sabato 23 gennaio 2010


Israele/ L'Intelligence sbarca su Facebook

Mercoledí 20.01.2010 http://www.affaritaliani.it/
NetanyahuL'intelligence israeliana sbarca su Facebook. Lo hanno annunciato le Forze di Difesa israeliane (IDF), precisando che questa settimana sarà creato un nuovo team che ci occuperà del rapporto con i media. I particolari saranno pubblicati sul magazine ufficiale dell'esercito, 'Hamahaneh', ma sin d'ora è chiaro che verrà posta una particolare attenzione ai post che saranno pubblicati sui siti di social network come 'Facebook'. La creazione della nuova unità, che si occuperà delle informazioni fornite dai militari ai media, fa parte delle indicazioni della Commissione Winograd, incaricata di valutare le falle nella campagna del Libano. Il nuovo Dipartimento per la Sicurezza e l'Informazione monitorerà con attenzione siti come Facebook, MySpace e Twitter, ma anche i rapporti di centinaia di ufficiali con i giornalisti. L'unità avrà anche il potere di predisporre il test della verità sui soldati sospetti di fuga di notizie.



Elton John torna a esibirsi in Israele dopo 27 anni

Unico concerto il 17 giugno, biglietti disponibili da febbraio
20 gen. (Apcom) - Sir Elton John si esibirà il 17 giugno in Israele. Si tratta della seconda performance della popstar britannica, dopo un concerto 27 anni fa all'Hayarkon Park a Tel Aviv. Lo scrive il quotidiano israeliano Haaretz nella sua edizione online. La Discount Bank israeliana ha annunciato che offrirà ai suoi clienti la possibilità di acquistare in anticipo i biglietti a partire dal 9 febbraio. Gli altri fan potranno comprare i tickets quattro giorni dopo.



