martedì 7 aprile 2009

da Solange un simpatico augurio per Pesach
cliccate per ingrandire

lunedì 6 aprile 2009


Tel Aviv

Rotschild Boulevard - Tel Aviv ha 100 anni Non più occidente e non ancora oriente Tel Aviv come Beirut.

Adesso che la città più popolosa d’Israele ha compiuto cent’anni, molti hanno colto l'occasione per raccontare i suoi ritmi, il suo spirito libero, la bella vita, la cultura che sempre reinventa se stessa, la tecnologia futuribile. Io, che di Tel Aviv amo tutto questo, proprio adesso non riesco a togliermi dalla mente Beirut, un viaggio avvenuto pochi mesi dopo quella terribile guerra del 2006. Lasciate le vie che mostravano i segni di esplosioni recenti e di vecchie sparatorie, a pochi metri dalle tendopoli di Hezbollah, la promenade di Beirut mi era sembrata bellissima e inaspettatamente familiare, con tutti quegli alberghi e quelle case bianche un po' trascurate. “Somiglia proprio a Tel Aviv”, non ho potuto fare a meno di pensare ad alta voce.E' un pensiero un po' strano, no? Specie visti i tempi. Eppure nonostante tutto - le guerre, il sangue, l'odio e la politica – la somiglianza salta all'occhio. Non sono l'unica a pensarla così: ha avuto la stessa impressione anche una collega che a Tel Aviv vive circa da un decennio. Poche settimane dopo il mio viaggio, nel suo reportage realizzato da Beirut per la televisione israeliana (e che come potrete immaginare le ha causato non pochi guai), anche la giornalista Lisa Goldman ha raccontato pure lei: com'è strano pensare che due città così divise dagli eventi, viste da vicino si somigliano tanto. Più recentemente ho scoperto che anche Oriana Fallaci, nel suo bellissimo romanzo autobiografico “Un Uomo”, aveva notato la somiglianza: “Tel Aviv o Beirut, non più occidente e non ancora oriente”. Forse il fascino sta tutto qui.
Anna Momigliano http://www.moked.it/

Daniel Libeskind

Le mie architetture sono un inno alla vita Intervista a Daniel Libeskind

È uno dei più grandi architetti contemporanei. Ha firmato il Jewish Museum di Berlino e San Francisco e il suo progetto per l’Expo 2015, Citylife, cambierà il volto di Milano. Ma soprattutto è stato il suo progetto a vincere il concorso per la ricostruzione del World Trade Center di New York, al posto del buco lasciato dalle due Torri Gemelle. Star indiscussa del panorama architettonico attuale, maestro superpremiato e in corsa per il Pritzker Prize (una sorta di premio Nobel per l’architettura), dopo aver appena ricevuto il Building Type Awards 2009, Daniel Libeskind, cittadino israeliano, è un uomo sorridente e affabile, che non dimostra per nulla i suoi 62 anni passati. Capelli a spazzola, una vivacità contagiosa, dietro le spesse lenti degli occhiali si avverte uno sguardo pieno di calore umano. Niente a che vedere con il solito sussiego delle archi-star. Libeskind da sempre aiuta i giovani senza mezzi a studiare architettura così come, un tempo, giovane, talentuoso musicista, suonava gratis la fisarmonica e il piano per gli immigrati polacchi. Nato a Lodz, in Polonia, nel 1946, da genitori sopravvissuti ai lager nazisti, emigra a sei anni, insieme alla famiglia, negli Stati Uniti e poi in Israele. Oggi Libeskind è un vero cittadino del mondo; da New York a Milano, da Denver a Gerusalemme le sue architetture avveniristiche riescono a dialogare con la storia del passato utilizzando linguaggi contemporanei del tutto inediti. Come è cambiato il suo ebraismo nel corso degli anni? Come si rapporta alla tradizione e alla cultura ebraiche? Mi sono sempre sentito profondamente ebreo. La tradizione ebraica per me non è solo astrazione, ma anche qualcosa da vivere tutti i giorni. Secondo me la componente più importante nell’essere ebrei è la capacità di reazione al mondo; un mondo in continuo sviluppo, che sta cambiando, in cui Israele è sotto pressione e l’antisemitismo risorge ovunque. Ecco, per me l’atmosfera di oggi non è poi così diversa da quella della mia infanzia, vissuta nel clima antisemita della Polonia comunista. Combattere per l’identità ebraica, combattere per una società aperta e libera, ha sempre fatto parte della sensibilità del popolo d’Israele. L’ebraismo è molto più che una religione; è una sensibilità appunto, e in questo senso, in Polonia, più crescevo, più avvertivo il pericolo che stava correndo l’identità ebraica in una società che spingeva verso l’assimilazione totale.Quindi, secondo lei, da allora niente è mutato?No. Il panorama è lo stesso, abbiamo battaglie diverse da combattere, ma quella per l’identità non è cambiata. Quando venni in Israele, negli anni Cinquanta, c’era la guerra; in Polonia dove crebbi, si diceva che Israele stesse perdendo e che stava per essere conquistato dagli arabi. La Polonia non aveva relazioni con Israele, non lo riconosceva. Certo, oggi quel riconoscimento c’è stato, ma ci sono altri nemici. Sono i nemici delle democrazie occidentali e degli ebrei in quanto rappresentanti di una società moderna, illuminista, occidentale. Credo che l’ebraismo abbia contribuito a edificare quei valori che sono profondamente inscritti in ogni democrazia, americana o europea che sia. I valori ebraici oggi, come migliaia di anni fa, sono sempre forti e attuali. Il testo biblico è più immediato, più accurato della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo dell’Onu. Osservo con tristezza che anche se il mondo è cambiato, la storia ebraica si ripete: i nemici mutano il loro nome ma non cambia il loro pregiudizio. Il mondo non impara le lezioni della storia; quando ero piccolo, in Polonia, l’Olocausto non veniva neanche menzionato. Oggi, la festa di Pesach è alle porte. E che tu sia religioso, laico, ortodosso, conservatore, hassid piuttosto che socialdemocratico o liberale, l’identità ebraica riguarda sempre la libertà, un valore profondamente inscritto nell’anima ebraica. Ho sempre pensato che la storia di Pesach fosse un messaggio per l’umanità: noi non siamo più schiavi, ma ci sono altri popoli schiavi nel mondo, schiavi di idoli, della religione, della discriminazione etnica, di gente senza scrupoli. Il punto di vista etico è molto importante nella tradizione ebraica. E anche per me. E’ questo che rende l’ebraismo così unico: essere ebreo vuol dire tentare di affrancarsi dalla propria schiavitù interiore o almeno lavorarci intorno, e cercare di avere una mentalità aperta.Lei come si definisce: religioso o laico?Cosa intendiamo per essere religiosi? Una spiritualità diffusa? Il rispetto delle tradizioni? Certo, non sarei quello che sono se non fossi nato ebreo, se non fossi legato alle Scritture, se non facessi parte del popolo di Israele e della comunità ebraica. Ripeto: penso che l’ebraismo sia molto di più che una religione. Il Museo Ebraico di Berlino: che significato ha quest’opera per lei, come figlio della Shoà e figlio di sopravvissuti? Un significato di riscatto. Non si può cambiare la storia, non puoi portare indietro milioni di morti, ma puoi dare una nuova speranza. La Germania e l’Europa sono cambiate, è vero. Ma la storia non riguarda solo il passato, ci parla a volte anche del presente. Non è soltanto una favola dal cattivo o lieto fine, la sua trama si evolve e siamo noi a tesserla. C’è qualche episodio, nella sua vita pubblica o privata, che l’abbia segnata come ebreo?Sì. Quando mi trasferii a Berlino con la mia famiglia non c’era niente di simile a un museo ebraico. Io invece credevo fermamente nella necessità di costruirne uno proprio lì, in quella città-simbolo. Gli ebrei non sono una minoranza etnica, non sono un dipartimento della storia; sono stati coinvolti in duemila anni di vicende europee e tedesche. Ma all’epoca mi scontrai con l’indifferenza generale e presi una decisione: non mi sarei mosso da Berlino finché il museo ebraico non fosse stato costruito. Quando lo dicevo, chi mi sentiva scoppiava a ridere credendo a una battuta. Faccio ancora fatica a dimenticare quell’ostilità nei confronti del mio progetto: un anno dopo l’intero Parlamento di Berlino decise di cancellarlo: “Non abbiamo bisogno di nessun museo ebraico ma di infrastrutture, strade...”. Il voto fu unanime. Ma oggi quel museo esiste e l’ho fatto io. Si figuri che quando avvenne l’inaugurazione del Jewish Museum di Berlino e le porte aprirono i battenti al pubblico, era la mattina dell’11 settembre 2001. Pensi alla coincidenza! Quel giorno, nel mio studio, avevo detto ai miei collaboratori che questa era la prima volta in vita mia in cui potevo non pensare più alla Storia. Adesso c’era un museo e il mio compito era stato finalmente assolto. Avevo appena finito di dirlo che alle 14.30, ora di Berlino, assistemmo in tv al crollo delle Torri Gemelle. In quel momento capii che non puoi mai dire di non dover più pensare alla Storia.Dopo il Wohl Center di Ramat Gan, ha altri progetti architettonici in Israele? Stiamo lavorando a Tel Aviv e a Gerusalemme. Ho appena incontrato il nuovo sindaco di Gerusalemme, una persona incredibile. Tra le sue prerogative c’è lo sviluppo della capitale di Israele.Come vede il dopo elezioni in Israele?Un balagan, una situazione complicata; resa ancora più critica da un sistema elettorale che è orribile... I problemi interni sono tanti, ma io ho fiducia; Israele è una società dinamica. Malgrado l’instabilità apparente credo che alla fine in Israele ci sia una profonda stabilità. Del resto quale altro Stato nella storia moderna è entrato in guerra coi suoi vicini perché si sono rifiutati di riconoscerlo? E questo innumerevoli volte e per più di mezzo secolo? E il processo di pace?La pace appartiene alle nuove generazioni. Possiamo già vedere in atto grandi cambiamenti, le opportunità non spariscono anche se oggi le persone sono sempre più depresse, sfiduciate rispetto al futuro, credono che tutto stia collassando. Ma io non smetto di essere positivo, vedo i giovani israeliani e penso che il cambiamento ci sarà.Lei è d’accordo con la soluzione “due popoli due Stati”?Tutti ci stiamo sperando, anche se sono passati anni dalla Prima Intifada e quest’idea si sta dimostrando sempre più astratta. È tempo di decisioni coraggiose da entrambe le parti. Sono preoccupato dalla virata a destra della società israeliana. L’odio contro il proprio vicino non porta da nessuna parte. La strada per il futuro è vivere insieme. Un percorso difficile, perchè le due parti devono imparare a rispettarsi.Tutti i suoi lavori racchiudono un forte valore simbolico. Quale può essere la chiave per interpretare le sue costruzioni per l’Expo di Milano?L’identità ebraica ruota intorno alla vita; per l’ebraismo tutte le cose sono vive e io ho voluto inserire proprio questo concetto anche nel mio lavoro milanese. Già a partire dal nome del progetto, Citylife, si capisce che parliamo di dare vita alla città e ai suoi cittadini, creando un ambiente sostenibile, bello e in relazione con la natura. Credo che questo sia il profondo significato ebraico del mio lavoro di architetto.Lei ama molto Leonardo da Vinci, tanto da averlo usato come fonte d’ispirazione sia nel progetto del Museo d’arte Contemporanea di Milano sia nella torre curva di Citylife.Sì, è così. Leonardo è molto importante, pensava che l’uomo fosse misura di tutte le cose. Leonardo ci aiuta a comprendere cos’è l’uomo e come si proporziona alla realtà. Il suo pensiero, e in generale tutta la concezione rinascimentale, sono un passo molto importante per capire che non siamo soli, che non viviamo il mondo solo per dominarlo.Come cambierà Milano con l’Expo?L’Expo porterà Milano nel mondo e il mondo a Milano. Sarà un importante meccanismo per rinnovarla facendola diventare la metropoli che non è mai stata.
Lavì Abeni e Fiona Diwan http://www.mosaico-cem.it/ 31/03/09,

