martedì 17 giugno 2008


KARPFELACH - ravioli israeliani

INGREDIENTI (per 4 persone):
Per la pasta: 200 gr. di farina, 2 uova, sale
Per il ripieno: 200 gr. di polpa di manzo magra, 1 kg di spinaci, 1 uovo, 1 carota,
1 cipolla, 2 cucchiai d’olio d’oliva, sale, pepe nero.
TEMPO DI PREPARAZIONE: 1 ora per la preparazione; 30 min per la cottura del
ripieno; 6-7 minuti per la lessatura della pasta.
PREPARAZIONE: Impastate la farina con le uova ed un pizzico di sale fino ad ottenere un impasto liscio e morbido; se necessario aggiungete anche qualche cucchiaio d’acqua. Stendete l’impasto così da ottenere due sfoglie uguali e molto sottili che lascerete riposare dopo averle infarinate leggermente.
Mondate gli spinaci, lessateli in poca acqua, scolateli bene spremendoli per eliminare tutta l’acqua e tritateli finemente.
Mondate la cipolla e la carota, tritatele e mettetele a soffriggere nell’olio in un tegame posto su un fuoco moderato. Quando la cipolla ha preso colore, unite gli spinaci e la carne.
Lasciate rosolare per una decina di minuti, salate a gusto, aromatizzate con del pepe nero macinato al momento quindi ritirate dal fuoco ed aggiungete anche l’uovo mescolando bene per omogeneizzare il composto. Ricavatene ora della palline grosse come una nocciola che disporrete ad intervalli regolari su una delle sfoglie. Sovrapponetevi l’altra e premete sugli spazi vuoti tra una pallina di ripieno e l’altra
Con un coltello, o meglio con la rotellina taglia-ravioli, ricavate dei ravioli quadrati che andranno lessati in acqua appena salata e poi conditi con del sugo di carne. I Karpfelach si accompagneranno
bene ad un vino rosso e corposo. Beteavòn!(buon appetito)

Dal bollettino Sullam della Comunità ebraica di Napoli

palme nel deserto del Neghev

Israele Eden Ben-Basat tra Maccabi e la Grecia

Eden Ben-Basat, 22 anni, uno dei migliori cannonieri in Israele (l'anno scorso 12 reti con la maglia dell'Hapoel Haifa), potrebbe sbarcare in Grecia.
E' un giocatore molto interessante e conosciuto in Europa: quando aveva 18 anni, ha fatto parte del World gala team segnando nella sfida pareggiata per 1-1 contro l'Inghilterra a Manchester. Nel torneo papale disputato in Italia, poi, mise a segno quattro gol in due reti, cosa che attirò l'interesse della Juventus. Ma dal momento che il giocatore faceva parte dell'esercito israeliano, l'affare sfumò. Il suo agente, Oved Kraus, sta trattando per un eventuale ritorno di Ben-Basat nella squadra della sua città, il Maccabi. Ma c'è anche l'interessamento di alcuni club greci.
http://www.calciomercato.com/ 16 giugno

lunedì 16 giugno 2008

Gerusalemme - le mura

UN DOCUMENTO DEL 1944
DOPO LA LIBERAZIONE DI ROMA

UNA MADRE RACCONTA LE TRAVERSIE IN ROMA OCCUPATA DAI TEDESCHI AL

FIGLIO CHE AVEVA COMPIUTO L’ALIA’ DA SOLO, SEDICENNE, QUATTRO ANNI PRIMA

La madre, autrice della lettera che pubblichiamo a 68 anni da quando fu scritta, è Fernanda Di Segni, sposata con Giovanni Sermoneta. Nacque a Roma nel 1901 ed è quivi morta nel 1967. Il figlio è Joseph Baruch Sermoneta (1924-1992), allora ventenne, divenuto poi professore di storia della filosofia ebraica e di storia della letteratura ebraica italiana all’Università ebraica di Gerusalemme. Baruch era partito per la Palestina, dopo le leggi antiebraiche, a soli sedici anni. I genitori rimasero a Roma con l’altra figlia, Rosetta, poi sposata con Bruno Ajò, la quale mi ha gentilmente autorizzato a pubblicare la lettera. Abitavano con loro, in via degli Scipioni 35 (quartiere Prati) i genitori di Fernanda, Amaddio o Amedeo Di Segni e Giannina Castelnuovo. I Sermoneta avevano un negozio di merceria in via del Leoncino, presso San Lorenzo in Lucina, in pieno centro. Trascorsero gli anni dal 1938 al settembre 1943, in un sereno meno peggio. Nel settembre morì Giannina, madre di Fernanda. Al dolore per la sua scomparsa si aggiunsero le preoccupazioni per le angherie degli occupanti nazisti a danno degli ebrei, finché all’alba del sabato 16 ottobre, il giorno della Juden Aktion, capitò il peggio. Suonò il campanello. Giovanni aprì la porta di casa e si trovò di fronte due soldati tedeschi, che gli misero in mano il foglio dell’ordinanza: vestirsi, fare sommariamente le valigie, portare con sé le vettovaglie disponibili in casa, e andare con loro. Giovanni mostrò invano le benemerenze di combattente della grande guerra, del resto combattuta contro di loro. Fecero loro scendere le scale e li fecero fermare fuori del portone, in attesa del camion, che passasse per portarli alla prima tappa della tragica sorte, il Collegio militare. Gente vicina e negozianti della via, che da sempre li conoscevano, vedendoli arrestati, fecero attorno a loro un capannello di compianto e di saluto. Altri passanti si aggiunsero e nel provvidenziale ritardo dell’automezzo, mentre si produceva una confusione, che distraeva i guardiani, qualcuno sussurrò ai quattro catturati di svignarsela. I nostri non se lo fecero consigliare due volte e osarono allontanarsi di gran lena, con passo spedito a cominciare dal sessantasettenne signor Amedeo. Voltato l’angolo, furono favoriti dalla sorte con un nuovo dono della provvidenza: un raro taxi di passaggio, su cui immantinente salirono e che rapidamente s’involò.
Sentii, fanciullo, la vicenda, pochi giorni dopo il fatto, dagli stessi protagonisti, essendo mio cognato Ettore Di Segni fratello di Fernanda, sicché condividemmo il rifugio, in un convento di suore sarde, in Trastevere, che è attuale sede della Comunità di Sant’Egidio. Ne ho scritto, con fotografia del sito, alle pagine 200 e seguenti della nostra XI annata. Poi, sfuggendo a una delazione, ci si divise in diversi nascondigli.
La scrittrice Rosetta Loy, venutane a conoscenza, ha incontrato Rosetta Sermoneta e ha raccontato fedelmente il fatto nel bel libro La parola ebreo, Torino, Einaudi 1997, pp. 132-135.
Fu un caso del tutto eccezionale nella tragedia del 16 ottobre, che rapì, tra i tanti, Riccardo Di Segni, fratello di Fernanda, con la moglie Rita Caviglia e la piccola Gianna, di due anni. Più tardi una delazione fece catturare la sorella Tosca, con il marito Gino Tagliacozzo: arrestati da italiani furono deportati dai tedeschi. Perciò la pronta generosità della gente di via degli Scipioni fu un po’ velata nel giudizio di Fernanda sugli italiani, dalla malvagità di altri. Ella giustamente scrisse che le perdite degli ebrei romani dopo la retata tedesca del 16 ottobre, nei successivi sette mesi, furono dovute soprattutto a italiani, sia delatori che polizia della Repubblica sociale.
Il 4 giugno 1944 fummo liberati dagli alleati e quindi, tra le difficoltà della guerra che continuava, si riattivarono le comunicazioni postali con la Palestina. Ecco dunque, alla pagina seguente, la lettera di Fernanda Sermoneta al figlio Baruch, che è una genuina testimonianza storica sulla tragedia degli ebrei di Roma sotto l’occupazione nazista. Testimonia, in primo luogo, la difficoltà che si ebbe, pur nell’angoscia per le angherie tedesche, di prevedere cosa gli occupanti preparassero dopo il ricatto dell’oro e la sottrazione della ricca biblioteca. Si prevedeva la possibilità di altre rapine, di saccheggi, per prepotente utilità economica, ma non la deportazione in massa e tanto meno l’annientamento fisico, in dimensione di genocidio. La deportazione in massa non aveva riscontro, ella correttamente osserva, nella memoria degli ebrei romani, che molto dovettero sopportare nella miseria del ghetto, ma radicati, sedentari, raccolti su un territorio, nella città nativa. La logica umana delle vittime non stava al passo con quella metodicamente distruttiva del nazismo. Fernanda doveva pensare al fratello Ettore (e a noi con lui) quando scrisse che prima del 16 ottobre qualche pessimista si era allontanato dalla propria casa, ed infatti non venivamo molto compresi per quella salutare prudenza. Dopo la liberazione, parlando dei parenti deportati in luoghi ignoti e impossibilitati a comunicare, stava tra la speranza e il dubbio che tornassero. Al confronto con il terrore vissuto nei nove mesi dell’occupazione nazista, il giudizio sui primi anni della persecuzione è più che pacato, quasi di sorprendente nostalgia, se non fosse stato per la lontananza del figlio: “Posso dire che siano stati anni buoni”. Lo furono, nell’immediata retrospettiva, al confronto dell’incubo che è seguito. Lo furono nell’ involucro privato di una vita di famiglia e di lavoro, e, vorrei aggiungere, di semplice certezza identitaria, non scossa dall’ ostilità politica e dalle contumelie di regime.
La continuazione pacifica del quotidiano andamento, senza impatto di violenze e di odio da parte della gente comune, le consentiva di non badarci. L’atteggiamento dei vicini nella strada, con l’aiuto alla fuga, sembra dimostrarlo. Un alleviamento penso fosse dovuto al tipo di lavoro, non avendo ella subito direttamente il trauma della cacciata da impiego, studio o professione. Una spiegazione del giudizio sereno su quegli anni sta nel non volere angustiare troppo il figlio e nell’aver quindi limitato le note tristi agli ultimi nove mesi, davvero tremendi. La madre, con ciò, conteneva il suo stesso duolo e misurava la valutazione degli anni addietro, alle spalle del periodo tragico. Scriveva che il lavoro, rimedio sovrano, attutisce qualunque pena. La pena ci era stata, ma sopportabile e compensabile in confronto a quel che venne poi. Tuttavia il senso dell’estraneità dalla nazione italiana circostante, che ella espresse al figlio, si era fatto strada in quegli anni, pur ancora vivibili, di esclusione, e maturò soprattutto nella prova fatta delle vili delazioni e degli arresti operati da italiani, dopo la retata del 16 ottobre. Ella rilevava una massiccia ripresa di arresti, per opera dei fascisti, in febbraio, basandosi su ciò che avvenne a parenti, ma probabilmente fu un andamento generale, che può spiegarsi con il senso di impunità dei fascisti in seguito allo stallo degli alleati dopo lo sbarco ad Anzio. I delatori denunciavano, la polizia della Repubblica sociale arrestava e i tedeschi facevano poi il lavoro di morte. Fu una delazione a far prendere la sorella Tosca con il marito, e un’altra delazione obbligò i Sermoneta, insieme con i miei, a lasciare il convento di cui dicevo, presso Ponte Sisto. A fronte dei delatori è consolante il riconoscimento che molti sono stati benigni con noi e resta sempre valida l’attestazione sull’accoglienza nei conventi, ascritta allo stesso Vaticano, come generalmente si riconobbe all’indomani della liberazione.
Il fatto che si stesse particolarmente attenti a non far uscire gli uomini, dopo che si era visto deportare anche donne, vecchi, bambini, dipendeva dal timore delle generali retate di uomini per il servizio obbligatorio del lavoro e per ricerca dei renitenti alla leva. La lettera è ricca di introspezione e di esame autocritico. Si noteranno comprensibili oscillazioni nello stato d’animo e sul da fare per il ricongiungimento familiare, tra la prospettiva dell’aliah e quella della permanenza in Italia, questa povera Italia, in cui, dopo i tormentosi eventi, non riconosceva più la patria: Tutto apparentemente tornerà come prima, ma tutto è diverso da prima. Manca alla lettera la data, ma il paterno augurio di Giovanni per il nuovo anno, 5705, la colloca nel settembre 1944. Tra parentesi quadre sono alcune note informative redazionali.