Uno dei momenti migliori di Israele

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sul fatto che Israele è capace di grandi cose, gli eventi dell’ultima settimana dovrebbero aver sciolto ogni residua perplessità. Da un’estremità all’altra del mondo, i migliori ideali dell’ebraismo e del sionismo hanno trovato evidente espressione, nel momento in cui Israele prendeva parte non a una, ma a due straordinarie missioni cariche di significato.Al di là dell’oceano, in mezzo alle strade di Port-au-Prince cosparse di macerie, le squadre di soccorso delle Forze di Difesa israeliane sono andare scrupolosamente alla ricerca di eventuali sopravvissuti, fra le rovine della capitale di Haiti dopo il devastante terremoto del 12 gennaio. In corsa contro il tempo, questi giovani israeliani in uniforme accompagnati da cani specificamente addestrati, si sono stoicamente sistemati fra cumuli di detriti e rottami per mettere al sicuro i feriti. Durante lo scorso fine settimana i soccorritori in divisa verde hanno estratto un uomo di 58 anni da sotto le rovine della sua casa; lunedì hanno salvato la vita a una studentessa che era rimasta intrappolata per sei giorni sotto l’edificio distrutto dell’università. Nel frattempo l’ospedale da campo creato dalle Forze di Difesa israeliane per curare le vittime del disastro si faceva rapidamente conoscere come il meglio condotto ed equipaggiato nell’area. Montato venerdì scorso in un campo di calcio, il complesso vanta 40 dottori e 24 infermieri specializzati oltre a paramedici, attrezzature e personale per i raggi X, unità di terapia intensiva, reparti pediatrico e maternità, persino una farmacia. Nessun altra missione, nemmeno quella degli Stati Uniti, ha messo in funzione così rapidamente un complesso così avanzato. Non stupisce che la tv americana CBS si sia spinta a definire l’ospedale delle Forze di Difesa israeliane “la Rolls-Royce della medicina ad Haiti”. In effetti le squadre mediche israeliane hanno fatto un lavoro così formidabile che persino la CNN (vale a dire, una tv che non perde occasione di descrivere negativamente Israele) non è riuscita a trovare nulla da criticare nell’opera delle Forze di Difesa israeliane. Benché un’enorme distanza separi Israele da Haiti, con più di 10.500 chilometri di oceano fra i due paesi, il popolo ebraico ha dimostrato che la sua mano tesa può scalcare qualunque lontananza e attraversare qualunque divario quando si tratta di salvare vite umane.Ma gli abitanti dell’isola caraibica non sono stati gli unici a beneficiare dell’intervento umanitario di Israele questa settimana. Più vicino a casa abbiamo assistito all’arrivo in Israele di 82 membri della comunità Falash Mura, i discendenti di ebrei etiopici convertiti al cristianesimo secoli fa. Al loro arrivo all’aeroporto Ben-Gurion, all’alba di martedì scorso, i nuovi immigrati sono stati accolti dal ministro degli interni Eli Yishai e dal ministro per l’assorbimento degli immigrati Sofa Landver. È stata una scena che non può che riempire di orgoglio il cuore di ogni ebreo: i superstiti dell’ebraismo etiopico hanno terminato