domenica 5 aprile 2009

Il mercante di Venezia


di Riccardo Calimani , Mondadori Euro 18,50
Scrittore e storico apprezzato da un vasto pubblico, profondo conoscitore dell’ebraismo italiano ed europeo al quale ha dedicato molte opere, Riccardo Calimani dopo il saggio “Ebrei eterni inquieti” del 2007 torna in libreria con un romanzo d’avventure e di intrighi: Il mercante di Venezia”.Il titolo che rievoca il dramma di Shakespeare non deve trarre in inganno il lettore perché non c’è nulla del celebre usuraio Shylock nel saggio e carismatico Moses Conegliano, l’ebreo creato dalla penna di Calimani.Siamo all’inizio del Cinquecento in una Venezia che lotta per conservare la libertà messa a repentaglio dai vicini potenti, Carlo V e Francesco I di Francia oltre al papa Giulio II che non tollera i fermenti libertari della Serenissima.In questo affresco storico che non esclude la Riforma di Lutero e il Sacco di Roma del maggio 1527, Calimani racconta le vicende dei Conegliano, una famiglia di ebrei che cacciata da Treviso cerca rifugio nella città lagunare: “…L’acqua che protegge questa città è meglio di qualsiasi muraglia”.
Sotto la guida di Moses, uomo previdente e privo di qualsiasi ambiguità, un capofamiglia generoso che decide di farsi carico dei figli di Abraham De Leon, inizia per i numerosi personaggi che costellano il romanzo una nuova vita a Venezia tutt’altro che facile dove ciascuno sarà artefice del proprio destino: l’irrequieto Gabriele, il figlio con il quale Mosaes non riesce a entrare in sintonia e che si convertirà al Cristianesimo senza tuttavia trovare pace; l’adorato figlio Davide che decide di partire per l’Oriente; la giovane Stella che dopo la morte dell’amato Mandolin si legherà a un patrizio veneziano, Francesco Sebastiano Giustiniani, uomo dai solidi principi che accetterà de veder crescere i suoi figli nella religione ebraica; Sara, l’affettuosa e devota moglie di Moses, una donna timida e introversa che sboccerà nella sua femminilità una volta diventata madre del piccolo Simone Simhà Abraham, destinato a diventare rabbino.Attorno ai Conegliano si muovono individui scaltri e spregiudicati come il nobile Vettor Mocenigo, gaudenti come Giorgio Foscarini o donne sensuali e di prorompente bellezza come Angela Barbarico “capace di farsi ammirare dagli uomini e invidiare, se non odiare, dalle donne.”Sullo sfondo una città piena di fascino, turbolenta e cinica, spensierata e tollerante nella quale le varie peripezie dei protagonisti si intrecciano ai momenti più salienti della storia della Serenissima: il terremoto del 1511, il rogo dell’Arsenale, gli echi delle lotte tra cattolici e luterani e l’istituzione del Ghetto – il primo in Europa – per volontà del Maggior Consiglio e nel quale non tutti i membri della famiglia accetteranno di essere costretti a vivere.Attraverso le vicende dei Conegliano Riccardo Calimani con il rigore dello storico e la capacità narrativa del romanziere delinea i difficili rapporti fra ebrei e gentili, i tentativi dei primi di emanciparsi, la sofferta accettazione di vivere nel Ghetto per alcuni e la drammatica scelta di fuggire da Venezia per altri, abbandonando i propri affetti e le proprie case.In questo scenario costruito con grande sapienza l’autore, partendo da una prospettiva ebraica, offre uno scorcio su uno dei periodi storici più complessi della storia italiana restituendoci un mondo che, pur intravedendo segnali infausti attorno a sé, continua a credere nella libertà dell’uomo e a sperare in un futuro migliore.“…Si possono bruciare le pagine di un libro, di molti libri, ma non si possono, per fortuna, bruciare le idee”. Giorgia Greco