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LA LETTERA DI FERNANDA SERMONETA

Carissimo figlio,
è giunta oggi la tua del 4/8/44. E’ la lettera che aspettavo da quattro lunghi anni, e quasi sembrava impossibile dovesse più giungere. Eppure è arrivata, portando a noi tanta parte di te quasi da sentirti vicino. Ci siamo tutti commossi, e le tue parole nostalgiche hanno acuito il desiderio di rivederti. Da tanto desideravo un così ampio racconto di come si è svolta la tua vita in questo tempo! Finalmente il mio desiderio è stato soddisfatto e ho gioito nel sapere che non sono stati tempi troppo duri per te e che forse hai trovato la strada che più ti piace.
Cinque lunghi anni sono passati da quando sei partito. In questo tempo mi sono domandata più volte come ho potuto mandarti lontano, specialmente io che avevo per te quell’affetto morboso che forse è stato la causa della tua partenza. Prima che lasciassi la tua casa, incerta se acconsentire, mi affidai un po’ alla fatalità che guida spesso i miei atti, pregai il Signore che ti guidasse, mi affidai alla sua volontà. E’ stato un bene o un male? Vorrei saperlo da te. In questi anni hai occupato un posto recondito nel mio cuore, ti ho pensato sempre con vivo desiderio di averti vicino, di seguirti nel cammino della tua adolescenza, e il rimorso di non aver fatto per te il mio dovere di madre mi ha amareggiato sempre, ed ha fatto di me con il mio carattere già triste e scontroso, un essere senza energia, senza volontà, con la paura di sbagliare ad ogni mossa!
Non parlavo quasi mai di te, non facevo né progetti né intuizioni, non dicevo mai ‘come sarà diventato?’ A che scopo? Per me tutto si era fermato al giorno dell’ultima lettera. Non vi era da dir nulla, da far nulla, questa terribile guerra era come un baluardo fra noi, mentre [nulla] si poteva saper di vero. Soltanto pregavo il Signore che ti guardasse perché Lui solo era in potere di farlo. Sembra che il filo della corrispondenza, che si era spezzato, si riallacci di nuovo per giungere alla definitiva unione.
Voglio dirti anche io con povere parole come sono trascorsi per noi questi anni. So che sei ansioso di sapere e vorrei dirti tutto a voce, avendoti vicino. Purtroppo questo ultimo anno è stato per noi quasi terribile, ma voglio raccontarti con ordine. Le ultime notizie ti mancano dal giugno del ’40. Fino all’agosto del ’43 posso dire che siano stati anni buoni, nulla ci è mancato materialmente né moralmente. La vita è trascorsa calma, tranquilla, una vita di lavoro, che mi ha tenuto sempre occupata tra casa e negozio. Quel lavoro, rimedio sovrano, che fa dimenticare ed attutisce qualunque pena. In questi anni abbiamo avuto parentesi di riposo, durante l’estate qualche viaggetto, villeggiature. Per due inverni ho accompagnato Rosetta a sciare in Abruzzo.
Il nostro lavoro ci ha dato abbastanza soddisfazioni. La vita politica ci lasciava indifferenti, nessuno ci ha mai dato noia. I nostri parenti vivevano tranquilli, i tuoi zii e le zie trascorrevano la vita di pacifico lavoro.
Nel settembre del 1941 sono nati Gianfranco a zio Ettore e Gianna a zio Riccardo. I nonni vivevano tranquilli presso di noi. Tutto questo, come per incanto, è cessato l’8 settembre 1943. Non vorrei darti un dolore così grande, ma ti considero un uomo, la vita ci riserva il bene e il male, per questo bisogna essere forti. Due giorni dopo che i nazisti occuparono Roma, e precisamente l’11 settembre, la tua povera nonna fu colpita da un nuovo attacco di paralisi, come già ebbe nel ’39, ricordi? Dopo 8 giorni il Signore l’ha ripresa con sé, se ne è andata serenamente, senza soffrire, senza accorgersi di morire, con il volto sereno, atteggiato ad una grande pace. Il Signore è stato benevolo con lei, le ha risparmiato i grandi dolori che avrebbe dovuto soffrire.
E’ sembrato che con la sua scomparsa fosse volato l’angelo benefico che proteggeva la nostra famiglia. Ma il destino non è stato cattivo soltanto con noi. Centinaia di nostri correligionari piangono oggi tanti loro cari lontani.
Subito si manifestò la ferocia nazista per tutti. Dopo 15 giorni si delineò apertamente per noi. Furono richiesti alla Comunità Israelitica 50 chili d’oro da consegnarsi in poche ore, pena uomini in ostaggio. Con grandi sacrifici furono contentati. Qualche giorno dopo trasportarono via la ricca antica biblioteca dell’Università Israelitica. Tutti gli ebrei vivevano in ansia, la minaccia era sospesa sul capo di tutti. Credevamo peraltro in un saccheggio di negozi, rapine nelle case di oro, argento, biancheria. Quasi nessuno pensava all’atrocità che doveva avvenire. Qualche pessimista si era allontanato dalla propria casa [si veda il volume Roma, 16 ottobre 1943 Anatomia di una deportazione, a cura di S.H. Antonucci, C. Procaccia, G. Rigano, G. Spizzichino, Milano, Guerini, 2006, pp. 23-24].
Fu il 16 ottobre che si compì quell’azione così selvaggiamente inumana che non ha riscontro nella memoria degli ebrei italiani. Nelle prime ore del mattino vennero prese a viva forza dai nazisti, nelle loro case, famiglie intere, vecchi, malati, bambini, Purtroppo fu così anche per zio Riccardo, zia Rita e la piccola Gianna [si veda il Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion, ed. Mursia, pp. 179, 241, 243]. Di mattina alle sei furono portati via dalla loro casa e non abbiamo saputo più nulla, puoi immaginare il nostro dolore! La stessa sorte subì zio Prospero, la moglie e i due figli [Libro della memoria, p. 546]. Gli altri tuoi zii e zie e famiglie furono per allora tutti salvi.
Riguardo a noi accadde un miracolo! Se oggi possiamo scrivere, parlare con te, devi ringraziare il Signore, che non ha voluto subissimo la stessa sorte. Pensa che dopo averci preso di mattina alle sette, riuscimmo a fuggire aiutati dalla folla. Forse la tua povera nonna era morta per salvarci a tutti e quattro. Certo, con lei così sofferente, non saremmo potuti fuggire. A noi alle volte sembra un sogno! Papà in una prossima sua ti racconterà i particolari della nostra fuga. Abbiamo trascorso otto mesi, dall’ottobre ai primi di giugno, nascosti, senza lavorare, abbiamo cambiato alloggio più volte, case di amici e soprattutto suore ci hanno accolto. Il Vaticano ha aperto le porte dei suoi conventi a noi e a tutti i perseguitati; molti sono stati benigni con noi. Abbiamo trascorso giorni calmi ed anche giorni agitati. I primi mesi sembrava che dopo l’atto così inumano nessuno ci desse noia, anzi erano tornati molti anche nelle proprie case. Fu ai primi di febbraio ’44 che ricominciò la persecuzione più spietata e questa volta da parte dei fascisti, di spie, di persone conoscenti. Zia Tosca e zio Gino furono presi e fatti partire per un campo di concentramento di Modena, dove hanno scritto due volte, poi più nulla [furono nel campo di Fossoli. Per Gino Tagliacozzo, deceduto in prigionia dopo il giugno 1944, si veda il Libro della memoria, p. 577. Tosca sopravvisse, fu lasciata dai tedeschi in ritirata il 21 aprile 1945 a Theresienstadt, dove il 9 maggio giunsero le truppe russe liberatrici]. Gli ultimi di marzo nel medesimo modo arrestarono zio Amedeo [Libro della memoria, p. 544] zio Angelo [nel Libro della memoria risulta catturato il 16 ottobre 1943] e Benedetto, il figlio di zia Eleonora [Giuseppe Benedetto Fiano, figlio di Eleonora, che era la sorella di Giovanni Sermoneta, arrestato il 3 maggio 1944, un mese prima della liberazione e morto a Mauthausen il 26 febbraio 1945, Libro della memoria, p. 267].
La vita degli ultimi tempi era diventata impossibile. Da per tutto si vedeva l’insidia. Nessuno e specialmente gli uomini non uscivano più. I quattro ragazzi di zia Tosca, tre dei quali erano in collegio [al Collegio Nazareno] sono ora con noi, cioè Umberto con zio Ettore, Fausto con zia Bianca, Sergio [Sergio Tagliacozzo è stato presidente della Comunità di Roma] con la zia Amedea, il piccolo Armando con noi. Per fortuna questi mesi di terrore sono finiti. Ci siamo ritrovati salvi ed in buona salute, ma con il dolore vivo per il pensiero dei cari lontani che chissà se rivedremo più. Ora ci stiamo riorganizzando, abbiamo aperto negozio già da tre mesi, fra qualche giorno torneremo a casa, che era stata occupata da sfollati. Tutto apparentemente tornerà come prima, ma tutto è diverso da prima. Sebbene ora godiamo perfetta libertà ed abbiamo ripreso il nostro lavoro, ci sentiamo qui quasi estranei. Sentiamo che questa non è la nostra patria. Sentiamo che dobbiamo formarla laggiù dove sei tu, dove dovrebbero andare gli ebrei di tutto il mondo. Noi ci sentiamo diversi. Vediamo tra questa gente, tra questi italiani, tante di quelle spie che hanno contribuito alla rovina dei nostri in quel fatale periodo. Non sappiamo più distinguere i buoni dai cattivi. E poi come sarà il futuro di questa povera Italia, e per noi? Ora il nostro desiderio sarebbe venire da te.
Il mio in particolare è di avere una piccolissima casa con un pezzetto di terreno, vivere tranquilla con la mia famiglia unita. Vorrei condurre una vita modestissima di lavoro. Sarà possibile? Credo di no, perché nella vita tutto ciò che si desidera non viene mai raggiunto, neanche le cose più semplici. Tuo padre è entusiasta di venire costì, grazie a Dio non ha perduto il suo bell’ottimismo, e tre mesi di lavoro nell’orto di un convento [intitolato al Cardinale Angelo Mai, in via dei Serpenti, notizia data da Rosetta], dove si era rifugiato negli ultimi tempi, hanno fatto di lui un perfetto agricoltore. Rosetta verrebbe volentieri con noi. Vedi dunque che saremmo pronti a partire anche subito, tutto dipende da te, se vedi per te un avvenire in Palestina, se a te piace star lì, se non hai la nostalgia della tua casa di qui, delle tue abitudini di ragazzo del paese dove sei nato, noi ti raggiungiamo volentieri. Al contrario, ti dico: torna. Anche qui, sorpassando idee, pregiudizi, si può vivere tranquillamente di commercio, professioni, ecc. Noi faremo tutto quello che tu vorrai. Devi dirci: o torno o venite. Per noi è uguale. Tu stai lì e sei vissuto qui, puoi sapere dove sarà l’avvenire migliore. L’importante è riunirci. Se approvi la nostra venuta in Palestina, pensa subito a facilitare i certificati per la nostra partenza. Tutto questo anche per zio Ettore, zia Marina, Gianfranco e Anna. Ora smetto, mi sono dilungata troppo e ti ho dato troppo brutte notizie. Speriamo di riunirci al più presto e che i cari lontani ritornino. Ti bacio e abbraccio tanto, grazie per la tua bella lettera a cui speriamo ne seguiranno altre,
Mamma