il loro viaggio millenario facendo ritorno alla terra dei loro progenitori. Centinaia di altri ne arriveranno, nei prossimi mesi, dal momento che il governo israeliano si è infine mosso per completare mantenere la promessa di permettere a ciò che rimane di quella comunità di realizzare la aliyà (ristabilirsi in patria). E così, mentre i nemici di Israele continuano a proclamare rumorosamente che il sionismo è razzismo, Israele si presenta come uno dei pochissimi paesi che accoglie a braccia aperte un’intera comunità di neri africani.Dunque è stata una settimana davvero speciale per la nobiltà d’animo degli israeliani. Nell’arco di pochi giorni lo stato d’Israele ha salvato vite umane di ebrei e non ebrei, da un estremità all’altra del pianeta. È stato, sotto ogni aspetto, uno dei momenti migliori di Israele.Tutto questo servirà a cambiare l’immagine che il mondo ha di noi? Ne dubito. Ma per lo meno dovrebbe contribuire a modificare l’immagine che abbiamo di noi stessi, così spesso presi dalla negatività che sembra inondare i notiziari di ogni giorno, tanto che tendiamo a non vedere trascurare ciò che c’è di bello e di splendido in questo paese e nelle sue imprese. È in momenti come questo che dovremmo fermarci un momento, e dire: grazie al cielo, esiste lo stato di Israele. Senza di esso il mondo sarebbe un posto assai meno nobile.di Michael Freund (Da: Jerusalem Post, 20.1.10)
Filmato delle quadre di soccorso israeliane che traggono in salvo un uomo rimasto intrappolato sotto le macerie ad Haiti http://www.youtube.com/watch?v=oSsCBuBVzQw&feature=player_embedded L’ospedale dal campo delle Forze di Difesa israeliane ad Haiti in un servizio della CNN http://www.youtube.com/watch?v=yz44iZKUMng http://www.israele.net/


Israele e Iran si stringono la mano a Madrid

Ieri durante la Feria Internazionale Fitur del turismo di Madrid, che ogni anno riunisce i più importanti operatori dell’industria turistica mondiale, il ministro israeliano del turismo, Stas Mezeshkinov, ed il suo omologo iraniano si sono stretti la mano.È stato il primo “contatto” tra autorità di alto rango dei due paesi dall’aprile 2005, quando durante il funerale di Papa Giovanni II, gli allora presidenti dei due Stati -Moshe Katsav y Mohammed Jatamì- fecero lo stesso. I due, seduti uno accanto all’altro per motivi di ordine alfabetico, intercambiarono anche una breve conversazione sulla loro comune provincia di nascita. Conversazione in seguito smentita da Jatamì.“Siamo della stessa regione e il turismo può servive come ponte per il dialogo e per aumentare la comprensione” . Queste le parole di cortesia di Mezeshkinov “ al suo interlocutore di Therán. La feria è stata testimone di un secondo miracolo quando il responsabile dello stand iraniano si rivolse al ministro ebreo dicendogli” abbiamo meravigliosi luoghi naturali e culturali da vedere dove lei è il benvenuto“Un invito che ha quasi dell’incredibile considerate le minacce di distruzione che il presidente Mahmud Ahmadineyad ha rivolto più volte ad Israele.
Annastella Palasciano http://www.newnotizie.it/, 21 gennaio 2010