Money - Bank Hapoalim finisce in rosso,ma promette una svolta positiva

Israele non sfugge all’onda lunga della recessione: la seconda banca più grande del paese, Bank Hapoalim, ha infatti annunciato una perdita netta nel 2008 di 895 milioni di shekel (circa 163 milioni di euro), ancor più grave di quella che era stata stimata nel “profit warning” di febbraio che parlava di 780 milioni.In seguito a questa situazione si è dimesso il Ceo Zvi Ziv, anche per le incomprensioni e differenti vedute con il presidente del Consiglio d'amministrazione Danny Dankner, il quale ha affermato che nonostante le perdite, la banca sta già adottando i provvedimenti necessari per uscire dal periodo di difficoltà legato inevitabilmente alla crisi economica internazionale. Inoltre afferma sempre Dankner “la banca ha una solida base finanziaria e ci aspettiamo rendimenti positivi nei prossimi anni ed una rinnovata crescita nel lungo periodo”.Ziv sarà sostituito dal suo vice Zion Keinan, capo del Corporate Banking e con un’esperienza internazionale di 30 anni e a detta della banca il candidato naturale per questa posizione.La notizia ha ovviamente avuto grande risalto visto che questa è la prima volta dal 1988 che la banca finisce l’anno in rosso e fa ancora più scalpore se si pensa al risultato del 2007 nel quale i conti di Hapoalim avevano visto un utile di 2,7 miliardi di shekel (circa 490 milioni di euro).In un contesto del genere e in un periodo da caccia alla streghe nei confronti dei manager e dei loro superbonus, (in senso non solo metaforico dopo le immagini viste recentemente negli Usa e l’assalto alla casa del Ceo di Aig), fanno notizia anche gli stipendi dei top bankers: il dipendente più pagato in casa Hapoalim è il Ceo della divisione Capital Markets che nel 2008 ha guadagnato la bellezza di 11,5 milioni di shekel (poco più di 2 milioni di euro), mentre Dankner “solamente” 4,8 milioni di shekel (ovvero 870 mila euro).Notizie che non avranno certo fatto piacere ai correntisti della banca, i quali hanno anche saputo che l’ormai ex Ceo Ziv, il quale ha annunciato le dimissioni 21 mesi prima che il suo contratto scadesse e che lascerà la banca a fine anno dopo di 35 anni di servizio, che stando ai dati del 2008 ha gravato sui conti per la modica cifra di 3,3 milioni di shekel (circa 600 mila euro).Benjamin Oskar, http://www.moked.it/ 3 aprile 2009

Richard Goldstone

Gaza: Onu; Goldstone, media Israele notano origini ebraiche

I media online israeliani sottolineano stasera come un elemento di curiosità le radici ebraiche di Richard Goldstone: l'ex procuratore sudafricano del Tribunale per la Jugoslavia e per il Ruanda chiamato oggi alla guida di un'inchiesta Onu su "tutte le violazioni" connesse alla recente offensiva 'Piombo Fuso' nella Striscia di Gaza.http://www.bluewin.ch/ 03.04.2009

sabato 4 aprile 2009


Tel Aviv, la prima Paperopoli ebraica

Sta per accadere l’improbabile. L’idea che l’artista e fumettista Dudu Geva suggerì tre anni e mezzo fa, respinta a quell’epoca, sta per essere realizzata. Nel quadro delle celebrazioni per il 100esimo anniversario della nascita di Tel Aviv, un papero gigante giallo sarà posto sul tetto del municipio di Tel Aviv e sorriderà benevolmente ai passanti per un mese.“E’ come un’operazione militare. Almeno 10 artisti stanno lavorando 24 ore al giorno come volontari, oltre ad alcuni funzionari del municipio e a molte altre persone che si sono unite al progetto”, dice l’artista Yuval Caspi che ha coordinato il lavoro del progetto con i due figli di Geva, Tami e Aharon. Per ragioni pratiche, i tre hanno deciso di trasformare la figura del papero che riempiva i sogni di Geva in un pallone di stoffa gigante, lungo 10 metri. Gli organizzatori vogliono coordinare l’entrata trionfale del pallone con un evento artistico aperto al pubblico, che avrà luogo in piazza Rabin, con esecuzioni live di musica rock.Poiché il costo di produzione del pallone gigante è di circa 50.000 shekel, gli organizzatori e i loro amici hanno cominciato qualche mese fa a raccogliere fondi. Due gruppi, uno capeggiato dall’artista Ido Shemi e l’altro dal Dada Club di Tel Aviv, hanno aiutato nella raccolta fondi. Gli amici di Geva e quelli che avevano apprezzato il suo lavoro hanno contribuito anch’essi. Ed è stato aperto un conto speciale per l’evento. Due gruppi hanno contribuito con 10.000 shekel ciascuno: il gruppo municipale incaricato delle celebrazioni per il 100esimo anniversario della città e il Museo delle caricature e dei fumetti di Holon. Il museo accoglierà il papero come presenza permanente sul suo tetto dopo il mese trascorso sul municipio.L’idea di mettere il papero gigante sul tetto del municipio fu presentata per la prima volta da Geva nel 2003 come parte di un’iniziativa degli artisti di Tel Aviv che proponevano ironicamente che la città si dichiarasse stato autonomo. In un articolo apparso nel giornale locale Ha'Ir, Geva propose di rinfrescare l’immagine della città: porre statue giganti di papere e altri animali sugli edifici pubblici; appendere drappi divertenti nelle strade ; decorare gli alberi con carta colorata e eseguire musica nelle piazze. “La mia iniziativa nasce dal fatto che la città è perduta – avrebbe detto il caustico Geva – Tel Aviv è così triste che strade intere dovrebbero essere spazzate via e ricostruite da capo. E’ impossibile farlo e costa una fortuna, ma almeno si possono decorare le strade e renderle più allegre. L’edificio del municipio è una causa persa. Se almeno un papero gigante venisse posto sul tetto, tutto si ribalterebbe. L’idea è quella di portare gioia al cuore della gente e fare dell’arte parte della vita quotidiana”.Quattro mesi prima di morire, racconta la figlia Tami, Geva incontrò il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai e illustrò di nuovo la sua idea del papero sul tetto. “Il progetto consisteva nel trasformare Tel Aviv in una papero poli” dice Tami, e spiega che suo padre sognava di costituire un movimento artistico e sociale indipendente che portasse l’arte alle masse. "Anche se al municipio amano dire che approvarono la sua proposta, non fu esattamente così. In realtà Huldai era piuttosto scettico”.Il progetto di trasformare Tel Aviv in una "paperopoli" sembrava divertente ma aveva uno scopo serio, dice ancora Tami. "Mio padre faceva sul serio. Parlava di usare gli spazi pubblici per divertimenti e arte e diceva che qualunque posto che sia divertente per i bambini è divertente per tutti. Mai, in nessun momento, pensò che lo potessero prendere sul serio, ma voleva diffondere il ‘movimento delle papere’ come un movimento artistico e sociale”.“Era solo un’altra delle folli idee di papà, che proponeva solo per farsi dire di no – scherza il figlio Aharon – Abbiamo cassetti piene di queste sue idee, come quella mettere un serpente gigante sui tetti delle case di Rothschild Boulevard, o far sedere cantanti d’opera sui camion dell’immondizia e farli cantare”.Dopo la morte di suo padre nel febbraio 2005, Aharon inoltrò una richiesta al municipio di Tel Aviv perché il papero fosse posto sul municipio. “Una settimana dopo mi telefonarono per dire che la richiesta era stata accettata”.I contatti con i vari funzionari municipali continuarono per tre anni finché tutto fu risolto. Alla fine, i gruppi decisero di mettere il papero gigante sul tetto del municipio esattamente 100 anni dopo la storica estrazione che assegnò appezzamenti di terra lungo la spiaggia di Tel Aviv, l’11 aprile 1909. "Non vogliamo che l’evento sia sentito come una commemorazione – dice Tami Geva – Vogliamo che l’idea di mio padre di mettere l’arte negli spazi pubblici aperti continui a esistere, con senso dell’umorismo, nello spirito del papero”.(Da: Ha’aretz, 12.03.08) da http://www.israele.net/

Le due foto a confronto (Ap)

La scelta ha provocato un duro attacco da parte del piu' diffuso giornale israeliano
Israele: le donne del governo Netanyahu «fatte sparire » sui giornali ortodossi

Le due donne ministro cancellate dalla foto ufficiale pubblicata su 2 quotidiani ebraico-fondamentalisti
Sono solo due su trenta le donne ministro nel nuovo governo di Benyamin Netanyahu: Limor Livnat alla Cultura e allo Sport, e Sofa Landver all'Immigrazione. Ma sono già due di troppo per qualche ebreo ultra-ortodosso. E se i precetti rabbinici proibiscono la pubblicazione di foto di figure femminili per ragioni di modestia, e un aiuto in tal senso può arrivare dal programma Photoshop, il gioco è subito fatto: nella foto ufficiale di gruppo pubblicata su due quotidiani ultra-ortodossi, scattata mercoledì scorso subito dopo l'insediamento dell'esecutivo, le due donne sono misteriosamente scomparse. O meglio, oscurate con due macchie nere o in un altro caso addirittura sostituite da due colleghi maschi che così appaiono due volte. OSCURATE - Le foto così alterate sono apparse su due giornali ultra-ortodossi: la prima sul settimanale «Sha'a Tovah», la seconda sul quotidiano «Yated Ne'eman». Una scelta che ha portato ad un attacco senza riserve da parte di «Yedioth Ahronoth», il più diffuso quotidiano israeliano che messo a confronto le due foto titolando ironicamente: «Cerca la donna». Gli ebrei ultra-ortodossi in Israele sono tra l'8% e il 15% della popolazione. http://www.corriere.it/ 04 aprile 2009


