lunedì 23 gennaio 2012

M.O., veicolo dell'esercito israeliano attaccato da palestinesi

Un mezzo dell'esercito israeliano è stato preso di mira da colpi di arma da fuoco palestinesi vicino a Ramallah, in Cisgiordania, nella notte tra sabato e domenica. Lo ha indicato un portavoce dell'esercito dello stato ebraico, che ha chiarito che l'agguato non ha provocato vittime. "Durante un pattugliamento di routine durante la notte, colpi di arma da fuoco sono stati sparati da palestinesi contro un veicolo militare senza provocare feriti. Il veicolo è stato leggermente danneggiato", ha precisato il portavoce. Gli attacchi palestinesi contro i soldati israeliani in Cisgiordania sono diventati rari dalla riforma dei servizi di sicurezza palestinesi realizzata dal primo ministro Salam Fayyad dal 2008. Le misure adottate da Fayyad hanno parallelamente determinato un calo dei raid israeliani nelle zone autonome controllate dai palestinesi.
Il Mufti Muhammed: “Uccidere gli israeliani è un dovere” - E' "dovere" dei palestinesi "combattere gli ebrei ed uccidere quei discendenti delle scimmie e dei maiali". La frase, sconcertante, è attribuita alla massima guida religiosa dei palestinesi, il Mufti Muhammed. E la reazione di Israele non si è fatta attendere: il ministro dell'energia Uzi Landau (del partito di estrema destra Israel Beitenu) ne ha chiesto l'incriminazione. "Occorre che la polizia conduca indagini e, se necessario, che ordini la sua incriminazione" ha detto alla radio militare.
Il quotidiano filo-governativo Israel ha-Yom dedica alla vicenda la prima pagina - Secondo il giornale il Mufti si è così espresso all'inizio del mese durante una cerimonia organizzata da al Fatah. "La risurrezione dei morti - ha detto, secondo il giornale - non avverrà fintanto che non sarà stata realizzata la prima fase di un vasto processo, ossia che i musulmani non abbiano ucciso quanti più ebrei possibile". Secondo Israel ha-Yom, il Mufti Muhammed Hussein "si è messo sullo stesso piano del suo predecessore Haj Amin al-Husseini, che durante il Mandato britannico in Palestina (1922-48,ndr) cooperò con i nazisti". Il giornale ha appreso che il ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha dato istruzione agli ambasciatori del suo Paese che diano ampio rilievo alle parole del religioso palestinese. http://notizie.tiscali.it/