George Mitchell

Mitchell in Israele mentre scoppia polemica Netanyahu-Anp

Gerusalemme, 21 gen. - (Adnkronos/Dpa) - L'inviato americano per il Medio Oriente, George Mitchell, e' arrivato oggi in Israele, dove ha incontrato il ministro della Difesa Ehud Barak, in un nuovo tentativo di far ripartire il processo di pace. Ma il suo arrivo coincide con una nuova polemica fra israeliani e palestinesi, scatenate dalle parole del primo ministro israeliano.





Vegetazione in un kibbutz

Israele: clandestini sono una minaccia


Netanyahu, crea danni economici e culturali
(ANSA) - GERUSALEMME, 21 GEN - L'immigrazione illegale minaccia il carattere ebraico e democratico dello stato israeliano, afferma il premier Netanyahu.'Siamo quasi l'unico stato del Primo Mondo che puo' essere raggiunto a piedi dal Terzo Mondo.La presenza di migliaia di immigrati illegali 'sta causando danni socio-economici e culturali'. Netanyahu conferma l'intenzione del governo di costruire una 'barriera fisica' con l' Egitto per impedire un' inondazione di clandestini.



Hagannah soldier. June 1948

Con scelta di tempo degna di nota, tre giorni prima della visita del Pontefice al Tempio di Roma, la Chiesa Cattolica critica la politica di espansione edilizia condotta da Israele a Gerusalemme Est a maggioranza araba. Secondo il lancio dell'agenzia Ansa da Gerusalemme, 14 Gennaio, "a esprimersi una delegazione di presuli cattolici in missione in Terra Santa. E' stata denunciata in particolare 'la politica di svuotamento di Gerusalemme est dagli arabi residenti' attribuita allo Stato ebraico, puntando l'indice contro quello che 'appare un approccio discriminatorio e umiliante' dell'attuale governo israeliano verso i palestinesi". La politica di Israele nei confronti dei territori palestinesi è controversa e io stesso ho espresso le mie critiche in varie occasioni. Ma non si può "puntare l'indice" e dunque colpevolizzare Israele falsificando i dati. I dati sono questi: nel 1967, al momento dell'annessione israeliana di Gerusalemme Est, la sua popolazione araba era di 71 mila (su un totale di 268 mila). Nel giugno 1983 gli arabi erano aumentati a 122 mila, alla fine del 2000 erano 209 mila, e all'inizio del 2010 sono 275 mila (su un totale di 780 mila). Fin qui, dunque, lo "svuotamento di Gerusalemme Est dagli arabi residenti". Ma se andiamo qualche chilometro a Sud, a Betlemme, lo svuotamento della popolazione cristiana c'è e si vede. Chi comanda per le strade di Betlemme non è Israele bensì l'Autorità palestinese. Per l'islamizzazione della città della Natività la Chiesa Cattolica può ringraziare chi a lungo è stato il suo leader spirituale appunto in Terra Santa, il Patriarca Latino Monsignor Michael Sabah, che con la sua arrogante posizione anti-israeliana ha incoraggiato senza riserve il nazionalismo palestinese e ha finito per premiare il fondamentalismo musulmano. E i Cristiani, minacciati e depredati, se ne vanno. Le parole del Dialogo al Tempio (e la strage dei Copti in Egitto) invitano a un'onesta riflessione nella Chiesa Cattolica info@ucei.it
Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme.