Qui Trieste - Un capolavoro di vetro d'oro riemerso dagli scavi di Caesarea

Forse era un lussuoso tavolo. Forse l’ornamento della nicchia di una cappella. Il suo utilizzo rimane ancora misterioso. Ma il magnifico pannello di vetro dorato ritrovato tre anni fa in uno scavo a Caesarea, nel palazzo del Mosaico dell’Uccello, è senz’altro uno dei più importanti ritrovamenti registrati in quest’area ancora così ricca dal punto di vista archeologico. Un reperto unico nel suo genere. La sua scoperta e il restauro, portato a termine di recente dall’Israel Antiquities Authority, sono stati presentati a Trieste in un incontro promosso dall'Adei da uno dei principali artefici, Jacques Neguer, sovrintendente del Dipartimento di restauro del ministero israeliano per le Antichità. “Il pannello di vetro scoperto a Caesarea è il più importante ritrovamento avvenuto nel palazzo di epoca bizantina situato 500 metri al di fuori delle mura orientali della città di Cesarea Marittima”, spiega Jacques Neguer, di origini bulgare, che in passato è stato conservatore all’Istituto nazionale per i monumenti storici di Sofia e si è specializzato nella conservazione dei mosaici all’Istituto centrale di restauro di Roma. Il rinvenimento è avvenuto nel 2005 quasi per caso. Il pannello dorato fu infatti trovato appoggiato sul grande pavimento a mosaico figurativo, noto come il “mosaico dell’uccello”, riaperto allora per il restauro. Il retro, probabilmente realizzato con materiali organici quali legno o tessuto, è stato completamente bruciato. Ma la facciata a vetro rimasta è un vero capolavoro.“Il pannello – dice Neguer - comprende una parte centrale, delimitata da una grande cornice. Entrambe le sezioni sono composte da una combinazione di tessere translucide di vetro dorato e tessere di vetro colorato opaco”. “Le tessere dorate – continua - sono di piccole dimensioni. Le quadrate, decorate con una croce e una rosetta a otto foglie in rilievo, misurano circa cinque centimetri di lato mentre quelle rettangolari e triangolari sono anche più piccole. I motivi sono unici e finora nessun parallelo è stato individuato in altri scavi archeologici o collezioni”. Lungo la composizione le tessere di vetro dorato e quelle di vetro mosaico si alternano a comporre un motivo di grande fascino. E a conferire un tocco di rara preziosità al manufatto è la presenza, in ciascuna delle tessere di vetro dorato, di una lamina d’oro sottilissima.L’uso del pannello è ancora poco chiaro. “Poteva essere usato come tavolo – spiega Jacques Neguer – poiché somiglia ai tavoli di marmo a forma di sigma frequenti nelle costruzioni bizantine. Frammenti di tavoli di marmo della stessa forma e misura sono stati infatti rivenuti nella stessa zona. Ma il pannello poteva essere usato anche per decorare la nicchia di una cappella e i disegni che lo ornano avrebbero dunque un significato religioso, gettando così una nuova luce sull’intero complesso”.
Daniela Gross http://www.moked.it/

venerdì 3 aprile 2009

Gli ebrei visti da Rembrandt

di Giulio Busi , il sole 24 ore - 15/02/2009
Di che cosa è fatto l'ebreo nell'immaginario collettivo europeo? Molto spesso è una silhouette definita per assenza, per sentito dire, per eccesso esacerbato, e vive in uno spazio intermedio tra realtà e finzione. Forse è per questo, perché si tratta di catturare un fantasma, che una giovane scrittrice - ancora non sa di esserlo -riesce laddove i più agguerriti sociologi e critici falliscono. Tanto più se gli ebrei in questione sono macchie di colore, ombre e luci, che da secoli custodiscono il loro mistero.Lo studio di Anna Seghers sugli ebrei nell'opera di Rembrandt è un piccolo capolavoro sul fraintendimento. E soltanto una tesi di laurea, discussa nel 1924 all'università di Heidelberg da una studentessa ebrea di belle speranze. La prosa del volume ha tratti ancora acerbi, e pure riesce a esprimere l'energia intellettuale di una straordinaria stagione del giudaismo tedesco. In una Germania sempre più minacciata dall'antisemitismo, la Seghers si interroga sul filosemitismo di Rembrandt, così caldo e rassicurante. La galleria di ritratti e ambienti ebraici del grande pittore olandese è per lei un richiamo e una sfida.Ma cosa si nasconde dietro queste figure di sefarditi di Amsterdam, entrati come soprapensiero nelle scene bibliche? Dietro questo giudaismo a un tempo sontuoso e quotidiano? È sufficiente riandare ai contenuti del protestantesimo olandese per comprendere l'eccezionale spessore di un tale ebraismo per figure? All'ebrea assimilata Seghers, che sarebbe poi diventata una celebre pasionaria marxista, le ragioni puramente religiose vanno strette e, del resto, l'Amsterdam di Rembrandt è la città in cui si muove anche il miscredente Spinoza e in cui nasce la moderna fede del dubbio. Per la Seghers, Rembrandt non può essere semplicemente un pio calvinista, che recluta gli ebrei per dare maggiore credibilità alle proprie rappresentazioni vetero testamentarie: «Il suo ebraismo non acquista significato in base a una posizione religiosa o culturale, ma è dotato di un proprio valore, tipico solo per lui».Se la Seghers fosse stata una storica dell'arte pura, avrebbe probabilmente cercato questo segreto giudaismo rembrandtiano nella sintassi delle luci e nelle invenzioni iconografiche, ma poiché ciò che le interessa è soprattutto l'arte del racconto, vede nel grande olandese un narratore già premoderno: «Egli dipinge questi volti come aveva dipinto un cortile scuro o un anonimo paesaggio desolato, di cui nessuno prima di lui aveva saputo cogliere la ricchezza, percepibile unicamente nel quadro». Secondo la Seghers, Rembrandt intuisce insomma negli ebrei una qualità nuova, che la studiosa definisce «überwirklich». La traduzione italiana rende questa acuta parola tedesca con "surreale", ma forse sarebbe stato meglio usare il vecchio concetto di "soprasensibile", disceso dalla scuola idealistica di Fichte e Schelling.Non è dunque un Rembrandt filologico, quello che ci viene qui presentato, ma quasi un pittore espressionista, capace di delineare i suoi ebrei in una diafana materia intellettuale, pressoché soprannaturale, in qualche modo libera dai sensi e dalla storia. Anna Seghers, «L'ebreo e l'ebraismo nell'opera di Rembrandt», La Giuntina, Firenze, € 13,00.

Gerusalemme -monumento a Kennedy

TENNIS, DAVIS: PORTE CHIUSE CONTRO ISRAELE, SVEZIA MULTATA

Il comitato della Coppa Davis ha punito con una sanzione pecuniaria di 25mila la Federazione svedese di tennis e proibito alla città di Malmoe di ospitare gare per i prossimi cinque anni, a causa della decisione della città svedese di disputare a porte chiuse il match contro Israele del mese scorso. La federazione svedese aveva deciso di non ammettere gli spettatori agli incontri per motivi di sicurezza e per il timore di manifestazioni anti-israeliane, che poi si erano verificate nel pressi dei campi. Israele si era qualificato ai quarti di finale battendo la Svezia per 3-2. (02/04/2009) (Spr)


Alta tecnologia da Israele agli USA

La statunitense ClickFox di Atlanta ha firmato un accordo con l'israeliana Amdocs di Ra'anana, allo scopo di offrire le proprie soluzioni tecnologiche ai provider di servizi di telecomunicazione.
In base all'accordo, afferma la Camera di Commercio Americana per Israele, Amdocs utilizzerà la soluzione CEA di ClickFox - un motore per l'analisi comportamentale brevettato che sintetizza visivamente tutti i canali di interazione per gestire un' "esperienza totalizzante per il consumatore" - come parte dei suoi servizi per i clienti di consulenza di tutto il mondo.Amdocs è leader di mercato per l'innovazione di sistemi nel settore e permette ai provider di fornire un'esperienza integrata, innovativa e intenzionale ai clienti in qualsiasi momento durante il servizio. L'azienda nel 2008 ha siglato una partnership con la Camera di Commercio Americana per Israele, e ha portato una decina di aziende israeliane ad Atlanta, USA, per l'evento Let's Innovate, che ha visto esporre le tecnologie israeliane agli esecutivi di AT&T, che è uno dei principali clienti di Amdocs.L'azienda israeliana ha una massiccia presenza ad Atlanta. Con ClickFox ha partecipato anche ad un evento nel settore educativo sul CRM, nel 2006. Elena Lattes in Web/Tech

giovedì 2 aprile 2009

Una vignetta antisemita rappresenta l'Europa che è sedotta dal fascino femminile israeliano a danno della comunità araba (www.boomka.org)