Israele al bivio

Oltre 200 donne, laiche e religiose, hanno ballato assieme nelle strade del sobborgo ultraortodosso di Beit Shmesh a Gerusalemme sulle note di «don't stop me now» dei Queens per proclamare il loro diritto a muoversi liberamente nel quartiere. Ma le iniziative ironiche e dissacranti, come questo flash mob di alcuni giorni fa, non bastano da sole a risolvere il problema della convivenza fra i laici e i più estremi fra gli ultraortodossi, che per molti israeliani rischia di mettere in pericolo il carattere democratico del loro Stato. «O c'è democrazia o c'è teocrazia, non si possono avere le due cose insieme, se c'è una legge dello stato tutti la devono rispettare, altrimenti si rischia di tornare al Medioevo», ha detto Yael Dayan, intellettuale ed esponente politica, figlia delle generale Moshe Dayan, secondo la quale vi è un'alleanza fra gli ultra religiosi e l'estrema destra, che rappresenta un «pericolo per la democrazia» e contro la quale bisogna assolutamente «battersi». I segnali d'allarme del crescente scontro fra laici e ultraortodossi sono sempre più numerosi. Il 17 dicembre ha fatto scandalo la vicenda di una donna, Tanya Rosenblit, insultata perché ha rifiutato di sedersi nel fondo di un autobus delal liena pubblica Ashdod- Gerusalemme per mantenere la segregazione fra uomini e donne imposta di fatto sul mezzo dai passeggeri ultraortodossi.Pochi giorni dopo, molti israeliani si sono commossi e indignati di fronte alle lacrime di una bambina di otto anni, residente a Beit Shmesh, che ha raccontato in televisione di aver paura degli ultraortodossi che la aggrediscono con insulti e sputi lungo la strada per la scuola a causa degli abiti 'poco modestì. A questi episodi più eclatanti si aggiungono continue frizioni nella vita quotidiana, per esempio nei centri medici dove uomini e donne si possono trovare assieme in attesa. O pressioni sui negozianti perchè le commesse siano vestite 'modestamentè e siano evitate pubblicità 'oscenè. In una biblioteca pubblica di una cittadina abitata da ultraortodossi è stata perfino creata una sala separata per gli autori laici. «Un apartheid dei libri», ha commentato Etgar Keret, uno degli autori colpiti. Lo scontro non ha risparmiato nemmeno l'esercito. Il casus belli è stata una cerimonia militare dove una soldatessa è stata invitata a cantare sul palco, provocando l'abbandono della sala da parte dei commillitoni più religiosi. I vertici delle forze armate hanno risposto emanando un ordine che fa divieto ai militari di chiedere l'esenzione dalle cerimonie dove cantano donne. La vicenda ha provocato le dimissioni del rabbino dell'aviazione, Moshe Ravad, responsabile del programma per facilitare l'ingresso degli ultraortodossi nelle forze armate. E un altro rabbino, EliezerMelamed, uno dei leader del gruppo Sionismo religioso, ha esortato i soldati religiosi a rischiare anche il carcere pur di non ascoltare il canto di una donna.Se la situazione di stallo e relativa bassa conflittualità con i palestinesi contribuisce ad accendere i riflettori sulla questione ultraortodossa, molti osservatori