PS: Riceviamo ora la tua del 15.8.44. Stai tranquillo per noi, stiamo benissimo, non ci manca nulla, prendi pure la strada che preferisci, continua a studiare e non ti preoccupare per noi. Saluti, mamma
Santa benedizione e baci, papà, e buon anno.-- I Sermoneta partirono per la Palestina con la grande aliah dall’Italia del marzo 1945, raggiungendo Joseph Baruch. Tornarono con lui in Italia alla fine del 1946. Facemmo entrambi i viaggi insieme. Baruch fece privatamente gli studi liceali, conseguendo la maturità, quindi si laureò brillantemente in filosofia all’Università di Roma, e tornò in Eretz Israel con la moglie Maia Jenni Minerbi. E’ morto nel 1992. La moglie e i figli vivono In Israele, dove pure vive uno dei figli di Rosa, Michele, rabbino in yeshivah a Bené Beraq, la cittadina dove la mia famiglia abitò insieme con i Sermoneta.
da "Il Tempo e l'idea" Hazman Veharaion





deserto della Giudea

UN DOCUMENTO DEL 1938

LETTERA DI UNA EBREA FASCISTA A VITO MUSSOLINI

E’ pubblicata in parte nella raccolta, a cura di Paola Frandini, Ebreo, tu non esisti!, le vittime delle leggi razziali scrivono a Mussolini, San Cesario di Lecce, Manni, 2007. Qui la riproduciamo interamente, con una introduzione.

Molti ebrei, ad ogni attacco antisemita della stampa fascista, scrissero ai giornali nel ventennio, e più che mai all’avvicinarsi della bufera, nel 1937-38. La lettera che pubblichiamo, di una ebrea fascista, subito all’indomani del manifesto della razza, firmato dagli scienziati, spicca per estensione di pagine, per sofferto ed acceso tono personale, per il passaggio dal cruccio per la svolta razzista allo strenuo ed ingenuo suggerimento di un formula che conciliasse con il principio della razza la permanenza degli ebrei nella patria e nel regime.
La ho reperita tra la documentazione della Segreteria particolare del duce e la pubblico per intero, nella sua prolissità di scritto, che aveva a monte il trepidante interesse per la politica ebraica del fascismo e che si snoda tra apologetica del patriottismo ebraico, appello alle passate rassicurazioni, sforzo di convincere il big cui si rivolgeva, ricerca della formula salvifica: va bene, non facciamo parte della razza, giacché la avete decisa, ma riconoscete che siamo italiani per meriti e per sentimento.
Nel numero scorso, per un quesito posto da Carla Forti a proposito di Pardo Roques, si parlò del bivio epocale tra l’ italiano ebreo e l’ ebreo italiano. Questa signora o signorina, di nome Vittoria e di cognome Levi, è prototipo dell’italiana ebrea. Viveva a Milano. Era colta, documentata, ma non una intellettuale. Dal Gruppo universitario fascista passò nel 1935, nell’emblematico giorno delle sanzioni, nel Partito nazionale fascista, con piena e sincera fede. Si sentiva, al tempo stesso, ebrea, nell’accezione unicamente religiosa del termine, e non rinnegava l’ebraismo. Non distingueva bene i concetti di assimilazione e di integrazione, usando solo il primo dei due termini, come molti facevano, e affermando che gli ebrei italiani erano assimilati in tutto, tranne per la religione. Evitò di scagliarsi contro i sionisti e contro i correligionari antifascisti, presenze scomode, volendo sostenere che il complesso degli ebrei italiani fosse univocamente italiano e fedele al regime. Solo nell’ultima parte, riflettendo sul capo d’accusa che le si sarebbe opposto, relativo al sionismo, vantò come rappresentative dell’ebraismo italiano le posizioni de “La Nostra Bandiera” e del Comitato antisionista degli italiani israeliti. Le leggi antiebraiche non erano ancora state varate, ma Vittoria, procedendo nel dolente ed appassionato scritto, le mise in conto, dando comunque la priorità all’offesa dignità morale e patriottica rispetto alle conseguenze pratiche che sarebbero venute dai provvedimenti.
Chiedeva dunque a Vito Mussolini di pubblicare sul “Popolo d’Italia” un codicillo al manifesto della razza, che salvasse l’appartenenza degli ebrei italiani all’Italia, sotto forma di affiliazione volontaristica, per meriti e per sentimento. Riusciva patetica nell’addurre anche un elemento fisico di somiglianza, dato che la fisionomia (le facce) degli ebrei italiani era diversa da quella degli altri ebrei e simile a quella degli italiani. Stentava a rendersi conto che il manifesto degli scienziati era stato voluto dal duce proprio per escludere gli ebrei.
La lettera non fu pubblicata, e, a parte la censura antisemita ormai imperante, non si prestava per la lunghezza alla pubblicazione. Del resto lei stessa la concepì per ottenere un passo a favore degli ebrei sul giornale di Mussolini e non per essere pubblicata.
Non riporto l’elemento, particolarmente privato, del suo indirizzo di casa, da lei indicato sotto la firma, per coraggiosa presentazione e nella speranza di ricevere una risposta, che non credo le sia giunta. Ma la lettera, a sua insaputa, fu evidentemente giudicata interessante, se ne venne dattilografata la copia e serbata tra le carte della Segreteria particolare del duce. La scrittura di questa parola in lettere stampatello, DUCE, era divenuta d’obbligo.
Giacomo Venezian, caduto nel 1849 a difesa della Repubblica Romana, viene confuso con l’ omonimo irredentista e giurista caduto nella prima guerra mondiale.
Nel Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion compaiono due persone con il nome e cognome VITTORIA LEVI, entrambe deportate e soppresse, l’una nata nel 1869 a Casale Monferrato e l’altra nel 1888 a Urbino. La loro età non si addice all’autrice della lettera, che fu studentessa universitaria nei primi anni ’30. Non posso dire se fossero sue ascendenti o parenti.
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Dott. Vito Mussolini
Direttore del “Popolo d’Italia”
Milano - Via Arnaldo Mussolini 10