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ANTISEMITISMO IN ITALIA 2002-2006 A CURA DELLA DOTT. ADRIANA GOLDSTAUB

Il quadro europeo Il pregiudizio antiebraico in Europa è diventato un problema contingente e serio: già dal 2001 infatti, ma soprattutto nel 2002, numerosi paesi dell’Europa Occidentale hanno visto susseguirsi centinaia di segnalazioni tra attacchi fisici e minacce rivolte agli ebrei, profanazioni di cimiteri e tentativi di incendi alle sinagoghe e alle istituzioni ebraiche, vandalismi e graffiti, articoli sulla stampa e pubblicazioni. Teatro di questi episodi sono state particolarmente Francia (solo in Francia sono stati contati 516 episodi nel 2002 di cui 185 atti di violenza contro persone e istituzioni; 503 episodi nel 2003, di cui 233 di violenza; 590 nel 2004, di cui 96 di violenza) e Gran Bretagna, ma si può dire che la maggior parte dei paesi europei ha visto nei primi anni del nuovo secolo aumentare il tasso di aggressività nei confronti degli ebrei. Dopo un periodo di relativa flessione nel fenomeno generale nel 2003, esso si è riacuito nel 2004 e nel 2005 comprendendo stavolta anche Germania e Russia. I paesi europei si sono allertati e hanno preso numerose iniziative politiche e diplomatiche contro quello che le Dichiarazioni di Berlino e di Cordoba nelle Conferenze OSCE sull’antisemitismo del 2004 e del 2005 hanno segnalato come “pericolo per la democrazia”.Questa tendenza si è manifestata, quasi ovunque, più che altro in concomitanza con episodi legati al conflitto israelo-palestinese ed era riconducibile a settori dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e del radicalismo islamico.Il problema in Italia Questa premessa sulla situazione in Europa permette di contestualizzare meglio la situazione del nostro paese, dove la situazione è alquanto differente.Dopo il periodo di crisi che ha avuto il suo acme nell’aprile del 2002 in concomitanza con l’assedio della chiesa della Natività a Betlemme da parte dell’esercito israeliano (in quell’anno si sono contate 150 segnalazioni di pregiudizio antiebraico), gli anni successivi hanno visto un ritorno alla “normalità” italiana: 80 segnalazioni nel 2003, 50 nel 2004, 40 nel 2005. Fino alla metà di giugno del 2006 sono state contate 36 segnalazioni di episodi. Il materiale raccolto testimonia un basso tasso di violenza (mediamente si contano all’anno da uno a tre episodi di violenza verso persone o di atti di vandalismo a cimiteri o istituzioni ebraiche). Il pregiudizio è stato espresso quindi in forma verbale o scritta, con una certa predominanza di graffiti sui muri delle città. Ma è stato espresso anche attraverso i libri, gli interventi nei forum e nei blog, i testi nei siti web, piuttosto che nei comportamenti della vita quotidiana verso il vicino di casa ebreo o verso lo studente a scuola.Da quanto emerge, se dovessimo analizzare la presenza del pregiudizio antiebraico in Italia solo dalla bassa incidenza annua di aggressioni a persone o vandalismi alle istituzioni ebraiche, cioè dal tasso di aggressività e dal numero delle segnalazioni, rapportata con quella di altri paesi dovremmo considerare il nostro paese un’oasi felice. Tuttavia un’analisi ravvicinata del tipo di segnali che emerge da alcuni libri, articoli, messaggi inviati ai forum o alle caselle di posta elettronica di privati o delle organizzazioni ebraiche, mostra un’atmosfera molto più densa di aggressività di quanto potrebbe sembrare.Dalla lettura dei segnali di pregiudizio, che naturalmente e fortunatamente non definiscono l’intera cultura del paese, emergono, con più forza negli ultimi anni, due filoni indipendenti ma che si influenzano a vicenda: un pregiudizio, totalmente negativo a priori, sulla politica del governo d’Israele, e nuove riproposizioni del vecchio tradizionale pregiudizio sugli ebrei, riconiugato e adattato secondo le suggestioni della cronaca internazionale.Per quanto riguarda il primo filone, occorre ricordare le polemiche riguardanti le decisioni politiche e militari del governo israeliano nel conflitto con il popolo palestinese, quando tali polemiche attribuiscono a Israele in modo totalmente acritico ogni responsabilità di quanto accade; oppure quando si usa un metro di giudizio squilibrato, non utilizzato per nessun altro Stato per valutare la sua politica o quando, ancora, i giudizi sono arroccati su posizioni preconcette che danno credito solo alla narrazione dei fatti della controparte. Tutto ciò trascende talvolta in una delegittimazione e in una demonizzazione dello Stato israeliano che coinvolge le sue istituzioni e l’intera sua popolazione civile. Vale la pena di ricordare che nell’indagine europea dell’Eurobarometro (ottobre 2003) sull’ ”Iraq e la pace nel mondo” il 48% degli intervistati italiani scelse Israele su 15 paesi quale quello che più minacciava “la pace nel mondo”. Percentuale peraltro tra le più basse d’Europa, dato che la media europea degli intervistati che aveva fatto la stessa scelta era del 59%.Solo per dare qualche esempio, è in questo clima ostile, fatto anche di connessioni arbitrarie e generalizzazioni, ambivalenze e ambiguità, che maturano episodi, come la contestazione – poi condannata dalla Conferenza dei Rettori delle Università - ad opera di alcuni Collettivi politici per impedire le conferenze di alcuni diplomatici israeliani nelle università di Pisa, Firenze e Torino (dall’ottobre 2004 al maggio 2005). O come la proposta di cessare la collaborazione scientifica con alcune università israeliane.E’ appunto in questo clima ostile che si mescolano in un unico contenitore Israele, sionismo, ebrei della diaspora. E così possiamo trovare in un libro (A.Asor Rosa La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana, Torino 2002) che “la razza perseguitata e diversa è divenuta una razza guerriera e persecutrice”, o su un quotidiano di sinistra (Liberazione maggio 2006) una vignetta di E.Apicella (“la fame rende liberi”) che ricolloca in Palestina il cancello di Auschwitz .Alla polemica antisraeliana si intrecciano talvolta le critiche contro la politica “da padroni del mondo” degli Stati Uniti in Medio Oriente. E poiché alcuni consiglieri della prima amministrazione del presidente G.Bush erano ebrei, nelle opinioni che si affidano a una lettura cospirativa della politica e della società, i consiglieri vengono presentati come gli ebrei-sionisti manipolatori della politica presidenziale, tutti gli ebrei americani vengono additati come i nascosti padroni sionisti dell’America, e gli ebrei di tutto il mondo come coloro che dominano il potere economico e politico mondiale.Tutto ciò genera una rinnovata figura globalizzata dell’”ebreo”, figura non nuova che richiama negli stilemi più elementari il modello complottista dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion del primo Novecento.Queste opinioni sono spesso formulate in vario modo e secondo vari modelli politici e culturali, possono ispirarsi ai modelli della estrema sinistra o della estrema destra politica , piuttosto che alla cultura cattolica, ma l’immagine dell’”ebreo” ricco e potente nel mondo (“troppo” potente), dell’ebreo che in Palestina uccide i palestinesi è diffusa, come suggeriscono anche le indagini demoscopiche, più di quanto si immagini.Le indagini demoscopiche Un’indicazione utile sulla diffusione del pregiudizio antiebraico anche in quella parte della popolazione che non usa, o non ha possibilità di, esprimere la propria opinione sui mezzi di comunicazione, proviene dai risultati delle indagini demoscopiche.Data l’impossibilità di dare conto per esteso dei risultati delle varie, ci limitiamo a sottolineare alcuni dati indicativi, tratti sia da una serie di indagini dell’ISPO (Istituto per gli studi sull’opinione pubblica), dove alcune domande sono state poste a intervallo annuo, sia da altri istituti d’indagine italiani ed esteri.Nell’immagine collettiva la caratteristica maggiormente attribuita agli ebrei sembra essere ancora quella di avere una “speciale” relazione con il denaro: in tutte le indagini ISPO (2003, 2004, 2005) la quota di consensi si aggira intorno al 40%, vale a dire quasi la metà degli intervistati. Anche la prerogativa degli ebrei di essere “vittimisti” (“Gli ebrei dovrebbero smettere di fare le vittime per le persecuzioni di 60 anni fa”) raccoglie consensi tra più di un terzo degli intervistati. Tuttavia in questo caso la diminuzione dei consensi lungo i tre anni (dal 38% del 2003 al 31% del 2005) fa pensare che le innumerevoli iniziative di diffusione della storia della Shoah abbiano dato qualche risultato positivo. Altre tre domande che vale la pena di segnalare per la percentuale di consensi raccolti (qui sostanzialmente invariati lungo i tre anni) sono quelle che denotano un maggior senso di distanza e di rifiuto nei confronti degli ebrei: poco oltre il 20% degli intervistati dichiara che “gli ebrei non sono veri italiani” mentre circa il 