venerdì 22 gennaio 2010


La guerra segreta per salvare il patrimonio artistico

Una dozzina d’anni fa, Robert Edsel, americano di Dallas, passeggiava per Firenze dopo aver accompagnato il suo bambino a scuola. All’improvviso, attraversando Pontevecchio, ebbe una folgorazione. Come era stato possibile salvare i tesori artistici del capoluogo toscano durante la Seconda guerra mondiale dalla razzia dei nazisti?A partire da quel momento Edsel, che si era trasferito in Italia dopo aver lasciato gli affari (era imprenditore nel settore energetico), ha dedicato la sua vita alla ricerca delle opere d’arte trafugate dai nazisti e alla ricostruzione dello straordinario lavoro dei suoi “precursori”, i 345 ufficiali dell’esercito americano che durante il conflitto furono arruolati nel corpo Monuments, Fine Arts, and Archives (“MFAA”), che aveva il preciso compito di tutelare il patrimonio artistico dell’Europa martoriata dalla Guerra, più noti come Monuments Men.Ai suoi eroi Robert Edsel, che nel 2000 è tornato a Dallas dove ha allestito il quartier generale della sua attività, ha dedicato una fondazione, la Monuments Men Foundation for the Preservation of Art, allo scopo di “custodire l’eredità del lavoro eroico e senza precedenti degli uomini e delle donne che servirono nella MFAA”. Grazie all’eco mediatico ottenuto attraverso il suo impegno, è stato possibile conseguire nuovi risultati davvero incredibili. Nel novembre del 2007 il nipote di un soldato americano che aveva combattuto in Europa nel 1945 si mise in contatto con Edsel. Spiegò che aveva in casa due grossi volumi che il nonno aveva trovato sul pavimento del Berghof, la residenza di Hitler sulle Alpi Bavaresi. Dopo alcuni mesi di ricerche, si scoprì che si trattava del sesto e dell’ottavo volume dell’archivio dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg. L’ERR era stata costituita nel 1940 per requisire le proprietà di ebrei e dissidenti politici, e le ricchezze dei territori occupati, specialmente le opere d’arte. Tutto ciò che i nazisti incameravano veniva accuratamente catalogato in quaderni corredati di fotografie e indicazioni sulle circostanze della requisizione, i cosidetti “album di Hitler”. Al processo di Norimberga furono presentati 39 volumi di questo genere, fondamentali per ritrovare opere che erano state nascoste in Germania nei luoghi più impensabili, come boschi, caverne e case abbandonate e per restituirle, quando possibile, ai legittimi proprietari.“L’ossessione di Hitler e Göring per l’arte e i loro sforzi per portare in Germania i cimeli di tutta Europa sono un aspetto del conflitto mondiale che viene ricordato poco - spiega Robert Edsel - Tuttavia è mia convinzione che questa storia, queste opere, oltre a rappresentare un patrimonio culturale europeo e mondiale, abbiano in qualche modo contribuito ad accorciare i tempi della guerra. Tutte le risorse umane ed economiche che Hitler impiegò per il saccheggio dei tesori artistici furono distolte dal fronte, e furono molto più consistenti di quanto non si immagini”.Nel settembre 2009 è uscito il libro di Robert Edsel intitolato “Monuments Men”, che racconta la straordinaria storia di “quegli uomini e quelle donne che, senza veicoli, benzina o autorità attraversavano l’Europa in una corsa contro il tempo per salvare i tesori dell’arte dalla follia nazista”. Come Mary Regan Quessenberry di Boston, la seconda donna ancora in vita di cui si conosce l’identità che fece parte dei Monuments Men. Il 10 novembre scorso la nipote ha contattato la Fondazione per segnalare ciò che aveva fatto sua nonna. Robert Edsel è corso a incontrarla donandole una copia dorata della risoluzione approvata dal Parlamento americano in onore dei Monuments Men in occasione del 63° anniversario del D-Day nel 2007. Mary, nata nel 1915, laureata in Arte a Harvard, nel 1942 lasciò il suo lavoro di insegnante per arruolarsi nel primo gruppo di donne che servirono nell’esercito americano. Furono scelte in 450 su 400 mila che se ne erano presentate. Quando nel 1945 lesse sul giornale dell’esercito Star and Stripes che cercavano ufficiali con background storico e artistico per l’MFAA, non ci pensò due volte. Rimase in Europa fino al 1948, quando si congedò col grado di maggiore. Tra i Monuments Men si annoverano molte tra le più grandi figure del panorama museale e artistico americano degli anni Cinquanta e Sessanta, tra cui Paul Sachs, che fu direttore del Fogg Art Museum, Lincoln Kirstein, fondatore del New York City Ballet, e James Rorimer, direttore del Metropolitan Museum.
Rossella Tercatin