concordano sul fatto che il problema sia in primo luogo aumentato per motivi demografici. Gli haredim, letteralmente «i timorati», i più religiosi fra gli ortodossi, hanno famiglie molto numerose, con almenosette-otto figli e, secondo varie stime, rappresentano ormai il 10% dei cittadini ebrei di Israele. Se prima vivevano quasi soltanto in aree ultraortodosse come Mea Sharim a Gerusalemme, ora si stanno espandendo in altre aree e il loro stile di vita entra in conflitto con i vicini laici o meno osservanti.Ma cè anche chi accusa l'attuale governo di centro destra di aver creato un clima a loro favorevole, anche se il primo ministro Benyamin Netanyahu ha pubblicamente condannato alcuni episodi più estremi, come quello dell'autobus. Gli altri governi cercavano di «cementare assieme» la nostra società composita, «questo pensa che democrazia sia imporre il pensiero della maggioranza»- afferma Keret -«si fanno leggi contro gli arabo israeliani, le ong di sinistra, per limitare le critiche dei media». «Lo spirito del tempo -continua- è quello dell'aggressività, del forzare le persone, e raggiunge anche gli ultraortodossi» che si sentono legittimati a cercare di imporre la loro visione di un mondo «dove le leggi degli uomini sono inferiori a quelle di Dio». Ma per interpretare a pieno il fenomeno non bisogna dimenticare che il mondo degli ultraortodossi è vasto e articolato. «Va fatta una distinzione fra ortodossi 'light' che vivono vite normali, solo osservando maggiormente le regole della religione e
indossano la papalina fatta all'uncinetto, poi vi sono quelli con la papalina nera, un pò meno “lifght”e cui donne hanno la testa coperta, e infine vi sono gli haredim, e al loro interno quelli ancora più religiosi fino ad arrivare ai fanatici che addirittura non riconoscono Israele», spiega la scrittrice Manuela Dviri Norsa. E fra gli ortodossi c'è anche chi è preoccupato dai fenomeni d'intolleranza da parte delle frange più estreme degli haredim, che finiscono per nuocere ai religiosi. «I rabbini devono offriresoluzioni, non problemi», dice il rabbino Haim Amsellem, eletto in parlamento con il partito ultraortodosso sefardita Shas. Oggi ha fondato un partito che porta il suo nome e si propone come«ponte» fra laici e religiosi. «Il paese deve rispettare la tradizione, ma non cadere verso l'estremismo», afferma. Noi sefarditi abbiamo una tradizione di «tolleranza» e per questo possiamo svolgere un ruolo di mediazione anche se, ammette il rabbino, «è molto difficile dialogare con gli estremisti». «Noi siamopronti a far passare delle leggi in parlamento per bloccare gli estremisti -afferma- appena si verificano situazioni inaccettabili bisogna intervenire subito. La maggioranza non ama questi estremisti, sono poche centinaia ma fanno molto rumore , e l'estrema sinistra cerca di usare questa situazione contro il centro».Oltre agli scontri su religione e ruolo della donna, ad irritare i laici sono anche i vantaggi di cui godono gli utraortodossi. Gli haredim, racconta la Dviri,«non fanno il servizio militare, gli uomini studiano nelle scuole rabbiniche e spesso le famiglie vivono in condizioni di semi povertà grazie alle piccole borse di studio dello stato. In genere lavorano solo le donne, nelle loro scuole o nel mondo dell'Hi tech». Per questo, sostiene la scrittrice, bisognerebbe togliere loro questi sussidi «in modo che debbano lavorare, che escano da questa bolla irreale». Essendo in crescita numerica gli ultraortodossivengono sempre più difesi in parlamento, nota la Dviri, «ma verrà il momento in cui tutto questo dovrà cambiare, perchè non è possibile che i laici reggano sulle loro spalle chi non lavora.http://www.lastampa.it/

