasconde la sua fragilità sotto un velo di arroganza e presunzione.Fra Nuri e Jasmine inizia un percorso di amicizia che evolve in un intreccio amoroso costellato di rifiuti, fughe, litigi e malintesi ma anche tenerezze.
Li unisce una reciproca curiosità e una profonda affinità umana e culturale: saranno presupposti sufficienti per superare le inevitabili difficoltà che sorgeranno nel legame fra una palestinese cristiana e un ebreo appartenente ad una famiglia ebraica ortodossa?
Oltre alla trama avvincente che tiene inchiodato il lettore fino all’ultima pagina, grazie anche ad una prosa dinamica ed efficace, il romanzo di Eli Amir è di forte attualità. Il conflitto fra il mondo arabo e quello ebraico, le differenze culturali fra ebrei ashkenaziti e sefarditi, il senso di onnipotenza degli israeliani dopo la vittoria nella Guerra dei Sei Giorni, sono alcuni fra i temi affrontati e sui quali Eli Amir si concentra con l’equilibrio e la saggezza che gli derivano dalla profonda conoscenza della cultura e del mondo arabo, oltre che dalla consapevolezza che la pace fra questi due popoli non può prescindere dall’accettazione dell’”Altro” e dalla condivisione delle reciproche aspirazioni. Giorgia Greco

lunedì 5 gennaio 2009

Safed - rovine della fortezza

Cari amici,
Forse troverete interessante questo documento, che tratta sia dell'Italia che degli ebrei, con crudo antisemitismo, e che rivela meglio di lunghe spiegazioni con chi abbiamo a che fare. Fattelo leggere a amici, famiglia, conoscenze, colleghi di lavoro ecc.
Auguri per un'ottimo anno 2009! Con amicizia, Yosh Amishav
Dal sito http://www.memritv.org/ In un sermone mandato in onda [11/04/2008] dalla tv di Hamas Al-Aksa (ora tradotto in inglese da MEMRI), il parlamentare e chierico di Hamas Yunis al-Astal ha detto ai fedeli che l’islam presto conquisterà Roma, “la capitale dei cattolici, la capitale crociata che ha dichiarato guerra all’islam e che ha insediato in Palestina i fratelli delle scimmie e dei maiali [gli ebrei] per impedire il risveglio dell’islam”, come fu per Costantinopoli. Roma, ha affermato al-Astal, diventerà “un avamposto della conquista islamica che si estenderà su tutta l’Europa e poi si volgerà alle due Americhe ed anche all’Europa orientale”. “Allah ha scelto voi per sé e per la sua religione – ha continuato il predicatore palestinese – affinché serviate da motore che traini questa nazione verso la fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere, e verso la conquista delle capitali di tutto il mondo per mezzo della predicazione e delle conquiste militare. Credo che i nostri figli e i nostri nipoti erediteranno la nostra jihad [guerra santa] e i nostri sacrifici e, a Dio piacendo, i comandanti delle conquista si leveranno fra loro. Oggi noi instilliamo queste buone nozioni nelle loro anime e, mediante le moschee, i libri coranici e le storie del nostro Profeta, dei suoi compagni e dei grandi condottieri, li prepariamo per la missione di salvare l’umanità dal fuoco dell’inferno sul cui orlo oggi si trova”.Il video del sermone di Yunis al-Astal è disponibile (con sottotitoli in inglese) al link:http://www.memritv.org/clip/en/1739.htm

Tel Aviv

In questo momento di sofferenza per tutti, civili e militari in Medio oriente , è bene ricordate i fatti e non farsi sviare dalla propaganda: http://www.terrorismawareness.org/what-really-happened/ Se ci sono errori o falsità, segnalatele! Le invierò a mia volta agliautori.Pace e bene a tutti. da Simonetta
P.S. il pulsante "play", una volta partito (è lento nel farlo) vi darà moltissime utili informazioni

domenica 4 gennaio 2009


Cupoletta di riso e salmone

Ingredienti: 150 g. riso basmati- 25 g. riso wild o Venere- 8 fette di salmone affumicato (circa 350 g.)- 1 cetriolo piccolo tagliato a cubettini- 225 g. feta tagliata a cubetti- 8 pomodorini ciliegia a pezzetti (o pomodori secchi sott'olio)- 2 cucchiai maionese- 2 cucchiaini di succo di 1/2 lime o limone- 1 cucchiaino di prezzemolo tritato- sale e pepe
Esecuzione: Lessare il riso secondo le istruzioni riportate sulle confezioni.In una ciotola mischiare tutti gli ingredienti. Rivestire 4 ciotoline con un foglio di pellicola, sistemare bene due fette di salmone, in ciascuna ciotolina, facendole debordare, riempire con il riso, livellare premendo un po' e chiudere con la parte di salmone e pellicola che debordano. Mettere in frigo per circa un'oretta prima di servire. http://atavolaconsemplicita.blogspot.com/


