giovedì 4 febbraio 2010



Alla Lazio l'ebreo Golasa. Sfida alla curva di destra

Lotito acquista il centrocampista del Maccabi Haifa. La stampa israeliana: «Come verrà accolto?»
Eyal Golasa è un centrocampista di 18 anni. Nato a Netanya (Israele) è cresciuto nel Maccabi Haifa e da questo club il patron della Lazio Claudio Lotito lo ha acquistato. Un’operazione apparentemente come tante per chi tenta in extremis di ridisegnare il volto alla propria squadra in difficoltà. Ma, l’arrivo di Golasa nella Capitale fa rumore perché per la prima volta dai tempi di Aron Winter nella Lazio giocherà un ragazzo ebraico. «Lotito è amico di Israele, ma il nocciolo duro della tifoseria laziale è di estrema destra e bisognerà capire come reagirà all’acquisto di Golasa», scrive il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Con Winter, estate ‘92, il rapporto fu di ostilità all’inizio con scritte antisemite sui muri. «Dovetti negare le mie origini», così Winter. Poi l’olandese nato nel Suriname diventò l’idolo della curva laziale con 123 presenze e 21 gol fatti.
http://www.lastampa.it/, 1/2/2010





Winterbottom



Winterbottom in Palestina
Dopo The Killer Inside Me a Berlino, il regista inquadrerà la nascita d'Israele: Promised Land, con Jim Sturgess

Dopo The Killer Inside Me, in anteprima al prossimo festival di Berlino, Michael Winterbottom dirigerà Promised Land, che inquadrerà gli antefatti della spartizione della Palestina nel 1948 e la successiva nascita dello Stato d'Israele. Protagonista sarà Jim Sturgess (Across the Universe, 21), nei panni di un ufficiale britannico chiamato a fronteggiare le fazioni estremiste ebraiche. Promised Land, con budget di 5 milioni di dollari, sarà sul set in estate, prodotto da Winterbottom e Andrew Eaton con la loro Revolution Films. http://extra.mtv.it/





palazzo ONU



Israele versa all'Onu 10,5 milioni dollari per danni a Gaza


New York, 22 gen. (Adnkronos) - Israele ha versato 10,5 milioni di dollari all'Onu come risarcimento per gli edifici delle Nazioni Unite distrutti durante l'operazione militare "piombo fuso" l'anno scorso a Gaza. L'Onu aveva chiesto inizialmente 11,2 milioni di dollari, ma alla fine e' stato raggiunto un accordo sulla nuova cifra. Il portavoce dell'Onu Martin Nesirky, riferisce il sito di Haaretz, ha assicurato che il pagamento "chiude la disputa fra le due parti".


Perché il Rapporto Goldstone non è attendibile

Il Rapporto Goldstone che accusa l'esercito Israeliano di aver commesso crimini di guerra durante le recenti operazioni militari nella Striscia di Gaza è stato finora al centro di un intenso dibattito. A gettare luce sulla questione è intervenuto il convegno che si è tenuto il 21 gennaio dal titolo "Il Rapporto Goldstone, un pericoloso fraintedimento", organizzato dall'associazione interparlamentare di amicizia Italia-Israele, con Dore Gold, Fiamma Nirenstein, Pierluigi Battista, Giovanni Marizza e Laura Mirachian