Israele – Arabia Saudita: è cyber-guerra

Il Summit di Cyber Difesa, un’organizzazione regionale con base in Oman che si occupa di “proteggere i confini virtuali del Medio Oriente”, è una delle voci che accusano l’hacker saudita 0xomar dell’attacco contro la borsa e la compagnia aerea israeliane.Il giorno 16 gennaio il sito del Tel Aviv stock exchange ha mostrato per tutto il giorno il messaggio: “Vi preghiamo di ritentare più tardi”.Inizialmente i responsabili della borsa hanno dichiarato che si trattava di una 'questione di manutenzione'.Tuttavia, quando anche il sito di El Al ha accusato problemi, l’ipotesi dell’attacco coordinato è apparsa come la più probabile.In un messaggio diretto al servizio di spionaggio israeliano Mossad e al viceministro degli Esteri Danny Ayalon, che aveva avvertito di possibili ritorsioni da parte degli hacker israeliani in risposta alle attività di 0xomar, il saudita ha minacciato di voler entrare in diversi siti israeliani e ha invitato altri hacker a seguirlo nella sua cyber-guerra.Oxomar, che dichiara di essere di Riyadh, sostiene di agire in supporto dei palestinesi di Gaza.Queste le voci che girano sul web nei forum frequentati da “addetti ai lavori”. Ma le presunte minacce di 0xomar si riferirebbero a un’azione precedente.Come riporta la CNN, all’inizio di gennaio, quello che si definiva “il maggior gruppo di hacker wahhabiti dell’Arabia Saudita”, guidati, sembra, proprio da 0xomar, aveva rubato informazioni di migliaia di israeliani, circa 400 mila, pubblicando online numeri di carta e dati delle vittime. Lo stesso giorno, la Banca d'Israele aveva rilasciato una dichiarazione in cui informava che circa 15 mila numeri di carte di credito erano stati diffusi sulla rete. Subito dopo il gruppo saudita avrebbe minacciato di pubblicarne ancora.Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il gruppo responsabile degli attacchi alla borsa e alla compagnia El Al si chiamerebbe “nightmare group”.In seguito all’attacco, la Banca d'Israele avrebbe ordinato di bloccare gli indirizzi IP provenienti da Arabia Saudita, Iran e Algeria; prima ancora di quest’ordine, Discount Bank e Bank Leumi avevano già bloccato l’accesso internazionale ai loro siti.Hareetz spiega ancora come l’attacco sia avvenuto soltanto un giorno dopo che Hamas aveva invocato pubblicamente l’utilizzo di cyber attacchi pesanti contro i siti israeliani.Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri, riporta il quotidiano israeliano, ha dichiarato che la penetrazione in siti israeliani rappresenta l’apertura di nuovi fronti di resistenza e l’inizio di una nuova guerra elettronica contro l’occupazione israeliana.Gil Shwed, fondatore dell’agenzia di sicurezza informatica Check Point Software Technologies, ha spiegato ad Haaretz come nel caso del 16 gennaio non si sia trattato di un attacco portato da un computer in Arabia Saudita, ma piuttosto da migliaia di computer in tutto il mondo.Secondo Shwed, una buona parte dei computer che hanno attaccato i siti proviene da Israele stesso, probabilmente controllati dall’estero: si tratterebbe di attacchi sofisticati, in cui hacker stranieri sembrano aver utilizzato computer che si trovano in Israele e in altre parti del mondo.Tuttavia, la risposta israeliana non si è fatta attendere. Il giorno dopo l’attacco, Haaretz riporta come un gruppo di hacker israeliani avrebbe fatto chiudere per qualche tempo il sito della borsa saudita Tadawul e della Securities Exchange di Abu Dhabi.Il gruppo di hacker israeliano noto come IDF-Team sarebbe stato in grado di causare significativi ritardi ai siti delle piazze di scambio saudita ed emiratina, minacciando inoltre di fermarli per un intero mese, se gli attacchi contro Israele non fossero terminati.Il giorno seguente, un hacker filo-israeliano di nome Hannibal ha pubblicato su un noto sito una lista di 30 mila indirizzi e-mail e password di Facebook appartenenti a utenti arabi, dichiarando di voler vendicare la pubblicazione di carte di credito israeliane a opera del gruppo saudita.Le autorità israeliane hanno iniziato le indagini, inclusa la pista elettronica, nel tentativo di localizzare il gruppo responsabile dell’attacco del 16 gennaio, e hanno chiesto l’aiuto internazionale per fare luce sulla questione.Già nel maggio del 2011, il premier Benjamin Netanyahu aveva creato il National cyber headquarters, un’agenzia incaricata di provvedere alle necessità di difesa da cyber attacchi, che avrebbero potuto paralizzare, secondo le parole del premier israeliano, elettricità, comunicazioni, carte di credito, acqua, trasporti, semafori.In dicembre, Netanyahu aveva dichiarato che la nuova agenzia, assieme a un sistema di difesa missilistico e a un complesso di barriere murarie, già allora in costruzione ai confini con Egitto e a breve, sembra, anche con la Giordania, avrebbero aiutato Israele a difendersi dai propri nemici.22 gennaio 2012,di Giovanni Andriolo,http://www.osservatorioiraq.it




Un filmato da Israele

Opening+Christmas in Eurabia

http://www.youtube.com/watch?v=hnI66WiQOQI&feature=uploademail

domenica 22 gennaio 2012





Video of Terrorist Squad Preparing to Launch Rocket From Gaza at Israel


http://www.youtube.com/channels?feature=feed-promo


154mila.Tanti sono i cristiani che abitano oggi la terra d’Israele.L’80% sono arabi e vivono nel Nord del Paese.Elevato il loro grado di istruzione I dati dell’Ufficio Centrale Israeliano di Statistica.