10% dichiara direttamente che “ non mi sono simpatici e non mi ispirano fiducia”. Infine l’asserzione che rivela un radicale rifiuto: “Gli ebrei dovrebbero lasciare la nazione” ha raccolto intorno al 10% di consensi.Una annotazione interessante proviene dall’indagine ISPO del novembre 2003, la quale aveva anche rilevato, con una serie di domande che riguardavano le attitudini degli intervistati verso Israele, e la loro conoscenza della sua storia nonché della storia del conflitto israelo-palestinese, una scarsa conoscenza delle due realtà. La scarsa o nulla conoscenza di queste due realtà sembra inoltre essere correlata in modo direttamente proporzionale alla antipatia verso Israele e a un alto livello di antisemitismo. E viceversa. Questi dati portano un’ulteriore testimonianza su quanto nell’opinione pubblica siano connessi e interdipendenti l’attitudine verso gli ebrei, e quella verso lo Stato d’Israele e la situazione mediorientale. Ma la misurazione dell’antipatia verso Israele e dell’antipatia verso gli ebrei ci dava anche un’indicazione sulle propensioni in relazione all’autocollocazione politica. L’indagine del 2003, così come quella del 2004, rilevavano, in chi si riconosceva nell’ala estrema della sinistra, un’antipatia verso Israele e verso gli ebrei uguale o talvolta inferiore alla media degli intervistati, mentre in chi si riconosceva nell’ala estrema della destra l’indice di antisemitismo e l’indice di antipatia verso Israele erano tendenzialmente superiori alla media.Un’ultima osservazione sui risultati dell’indagine del 2004, che era stata condotta non solo sull’Italia ma anche su altri otto paesi europei. In questa indagine era stato rilevato per l’Italia un indice di antisemitismo superiore alla media europea. Per contro la Francia, paese dove nel 2002 erano stati segnalati 516 episodi antiebraici, e 503 nel 2003, l’indice di antisemitismo era inferiore alla media europea. Questo non solo testimonia la differenza tra attitudine e comportamento, ma ci suggerisce anche che il numero di episodi antiebraici in un paese non è necessariamente collegato con la generale attitudine della popolazione.Alla fine del 2003 ma soprattutto nel 2004, il dibattito sull’antisemitismo è stato più intenso per quanto era accaduto, e in parte stava ancora accadendo, in vari paesi europei. Un senso di allarme e una presa d’atto che il fenomeno stava facendo molti danni in Europa e poteva diventare un pericolo anche in Italia, ha suggerito quindi maggiori richieste di misurazione del pregiudizio antiebraico.Nell’indagine condotta dalla EURISPES nel dicembre2003-gennaio 2004 venne rilevata un’opinione che conferma quanto si diceva nei paragrafi precedenti. Infatti all’affermazione proposta dal questionario “Gli ebrei controllano in modo occulto il potere economico e finanziario nonché i mezzi di informazione” ha risposto affermativamente più di un terzo degli intervistati (34%). Una percentuale simile raggiunge il consenso di un’altra affermazione, molto connessa al dibattito attuale: il 34% pensava che “Il governo Sharon sta compiendo un vero e proprio genocidio e si comporta con i palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei”.I dati sull’Italia dell’indagine europea condotta dall’ADL (Anti-Defamation League) dell’aprile 2004, riaffermati peraltro da una successiva ricerca compiuta nel maggio 2005, confermano la presenza dell’opinione sul grande potere degli ebrei e la rafforzano: per un 14% degli intervistati gli ebrei hanno tout court “troppo potere in Italia”.Non ci sono notizie di indagini demoscopiche compiute nel 2006 su questi argomenti.Non vogliamo dimenticare infine una ricerca sociologica di Enzo Campelli sui giovani e il razzismo condotta per conto dell’UCEI e presentata nel giugno 2003. I risultati di questa ricerca, condotta su 2200 giovani dai 14 ai 18 anni, hanno ancora una volta confermato i dati precedenti: il 34.6% era d’accordo con l’affermazione secondo la quale “il potere finanziario nel mondo è in gran parte in mano agli ebrei”; il 17.5% pensava che “gli ebrei devono tornarsene in Israele”; il 22.7% che “non ci si può fidare completamente degli ebrei” e, infine, il 22% che “gli ebrei si sentono superiori a tutti gli altri”.Attitudine nei confronti della Shoà, revisionismo e negazionismoLe manifestazioni per il Giorno della Memoria sono sempre più diffuse. Da quelle organizzate dalle istituzioni parlamentari, alle quali partecipano le più alte cariche dello Stato, a quelle delle varie amministrazioni locali, alle iniziative del mondo scolastico - molto attivi i docenti - o di quello dello spettacolo e dello sport o, ancora, delle numerosissime associazioni private, tutte testimoniano, nella loro diversità, la partecipazione del Paese. I mezzi di comunicazione, televisione, radio, quotidiani e periodici, dedicano grande spazio a trasmissioni apposite, servizi ed articoli, Si organizzano convegni, proiezioni di film e documentari, mostre didattiche, conferenze, concerti, visite degli studenti ai campi di concentramento; si indicono minuti di silenzio in memoria dei deportati. Spesso queste manifestazioni sono organizzate insieme alle stesse istituzioni ebraiche. Talvolta nell’impossibilità di reperire oratori o materiale adatto per il 27 gennaio, la celebrazione viene anticipata o fatta slittare di settimane o di mesi, così che il ricordo della Shoah è presente di fatto nell’arco di molti mesi.Accanto ai vari aspetti della persecuzione, da qualche anno nelle manifestazioni si tende a dare sempre più spazio al ricordo dei casi di salvataggio, alla memoria di alcuni personaggi che rischiarono la vita per salvare gli ebrei, come Giovanni Palatucci e Giorgio Perlasca.Come già notato da vari anni, accanto a questa diffusa partecipazione sentita come l’espletazione di un dovere, si coglie peraltro anche una sensazione di stanchezza verso il tema della Shoah (vedi anche al paragrafo indagini demoscopiche). Da molte parti si lamenta che parlare solo delle persecuzioni antiebraiche sia riduttivo rispetto alle tante persecuzioni avvenute nel mondo. Per questo motivo si comincia ad affermare la tendenza di accostare, nel Giorno della Memoria, anche il racconto degli eccidi di altri popoli.Il negazionismo Il negazionismo, o almeno il dubbio che quanto si racconta sulla Shoah non sia del tutto vero, sembra essere ormai uscito dalle piccole enclave dei negazionisti militanti e diffuso in parte dell’opinione pubblica. A facilitare questa diffusione è probabilmente una certa tendenza minoritaria a voler leggere in chiave cospirativa e a mettere in dubbio la verità raccontata su molti dei grandi accadimenti della storia recente, dall’arrivo dell’uomo sulla luna alle responsabilità del crollo delle torri gemelle a New York. Dubbi più o meno apertamente espressi sull’effettiva dimensione della Shoah appaiono sui forum e sui blog di Internet, in qualche lettera dei lettori ai quotidiani, su qualche articolo a stampa, in qualche dichiarazione di uomo politico e, naturalmente, nelle tesi negazioniste pubblicate da piccole case editrici dell’estrema destra. Accanto alla negazione o al “ridimensionamento” della consistenza delle persecuzioni troviamo un tema già presente da almeno un decennio, ma sviluppato maggiormente negli ultimi sei o sette anni. E’ quello che accusa gli ebrei della diaspora e gli israeliani di avere costruito e utilizzato la Shoah per ricattare moralmente e finanziariamente il mondo non ebraico.Nelle già menzionate indagini ISPO del 2003, 2004, 2005 la domanda “Gli ebrei mentono quando sostengono che il nazismo ne ha sterminati milioni nelle camere a gas” ha raccolto circa il 10 % di consensi tra gli intervistati.Una opinione vicina a questa troviamo nell’indagine Eurispes del 2003-2004, con un 10% di persone che concordavano con l’asserzione “L’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente ma non ha prodotto così tante vittime come si afferma di solito”. Peraltro in questa indagine la frase che indicava il puro negazionismo (“L’Olocausto non è mai avvenuto”) raccoglieva solo il 3% dei consensi. Nella ricerca Campelli su ricordata il 17.4% dei giovani 14-18enni era dell’opinione che “ quando si parla dello sterminio degli ebrei si esagera su quello che è davvero successo”.I siti italiani appositamente dedicati alle tesi negazioniste, lanciati in Internet alcuni anni fa, sono ormai tutti chiusi. Rimangono le pagine italiane di due siti stranieri, l’Aaargh (Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d’Holocaustes) e il CODOH-(Committee for Open Debat on the Holocaust). Tuttavia, i siti italiani che contengono testi negazionisti insieme a quelli genericamente antiebraici sono ancora vari, da Holy War a Crimini terrore e repressione dei regimi totalitari comunisti.Dei circa 50 libri specificamente negazionisti raccolti nel dopoguerra, ben 14 sono stati pubblicati dal 2002 al 2005 (non si conoscono ancora