Permettetemi di scriverVi in merito a una dichiarazione emanata dal Vostro giornale, oltre che da tutti gli altri giornali. Preferisco rivolgermi a Voi, perché siete il figlio di Arnaldo, il nipote del nostro DUCE, il direttore infine del giornale fondato dal DUCE.
Mi rivolgo a Voi da italiana a italiano, da fascista a fascista, e perdonate se l’argomento è delicato, ma ho voluto scriverVi perché l’affermazione che dico mi è arrivata come una mazzata e mi è motivo (e non solo a me credetelo) di strazio indicibile. Abbiate la bontà di leggermi fino in fondo, Vi scongiuro.
Come vedrete dal mio stesso cognome, io sono ebrea di religione, e l’affermazione di cui parlo è quella di quel gruppo di docenti che, fissando la posizione del
Fascismo nei confronti della razza, ha reso noi, italiani ebrei, stranieri nella nostra patria!
Ebbene, a Voi, figlio dell’indimenticabile Arnaldo e nipote del DUCE, io dico /e con me dicono gli ebrei italiani tutti): fate tutto quel che volete, discutete sulle razze, diteci anche, se vi piace, che noi ebrei apparteniamo a una razza inferiore e degradata, tutto vi permettiamo, ma non dite, in nome di Dio, che non siamo italiani come voi! Questo no! E permettetemi, vi prego, di fissare in poche parole la posizione vera degli ebrei in Italia.
Nello scritto anzidetto, viene affermato nel modo più categorico che esiste una pura razza italiana appartenente alla razza superiore ariana. E va benissimo. Potrei ricordarVi che nel Congresso tenuto a Londra (il “Congresso antropologico”) nell’agosto 1934, al quale parteciparono fra gli altri l’accademico Pettazzoni e Lidio [Lido] Cipriani, venne affermato che “i mediterranei furono creatori della prima civiltà” e che “la razza ariana non è mai esistita” (relazione dello stesso Cipriani nel “Corriere della Sera del 19 agosto 1934 – XII); ma io non me me intendo di antropologia e vi riferisco solo quanto detto allora. Posso ricordare però quanto disse il DUCE stesso al Ludwig: “Non esiste più alcuna razza pura e neppure gli israeliti sono rimasti senza mescolarsi. Precisamente da felici mescolanze sono spesso derivate la forza e la bellezza d’una Nazione. Razza: ciò è sentimento, non realtà! Io non crederò mai che possano dimostrarsi razze più o meno biologicamente pure…” (Emilio Ludwig, “Colloqui con Mussolini”, Mondadori ed., Milano).
Comunque, ammettiamo pure che esista una pura razza formata però dalla felice mistione di più razze diverse. E qui vengo, a questo punto, all’affermazione che mi preme: per quei “docenti d’Università” saranno senza dubbio forti in antropologia, ma non altrettanto nella storia, oltreché difettano di memoria e perciò sbagliano grossolanamente. E infatti: 1) – “…Il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, ecc.” I docenti in questione affermano con sicurezza che ciò avvenne “perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.” Io non discuto affermazioni scientifiche proclamate così “ore rotundo”, ma ricordo molto bene un elemento che è a loro sfuggito perché appartiene alla storia: il “ghetto”! Diamine, possibile che non se ne siano ricordati? Il processo d’assimilazione fu sempre rapidissimo, ma gli ebrei durante i secoli nonsi sono assimilati: ma diamine, l’avessero pur voluto, i cristiani l’avrebbero loro impedito, anzi l’ hanno senz’altro impedito appunto con la creazione del ghetto per segregarli! E se è ben naturale che, in tempi in cui la religione sovrastava sin alla scienza, venissero allontanati gli ebrei dal consorzio umano, è altrettanto evidente che è questa appunto la causa per cui non han potuto assimilarsi prima! I ghetti furono fatti “proprio” perché non si assimilassero. Le altre stirpi si sono assimilate fra loro e quella ebrea no? Ma le altre stirpi non c’entravano con l’uccisione di Gesù Cristo, quindi per esse sarebbe stato assurdo il ghetto e cioè la “voluta” dai cattolici separazione! E’ chiaro! Non è più dunque per gli “elementi razziali diversi”! Ho detto poi che quei docenti illustri mancano pure di memoria; infatti 2) “gli Ebrei non si sono mai assimilati”: potevano almeno, per imparzialità, aggiungere: “nel corso dei secoli” (e sempre per la ragione che ho detto io, della non voluta assimilazione da parte dei cristiani, cosa umana del resto, dati i tempi). Giacché se l’assimilazione non è avvenuta nel Medio Evo, è pur avvenuta – e intermante – non appena gli ebrei ebbero uguaglianza di diritti. Non ricordano più che il ghetto udrò sino a metà dell’800 e che quindi è stato abolito – e permessa quindi l’assimilazione, prima non permessa – appena un secolo fa? E non ricordano parimente che, ancora vigente il ghetto, gli ebrei italiani cooperarono coi cattolici per l’Italia, e che (lo voglio dire con le parole di uno che non potrà essere accusato di essere ebreo, né tanto meno di non essere patriota di fede provata, e morto in questi giorni: Dario Lischi,* nella sua rivista “Costruire” del giugno (o luglio, non ricordo bene ora del 1937): “… in Italia … gli Ebrei da lungo tempo si sono amalgamati con la popolazione italiana, fino a dividerne le vicissitudini volontariamente e spesso con slancio, fino a sopportare uniti gli stessi sacrifici, i martìri, fino a dare con sincerità il proprio sangue oltre che gli averi, in perfetta comunione di idee e di spirito, per gli stessi altissimi scopi di grandezza nazionale”. E proseguiva: “Il nostro Risorgimento ha fra i suoi maggiori e più sublimi esponenti, accanto a religiosi cattolici … molti nomi di ebrei che, cospirarono, patirono nelle segrete dell’oppressore, si batterono nelle file garibaldine e … nelle città, nel campo del lavoro e della produzione … La nostra storia ci mostra numerosi ebrei che furono studiosi, soldati, magistrati integerrimi e valorosi, scienziati insigni, lavoratori accaniti e diritti, statisti di italianissima fede e benemeriti della Patria in mille guise. La grande guerra vide gli ebrei battersi gomito a gomito con i cattolici …, così come fra gli ebrei si ebbero rappresentanti all’estero della nostra Patria, accorti, sagaci, animati da spirito altissimo di patriottismo. Né mancarono gli ebrei nelle file squadriste e in quelle fasciste della Vigilia (e fra i Sansepolcristi: anche 2 donne) quando tanti e tanti “non ebrei” erano perfettamente e accanitamente nemici del nuovo Verbo Mussoliniano. Così, nella guerra per la conquista dell’Abissinia i nomi ebrei di volontari e combattenti sono innumerevoli in tutti i gradi … (e così ora in Spagna) e di ebrei di senno e di valore, di rettitudine e di ideale, il nostro Governo seppe ripetutamente valersi in molte occasioni.
Tutto ciò … pur rimanendo ligi alla loro religione, alla loro compattezza di razza, o meglio di origine lontana …”. E aggiungeva: “Non è una difesa degli ebrei, questa: è una constatazione semplice e pura, di dati di fatto da tutti conosciuti e facilmente documentabili”. E più sotto: Essi si avvicinarono spiritualmente al resto della popolazione, e finirono col divenirne parte integrale, lasciandosi di buon grado assorbire dalla grande razza italica, formata appunto dall’amalgama e dalla fusione di cento razze diverse, attratte e plasmate insieme dalla superba forza di assorbimento e di assimilazione della razza latina”.
Uguale osservazione faceva, nella rivista garibaldina “Camicia Rossa” dello stesso mese e stesso anno, Ezio Garibaldi, il quale pure non è ebreo ed è fascista tra i primi, e che aggiungeva che almeno “il razzismo hitleriano … si ricollega a miti e leggende ancora vivi nel cuore del popolo tedesco, ma nel cervello e nell’anima dei nostri razzisti nulla vi è di veramente italiano: imbevuti di dottrina straniera, ammiratori servili della cultura straniera” e rammenta, fra i massimi, Sidney Sonnino, Giacomo Venezian (medaglia d’oro, caduto a Roma nel 1849 e fondatore della “Dante Alighieri”, la società così benemerita per la difesa e la propaganda della lingua e cultura italiana all’estero)*, Raimondo Franchetti, il diciassettenne Roberto Sarfatti e il sessantenne Giulio Blum, medaglia d’oro della grande guerra … E voglio pur ricordare che alla morte di Marconi, nell’articolo “La radio, scienza italiana” di Riccardo Moretti sulla “Tribuna”, si nominò Alessandro Artom, creato barone da S.M. il Re per le sue benemerenze patriottiche oltre che scientifiche, fondatore della radiogoniometria; e il sommo glottologo fondatore della glottologia italiana, e fervidissimo patriota (nonché ebreo praticante!) Graziadio Isaia Ascoli. E’ il caso di dire con Ezio Garibaldi che “Tutti intenti a compulsare i fasti delle stirpi nordiche, i nostri razzisti ignorano certo la più recente storia d’Italia, bisogna quindi compatirli”! E così ha detto molti altri in diversi giornali (“Popolo d’Italia” compreso).
E tutto questo non solo capovolge l’affermazione di quegli illustri professori per cui “gli Ebrei non si sono mai assimilati in Italia”, ma schiaccia pure ampiamente l’altra loro affermazione per cui “dei semiti venuti in Italia nulla in generale è rimasto”, come l’occupazione araba in Sicilia che “nulla ha lasciato all’infuori di qualche nome”. E’ vero questo anche riguardo agli Ebrei (che, fra parentesi, come disse il DUCE “sono a Roma sin dal tempo dei Re”)? gli articoli del Lischi e del Garibaldi, oltre all’affermazione del DUCE nel dicembre 1935: “Da molti anni gli ebrei italiani prendono viva parte alla vita politica, scientifica ed artistica dell’Italia”, non confutano forse abbondantemente questa affermazione? E le parole del DUCE nella stessa epoca (dicembre ’35): “In questi giorni, grandi per la Nazione italiana, io dichiaro che gli ideali italiani ed ebraici sono pienamente fusi in uno solo” (dal messaggio alla Delegazione Studentesca ebraica americana), non dimostrano forse inconfutabilmente che gli ebrei italiani si sono perfettamente assimilati? Se lungo i secoli non poterono causa il ghetto, arrivato il Risorgimento e abbattuto il ghetto, essi si unirono ai cattolici e affrettarono rapidissimamente il processo di assimilazione, facendo in pochi anni ciò che avrebbe dovuto avvenire nel corso dei secoli, bruciando per così dire le tappe di tale processo.
E del resto, parliamoci chiaro, quei professori dicono che le altre razze in Italia si sono assimilate in modo rapidissimo; e sia pure; ma quando da tale fusione si generarono le varie regioni, è vero o no che gli italiani si combatterono sempre gli uni gli altri, dimenticando di essere tutti italiani a un modo e cioè per l’appunto di una stessa razza? Milano contro Como, Siena e Lucca, Lucca e Firenze, Lucca e Pisa, Genova e Venezia … e non si continuò così sino a epoca recentissima? E non è forse vero che D’Azeglio disse: “Ora che è fatta l’Italia, facciamo gli italiani”, appunto perché non avevano ancora la coscienza di esserlo tutti e perciò in altre parole non erano ancora perfettamente assimilati? Tanto che D’Azeglio stesso nei suoi “Ricordi” (v. ed. Barion a pag. 46) rammenta che suo padre dopo l’annessione del Piemonte alla Francia andò a Firenze come “in terra d’esilio”, appunto perché allora non si pensava ancora che si era tutti italiani? E non è forse vero che solo ora col Fascismo sono scomparsi i campanilismi; e che anzi il DUCE stesso dovette ordinare che cessassero la “Famiglia Turineisa”, la “Famegia Veneziana” ecc. ecc. e che ciò vuol pur dire anche che, se quelli non l’avevano abolita da sé, era perché l’idea dell’unità e uguaglianza tra italiani non era ancora penetrata bene nelle loro menti? Devo forse ricordare che si disse che solo il Fascismo ha compiuto “l’assimilazione” (sì, fu detta proprio questa parola) di tutti gli italiani? E devo forse dire (è vero o no?) che ancora adesso si sentono certuni (e sia pure vecchi) che dicono parlando di uno e con disprezzo: “E’ un napoletano” o: “son tutti veneti quelli lì!”: quante volte mi capita ancora! Sono “ assimilati” questi? O non son più assimilati gli ebrei?? E se gli ebrei han combattuto, lottato, difeso l’Italia, cooperato con Essa, tutti, non è questa una prova che si sono assimilati? Han forse lottato per se stessi o per un ipotetico regno d’Israele? No, ma solo come italiani. E se all’epoca delle sanzioni, nella raccolta dell’oro, tutte le Comunità ebraiche d’Italia han dato, non solo oro e denaro, ma fin le chiavi dell’Arca Santa e le corone d’oro che contengono i rotoli della Legge, cosa non mai avvenuta, (corrispondono per importanza sacra alla Pisside che contiene le Ostie Consacrate), non è perché si sono assimilati? E se per la vittoria i templi furono gremiti (lo riferirono igiornali) non è perché si sono assimilati?
Gli stranieri, anche ebrei (sin dall’Egitto: “Popolo d’Italia” del 22 febbraio 1936 – XIV) offirono oro anch’essi, e furon lieti della nostra vittoria: ma non offrirono certo gli oggetti sacri come gli italiani (cattolici e ebrei) né andarono in chiesa a ringraziare Iddio!
Questo l’abbiam fatto solo noi, perché era una cosa intima che toccava solo noi. Se gli ebrei non fossero tutti assimilati, l’avrebbero fatto? Tranne alcuni pochi, la massa sarebbe rimasta amorfa, indifferente, o almeno simpatizzante, ma nulla più – spettatrice ma non attrice anch’essa -. E allora? Non è forse perché ha riconosciuto ciò che il DUCE, nell’intervista accordata a Generoso Pope e da questi riprodotta nel suo giornale “Il Progresso Italo-Americano” di New York del 20 luglio 1937, disse a proposito degli ebrei italiani, fra l’altro: “Ti autorizzo a dichiarare … agli ebrei d’America … che ogni loro preoccupazione non può essere che frutto di malevoli informatori. Ti autorizzo a precisare che gli Ebrei d’Italia hanno avuto, hanno e continueranno ad avere lo stesso trattamento d’ogni altro cittadino italiano e che nessuna forma di discriminazione di razza o di religione è nel mio pensiero …”
Voglio pur rammentarvi la nocina “Attenzione” di E. Bir. In “Libro e Moschetto” del 22 aprile 1937 (e non si potrà dire che non sia un giornale fascistissimo), che dice fra l’altro: “che proprio nella terra che fece da culla alla latinità si sviluppino “ideologie” tanto poco “Latine”, questo davvero meraviglia … si tenta cioè di far serpeggiare … un concetto nuovo, il quale esula da ogni precedente presupposto … del fascismo e che del pari esula da ogni tradizione latina e italica: il concetto prevenzione di razza. Questo, ripetiamo, meraviglia, per una Italia risorta ad immagine di quella Roma che raccoglieva in fascio tutte le forze, da qualsiasi parte sorgessero, purché informate a princìpi sani, costruttivi e, in una parola, imperiali. Preoccuparsi come fanno gli autori di quei libri e redattori di quei giornali della diversità di razze in Italia e dei loro effetti, equivale a ingerirsi, senza
esserne chiamati né averne l’autorità, nell’ufficio proprio di quella legge fascista di cui abbiamo detto … Oltre a tutto ciò, sussistere [insistere] su tale opera equivale a condurre un’azione contraria alla utilità della vita pubblica, creando malintesi, inasprendo attriti … fomentando in una parola ragioni polemiche in seno al popolo italiano … che non possono che intralciare l’opera di lavoro cameratescamente condotta fra tutti i componenti del popolo stesso. Per non dire poi che i concetti esposti in quei libri e in quei giornali non possono che far sorridere ogni buon lavoratore dell’intelletto”.
In quanto poi all’assimilazione per se stessa, mi sembra che noi ebrei italiani abbiamo (come tutti possono notare) una faccia diversa dagli altri ebrei stranieri, e persino il “Messaggero” di Roma (non certo giornale ebraico o antifascista) diceva in proposito (settembre 1936) : “Da vari viaggiatori si è rilevato nella fisionomia dei nostri ebrei un carattere diverso da quello degli altri, stabiliti altrove. Quali maggiori titoli per una integra romanità? E non solo fra i bianchi, giacché nemmeno questi antropologi ignoreranno che esistono ebrei negri (i Falascià del nostro Impero) e gialli (cinesi e giapponesi): se non è un’assimilazione questa, non saprei come chiamarla! In una sola cosa non ci siamo assimilati: nella religione. Ma è per la stessa ragione per cui anche in Germania, dove pure tutti sono tedeschi ad un modo, non avvengono matrimoni (e cioè assimilazione) tra cattolici e protestanti, e non già per disprezzo o per fare parte a sé, ma solo per la educazione religiosa da dare ai figli, affinché non nutrano dubbi, o, se lasciati liberi, non crescano poi liberi pensatori e cioè atei.
E concludo – Vi ho dovuto esporre particolareggiatamente, riferendo frasi di altri e del DUCE, per non parere che scrivessi per semplice difesa o per spirito di parte. Vi ho voluto pericò dare testimonianze irrefragabili e di persone che non possono essere sospettate di non essere fasciste di fede provata né di essere ebree. Vi scongiuro ora di pubblicare sul “Popolo d’Italia” una rettifica brevissima, così concepita: 1) E’ necessario che gli Italiani siano gelosi custodi della loro razza magnifica e che perciò non si mescolino ad es. coi negri, ecc. – Però: 2) gli Ebrei non si sono assimilati durante i secoli non perché sono appartenenti a elementi razziali diversi, ma perché costretti a tenersi segregati nei ghetti, con minacce spesso se avessero voluto uscirne – 3) Non appena però furon liberi e spesso prima ancora di esserlo, cooperarono coi cattolici per l’Italia, contribuendo alla sua prosperità e salvezza in tutti i modi, dal Risorgimento alla Grande Guerra al Fascismo, alla Guerra per l’Impero alla lotta in Spagna, compiendo in pochi anni quella perfetta assimilazione che avrebbe dovuto avvenire nel corso di secoli, come fu riconosciuto da tutti e dal DUCE stesso; 4) E’ perciò anche vero che moltissimi italiani noti in vari campi sono di religione ebraica, e che comunque, se non si fossero tutti assimilati perfettamente, tranne alcuni pochi, la massa sarebbe rimasta amorfa e indifferente e non avrebbe tutta intera partecipato con slancio a tutte le vicissitudini della Patria, come è stato da tutti riconosciuto – 5) E’ per queste ragioni che il DUCE ha detto che anche gli ebrei non sono rimasti senza assimilarsi ed ha assicurato che mai gli sarebbe venuto un pensiero di discriminazione di razza, riconosciuto anche da altri fascisti, dannoso perché fomentatore di dissidi nel popolo italiano, formato da cento razze diverse e che solo col Fascismo si sono amalgamate del tutto, abolendo i campanilismi vari. Siamo dunque pure razzisti, ma non in questo senso.
Questo è quanto – e vi scongiuro, solo questo, pubblicate nel vostro giornale, perché è una rettifica doverosa! Perché non è vero ciò che han detto quegli studiosi in proposito alla presunta assimilazione degli ebrei e alle sue cause!
Non è vero, né che sia stato per quelle cause, ne che [non] si siano assimilati mai! Quelli che hanno così affermato o non si sono ricordati come stan veramente le cose, presi com’erano dalle loro reminiscenze scientifiche (perché non si può certo dire che ignorino queste cose, che tutti sanno) o (per usare una frase del DUCE) mentiscono sapendo di mentire. In un caso o nell’altro, affermano cose errate: me ne appello al Vostro buon senso, alla Vostra cultura e soprattutto al Vostro senso fascista. Non vi costerà niente fare questa rettifica: è una cosa di politica interna dell’Italia su cui nessuno potrà ridire, perché se è giusto, anzi doveroso. Che anche l’Italia sia razzista e cioè gelosa custode della propria razza, non è mano giusto riconoscere agli ebrei italiani il posto che loro spetta di diritto nella formazione della Nazione e perciò la loro appartenenza alla razza italiana (e non solo di diritto ma anche di fatto: non vedete la fisionomia?). E’ doveroso che tutte queste persone che hano lottato e lottano per l’Italia non si sentano negare l’appartenenza alla loro Patria: che tanti che han combattuto per il trionfo del Fascismo vengano straziati nei loro più cari sentimenti proprio dal Fascismo. Insegnerete dunque tutti ai vostri figli di riguardare gli ebrei come stranieri e dir loro: “Non siete dei nostri?” Dovreste, per far questo far togliere dai musei del Risorgimento e di Guerra tutti i cimeli appartenenti a patrioti che eran però ebrei; dovreste negare a tutti noi l’appartenenza al Partito, che è solo per gli Italiani e non per quelli d’altra razza e sia pure simpatizzanti per l’Italia; dovreste infine dichiarare che tutti noi non siamo italiani integrali come voi, noi che pure abbiamo fatto e facciamo tutto per l’Italia nostra, noi che come voi discendiamo da patrioti e da italiani convinti e integerrimi, come tanti italiani cattolici insigni – primo fra essi il DUCE – ci hanno riconosciuto! Non toglieteci la Patria! Non negate la nostra appartenenza all’Italia come voi! Pubblicate questa rettifica, almeno questa, perché non è vero, perché il pubblico, che non ha la possibilità di controllo - e all’estero – non credano questo, che non è vero! Leggete la “Nostra Bandiera” e ve ne convincerete! Rammentatevi della dichiarazione del Comitato antisionista degli italiani israeliti nel “Popolo d’Italia” del 5 giugno 1937! Quale dolore non sarebbe per Voi, come per qualunque altro Italiano, il sentirsi dire da compatrioti di non essere italiano integrale, dopo aver fatto tanto, non meno degli altri? E’ una rettifica che non toglie nulla al valore della dichiarazione intera “Il Fascismo e la razza”, e nello stesso tempo ristabilisce la verità e non pone stranieri degli Italiani che sono e si sentono tali con tutta sincerità. Più volte si è detto sulla “Nostra bandiera” (rivista di cultura ebraica, torinese) del dolore causato tra gli ebrei italiani da queste insinuazioni sul loro patriottismo. Che diranno ora che si afferma che non sono italiani? Vi rimangerete le parole e avrete preso il DUCE di sorpresa, perché egli aveva sempre dichiarato che non avrebbe mai fatto questo perché non è giusto. Ed ora lo si afferma quasi ufficialmente! Perdonate, Vi prego, tutta questa lettera: Voi avreste fatto altrettanto. Non dico più, ma attendo la rettifica sul “Popolo d’Italia”: l’aspetto da Voi, degno nipote del nostro Capo e degno figlio di Arnaldo – e Ve ne ringrazio.
Saluti fascisti,
Vittoria Levi
(iscritta al P. N. F., dal 18.11. 1935 – XIV, giorno delle sanzioni, proveniente da G.U.F. “Ugo Pepe”)
Milano, 16 luglio 1938 - XVI