http://www.terrasanctablog.org/2012/01/17/cristiani-di-israele-in-cifre/


Cose vere


Stamattina, su Corriere.it, c’era il video di una cosa che hanno fatto vedere in televisione ieri sera e che è successa in diretta negli studi televisivi dove fanno le Invasione barbariche, vale a dire Jovanotti che intervistava Saviano e gli diceva che era vestito bene sembrava un po’ un mafioso, poi gli diceva che lui lo apprezzava molto era stato molto coraggioso lo stimava Maaa… gli chiedeva, che musica ascolti?Allora Saviano diceva che quando scriveva ascoltava dell’hip-hop, poi diceva il nome di un gruppo israeliano che non conosco e non mi ricordo non l’ho neanche capito tanto bene.Israele? diceva Jovanotti, Lo sai che con L’ombelico del mondo io sono stato primo in classifica, in Israele? chiedeva.No, non lo sapevo, diceva Saviano.Sì, diceva Jovanotti, e anche in Palestina. E poi? gli chiedeva poi dopo, che altra musica ascolti?E Saviano diceva Be’, poi, Bono. Come fai a non ascoltare Bono? diceva.Be’, adesso, non che io faccia testo, ma per me, è facilissimo, non ascoltare Bono.Io, forse sarò particolarmente portato, ma io sono vent’anni, che non ascolto Bono ci riesco benissimo.http://www.paolonori.it/

Prigioniera in casa sua, per nove anni

E’ stata liberata ieri grazie a un blitz della polizia palestinese una ragazza che da anni era tenuta prigioniera dal padre nella sua abitazione di Kalkilya (Cisgiordania).SENZA LUCE – Secondo la agenzia di stampa palestinese Wafa, la giovane ha ‘un’eta’ apparente’ di 20 anni e risulta essere stata segregata nel bagno di casa da nove anni, senza aver mai visto in questo periodo la luce del sole. A sua disposizione aveva solo un materasso ed una coperta. Agli agenti della polizia – secondo la Wafa – il padre avrebbe spiegato di averle imposto la totale clausura ‘in seguito a dissidi familiari’. Il sito web Ynet precisa che il padre e’ un arabo cittadino di Israele (le sue iniziali sono M.H., 49 anni), che nel frattempo e’ stato consegnato alla polizia israeliana.LA META’ - Alcuni mesi fa l’Ufficio centrale palestinese di statistica (Pcbs) ha pubblicato una allarmante ricerca sul livello di violenza a cui donne e minori sono sottoposti all’interno dei loro nuclei familiari, in Cisgiordania e a Gaza.Secondo questa ricerca, fra gli adolescenti di eta’ compresa fra 12 e 17 anni, nel corso del 2011 la meta’ sono stati esposti almeno una volta a forme di violenza (psicologica o fisica) da parte di almeno uno dei genitori. (ANSA).