Le gran signore che facevano sognare

Da qualche tempo, dentro il mondo ebraico, è maturato un interesse intorno alle “scritture bambine”. Se osservato dall’interno il fenomeno sembrerebbe rafforzare il paradosso di Yerushalmi. Lo scoglio dell’emancipazione ha prodotto una memoria incardinata nella pedagogia ebraica (mi-dòr ledòr, di generazione in generazione). Dalla scuola i bambini non devono essere tolti “neppure per la costruzione del Tempio”, insegna il Talmud. Quali fossero però le fantasie di questi bambini non lo sappiamo. Sappiamo del fascino esercitato da alcuni episodi biblici (la crudeltà è un aspetto dell’infanzia: la testa di Oloferne tenuta in mano da Giuditta, le orecchie di Amanno), ma non sappiamo con quali occhi giudicassero la trasformazione antropologica che l’eguaglianza aveva prodotto, né disponiamo di fondi archivistici che altre culture europee posseggono (Mont-Saint- Agnan presso Rouen, in Francia; i family magazines). Nelle soffitte ebraiche italiane è raro trovare qualcosa che assomigli a tutto ciò, si ha l’impressione che l’età anteriore al bar mitzvà, anche dopo l’emancipazione, sia stato un continente da attraversarsi a passo rapido. All’archetipo greco-latino del poeta ut puer fa riscontro la figura ebraica del puer senex, che è come dire il primo della classe, il bambino prodigio. A un’analisi meno superficiale le cose si configurano diversamente, almeno per quanto concerne il periodo che precede la Grande Guerra. Uno dei settori in cui “il senso della famiglia”, che Nello Rosselli indicherà nel famoso discorso di Livorno del 1924 come costitutivo della sua identità ebraica, è proprio la letteratura per l’infanzia. Capita che il fenomeno della secolarizzazione, accanto a vistose forme di assimilazione, si fermi davanti ad alcuni nuclei culturali forti, dove la memoria ebraica, pur laicizzandosi, si tramanda. Per parafrasare il titolo di una delle ultime discendenti di questa tradizione, Elsa Morante, il mondo ebraico pare salvato da mamme che inventano storie per i loro ragazzini. Non è un luogo comune, ma un capitolo concreto di storia della letteratura italiana. Vorrei limitarmi a una breve rassegna di nomi e di titoli. Il “Corrierino dei Piccoli” era stato progettato da una delle figlie di Cesare Lombroso, Paola, Zia Mariù come amava firmarsi. Il Corriere dei grandi, sotto la direzione di Albertini, si approprierà poi della sua creatura in certa misura disebreizzandola. Sono soprattutto donne a delimitare il territorio, naturalmente con eccezioni. Anche vistose. Dante Lattes aveva un fratello che si chiamava Guglielmo, che un anno dopo la fondazione del Corrierino, si cimentò in una impresa non meno ambiziosa: emulare De Amicis e scrivere un Cuore d’Israele (1908). Della scrittura bambina ebraico-italiana è importante in primo luogo il tema del linguaggio, con apice indiscusso nell’indimenticabile refrain di Natalia Ginzburg nel Lessico famigliare: il baco del calo del malo, il beco del chelo del melo… Una riflessione importante sulla filosofia del linguaggio bambino hanno le storie di Totò, inventate da Giorgio Fano, con illustrazioni di un giovane Sergio Tofano, ma domina la poetica del fanciullino di Pascoli e l’eredità di Collodi e Vamba si percepisce nell’esperimento educativo della sorella di Paola Lombroso, Gina, protagonista della scuola per i bambini del popolo la Casa del Sole (1930) e nelle sue “commedie” di Leo e Nina dedicate ai figlioli (1916). Si firmava Cordelia, per scrivere di Curpiddu, Virginia Tedeschi Treves, mentre a Trieste folleggiava come Haydée, Ida Finzi, nota per il suo irredentismo e per I bambini di San Giusto. E poi Lina Schwarz, Luisa Cohen Enriquez. E dopo la pubblicazione delle corrispondenze famigliari, come dimenticare il Tupinino, personaggio uscito dalla fantasia di Amelia Rosselli creato per rallegrare l’infanzia dei due fratelli, Nello e Carlo. Quei figli e nipoti di Zia Mariù diventati adulti saranno, ebraicamente parlando, degli agnostici Zeno, un po’ nevrotici, ma pronti a scrivere favole per i propri figli ricche di humour ebraico. Meglio di ogni altra narratrice, la Morante, da Arturo a Useppe de La storia, ha saputo descrivere i problemi connessi al passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Marta Minerbi Ottolenghi si situa esattamente lungo questo crinale. Nata a Quarto di Genova nel 1895, la Ottolenghi Minerbi svolse l’intera sua carriera nel mondo della scuola come insegnante e poi direttrice didattica a Mogliano Veneto nel 1936. Dopo la guerra, che le aveva portato via il marito deportato in Germania, si dedica ai bambini, cercando di spiegare loro che cosa è stata la guerra e la Resistenza: O partigiano portami via (1965) è il titolo che la renderà famigliare a un pubblico più vasto, ma nella memoria ebraica italiana, specialmente torinese, il suo nome va associato a Ninìn bimbo felice (1956), che rappresenta l’antefatto dei diari di Emanuele Artom, da poco ristampati in edizione critica, a cura di G. Schwarz (Diari di un partigiano ebreo, 2008). Avvalendosi dell’aiuto della madre dei due bambini, Amalia Artom, la Minerbi ci ha regalato qualche cosa di più. Di Ennio sono le favole e i disegni, che rinviano alle illustrazioni della prima edizione del Giornalino di Gian Burrasca. Attraverso la prosa nitida della Ottolenghi cogliamo gli aspetti dell’educazione ebraica alla libertà, alla serietà del lavoro intellettuale, ma anche l’amore per la matematica, il senso dell’umorismo nella Storia di un balbuziente (metafora della diversità). Nulla di crepuscolare o di lacrimoso: la forza di questa autrice è nella sobria pietà.
Albertro Cavaglion, Pagine Ebraiche, febbraio 2010