Il giudice sudafricano Richard Justine Goldstone ha presieduto la commissione d’inchiesta voluta dal Consiglio sui Diritti Umani dell’Onu per investigare “tutte le violazioni dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale che potrebbero essere stati commessi nel contesto delle operazioni militari condotte all’interno dell Striscia di Gaza, nel periodo compreso tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009”. La “fact finding mission” è stata originata dalla risoluzione dell’UNHRC (il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite - United Nations Human Rights Council) del 12 gennaio 2009. Gli altri membri della commissione erano Christine Chinkin del Regno Unito, Hina Jilani dal Pakistan e il Colonnello irlandese Desmond Travers. Il giudice Goldstone si era detto “sopreso in quanto ebreo” per essere stato scelto come capo commissione ma aveva anche dichiarato di credere fermamente nei diritti umani e nella legge di guerra e nel fatto che i civili hanno diritto alla massima protezione possibile durante il corso di conflitti armati.
La Human Rights Watch con sede a New York (di cui Goldstone faceva parte), ha applaudito alla scelta dell’ ex-membro come capo commissione, sottolineando le sue doti di imparzialità universalmente riconosciute. Alcuni commentantori come il Professor Gerald Steinberg, o l’autrice Melanie Phillips hanno invece fatto notare che, nonostante avesse rassegnato le dimissioni da HRW, Goldstone non poteva dirsi al riparo da accuse di partigianeria, visto che l’organizzazione newyorkese aveva in precedenza piiù volte accusato Israele di violenze nei confronti della popolazione civile palestinese.Nonostante la controversia riguardante la commissione, il rapporto finale (costituito da 575 pagine, successivamente un po’ sfoltite) è stato pubblicato il 15 settembre 2009. Secondo il documento, sia i gruppi armati palestinesi sia Israele si sono resi colpevoli di crimini di guerra ed entrambe le parti in causa sono state chiamate ad investigare sull’operato dei loro eserciti.Il documento non ha ovviamente mancato di dividere l’opinione pubblica: personaggi come l’avvocato internazionalista canadese Irwin Cotler, o militari come Richard Kemp e Jim Molan, sostenuti nelle loro tesi da quotidiani come il Washington Post, L’Economist e il Wall Street Journal hanno criticato il rapporto e i loro autori mentre l’Organizzazione delle Conferenze Islamiche, la Lega Araba, il movimento dei Paesi non allineati (costituito da 118 nazioni), Amnesty International e il Financial Times hanno espresso un parere positivo sul rapporto.Abbiamo chiesto a Dore Gold, ex ambasciatore israeliano all’Onu ora presidente del Jerusalem Center for Pubblic Affairs, di spiegarci perché il Goldstone Report è da considerarsi un documento non del tutto attendibile.
Il Rapporto Goldstone muove delle chiare e pesanti accuse contro Israele: prima fra tutte l’uccisione di civili innocenti.La prima e più importante accusa nei confronti di Israele contenuta nel rapporto Goldstone riguarda appunto la presunta e deliberata uccisione di numerosi civili da parte dell’IDF durante le operazioni di guerriglia urbana. Sfortunatamente, però, in tutte le guerre i civili possono morire. Prenda per esempio le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, conflitti dove molti cittadini hanno putroppo perso la vita. Quello che un esercito è obbligato a fare è minimizzare il numero di queste morti. Accusare Israele di aver ucciso civili deliberatamente è una cosa molto seria. Se vogliamo dirla tutta il nostro paese ha introdotto una serie di segnali d’avvertimento per i civili di Gaza che nessun altro esercito aveva messo in pratica prima. Non scordiamoci che, prima della guerra di Gaza, Hamas ha lanciato razzi verso il nostro paese per ben otto anni e durante il corso di questo bersagliamento ha utilizzato abitazioni e spazi comuni civili per nascondere le sue armi in aree densamente popolate. Ecco che Israele ha dovuto quindi utilizzare una contro strategia per separare i civili dal nemico e