Il paradigma della vittima

Il dibattito sul senso e gli effetti del Giorno della Memoria merita certamente di essere proseguito. Non c'è dubbio che il Giorno della Memoria non sia in sé un appuntamento ebraico, non riguardi specificamente la memoria ebraica. E' una ricorrenza civile, istituita per legge dagli Stati europei che ha per obiettivo non il modo in cui il nostro popolo perpetuerà la strage più tremenda di cui sia stato fatto oggetto nella sua storia millenaria, ma il ricordo pedagogico, da parte dei popoli europei del più terribile episodio di violenza contro gli inermi della sua storia. Il problema è come si configuri questo ricordo. Scorrendo i giornali in questi giorni è evidente che i due assi principali sono la pietà verso le vittime e l'onore verso i giusti che cercarono di salvarle. Dell'ideologia che motivò la strage e della sua continuità storica con un antisemitismo millenario si parla poco. La Shoah viene isolata come un fenomeno unico e senza precedenti, o al contrario immersa nella spaventosa massa di violenze che costellano la storia dell'umanità; diventa l'azione di un "pazzo" cui un popolo intero (i tedeschi, perché difficilmente si parla di italiani, lituani, ungheresi, polacchi, estoni ecc. ecc.) obbedì per "banalità del male", oppure un esempio fra i tanti di razzismo, imperialismo, nazionalismo omicida.Si tratta in entrambi dei casi di un allontanamento. Chi spera che il ricordo pedagogico produca automaticamente vergogna dei colpevoli e dei loro eredi si illude; perché numerosi studi sulla comunicazione mostrano come essa in generale sia sempre ricevuta selettivamente e selettivamente compresa e ricordata, in maniera da evitare la "dissonanza cognitiva" e soprattutto quella emotiva ed etica. A livello di massa nessuno ricorda qualcosa per vergognarsi, semmai lo dimentica o lo legge in maniera da giustificarsi. Il gesto del farmacista di Roma che ha rimosso la pietre di inciampo è assolutamente esemplare: è possibile compiangere le vittime sentendosi buoni, purché siano lontani da casa nostra, non la trasformino "in un cimitero", non facciano sentire complici degli assassini. Ho sentito più di una volta di sopravvissuti alla Shoah accolti malissimo al loro rientro a casa da parte di vicini e compagni di lavoro che avevano ignorato la loro scomparsa e magari ne avevano approfittato in vari modi. L'odissea degli ebrei espulsi da scuole e università per riavere il loro posto è nota. In molti stati dell'Est la memoria dela complicità collettiva con la Shoah è soffocata dal ricordo, certamente fondato ma non pertinente, dell'oppressione russa o sovietica: un tipico esempio di uso di copertura della memoria.Il risultato di questi modi di coltivare il ricordo, cioè dell'universalismo del ricordo vittimario oppure del suo eccezionalismo, è però molto negativo. Vi è un "paradigma della vittima" che investe come una forma di obbligo il popolo ebraico, magari con un sottotesto teologico: la Shoah è dipinta come un "Olocausto", cioè un sacrificio voluto dalla divinità (naturalmente dipinta come assente, mentre gli uomini erano ben presenti); o addirittura come "il moderno Calvario". Gli ebrei sono da amare in quanto vittime, devono restare vittime e non difendersi dalla violenza altrui, tutte le vittime sono buone, tutte uguali, la violenza è cattiva