P. S. Vi posso aggiungere che, anche se il razzismo italiano cosiffatto non sfociasse in un vero e proprio antisemitismo, sarebbe per noi la stessa cosa: giacché l’eleiminare gli ebrei o viceversa il lasciarli al loro posto come prima, non sono altro che due aspetti diversi della medesima questione, ed è appunto la questione che a noi è penosa, e cioè che, lasciati o no ai nostri impieghi e alle nostre cariche, non siamo più considerati italiani come prima: e credete Voi forse che lo facciamo solo per il nostro tornaconto? Meglio disoccupati che essere occupati ma sentirsi stranieri in Patria! Saremmo peggio dei Dalmati, dei Corsi, dei Maltesi, che almeno hanno per sé la solidarietà degli Italiani e son riconosciuti tali essi pure! Credete che saremmo contenti se tutto camminasse apparentemente come prima ma non fossimo più considerati italiani. E dai nostri stessi compatrioti per giunta? Lo sareste Voi? Ve ne prego, rettificate, fatelo rettificare anche dal DUCE, Voi lo potete fare. E se potete, rispondetemi – Grazie.
Basterebbe che si dicesse: “Gli ebrei non appartengono alla razza [italiana], ma lo sono per sentimento e per ciò che han fatto, quindi siano proclamati italiani, come noi cattolici”.