dalle armi che avrebbero dovuto essere distrutte. L’IDF ha distribuito volantini lungo tutta l’area di guerra che spiegavano come le abitazioni contenenti armamenti avrebbero potuto essere colpite. Non solo, l’esercito israeliano è anche riuscito a intrufolarsi elettronicamente nelle frequenze radio di Hamas, annunciando gli attacchi su specifiche aree e mettendo sul chi vive i cittadini. Un terzo tipo di avvertimento utilizzato era quello telefonico, prima di attaccare una certa struttura o un edificio l’IDF chiamava qualcuno all’interno per avvisare, l’intelligence si occupava di reperire i numeri telefonici. E poi c’è la tecnica che noi chiamiamo “knock on the roof” (bussare sul tetto), se dopo tutti questi avvertimenti gli schermi degli UAV (Unmanned Aerial Vehicles – Droni radiocontrollati) mostravano edifici ancora pieni di gente, si lanciavano piccole cariche esplosive più che altro rumorose che servivano a far evacuare in fretta l’edificio, perché gli occupanti alla vista dei missili se la davano giustamente a gambe. Ora, come può un esercito che utilizza tutti queste precauzioni essere accusato di uccidere deliberatamente i civili? C’è una chiara contraddizione in termini tra il comportamento militare israeliano e le accuse che gli vengono rivolte contro.
Israele, però, è stato anche accusato di aver utilizzato la forza militare in maniera sproporzionata alla minaccia, oltre che di aver messo a repetanglio il diritto alla vita del popolo palestinese.Secondo me, chi veramente sta ostacolando il diritto alla vita dei palestinesi è proprio Hamas ma il report non muove nessuna accusa contro questa organizzazione para-militare. Sono stati i guerriglieri di Hamas ad aver messo a repentaglio la vita dei nostri civili con il continuo lancio di razzi su cittadine come Sderot, ad esempio. Nel rapporto, però, si parla di “gruppi armati palestinesi” come se questi fossero piccoli gruppi di guerriglieri privi di una guida centrale che esistono nella Striscia di Gaza controllata di Hamas e come se non esistesse una catena di comando da parte di Hamas. Ecco perché, quando questo report è stato pubblicato, alcuni leader del movimento palestinese, come Mousa Abu Marzouk (vice capo dell’ufficio burocratico di Hamas a Damasco), hanno ringraziato gli autori perché grazie a loro si sentivano esonerati dalle responsabilità. Ci troviamo di fronte ad un totale capovolgimento della realtà. Una nazione che durante gli utlimi anni si è dovuta difendere dai lanci di razzi è accusata mentre un organizzazione militare che ha conquistato la Striscia di Gaza militarmente, cacciando e uccideno membri del movimento Fatah, è innocente. L’unico risultato che il Goldstone Report potrà ottenere sarà un incoraggiamento delle organizzazioni terroristiche che utilizzano civili come scudi umani e gli farà anche capire che i civili del mondo occidentale possono essere tranquillamente attaccati perché si rimane impuniti. Per queste ragioni il report mette a repentaglio non solamente la sicurezza dei civili israeliani ma anche quella di tutta l’alleanza occidentale.
Ma sono le organizzazioni palestinesi ad accusare Israele di utilizzare i civili come scudi umani.Su questo punto esiste un video (che ho mostato alla Brandeis University) in cui si vede un capo di Hamas che, essendo stato avvisato dell’imminente attacco aereo da parte dell’IDF chiama a raccolta i civili intorno a sè e li fa salire sul tetto di un edificio per utilizzarli come scudi umani. Quando Goldston ha visto questo video mi ha chiesto perché Israele non glielo aveva mostrato prima, ma da quello che so io tutto il materiale era gli già stato inviato.