RISO AI QUATTRO COLORI

INGREDIENTI (per 4 persone): riso (12 pugni), avocado (1 e 1/2), salmone affumicato (4 etti), limoni (2, preferibilmente non trattati), battuto di prezzemolo (1 cucchiaio), battuto di basilico (1 cucchiaio), battuto di menta (3 cucchiai), olio (2 cucchiai).
Tempo di preparazione: 1/2 ora - Tempo di cottura: 9 minuti
PREPARAZIONE: Il riso basmati ha una cottura molto delicata come molti di voi sapranno: va messo in pentola in acqua fredda e cotto a fuoco basso per circa 9 minuti; non va scolato ma cotto in modo che l'acqua lentamente evapori e non va salato durante la cottura. In questo modo si conserva bene l'aroma. Quando il riso è freddo mescolare i battuti di prezzemolo, basilico e menta e il succo di un limone. Grattugiare la buccia di limone molto fine e mescolare delicatamente. Salare e pepare a piacere ricordando che il salmone è già leggermente salato.
Tagliare l'avocado a fette molto sottili, il salmone a dadini e mescolare insieme al riso. Rifinire e decorare con fette di limone intere e sottili ai lati e comporre un fiore con le foglie di menta.
da Sullam n.22

Camera Obscura

C a m e r a obscura è la prima raccolta di poesie di Tali Latowicki, Tel Aviv 1976, alcune delle quali non sono state ancora p u b b l i c a t e nell’originale ebraico. Tradotte da Sara Ferrari, le sedici poesie di Camera obscura parlano di amore e passione per la donna amata, ma anche di politica. Intellettuale impegnata e critica nei confronti del governo israeliano e della gestione dei rapporti con i vicini palestinesi, Tali Latowicki esprime in alcune delle poesie la sua chiara protesta. Camera obscura è il titolo di una delle poesie contenute nella raccolta. Il rimando alla fotografia, presente anche in altre poesie allude alla possibilità di un distacco dalla realtà, che lo
strumento fotografico consente, e che la poetessa sente come necessario, soprattutto nell’amore.
Edizioni Salomone Belforte & C. Livorno, 2008 www.libreriabelforte.com

sabato 3 gennaio 2009


Come Stalin creò Israele

Un libro, frutto del lavoro sui documenti "declassificati" del Ministero degli Esteri russo porta elementi inediti nella ricostruzione della spartizione del 1948

Mi permetto una volta ogni tanto un off topic anch’io, giustificato dall’emergenza internazionale che vede coinvolti Medio Oriente, Europa, Stati Uniti e Russia nella crisi di Gaza. Lo faccio per parlare di un libro che mi è stato inviato, ho letto e ho trovato particolarmente interessante. L’autore è un giornalista russo; e nell’introduzione alla traduzione italiana Enrico Mentana scrive che “a volte il lavoro di un giornalista…riesce a colmare anche le lacune degli storici. Accade soprattutto quando gli studiosi anno per scontato o accantonano un dato evidente per il tempo in cui vivono. Succede poi che quell’evidenza si stemperi negli avvenimenti successivi, fino a scomparire dalla memoria comune e dai manuali”. E’ il caso del ruolo decisivo giocato dallo stato sovietico nella nascita dello stato ebraico. Un ruolo che dagli anni ’50 in poi nessuno aveva più interesse a ricordare; né Washington, sempre più legata a Israele, né Mosca, che era diventata il punto di riferimento per i paesi arabi opposti a Israele. Scrive ancora Mentana: “La gran parte dei nostri contemporanei crede che Israele sia nata sulla scia dell’emozione per la scoperta dell’Olocausto; ma così non è stato. Né per l’Occidente , che stava riposizionando ex nemici ed ex alleati, né per il Cremlino dove l’unico che decideva non era certo tipo da impressionarsi per gli stermini altrui. Il fatto che Auschwitz sia stato scoperto e liberato dai soldati a cavallo dell’Armata Rossa ci rimane ormai solo dalla testimonianza indelebile di Primo Levi. Nessuna propaganda lo ha mai più enfatizzato: una rimozione eloquente”. E’ una semplificazione dire che se non ci fosse stata l’Urss di Stalin, “Koba il Terribile”, con i suoi voti che fecero pendere a favore della nascita di due stati la votazione all’Onu, che altrimenti si sarebbe bloccata sulla parità, facendo fallire il progetto; ma è vero. Anche se poi quella luna di miele durò pochissimo, grazie anche alla politica antisemita del Cremlino, che impediva, fra l’altro, agli ebrei russi di emigrare. Nelle pagine di Leonid Mlecin si vede anche quale ruolo abbia avuto l’Urss nel permettere ai sionisti del 1948 di comprare dalla Cecoslovacchia le armi essenziali per combattere gli eserciti arabi . Così come si scopre dal libro un dato che ai giorni nostri certamente non è evidente, e cioè che negli Stati Uniti del XX secolo l’antisemitismo e la discriminazione verso gli ebrei erano pane quotidiano. Poi la storia con la sua ironia ha rovesciato molte carte. Dall’Urss, parsimonioso nel concedere visti agli ebrei verso Israele, la dissoluzione dell’impero “ha portato – scrive Mentana – nell’arco di un decennio quasi un milione di russi di discendenza ebraica a utilizzare la ‘legge del ritorno’ per stabilirsi in Israele. Un terzo di loro non è ebreo”. E anche questo è un dato interessante.2.1.09, http://www.lastampa.it/

venerdì 2 gennaio 2009

Cerimonia di inaugurazione del Master internazionale in didattica della Shoah. Roma Tre

Dipartimento di Scienze dell'educazione
Master internazionale di secondo livello in didattica della Shoah
(storia, memoria, ricordo, filosofia, letteratura, arte, religione, psicologia del profondo e scienze sociali)

Il direttore: e. mail meghnagi@educ.uniroma3.it; mastshoah@uniroma3.it