Nota: Non ho trovato nell’annata 1937 l’articolo, citato da Vittoria Levi, di Dario Lischi, nato presso Pisa nel 1891 e morto nel 1938. Con maggior tempo consulterò l’annata 1936. Nell’annata che ho consultato Lischi e la sua ivista effettivamente non si univano al già iniziato coro antisemita, ma affermavano la supremazia razziale sugli africani conquistati ed assoggettati, vituperavano i meticci ed esaltavano l’Asse Roma- Berlino, con la convergenza tra le due rivoluzioni, cosa che avrebbe potuto mettere in apprensione la lettrice ebrea.
Dario Lischi (pseudonimo Darioski) collaborò assiduamente anche alla rivista “Echi e Commenti”, fondata da Arturo di Castelnuovo e la lunga conoscenza con questo collega ebreo può forse avere influito, fin quando squillò la diana (ma allora egli morì) nel risparmiare gli ebrei.
da "Il Tempo e l'idea" Hazman Veharaion

chiesa Natività a Betlemme


PER I PISTACCHI IRANIANI E' CRISI TRA USA E ISRAELE

Per un pugno di pistacchi iraniani gli israeliani hanno pugnalato alla schiena gli Stati Uniti, il loro principale alleato. L'ambasciatore degli Stati Uniti a Tel Aviv, Richard H. Jones, ha accusato Israele di acquistare tramite una triangolazione con la Turchia pistacchi iraniani per quasi 20 milioni di dollari preferendoli a quelli americani. In questo modo gli israeliani, i piu' grandi consumatori di pistacchi del mondo, forniscono valuta pregiata a Teheran e finanziano i loro peggiori nemici, i Pasdaran, i guardiani della rivoluzione che controllano il commercio dei frutto verde nella Repubblica islamica. Il tutto in violazione sia delle leggi israeliane (Trading with Enemy Act), che vietano qualsiasi rapporto commerciale con l'Iran, che delle sanzioni Onu contro il programma nucleare di Teheran. Sanzioni approvate anche in difesa della sicurezza dello Stato ebraico ripetutamente minacciato di distruzione dal presidente Mahmoud Ahmadinejad. L'ambasciatore, scrive il sito web dello Yediot Aharonoth, ha inviato dieci giorni fa una lettera al ministro delle finanze israeliano, Ronnie Bar-On e per conoscenza al premier Ehud Olmert, in cui ha sostenuto che "la maggior parte, se non tutti i pistacchi che entrano in Israele sono in realta' prodotti in Iran". Gli Stati Uniti sottolineano come malgrado gli ottimi rapporti con Israele solo il 5% della loro frutta secca raggiunga lo Stato ebraico. Il diplomatico nella lettera ha anche smontato la difesa d'ufficio israeliana secondo la quale l'83% dei pistacchi consumati dagli israeliani vengono dalla Turchia. Il ministero dell'Agricoltura di Washington (Usda) ha dimostrato che la quasi totalita' della produzione di Ankara viene consumata all'interno del Paese. Olmes, scrive l'Yediot, ha concluso invitando il governo israeliano a riflettere apocalitticamente sul fatto che ogni pistacchio importato dall'Iran avvicina Teheran alla bomba atomica. (AGI) - Gerusalemme, 15 giu. -

domenica 15 giugno 2008

deserto della Giudea

Testimonianza di Gabriella Falco* (figlia di Felice Ravenna)