comunque motivata, anche se avviene per autodifesa. Se non sono vittime, gli ebrei sono "Savi di Sion", dominatori del mondo da smascherare e da distruggere. La normalità di un popolo con i suoi buoni e i suoi cattivi, i suoi meriti e le sue colpe, non è contemplata. In quanto oggetto mitico - vittima o dominante segreto - l'"ebreo" è comunque a rischio.Il risultato finale di questa deriva è quel rovesciamento per cui si parla insistentemente da parte degli antisemiti di "Israele come i nazisti" nei confronti degli arabi: un paragone, bisogna ammettere, che si è diffuso moltissimo negli ultimi anni, da quando il Giorno della Memoria è stato istituito. Non vi è un nesso causale, naturalmente, ma è chiaro che il rovesciare sulle vittime una colpa analoga a quella che era stata da loro inferta è un sollievo, in particolare per chi nutre elementi antisemiti: sì, vi hanno sterminati, ma anche voi fate lo stesso, la storia è un tessuto di violenza, homo homini lupus, quindi non facciamo troppe storie, celebriamo il ricordo di tutti i morti, dai Celti agli Indiani d'America, voltiamo pagina e occupiamoci d'altro, magari del "peccato originale" di Israele.La risposta a queste reazioni, che sono assai diversamente articolate e volute, per lo più quasi incoscienti ma molto generali, talvolta lucide e offensivamente determinate, non può che andare nel senso di ritrovare e spiegare la specificità della Shoah rispetto ad altre forme di genocidio che pur vi sono state come quello armeno, da ricercarsi non nel modo in cui il crimine è stato compiuto e progettato (certamente in maniera più "tecnica" e progettuale, ma non è questo il punto, anzi, questo è un argomento ambiguo, che è stato sollevato da filonazisti come Heidegger), ma nelle sue motivazioni, nella sua continuità con l'antisemitismo e l'antigiudaismo, nella dimensione teologica e nella ricorrenza delle persecuzioni e delle stragi, cioè nella specificità della storia ebraica. La Shoah non va isolata dai pogrom europei ma anche islamici, dall'azione dell'Inquisizione, dalle espulsioni, dalle conversioni forzate (al Cristianesimo ma anche all'Islam), dalle persecuzioni antiche in Egitto e in Persia. Non per trasformare gli ebrei nelle vittime eterne, che è proprio il ruolo metafisico dell'Ewige Jude che non vogliamo, ma per indicare il problema vero, cioè l'insofferenza millenaria nei confronti dei valori ebraici, della libertà e della "ostinata" persistenza di un popolo che non ha rinunciato a conservare il suo messaggio e a conservare se stesso, la sua differenza. Insomma il ricordo del Giorno della Memoria può diventare pedagogico davvero solo se illuminato dalla memoria che il nostro popolo ha di se stesso, della sua identità profonda e della sua presenza nella Storia, se quindi diventa anche nell'attuale in primo luogo difesa dello Stato di Israele. Non si tratta semplicemente di ricordare le vittime e di onorare i giusti in quanto tali, né di prescrivere il rifiuto delle stragi, ma di spiegare che cos'è il popolo ebraico, qual è in esso il nesso fra identità e valori religiosi. Perché è in nome di questo nesso che sono state inferte e sopportate le persecuzioni, la Shoah e oggi il nuovo tentativo di distruggere Israele, che mobilita in maniera più o meno consapevole una buona parte del mondo.http://www.moked.it/, Ugo Volli