Spiegazione opera donata al Papa domenica‏

E’ nata a Mirano l'opera che domenica 17 gennaio il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma ha donato a Benedetto XVI. L'artista è Tobia Ravà e l'opera La direzione spirituale, concepita presso PaRDeS Laboratorio di Ricerca d'Arte Contemporanea, Mirano (VE). In cambio il Papa ha donato un’opera di Piranesi.
1166 La Direzione Spirituale di Tobia Ravà a cura di Maria Luisa Trevisan
L’opera commissionata all’artista veneziano Tobia Ravà dal professor Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, quale dono a Papa Benedetto XVI in occasione della visita alla Sinagoga di Roma del 17 gennaio 2010 (la seconda in 22 secoli, la prima circa vent’anni fa da parte di Giovanni Paolo II, era l’aprile del 1986), al Tempio romano, rappresenta l’immagine di un bosco azzurro. La direzione spirituale, titolo dell’opera, è data dalla prospettiva centrale del pioppeto che porta verso l’infinito, in un’immagine interamente realizzata con numeri, lettere e parole ebraiche, che insieme costituiscono una texture alfanumerica sostenuta da una ferrea logica linguistica, quella della ghematrià, secondo la quale ogni lettera corrisponde ad un numero e così ogni parola ha oltre che un significato letterale anche un valore numerico, ma anche filosofico e segreto. In questo modo riesce a ricavare persino radici quadrate di concetti ed il numero teosofico di qualsiasi cifra sommandone tutte le unità in modo da ridurlo ad una sola cifra. L’opera si fa testo, apparentemente indecifrabile e criptico, ma non appena ci si addentra nella foresta di simboli, e con un po’ di pazienza si cominciano ad isolare le lettere ed i numeri, si scoprono dei meravigliosi significati nascosti tra i rami e nei meandri di questi boschi. Affiorano nomi, messaggi, date ed anche la firma dell’artista (32). L’opera è incentrata sulla data della visita che compare in alto, in cielo, e sul nome “baruch”, in omaggio a Benedetto XVI, ed il numero 16, che troviamo invece a terra, con tutti valori ghematrici, numerici e teosofici collegati; è un inno al divino, alla terra, al creato, all’amore, all’unione e alla concordia tra gli uomini, come nella citazione testuale del Salmo 122, verso 6: shalu 377 shalom 376 Jerusalem 586 isch laiu oheveich (Pregate per il bene di Geusalemme: possano godere di tranquillità coloro che ti amano). Sulla linea dell’orizzonte vi è il numero 45 che rappresenta l’uomo in quanto ghematrià di adam (uomo in ebraico, parola composta da alef, ossia la presenza divina, equivalente ad 1, e dam, sangue, 44). L’opera ha in effetti i colori corrispondenti a queste due parole, dell’infinito, dell’uno, eterno, indivisibile con l’azzurro che si fa sempre più etereo, rarefatto ed evanescente fino al bianco. Questo colore che è in superficie ha come base una colorazione rossa, simboleggiante il sangue e la carne dell’uomo. Non si tratta della natura (parola che è presente in ebraico, ha teva) spontanea e selvaggia, ma regolare e controllata dall’uomo che in questo caso si fa socio di Dio nella creazione. L’uomo crea una natura ordinata: i Pioppi sono piantumati tutti ad una certa distanza, spesso lungo gli argini dei fiumi in aree golenali per rafforzarne le sponde e contenere le acque troppo abbondanti. Il pioppeto è un tema ricorrente nella produzione artistica di Ravà e rappresenta la riqualificazione dell’essere umano che piantando alberi migliora il pianeta. L’artista ama affermare che preferisce l’uomo che pianta alberi piuttosto di quello che cementifica le sponde e costruisce capannoni.L’opera d’arte così come il testo biblico può quindi essere letta secondo i 4 livelli del PaRDeS, che significa “frutteto” o “giardino”, parola che ha dato origine al termine “paradiso”. PaRDeS giunse ad avere un significato filosofico nell’ebraismo per un racconto narrato nel Talmud , in cui PaRDèS sembra rappresentare un “luogo” ideale, simbolico, interiore, e consono alla mediazione esoterica. Nell’ebraico più tardo “coloro che passeggiano nel frutteto” sono i giusti impegnati nella meditazione mistica. Le quattro consonanti PaRDèS vennero poi a rappresentare i quattro livelli stabiliti d’interpretazione delle Scritture. Ciascun verso della Bibbia può essere letto in riferimento al suo Pshàt, ovvero il suo ovvio e diretto significato, oppure secondo il Rèmez, un’allusione all’allegoria, filosofica o morale in esso contenuta; o ancora secondo il Deràsh, ovvero gli antichi metodi rabbinici di interpretazione, o in riferimento a Sod, il significato esoterico o qabbalistico. Il testo come anche l’opera d’arte o qualsiasi situazione della vita presenta al contempo diversi livelli di significato: questo aspetto del pensiero ebraico ha contribuito ad avere un approccio diverso, più articolato e pluridirezionale nella visione e soluzioni dei problemi sia a livello teorico che pratico.