Mi chiamo Gabriella Falco, nata Ravenna. Nacqui il 3 maggio 1897 a Ferrara. Gli studi li ho fatti privatamente a casa, secondo il programma delle scuole medie, perché mio padre era contrario alle scuole miste (maschi e femmine assieme).Studiai pure le lingue straniere, francese, tedesco e prendevo lezioni di pianoforte. Mi sposai con il prof. Mario Falco l’ 8 giugno 1922. Ho due figlie: Anna Marcella, sposata con l’ingegner Tedeschi, che ha due figli e sta a Milano.Graziella invece sposata Danom ha tre bambini e abita a Ramat-Gan [in Israele].Mio padre si chiamava Felice Ravenna e dimorava a Ferrara, mia madre Marcella-Celina Padoa fu deportata il primo dicembre 1943 da Firenze. Il 26 novembre si rifugiò con mia sorella maggiore Germana nel convento di Santa Maria del Carmine. La stessa notte le porte del convento furono abbattute dai militi fascisti e gli ebrei ivi rifugiati furono affidati alle suore. Dopo quattro giorni, il primo dicembre 1943 furono tutti mandati verso ignota destinazione[1]. C’è da presumere che mia madre e mia sorella, insieme agli altri ebrei, fossero state denunciate da un giovane italiano che fece la spia. Il numero approssimativo degli ebrei presi allora dai fascisti è 30. Mio padre, avvocato Felice Ravenna, discendeva da una famiglia prettamente ortodossa. Il mio nonno, Avvocato Leone Ravenna, era molto dotto in ebraismo. Per commemorare il sessantennio dei suoi primi scritti pubblicati sull’ebraismo, il Rabbinato d’Italia si riunì e decise di nominarlo “Rabbino ad honorem”. Mio nonno ebbe nella sua vita molte cariche importanti. Era presidente della Banca d’Italia, dell’ Ordine degli Avvocati e Prosindaco. Era ben noto per la sua integrità, la cultura e l’intelligenza. Mio padre fu uno dei suoi cinque figli. E’ nato a Ferrara e si laureò in legge. Anch’egli era molto colto ed intelligente. Si dedicava fervidamente al sionismo e nel 1898 partecipò al Secondo Congresso Sionistico a Basilea. Dopo, per molti anni, fu delegato per l’Italia ai Congressi Sionistici e più tardi fu nominato presidente della Federazione Sionistica Italiana. Si dice che il sionismo italiano è nato fra Ferrara e Modena, e i primi attivi sionistici furono mio padre, Avvocato Felice Ravenna di Ferrara e il Ragionier Amedeo Donati e il Prof. Carlo A. Cornigliani, di Modena. Mio padre era in contatto diretto con Theodor Herzl[2] e nel mese di gennaio 1904 Herzl fu ospite della nostra famiglia a Ferrara, (a colazione). Mio padre aveva una grande notorietà per il fatto che all’età di 36 anni ebbe il coraggio di opporsi, con una risposta apparsa sulla stampa, all’Onorevole professor Senatore Gabba a proposito del sionismo. Quest’ultimo combatteva il sionismo molto fortemente. La risposta di mio padre al Sen. Gabba, si trova alla Biblioteca dell’Università Ebraica di Gersusalemme. Ci si trovano pure altri suoi scritti.Mio padre accompagnò Theodor Herzl a Roma, quando egli ebbe l’udienza dal re Vittorio Emanuele III, nel mese di gennaio 1904.Herzl menziona mio padre nei suoi Tagebücher [Diari] per lo meno due volte. Le lettere di T. Herzl a mio padre sono conservate dalla famiglia e furono a suo tempo pubblicate.Mio padre era presidente della Comunità Israelitica di Ferrara e in seguito diventò presidente di tutte le Comunità Israelitiche in Italia (Unione delle Comunità Israelitiche Italiane). Espletò tale carica fino alla sua morte che avvenne il 18 marzo 1937. Si espose notevolmente nella lotta contro gli esponenti della rivista «La nostra bandiera», che erano italiani di religione ebraica e di vedute fasciste.Mio marito, oriundo di Torino, era professore di Diritto Ecclestiastico e Canonico all’Università di Parma (era una carica del tutto eccezionale per un ebreo). Alla fine del 1924, fin dalla fondazione dell’università di Milano, fu chiamato lì dove tenne tale cattedra fino al 1938, l’anno dell’introduzione in Italia delle leggi razziali. Il 2 settembre 1938 fu dimesso dall’Università di Milano come ebreo. Cominciò allora per noi un periodo tristissimo dal lato morale e anche materiale: La nostra situazione finanziaria diventò molto precaria. Mio marito fu aiutato dagli amici cattolici che cercavano di procurargli del lavoro. Fra questi amici si trovava il Professor Arturo Carlo Jemolo che era molto leale e devoto a mio marito. Fra i vari lavori avuti, mio marito si occupava nascostamente di una rivista e scriveva per la «Sacra Rota», senza però firmare i suoi scritti. Nel 1939 cominciò la dispersione della nostra famiglia. Mia sorella Valeria Grazia, di 17 anni più giovane di me, appena sposata partì per la Palestina nel settembre del 1939. Mio fratello, l’avvocato Enrico Ravenna, partì nel 1941 (settembre) con la moglie e i figli, dopo aver tentato di ottenere il certificato per la Palestina, che però arrivò troppo tardi, quando la guerra era già in corso. Ci tengo a ricordare che il giorno 21 settembre 1941 ebbe luogo una grande riunione di carattere antisemita a Ferrara, capeggiata da un noto fascista Asvero Granelli che lanciò apertamente minacce violente contro gli ebrei. La folla, aizzata dal suo discorso, si lanciò verso il tempio (di rito tedesco) e distrusse l’interno del tempio. Due anni dopo, la parte danneggiata fu riparata e con una cerimonia molto solenne, furono riportati nel tempio gli Sfarim. Mi occupavo attivamente dell’opera dell’ADEI (Associazione Donne Ebree Italiane), che era la Wizo[3] italiana. Nel mese di ottobre 1927 fui nominata vice-presidente di tale Associazione, la cui sede si trovava a Milano. Nel 1939, dopo la partenza per la Palestina della signora Vittoria Cantoni-Pisa, presidente dell’ADEI, diventai io la presidente. In quel periodo si lavorava di nascosto, però con molta devozione ed energia. C’erano i nidi per i bambini piccoli, mense per vecchi e bambini.Facevamo visite a domicilio, portando aiuti ai poveri. Funzionava pure un ufficio che cercava di sistemare i profughi.Nel 1942 le ragazze ebree di Milano furono requisite per lavorare nelle fabbriche. Mia figlia Anna Marcella lavorava come scatolaia in una fabbrica di Sesto San Giovanni. Nel mese di ottobre 1942 cominciarono i forti bombardamenti degli Alleati e la nostra casa a Milano fu notevolmente danneggiata. Per giunta, mio marito era malato e non poteva starci più. Decidemmo quindi di lasciare Milano. Siccome non volevamo lasciare dietro la nostra figlia che lavorava da scatolaia nei pressi di Milano, il nostro amico l’avvocato Francesco Carnelutti si espose ed intervenne presso le autorità competenti fasciste per farla liberare da tale lavoro. Grazie al suo intervento, nostra figlia fu esonerata dal suo impiego e partì assieme a noi per Ferrara nel novembre del 1942. Andammo ad abitare in casa di mia madre. Intanto l’attività dell’ADEI (WIZO) continuava, sempre di nascosto. Ci si riuniva in una sala con il Rabbino, dott. Gustavo Castelbolognesi (la cui vedova con tre figli ed una figlia si trovava in Israele). Si cercava tanto di tenere accesa la fiammella di tale attività.La signora Ada Ottolenghi di Milano, trasferitasi a Buenos Aires ci mandava del denaro molto regolarmente. Si tenevano le conferenze, però senza mandare inviti formali, ciò non doveva esistere. Gli inviti si passavano da una mano all’altra. Fin dal 1938 fu fondato un ginnasio ed un liceo ebraici, come pur una facoltà di chimica, mentre prima non esisteva che una scuola elementare ebraica. Se ne occupava il Comandante Federico Jarach, presidente della Comunità Israelitica di Milano e mio marito, vice-presidente della Comunità si occupò dell’organizzazione di tali scuole. Tanto è vero che le scuole medie ebraiche a Milano, portano ancora oggi il suo nome. I soldi affluivano in somme ingentissime, prevalentemente donate dal comm. Carlo Sciapita e dal signor Sally Mayer.In quell’epoca il podestà di Ferrara aveva imposto rigorosamente che non esistesse nessuna istituzione di carattere ebraico sionistico, all’infuori della vera e propria Comunità, per cui l’ADEI avrebbe dovuto essere sciolta. Allora il gruppo delle signore che partecipavano a quell’attività, cominciò a lavorare clandestinamente. Non ci si telefonava né scriveva perché la posta e i telefoni erano sorvegliati. Mia sorella Germana (deportata poi insieme alla mamma) si offrì di servire da collegamento fra i membri dell’ADEI, andando in bicicletta di casa in casa per prendere i dovuti accordi sui nostri incontri. Cominciando dall’8 settembre 1943, data dell’Armistizio, i tedeschi invasero l’Italia da padroni. Il 10 settembre 1943 tutti fuggimmo ad Alberone di Ro (a circa 16 chilometri da Ferrara) dove mia sorella aveva una piccola proprietà. Ci siamo rimasti fino al 4 ottobre 1943, quando mio marito si spense per un attacco cardiaco, all’età di 59 anni. Il 6 ottobre, cioè due giorni dopo, la salma fu portata a casa nostra a Ferrara e la sepoltura ebbe luogo il 7 ottobre 1943.Mentre la salma era ancora in casa (i telefoni erano completamente bloccati e quindi non potevamo comunicare con i nostri parenti ed amici) i fascisti vennero a cercare alcuni membri della famiglia Ravenna, fra cui mio padre che era morto da sette anni; mio zio paterno, il prof. Ferruccio Ravenna che fortunatamente riuscì a scappare in campagna e più tardi in Svizzera. Cercarono pure l mio altro zio, Ausonio Ravenna che fu però rilasciato per il coraggio della figlia. Nella stessa dolorosa occasione fu preso il mio cugino Eugenio Ravenna che fu deportato senza fare ritorno.L’8 ottobre 1943 alla vigilia di Yom Kippur, fuggimmo di nuovo ad Alberone di Ro. In quel periodo, dopo aver scritto a varie persone e non orientandoci sufficientemente nella situazione, aspettavamo con ansia i nostri parenti ed amici, ma nessuno si fece vivo. Era un momento in cui tutti cercavano di scappare per salvare la pelle e non potevano occuparsi delle sorti degli altri. Per fortuna ricevemmo allora tre lettere mandate per espresso dal prof. Jemolo, celebre giurista, professore di diritto ecclesiastico-canonico all’Università di Roma (cattolico, antifascista ed ottimo nostro amico) che ci invitava a ripararci in casa sua a Roma. Non avendo nessun’altra via d’uscita, ed essendo tutte donne sole, abbandonate al nostro destino, prendemmo subito la decisione di andare a Roma. La mamma e mia sorella Germana rimasero a Ferrara, ancora incerte sul da farsi. La notte del 18-19 ottobre 1943, alle due dopo mezzanotte partimmo per Roma (mia figlia maggiore Anna Marcella aveva 20 anni e l’altra Graziella 14 anni). Viaggiammo sotto bombardamenti, accompagnate da un nostro conoscente ebreo, il signor Sinigaglia, che doveva poi ritornare e riportare nostre notizie a Ferrara. Mentre eravamo in treno, abbiamo appreso, per puro caso, da una conversazione fra un sottufficiale della milizia fascista ed una popolana romana, che viaggiavano nel nostro scompartimento, che il 16 ottobre, cioè tre giorni prima, in una razzia su vasta scala, furono portati via migliaia di ebrei dal cosiddetto Ghetto, quartiere a Roma abitato principalmente da ebrei.Sentendo questo, distrussi tutti gli scritti e ricordi ebraici rimasti da mio marito che portavo con me, e li buttai fuori dal finestrino.Arrivammo a Roma il 20 ottobre alle 6 del mattino ed apprendemmo che i tedeschi e i militi fascisti controllavano all’uscita le carte d’identità. Non sapendo che fare, andammo nel ristorante della stazione per aspettare un’ora decente per poter telefonare al prof. Jemolo. Però nessuno ci rispose da casa sua. Per fortuna potemmo uscire dal ristorante senza essere state fermate, mentre ogni controllo delle nostre carte d’identità autentiche con le quali viaggiammo, avrebbe potuto essere fatale.Decidemmo di recarci in casa del Professor Jemolo in via Paulucci de’Calboli, ma lì abbiamo appreso che la signora Jemolo era in campagna con la bambina piccola e che il marito e i figli più grandi andavano su e giù. Eravamo disperate, completamente disorientate sul da farsi. Mi ricordai allora che avevo una cugina sposata con un cattolico e che speravamo trovare in casa, non disturbata [sic]. Andammo quindi da lei e ci venne incontro il marito, colonnello Guidetti, che ci consigliò di ritornare a Ferrara. Disperate, tentammo ancora una volta di telefonare al Professor Jemolo che per la nostra fortuna si trovava allora in ufficio. Venne immediatamente in taxi in casa di mia cugina, accompagnato dalla figlia Adele-Maria di 18 anni. Avemmo un’accoglienza molto calorosa e commovente da parte del professor Jemolo. Padre e figlia decisero di riaprire la loro casa per accoglierci immediatamente. La figlia era studentessa di medicina all’Università di Roma e collaborava attivamente nel movimento della resistenza. Essa si offrì di occuparsi del ménage, e noi tre saremmo rimaste in casa a finestre chiuse. Ci fu dato l’ordine di non aprire la porta a nessuno, se non alle suonate convenzionali. Dopo alcuni giorni venne a salutarci il nostro amico Raffaele Cantoni, e ci portò notizie della mamma e di mia sorella Germana che ci raccomandava vivamente di farci procurare subito le carte false. Grazie all’aiuto del prof. Jemolo e del prof. Ugo Papi che furono pronti a dare una testimonianza falsa per noi, ottenemmo le carte d’identità rilasciate dall’Ufficio Postale. Da quel giorno io mi chiamai Gabriella Fabbri-Resta e le mie figliuole Anna Maria e Grazia Fabbri.Alla fine di novembre 1943 fu pubblicato un decreto-legge che ordinava a tutti gli ebrei italiani di raccogliersi nei campi di concentramento assegnati. Allora il prof. Jemolo che già era sorvegliato come antifascista ritenne prudente che tutti noi ci trasferissimo ad Ariccia, che si trovava nella campagna romana, vicino ad Albano e dove dimorava già da tempo la moglie del prof. Jemolo con la bambina di 4 anni. La loro villa era requisita da soldati ed ufficiali tedeschi e non rimasero che due camere e la cucina a disposizione della famiglia Jemolo. Così ci ammassammo tutti ad Ariccia in quelle due camere. I tedeschi occupavano il resto della casa e per forza di cose, fummo in contatto continuo con loro. Essendo stata io l’unica che conosceva il tedesco, fui spesso chiamata come interprete. Fra l’altro, conoscemmo un tenente tedesco, il dottor Rosen, che cercava di stringere amicizia con noi.Dopo lo sbarco ad Anzio (gennaio 1944) il prof. Jemolo previde che le battaglie si sarebbero svolte nei pressi della loro villa e volle evitare a tutti i costi che le ragazze si trovassero in mezzo al furore delle battaglie. Prese quindi la decisione di ritornare con noi e famiglia a Roma. Mentre stavamo ad Ariccia ottenemmo con l’intervento del professor Jemolo, dal parroco Don Marinelli, amico del Senatore Volterra, ebreo, che era un moto matematico, di farci fare le carte annonarie indispensabili per acquistare le razioni di pane, di zucchero ecc., senza le quali non si poteva avere nulla. Dietro la garanzia personale del prete, il segretario comunale ci rilasciò le suddette carte. Voglio menzionare che il parroco sapeva che eravamo ebree e disse che era pronto a mentire perché il Santo Padre voleva che i preti aiutassero gli ebrei.Nel gennaio 1944 il professor Jemolo andò a Castelgandolfo, la residenza estiva del Papa Pio XII per ottenere che gli si mettesse a disposizione un camion per il trasporto di noi tutti e di tutte le nostre cose. Egli si rendeva conto che tutto ciò che fosse rimasto alla villa di Ariccia, sarebbe stato perduto. Ci incitò quindi a raccogliere il più possibile. Il camion sarebbe partito da Castelgandolfo prima dell’alba, inquantocché i bombardamenti cominciavano sempre all’alba.Avremmo dovuto fare a piedi oltre 4 km per giungere Albano, dove avremmo trovato il camion. Ma poiché non si poteva circolare di notte senza la parola d’ordine per i tedeschi, ci rivolgemmo all’ufficiale tedesco Rosen perché ci accompagnasse fino ad Albano, [cosa] che egli fece volentieri. Arrivammo davanti al Quartiere Generale tedesco che era ancora notte ed aspettammo il camion che non arrivava. Andai allora ad interrogare la sentinella tedesca e mentre gli parlavo giunse un ufficiale tedesco dall’aspetto duro che mi parlò bruscamente. Gli raccontai tutto, ma egli disse di non sapere nulla del camion che doveva venire da Castelgandolfo. Accortosi che parlavo bene tedesco, si mise a mia disposizione e fermò un camion carico di profughi che scendeva da Castelgandolfo; li fece scendere ed ordinò ai suoi soldati di caricare la nostra roba e noi stessi. Il giorno dopo Albano fu distrutta da un terribile bombardamento.Arrivammo a Roma sani e salvi e subito dopo, la mia figlia maggiore Anna Marcella mi disse che voleva fare qualcosa per la liberazione, cioè collaborare col movimento della Resistenza e di doverlo fare anche per la memoria del papà che era un antifascista accanito. La lasciai fare quello che le dettava la coscienza. Siccome in seguito un loro compagno fu preso dai nazifascisti e pareva avesse fatto qualche nome, il figlio del professor Jemolo e mia figlia dormirono per un po’ di tempo fuori, da vari amici sicuri. Il lavoro di mia figlia era di collegamento fra i conventi e le case private. Intanto la figlia più piccola, Graziella, studiava da sola per prepararsi agli esami di licenza. Si presentò all’esame col nome falso e fu promossa.Vorrei ricordare un episodio successo in casa Jemolo a Roma. Un giorno il professor Jemolo trovò nell’anticamera, un grossissimo pacco di un giornale clandestino «La Voce Operaia», che non si sapeva da dove provenisse. La domestica interrogata ci disse che una signorina a lei sconosciuta aveva chiesto di lasciare il pacco in casa loro. Terrorizzati dal pericolo che correvamo bruciammo giornale per giornale, chiusi in cucina, dentro una catinella. Durante il nostro soggiorno a Roma, noi come tutti, avemmo un’enorme penuria di cibo.Il giorno 4 giugno 1944 alla sera si sparse la voce che gli Alleati erano alle porte di Roma. La mattina dopo avemmo la conferma ed uscimmo. Fu uno spettacolo indimenticabile. Eravamo finalmente libere. Ricordo che in una strada di Roma ci siamo fermati intorno ad un camion pieno di soldati americani. La mia figliuola Graziella aveva fatto uscire dalla fodera del soprabito, dove la teneva nascosta, una spilla d’oro con Magen David e l’aveva appuntata su un risvolto. Si avanzò un soldato americano, bruno, dall’aspetto simpatico e puntando il dito verso la spilla chiese : «Are you Jewish?» E noi potemmo finalmente dire «Yes». Allora si iniziò una conversazione in un misto di tedesco ed inglese. Ad un tratto si sentì il bombardamento dei tedeschi che erano ancora alle porte di Roma. Tutta la folla cercò un riparo; i soldati americani ebbero l’ordine di risalire sui loro camion e il soldato ebreo, alzandosi in piedi e con il braccio alzato, si allontanò salutandoci con voce altissima: «Shalom aleichem!». Credo che sia stato il momento più bello e il più grande della mia vita.Ci fermammo a Roma, sempre in casa del professor Jemolo, fino alla liberazione dell’Italia settentrionale (28 aprile 1945) ed anche dopo. La mia figlia maggiore lavorava di notte all’ANSA (Agenzia Notizie Stampa) e ritornava a casa la notte, accompagnata dalla scorta armata, tanto era pericoloso circolare per le strade di Roma.Il 20 giugno 1945 ritornammo a Milano, dove trovammo la nostra casa invasa da profughi e con fatica riuscimmo a trovare un posticino per noi.Poi riuscimmo ad andare a Ferrara, dove con angoscia, trovai la mia casa paterna. Durante il periodo delle persecuzioni avevo lungamente meditato sull’eventualità di andare a stabilirci in Eretz-Israel. Eppoi, appena liberate, facemmo i dovuti preparativi e partimmo con la prima Aliah dall’Italia settentrionale, il 21 ottobre 1945. Viaggiammo 20 giorni ed arrivammo a Ramat-Gan il 9 novembre, dove abitava da lungo [tempo] mia sorella Valeria-Grazia, sposata Padovano, che lasciò l’Italia nel 1939. http://www1.yadvashem.org/
* Gabriella Falco, casalinga. Testimonianza rilasciata in data ignota. In relazione alle vicende della famiglia Ravenna, ricordate tangenzialmente nella memoria qui pubblicata, cfr. il volume di Paolo Ravenna, La famiglia Ravenna. 1943-1945, Corbo Editore, Ferrara 2001. Un’altra rievocazione di quanto qui narrato si trova nell’articolo della figlia di Gabriella, Anna Marcella, Ebrei e cattolici. Il giardino dell’amicizia, «Corriere della Sera» giovedì 14 ottobre 1993, p. 33.
[1] Naturalmente si tratta del campo di sterminio.[2] Theodor Herzl (Budapest 1860 - Edlach, Bassa Austria 1904) fondatore del movimento sionista le cui tesi espresse nell’opera Lo stato ebraico (1898) in cui per la prima volta si teorizzava la necessità di costruire uno stato ebraico. Herzl è anche autore di alcuni drammi, commedie ed altri scritti letterari, tra cui si segnalano i postumi Diari (1922-23) apparsi in tre volumi.[3] Women’s International Zionist Organisation.

