martedì 9 febbraio 2010





Jürgen Habermas

L'Occidente diviso

In un quadro geopolitico che si modifica quasi ogni giorno restano delle costanti: le minacce subdole, ma molto concrete, dell’Iran, l’emergenza quotidiana del terrorismo e un “Occidente” che sembra disgregarsi sempre di più. Di “Occidente diviso” (Laterza 2005) aveva parlato già qualche anno fa il filosofo tedesco Jürgen Habermas. La divisione a cui si riferiva era quella tra Europa e Stati Uniti che si era andata profilando dopo l’11 settembre e dopo la guerra in Irak; ma Habermas non mancava di sottolineare anche le scissioni all’interno dell’Europa. E a questo proposito già il 31 maggio del 2003 aveva firmato insieme a Jacques Derrida un appello “Ciò che unisce gli europei”, un’analisi critica e insieme un monito. Entrambi auspicavano una Europa capace di parlare all’unisono in politica estera e di curare, salvaguardare e sviluppare il rapporto con Israele. “L’Europa contemporanea è segnata dalla Shoah”. Perciò è indispensabile una “politica della memoria”.A qualche anno di distanza il monito non ha avuto ripercussioni e la situazione dell’Europa appare semmai ancora più complicata e scissa. Con preoccupazione si parla in questi giorni dei mostruosi debiti di Grecia, Portogallo e Spagna. Ma è evidente che la crisi ha dimensioni ben più ampie e profonde. Proprio la “politica della memoria” può indicarla con chiarezza. Non ci si deve far fuorviare dalla prospettiva italiana. Ci sono paesi europei dove il 27 gennaio è una data come un’altra, dove non si ricorda e non si vuole ricordare. Ho già parlato della Germania nell’ultimo numero di “Pagine ebraiche”.Ma un caso su cui si dovrebbe riflettere molto di più è la vicina Spagna dove è diventato assolutamente normale parlare di “ideologia dell’Olocausto”, di “uso e abuso della memoria”, dove insomma, se proprio si deve parlare dell’“Olocausto”, lo si fa per denunciare il modo in cui se ne servirebbe Israele. Basta dare un’occhiata ai giornali spagnoli o ascoltare le prese di posizione di intellettuali e filosofi. I motivi ovviamente sono molti e complessi. E non si deve dimenticare, malgrado la rinascita di alcune comunità, la secolare assenza degli ebrei dall’antica Sefarad. Sta qui un nodo che resta da sciogliere (e sarebbe forse anche un compito dell’ebraismo italiano). Perché è chiaro che il 1492 non permette una “politica della memoria”, non consente il ricordo di Auschwitz. E un trauma della storia europea rinvia all’altro. Nella prefazione al suo recente libro sui marrani il filosofo israeliano Yirmiyahu Yovel (The Other Within, 2009) ha denunciato con parole molto chiare la tendenza degli spagnoli alla rimozione, l’insofferenza verso un capitolo della loro storia considerato ormai lontano. Ogni spagnolo vanta un’ascendenza un po’ “morisca”, un po’ ebraica. E illuministicamente se ne compiace. Con questo ennesimo atto di fagocitazione si chiude tutto. E a partire di qui ci si permette di innalzarsi su un piedistallo per condannare Israele. Se si pensa non solo al ruolo della Spagna in Europa, ma al suo influsso anche sui paesi latinoamericani, si comprende la gravità di questa assenza di memoria, di questo oblio intenzionale e sistematico.Donatella Di Cesare, filosofa, http://www.moked.it/

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