La logica folle di chi nega la Shoah


"Ci sono state le camere a gas e i forni crematori. C’è stato lo sterminio degli ebrei in Europa. La Shoah ha avuto luogo. Questo luogo non è in questione. Piuttosto in questione deve essere il luogo di chi lo nega. Perché un mondo in cui venga negata l’esistenza delle camere a gas è un mondo che già consente la politica del crimine, la politica come crimine”. Così scrive Donatella Di Cesare (nella foto), filosofa e docente universitaria nella prefazione del suo nuovo libro Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (pp.125, il melangolo). Un’analisi delle modalità con cui operano e purtroppo prolificano le tesi negazioniste volte a cancellare in blocco la storia di un genocidio. Con un colpo di spugna spazzano via la Shoah, a nulla valgono le documentazioni inoppugnabili e le testimonianze dei sopravvissuti. Per i negazionisti Hitler e i nazisti con la collaborazione fascista non hanno mandato a morte milioni di persone. La soluzione finale degli ebrei è un’invenzione ebraica per costringere il mondo a permettere la creazione di Israele come affermerà il tristemente celebre Robert Faurisson (professore all’Università di Lione 2 e cui idee ebbero in modo sconcertante spazio su un giornale autorevole come Le Monde). Secondo lui, ricorda la professoressa Di Cesare, la Shoah è stata “una gigantesca truffa politica-finanziaria” di cui unico beneficiario sarebbe il “sionismo internazionale” e le vittime “i palestinesi e i tedeschi”.Più in generale, scrive la Di Cesare sui negazionisti: “quando dicono “non è”, vogliono dire “non esiste”; il non-essere nega l’essere, lo annienta e lo nullifica. Il loro negare emerge dal nulla e affonda nel nulla. Si tratta dunque di una negazione che oltrepassa l’uso legittimo del discorso e, nella sua assolutezza, si erge a sistema, a negazione sistematica e nullificante. È una negazione nichilistica in stretta continuità con l’annientamento”.Perché il negazionismo è la continuazione di fatto dello sterminio. Si cancella la memoria della Shoah così come il nazismo eliminava gli ebrei; uno dei fondamenti, come ricorda la storica Deborah Lipstadt, è l’antisemitismo, senza secoli di pregiudizio non sarebbe stato possibile mettere in moto la macchina nazista; senza secoli di pregiudizio non sarebbe ora possibile negare.Non c’è storiografia che tenga, non c’è metodologia, non servono prove perché il negazionista falsifica la realtà, ci gioca e rende di fatto tutto plausibile. Se si dichiara che uno dei genocidi più documentati della storia non esiste, allora quale può essere il punto di contatto. Quale spiegazione si può addurre per poter dimostrare a chi propugna queste tesi assurde e odiose che tutto questo è accaduto, che il Giorno della Memoria non è una montatura, che Auschwitz, Buchenwald, Bergen-Belsen, Treblinka, Dachau non sono frutto dell’immaginazione collettiva. Nel processo citato in queste pagine tra Deborah Lipstadt e il negazionista inglese David Irving, la storica americana spiega che lei e i suoi avvocati evitarono accuratamente di portare i sopravvissuti a testimoniare. “Non volevamo che il giudice dovesse entrare nel merito dei fatti – spiega Lipstadt – non volevamo che si arrivasse alla domanda Auschwitz è realmente esistito?”. Perché la verità storica della Shoah è fuori discussione. Non è questo il piano per controbattere le tesi negazioniste, come afferma Donatella Di Cesare: “È sul come della negazione che è caduto l’accento. In che modo nega, chi nega? Questa impostazione, che ha fornito contributi decisivi, rischia però di essere riduttiva e fuorviante”. In quanto alla domanda che bisogna porsi, sottolinea la filosofa, non è come ma perché, “Ci si deve dunque chiedere: perché nega, chi nega?”.Da dove nasce la necessità apologetica di difendere il nazismo, di discolpare Hitler e mistificarne le azioni? Dalla volontà di continuarne la politica. Il negazionismo è una prosecuzione dell’antisemitismo e dell’odio fomentato durante la Seconda Guerra Mondiale dai nazisti contro gli ebrei. In entrambi, come detto, è radicato il decalogo del pregiudizio antiebraico: il giudeo bugiardo, ladro, approfittatore, scaltro, che tesse le sue tele per dominare il mondo e altre scempiaggini.Un fanatismo paranoico che è ben lungi dall’essere sconfitto, la riprova le agghiaccianti affermazioni del professore torinese che propina su Facebook il complotto demo-pluto-giudaico-massonico o le liste di proscrizione pubblicate su noti siti antisemiti e negazionisti di personaggi legati al mondo ebraico, in cui peraltro compariva anche la professoressa Di Cesare.“Lo sterminio degli ebrei d’Europa – si legge in Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo - è stato il risultato estremo di una politica del crimine, quella del nazismo, che non è passata e superata, ma ha al contrario un rapporto di collusione con le politiche criminali. l’hitlerismo intellettuale, in tutte le sue forme, non è stato sconfitto. È per questo che nella Shoah devono essere scrutate le possibilità occulte e inquietanti che la modernità sarebbe ancora in grado di riservare”.Una responsabilità ancora più stringente in virtù della progressiva e ineluttabile scomparsa delle voci dei testimoni. Un'attenzione e una presa di coscienza ancor più doverosa nei confronti di chi la Shoah l'ha vissuta, di chi dello sterminio e della deportazione è stato vittima.Il negazionismo vuole defraudarli della dignità della memoria; ne vuole cancellare le tracce così come fecero i nazisti con le uccisioni di massa, con la macchina concentrazionaria, con una progettualità velenosamente razionale.Queste tesi sono spazzatura ma proliferano e trovano nuovi adepti, rimanere indifferenti non può essere un’opzione.
Pagine Ebraiche febbraio 2012
"Se Auschwitz è nulla - Contro il negazionismo" (Il Melangolo edizioni, pp 125, euro 8), sarà presentato a Roma martedì 24 gennaio alle 20.15 nell'aula dei Gruppi parlamentari in via di Campo Marzio 78 in un incontro moderato da Sandro Di Castro. Dopo il saluto del presidente della Camera Gianfranco Fini, con l'autrice interverranno Andrea Riccardi, Angelino Alfano, Giovanni Maria Flick, Roberto De Vita, Paolo Mieli, Riccardo Pacifici e Piero Terracina.