Un’altra accusa che viene rivolta a Israele e all’IDF riguarda l’attacco a siti industriali e cisterne di acqua o comunque a strutture che servono alla popolazione civile come fattorie o campi coltivati.Quello che il rapporto Goldstone tenta di dimostrare è alquanto improbabile: non si può indagare su un avvenimento mesi e mesi dopo la sua fine. Israele non attacca deliberatamente strutture civili come cisterne di acqua o fattorie ma lo fa esclusivamente se crede che tali strutture siano utilizzate come nascondigli per armi, munizioni o guerriglieri. Per supportare questa tesi il rapporto dovrebbe aver dimostrato che l’IDF non aveva subito attacchi da postazioni di questo tipo. Ma c’è un problema fondamentale di tipo metodologico. Goldstone è andato a intervistare i palestinesi all’interno della Striscia di Gaza proprio per capire che tipo di danni erano stati perpetrati alla popolazione civile e alle strutture civili. All’inizio del documento, però, è lo stesso Goldstone ad ammettere che i palestinesi che ha intervistato erano restii a parlare dei danni da loro arrecati da parte degli uomini di Hamas, perché temevano delle rappresaglie. Allora, sulla base di quesi fatti, come si può essere certi che nessuno stava sparando contro l’esercito israeliano dall’interno delle strutture civili che sono state distrutte?
Eppure il rapporto è stato sponsorizzato e ordinato dalle Nazioni Unite...Dobbiamo tentare di capire un cosa fondamentale di questo rapporto: quando il Consiglio sui diritti umani dell’Onu ha chiesto di mettere in piedi una missione di ricerca che poi divenne il rapporto Goldstone, non ha ottenuto il supporto di nessuna nazione democratica occidentale. Quella risoluzione è stata invece votata dalla Cina, dalla Russia e dall’Arabia Saudita e queste non sono certo nazioni che si fanno problemi di diritti umani. Ora, curiosamente l’Arabia Saudita è stata di recente molto attiva nello Yemen del Nord dal punto di vista militare e infatti il comandante delle forze armate saudite, Principe Abdul Bin Sultan si è vantato molto del numero di yemeniti uccisi dall’esercito saudita. Quindi abbiamo una situazione in cui l’Arabia Saudita da una parte sta accusando Israele di aver ucciso civili nella Guerra di Gaza e dall’altra parte sta attivamente uccidendo cittadini che sono sospettati di essere coninvolti nell’insurrezione sciite dello Yemen settentrionale.
Ultimamente, durante una conferenza stampa congiunta alla quale era presente anche Nethanyahu, è stato chiesto ad Angela Merkel cosa ne pensasse del conflitto israelo-palestinese. Il Primo ministro tedesco si è rifiutato di rispondere. Invece gli Stati Uniti hanno appena inviato George Mitchell (legato Usa in Medio Oriente) per discutere la tregua con i palestinesi e con gli israeliani. L’America si è sempre interessata al problema molto da vicino ma che ruolo può assumere l’Europa?L’Europa dovrebber essere un giudice imparziale in tutta questa situazione. Per anni gli Israeliani hanno pensato che le posizioni politiche degli Europei riflettevano i loro interessi commerciali visto che gli europei vendevano beni industriali al mondo Arabo. Ora però dobbiamo capire che queti interessi non sono più sostenibili perché esistono delle serie minacce all’ordine mondiale che provengono dal Medio Oriente. Sto parlando di Al Qaeda e dell’Iran. Quello dell’Iran è un problema che potrebbe portare a conseguenze ancora peggiori, se dovesse ottenere la bomba atomica, l’Iran potrebbe infatti utilizzare il suo potere come scudo per le organizzazioni terroristiche dell’area mediorientale. Quindi l’Europa dovrebbe essere in grado di capire che non si possono lasciare queste organizzazioni attive e in grado di scavalcare tutte le leggi internazionali per fare guerra a Israele o ad altri paesi democratici. Ad aprile quest’anno ci sarà una ricorrenza importante: i novant’anni dalla sconfitta dell’esercito Ottomano a San Remo. Dopo quella sconfitta, gli ottomani fecero una solenne promessa ai popoli che avevano assoggettato: avrebbero rinunciato alla sovranità su tutti i territori a sud dell’Anatolia, compresa la terra di Israele. Al popolo ebraico fu promessa la libertà di ricostituire un loro Stato, basato sul diritto storico degli ebrei sulla terra israeliana. Dovremmo ricordarci che L’Europa in passato ha avuto un ruolo strumentale nel liberare la terra mediorentale dall’assogettamento ottomano e nel riconoscere agli ebrei il diritto di ritornare al loro Stato.