pubblicazioni del 2006), pubblicati prevalentemente da una piccola casa editrice di Genova, la Effepi, che raccoglie in varie collane, oltre che testi originali degli anni ’30 e ’40 o saggi su singoli aspetti dell’organizzazione nazista, la polemica antiebraica e negazionista. Gli autori, sono i consueti: Carlo Mattogno, Robert Faurisson, Udo Walendy, ecc.Oltre ai libri appositamente dedicati alla “dimostrazione” dell’inesistenza delle camere a gas o di qualche altro aspetto della Shoah, altri testi contengono singoli capitoli o parti minori che contestano la dimensione dello sterminio o la posizione degli ebrei nel diffondere la sua memoria.I siti e i forum Forum e blog sono il luogo privilegiato dove può essere dato libero sfogo alle opinioni più radicali e irrazionali, sia per lo stile informale di intervento, sia per la possibilità di intervenire in modo anonimo, e nel caso dei forum per l’assenza di un mediatore. I singoli possono perciò facilmente intervenire in un dibattito ed esprimere anche nel modo più grezzo e violento gli stereotipi antiebraici più tradizionali.Per questi motivi queste espressioni possono essere trovate, oltre che in vari blog politicamente vicini all’estrema sinistra o all’estrema destra, in molti thread dei più vari forum di discussione online. Giusto solo per citare qualche esempio possiamo ricordare alcuni thread contenuti in Indymedia; nel forum del quotidiano online L’Unità, nel forum di Alice piuttosto che nel forum del Centro Culturale San Giorgio.I siti che dedicano importanti spazi alla polemica antiebraica sono una ventina, prevalentemente riconducibili alla cultura della destra radicale o al cattolicesimo integrista. Ma non mancano siti contigui al fondamentalismo islamico, alla sinistra radicale o ispirati alle teorie cospirative.Tra quelli attualmente visitabili, quelli particolarmente dedicati alla polemica antiebraica sono 7: alcuni consistono puramente nella versione on line dei periodici omonimi (Avanguardia, Sodalitium) o nel sito di una casa editrice che affianca il giornale online al catalogo delle sue pubblicazioni (Effedieffe). Alcuni siti permettono anche di scaricare testi antiebraici, come I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, Il Talmud smascherato, Mein Kampf. Citiamo quale esempio Holy War, Kommando fascista, Crimini terrore e repressione…, Thule Italia. I temi possono essere legati alla cronaca italiana e internazionale, alla polemica antiisraeliana, piuttosto che alla classica polemistica antiebraica, come l’accusa di omicidio rituale o il complotto della giudeomassoneria.Quotidiani e periodici Sui quotidiani e sui periodici di grande diffusione possiamo dire che gli articoli direttamente connotabili come antiebraici, salvo qualche “scivolata” semantica, sono ormai molto rari. Ricordiamo qui solo una polemica (“Ora anche gli Ebrei contro la Croce”) avvenuta recentemente sulla Voce di Mantova. Nel giugno e nell’agosto 2005 il direttore polemizzava vivacemente contro la “tracotanza ebraica” per il fatto che la Croce Rossa stava decidendo di sostituire la croce con un rombo nel suo logo a causa del fatto che sia Israele che i paesi musulmani non accettavano il tradizionale simbolo della Croce Rossa (“per accontentare i sottanoni degli arabi e trecciolini che s’inzuccano contro un muro”). Rispondendo a una lettera di protesta di un esponente della Comunità di Mantova, il direttore terminava con l’ipotesi che un popolo perseguitato per 2000 anni sempre “vittima” non doveva essere stato.Quanto ai periodici che invece sono costantemente dedicati alla polemica antiebraica e che proseguono da anni le loro pubblicazioni, essi sono ormai pochissimi e rintracciabili solo per abbonamento, online o in alcune librerie “militanti” . Sono: il mensile Avanguardia, filofascista e filonazista, che sostiene il fondamentalismo islamico. In esso sono centrali le tematiche esplicitamente antiebraiche; il mensile Orion ,filofascista, filoislamico, antisionista e ostile al modello di società di tipo “occidentale”. Il pregiudizio antiebraico si esprime attraverso la critica al “mondialismo”, dove gli ebrei vengono individuati come importanti artefici di questa visione del mondo digregatrice, antispirituale e antitradizionale; Sodalitium, semestrale, tradizionalmente impegnato in una critica antiebraica sul modello preconciliare della Chiesa dei primi del Novecento. Occorre osservare che negli ultimi anni questo periodico ha sostituito gli interventi mirati con allusioni polemiche ricorrenti in articoli su argomenti apparentemente non strettamente riguardante l’ebraismo.Libri Dei 114 libri raccolti dagli anni Novanta ad oggi (compresi quelli negazionisti) quelli pubblicati negli ultimi quattro anni sono oltre i 50. Pur tenendo presente che alcuni di questi non sono interamente dedicati al tema antiebraico, o che pochi altri contengono tesi che potrebbero essere diversamente giudicate dall’essere propriamente antiebraiche, tuttavia la proporzione appare notevole.In attesa di uno studio più approfondito, potremmo avanzare qualche ipotesi per capire le ragioni di questo aumento della polemistica antiebraica: la liberalizzazione dei temi culturali, propria della cultura degli ultimi anni, piuttosto che la relativa “normalizzazione” dei temi propri dell’estrema destra che trascina con sé una sorta di ”normalizzazione” dei temi antisemiti. Ma forse questi motivi poco si attagliano a editori che solitamente non usufruiscono della grande distribuzione, e a testi che potremmo definire di “nicchia”: potremmo forse considerare queste iniziative quale “risposta” militante al fatto che sui grandi mezzi di comunicazione il tema ebrei/Israele/Shoah è molto presente negli ultimi anniLe case editrici sono soprattutto quelle militanti come Effedieffe, Effepi, Edizioni di Ar.I volumi ricorrenti sono ristampe di classici dell’antisemitismo dei primi del Novecento come I Protocolli o degli anni Trenta e Quaranta come L’ebreo internazionale di H. Ford o La giudeomassoneria e la guerra di A. Rosemberg. Sono autori del passato, come i cattolici I.B.Pranaitis, H.de Vries de Heekelingen o H.Belloc o autori più recenti come don C. Nitoglia, M. Blondet o A. Smith. Temi antichi come quelli che si ispirano al modello cospirativo ritornato in voga, oppure alle “trame” del sionismo internazionale o delle lobby ebraiche che comanderebbero in America o in Italia.Sport All’interno del mondo del tifo sportivo organizzato i gruppi ultras di alcune squadre di calcio usano spesso l’invettiva antiebraica per colpire l’avversario. Lungo questi ultimi quattro anni abbiamo avuto svariate testimonianze che riguardavano soprattutto le tifoserie estreme della Lazio. Ma anche le tifoserie delle squadre della Roma o del Vicenza sono state denunciate sulla stampa per alcuni episodi simili. Slogan, striscioni, scritte sui muri delle città che danno dell’”ebreo”, quale insulto lanciato contro la squadra o la tifoseria avversaria, oppure evocano particolari della Shoà quale minaccia (“Lazio Livorno Stessa Iniziale Stesso Forno”). L’evocazione del tema della Shoah potrebbe essere attribuita al fatto che in alcune tifoserie estremiste vi sono legami con la destra radicale e neofascista.Un episodio particolarmente serio è accaduto nel maggio 2005 durante la partita Maccabi-Pro Calcio Acilia per il girone allievi, quando i giocatori dell’Acilia hanno attaccato con frasi ingiuriose i tifosi del Maccabi a causa della Stella di Davide sulle loro insegne. Nel girone di andata i tifosi dell’Acilia avevano accolto i giocatori del Maccabi con croci celtiche e cori inneggianti al “duce”.Pregiudizio antiebraico nel mondo musulmano in Italia Per quanto riguarda ciò che accade nel mondo musulmano i segnali raccolti sono molto parziali. I motivi sono vari, primo fra tutti quello della barriera linguistica. Ciò premesso può essere utile ricordare le varie testimonianze apparse sulla stampa quotidiana e periodica, attraverso gli articoli di qualche giornalista esperto del mondo islamico, o interviste a singoli personaggi o da quanto emerge da qualche indagine della magistratura.Ricordiamo solo come esempio che solo nel 2005 è stata modificata la versione del Corano più diffusa in Italia (Il Sacro Corano Inimitabile, Imperia 1994) tradotta da Hamza Piccardo, la cui prima versione portava numerosi commenti antiebraici. Così si è avuta notizia che in alcune moschee e centri culturali islamici vicini ai movimenti fondamentalisti si siano potute ascoltare – o siano circolate in cassetta - prediche e conferenze antioccidentali e filojihad completate da osservazioni antiebraiche.Non più visibili, ma in vendita almeno fino ai primi mesi del 2004, erano alcuni libri antiebraici nel bookshop online dell’UCOII (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), come Misteri e segreti del B’nai B’rith di Ratier, o Il Talmud e i non ebrei di De Heekelingen. http://moked.it/ucei/