Eilat

STUDI DI CLAUDIO VERCELLI

SUGLI ‘OLOCAUSTI’ DEL NAZISMO E SULLA NATURA DELLA REPRESSIONE STALINISTA

Claudio Vercelli ha pubblicato due libri, uno da solo con la Giuntina, intitolato Tanti olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti, e il secondo in collaborazione con altri studiosi, edito dall’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti, intitolato Memorie d’acciaio. L’Unione Sovietica tra stalinismo e politiche repressive di stato.
Il suo interesse si svolge a cavallo dei due grandi totalitarismi del Novecento, di cui tuttavia distingue le premesse ideologiche, i metodi e le finalità, rilevando nella repressione sovietica, per quanto dura, la mancanza di un completo programma di eliminazione fisica di gruppi umani e la correlativa assenza nei gulag di un sistematico meccanismo di morte. Nei Lager gli appartenenti a determinate minoranze erano portati per farli morire, a meno che o finché potessero essere utilizzati allo stremo come forza di lavoro. Nei Gulag erano portati come forza di lavoro, trattata duramente nel trasporto e nella permanenza, cosicché la morte mieteva abbondantemente, ma non si uccideva con deliberato programma se non per selezione di determinati avversari. Tale è il risultato dell’analisi nel quadro di una tesi di fondo, condivisa con altri studiosi di sinistra, sulla diversità dei due totalitarismi, con conseguente critica di una indifferenziata categoria di totalitarismo.
Nello svolgimento della tesi e dell’analisi si riscontrano gradazioni di plausibilità da pagine seriamente convincenti ad altre un po’ troppo spostate verso l’attenuazione della repressione sovietica, che ha comunque avuto dimensioni impressionanti.
Rigorosa e capillare è l’indagine sui tanti olocausti perpetrati dal nazismo, con differenza di presupposti, tra la distruzione delle razze inferiori (ebrei e zingari) e la drastica punizione degli elementi asociali, patologici o ideologicamente incompatibili con l’ordine dell’ideologia e del regime, ma appartenenti al popolo tedesco: quindi gli omosessuali, gli spostati, gli oppositori politici, i testimoni di Geova, perseguitati essenzialmente per la loro renitenza al servizio militare, per non dire dei malati mentali e gravemente disabili, che mi sembra fossero eliminati o sterilizzati più in particolari strutture sanitarie che in Lager. Una terza categoria erano i popoli slavi conquistati, non razzialmente alla stregua di ebrei e zingari, ma considerati inferiori ai tedeschi, con una destinazione di asservimento, estraendone gli elementi biologicamente migliori, di probabile origine germanica o comunque integrabili nel popolo dominatore. All’interno della categoria slava la sorte crudele di eliminazione toccava ai comunisti e, in genere, ai prigionieri sovietici, come radicali nemici.
Per ogni settore e per ogni olocausto Vercelli rende i precedenti della questione nella storia della cultura e della società tedesche. Molto curata è la sua ricostruzione dei vari aspetti e momenti di ogni calvario.
Rigida era nei Lager la separazione dei sessi, con una sorte relativamente migliore delle donne, che non erano tenute al servizio militare, tra i testimoni di Geova, quindi schiavizzate ma non eliminate. Questa confessione religiosa spicca per la tenuta spirituale e morale nel martirio, come del resto il laico Primo Levi ha riconosciuto per gli ebrei religiosi.
Non perseguitate furono le donne omosessuali, in linea con una generale minore attenzione che l’omofobia ha avuto, direi a partire dalla Bibbia, verso il crinale femminile di questo fenomeno e peccato.
In ciascuno dei due volumi si segnalano i capitoli sulle ricostruzioni cinematografiche, nel contesto delle indicazioni bibliografiche.
Tante altre cose ci sarebbero da dire, tempo e spazio permettendo, sui due volumi, di cui si consiglia davvero la lettura. Concludo con una osservazione, che prego di prendere nel senso giusto, riguardo ai mendicanti e agli spostati, da cui il nazismo ripuliva le vie delle città coi suoi metodi spicciativi, per avere una società perfettamente ordinata, come piaceva a tanti bravi borghesi e piccoli borghesi. Non desidero una società perfettamente ordinata e anelo a curare socialmente ed umanamente questa piaga, nel pieno rispetto di ogni persona, ma vorrei in democrazia qualche forma di cauto e premuroso intervento verso i bisognosi che affollano tanti angoli e tanti semafori nelle vie e nelle piazze delle nostre città. Si potrebbe dare una minestra a tutti, togliendo dal lastrico tante persone, con un po’ di aggiuntiva bonifica verso lo sfruttamento della mendicità e del vagabondaggio, a protezione dell’infanzia, che ne fa le maggiori spese.
da "Il Tempo e l'idea" Hazman Veharaion

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Previsioni da record per gli arrivi nell'estate di Israele

L'estate 2008 si preannuncia come una delle migliori per l'incoming internazionale ad Israele. Durante i primi quattro mesi dell'anno i turisti arrivati nel Paese sono stati circa un milione e, se il trend non subirà variazioni, il Ministero del Turismo prevede di arrivare ad ospitare un totale di 2,8 milioni di visitatori. Nel solo mese di aprile l'incremento è stato di 41 punti percentuali rispetto ad aprile 2007 e del 26% sul 2006. 13/06/2008 http://www.ttgitalia.com/

Gerusalemme - moshavà ghermanit

Israele, aumento del 39 p.c. nelle importazioni di calzature italiane

Secondo i dati pubblicati dallla Manufacturers Association of Israel, emerge che nel primo quadrimestre del 2008, l'import di calzature dal mondo è aumentato del 13,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, per un totale di 92,4 milioni di dollari USA.
La quantità di calzature e parti di calzature importate ha registrato anch'essa un aumento del 17% ed è ammontata a 19,8 milioni di unità. Il primo paese fornitore d'Israele nel periodo in questione è la Cina con un totale di 34,6 milioni US$ (+5% dello stesso periodo del 2007), anche se la quantità è diminuita del 11%.
L'Italia è al quarto posto, dopo Cina, Hong Kong e Paesi Bassi, con un totale di 9,42 milioni US$ (+39% rispetto allo stesso periodo del 2007) e con una quantità di 272.297 unità (+40%). Seguono la Spagna con 4,38 milioni US$ (+24%), gli Stati Uniti con 3,39 milioni US$ (+29%) e la Turchia con 2,18 (+15%).http://www.portalino.it/