mercoledì 1 aprile 2009

Gerusalemme - zoo

M.O.: PALESTINESI E ISRAELIANI UNITI IN RAPINA A BANCA

Il crimine e' stato piu' forte delle divergenze politiche in Cisgiordania, dove banditi palestinesi hanno rapinato una banca con un'operazione orchestrata da un delinquente israeliano. Un segnale che preoccupa la polizia locale, che parla di pericolose nuove tendenze del crimine organizzato nei territori palestinesi. A Ramallah un gruppo di sei uomini armati ha assaltato un istituto bancario, portando via un bottino di 30mila dollari.31.3.09, http://www.repubblica.it/

Un ritorno alle radici per Krusty, il clown figlio di un rabbino ultraortodosso
I Simpson alle prese con il Medio Oriente

La serie più longeva arriva in Israele con il suo caricodi politicamente scorretto. Ma la produzione sarà cauta
Francesco Battistini , 28 marzo 2009 http://www.corriere.it/
GERUSALEMME - Se il pericolo è il nucleare iraniano, chi meglio di Homer che maneggia il plutonio e s’annoia da una vita a fare l’ispettore di sicurezza nel settore 7G della centrale di Springfield? Se il punto è dirimere torti e ragioni, chi più adatto di sua moglie Marge, del senso della quieta vita familiare che la pervade? E se quel che serve è un autorevole mediatore americano, perché non la piccola Lisa che da sempre sta coi democratici (visto che Bush diceva: «Vorrei un’America di famiglie che non somiglino ai Simpson») e intanto sogna di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti? Gli autori ci hanno pensato un po' e alla fine, massì, hanno deciso: è venuta l’ora che i Simpson la piantino di prendersela solo coi politici corrotti di casa loro ed entrino nell’arena internazionale. E dopo aver viaggiato per piacere in Gran Bretagna e in Australia, in Francia e in Giappone, finalmente partano per una meta assai meno pacifica: il Medio Oriente. ARABI E ISRAELIANI - Arrivano con la prossima serie. A portare feroce humour, a sbugiardare comportamenti ipocriti, a smascherare bugie colossali nell’eterno conflitto arabo-israeliano. «Penso che l’anno venturo andremo a trattare questo tema come non è stato ancora affrontato - dice Al Jean, il produttore esecutivo della più longeva e spietata sitcom animata mai trasmessa -. La premessa è che ebrei, musulmani e cristiani sono accomunati da tutte quelle cose che fanno diventare matto Homer. È l’unica cosa su cui possono finire per trovarsi d’accordo». Quando i Simpson nacquero, era il 1987, si era alla vigilia della prima intifada e il primo episodio della serie s’intitolava «Un Natale da cani». «Ci occuperemo anche della culla della cristianità - spiega Jean -, li faremo andare a Betlemme e poi al Muro del pianto e sulla Spianate delle Moschee. Un ritorno alle radici, anche per Krusty». Dove Krusty è il clown d’origine ebrea che all’anagrafe fa Herschel Shmoikel Pinkus Yerucham Krustofski, figlio d’un rabbino ultraortodosso (che nell’originale americano ha pure la voce d’un vecchio attore della comunità ebraica newyorkese, Jackie Mason): padre e pagliaccio si beccano di continuo, nell’indignazione del genitore per la scellerata vocazione clownesca di Krusty.PIEDI DI PIOMBO - Incompetenti, irriverenti, politicamente scorretti: gli argomenti delicati non mancano, per irritare qualcuno. Anche se non è la prima volta che i Simpson si misurano con grandi temi che escano dal quotidiano americano. Nel 2003 misero becco in Iraq e fu proprio una loro battuta sui francesi contrari alla guerra, «arrendevoli scimmie mangia-formaggio», a essere ripresa dalla stampa più conservatrice e a diventare un tormentone nelle accuse all'«imbelle Europa». Con israeliani e arabi è probabile che la produzione voglia andarci un po' più cauta, ma già si mette in conto che qualcuno s'offenderà. Accadde anche in Giappone, qualche anno fa, con un episodio che satireggiava pesante sull’imperatore Akihito. Intervennero le autorità nipponiche, la serie fu censurata. E per una volta, l’unica, anche Homer dovette tapparsi la bocca.

lago di Tiberiade (Kinnereth)

Giochi del Mediterraneo

Il prossimo 26 Giugno, a Pescara, avranno luogo i Giochi del Mediterraneo. A questa manifestazione, che raccoglie le squadre di tutti i paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, è assente la squadra Israeliana.La rappresentativa israeliana è assente per effetto dei veti espressi dai Paesi Arabi che hanno a più riprese minacciato il ritiro delle loro squadre qualora partecipasse quella israeliana.Il Comitato Olimpico italiano, organizzatore dei giochi di quest'anno, non ha posto in essere alcuna azione volta ad includere Israele tra i paesi partecipanti. L'inerzia del CONI è particolarmente grave poiché si tratta di un ente di una nazione, quale l'Italia, storicamente amica di Israele. La stessa nazione che pochi giorni fa ha fatto pesare la propria contrarietà riguardo la bozza di risoluzione della conferenza Durban II, la stessa nazione che si spende per la pace in Medio-Oriente, pace che non si raggiunge certo con l'esclusione.Come reazione a questa esclusione è nato, su Facebook, un gruppo “Contro l’esclusione di Israele dai giochi del Mediterraneo a Pescara” che, anche grazie all'appoggio di importanti esponenti del mondo politico, della cultura e del giornalismo, intende dar vita ad iniziative che sollecitino la risoluzione del problema da parte dell'ente organizzatore, il CONI. Non è infatti accettabile l'indegno scarica barile che gli esponenti del CONI hanno messo in atto per smarcarsi dal problema.E' per questo che chiediamo al CONI, quale rappresentante dell'Italia all'interno del Comitato Olimpico Internazionali, di farsi promotore della partecipazione della rappresentanza Israeliana alle prossime edizioni dei Giochi del Mediterraneo.Chiediamo al riguardo che il CONI ponga quale precondizione alla partecipazione Italiana alle prossime edizione l'ammissione della rappresentativa Israeliana, usando, di fatto, la stessa minaccia ad oggi usata dai paesi arabi.Chiediamo, inoltre, che il CONI stesso colga l'occasione per dedicare le cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi di Pescara agli atleti Israeliani assassinati a Monaco.Su questa richiesta il Gruppo ed i firmatari condurranno la loro battaglia civile.
Daniele Nahum Presidente Unione Giovani Ebrei d’Italia, Enzo Biassoti e Alessio Di Carlo Fondatori Gruppo Contro l’esclusione di Israele dai giochi del Mediterraneo a Pescara
Per adesioni: controesclusionedisraele@gmail.com


Pizza di Pesach

INGREDIENTI: Matzòt grosse (6), melanzane (2), passata di pomodoro (1 bottiglia),formaggio da fondere (350-400g), basilico (6 foglie), olio extra vergine d’oliva, sale. PREPARAZIONE: Tagliare le melanzane a fette sottili e friggerle. Disporle in carta per fritto per assorbire bene l’olio.Mettere le matzòt in una teglia per forno rivestita di carta forno: su ogni matzà distribuire il pomodoro, il basilico, le fette di melanzane, il formaggio, olio e sale. Cuocere in forno a 120° per 20 minuti. Sullam n.28