Sarah Netanyau


Moglie Netanyahu accusata dai media: Maltratta domestici

Ma la consorte del premier contrattacca
Gerusalemme, 25 gen. (Apcom) - Sarah Netanyahu, moglie del Primo ministro israeliano, accusata da un grande giornale nazionale di aver maltrattato il suo giardiniere, è passata oggi al contrattacco denunciando per diffamazione il quotidiano "Maariv". Il portavoce della famiglia, Shaya Segel, ha precisato che la signora Netanyahu ha chiesto un risarcimento di un milione di shekel (190.000 euro). Sarah Netanyahu sostiene che il giornale ha mentito in un articolo in cui l'accusa di aver licenziato un giardiniere 70enne da anni impiegato nella residenza del Primo ministro. Si tratta di un tentativo di "umiliare la moglie del Primo ministro e di farla passare per una donna insensibile che si accanisce contro i più deboli, maltrattando un anziano giardiniere", recita un comunicato di Segel. L'articolo del "Maariv" contro Sarah Netanyahu non è un caso isolato. Proprio oggi lo "Yediot Aharonot", il quotidiano più popolare in Israele, ha scritto che la moglie del Primo ministro è stata denunciata da una delle sue ex domestiche. Lo stesso giornale aveva già rivelato una vicenda molto simile una settimana fa. Ma se sul secondo caso il tribunale ha ordinato un black-out, sulla denuncia della prima domestica sono noti i particolari. Liliane Peretz, questo il nome della donna, ha chiesto un risarcimento alla signora per "stress psichico". Peretz, 44 anni, addetta al governo della residenza della coppia Netanyahu a Cesarea, a nord di Tel Aviv dal 2004 al 2009, contesta alla consorte del Primo ministro di averla umiliata. Sarah Netanyahu le avrebbe telefonato anche nel cuore della notte e l'avrebbe obbligata a cambiarsi abiti più volte al giorno, tutto per un modico stipendio di 3.000 shekel (570 euro) al mese.
Il capo del governo è volato in soccorso della moglie, affermando che si tratta di una montatura dei giornali per colpire la sua persona attraverso la moglie. Il suo ufficio ha categoricamente smentito le accuse contro la moglie, assicurando che la "giustizia le darà ragione come ha già fatto in due occasioni in passato". Sarah Netanyahu è accusata dai media di avere un carattere capriccioso e di fare il bello e il cattivo tempo nell'ufficio del Primo ministro.


Peres interviene domani davanti al parlamento tedesco


Presidente Israele accolto con onori militari a Castello Bellevue
26 gen. (Apcom) - In occasione del giorno della Memoria, il presidente israeliano Shimon Peres interverrà al Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco. Il leader israeliano e Premio Nobel per la pace 86enne, che ha cominciato oggi una visita di tre giorni in Germania, è stato accolto questa mattina con gli onori militari dal suo omologo tedesco Horst Koehler al Castello Bellevue a Berlino. Nel pomeriggio ha incontrato la 'cancelliera' tedesca Angela Merkel in cancelleria. Tra gli argomenti di discussione - scrive Bild - le relazioni bilaterali, la situazione in Medio Oriente e il dossier nucleare iraniano. Nel suo intervento in Parlamento Peres renderà omaggio ai sei milioni di ebrei uccisi durante l'Olocausto, ha precisato una portavoce. Il discorso, in ebraico, terminerà con "la sua visione e le sue speranze per il futuro di Israele, la Germania e il Medio Oriente". Peres è il terzo presidente israeliano, dopo Eser Weizman (1996) e Moshe Katzav (2005), a parlare davanti al Bundestag. Ogni anno in questa ricorrenza i deputati tedeschi dedicano un'ora alle vittime del nazismo. Peres sarà accompagnato da alcuni sopravvissuti all'Olocausto.



Gerusalemme - viale dei Giusti


Vittorio Tredici il fascista che salvò gli ebrei

Nato ad Iglesias nel 1892, dove aveva avuto modo di respirare l'ambiente sviluppatosi intorno all'industria mineraria, fu però con la Grande Guerra, come tanti altri suoi coetanei, che Tredici sviluppò la sua coscienza politica. L'esperienza in trincea lo avvicinò al combattentismo e a quel desiderio, comune a tanti “sassarini”, di essere protagonisti della lotta politica isolana all'insegna delle nuove logiche dell'autonomismo e del sardismo. Accogliendo le intuizioni di Leopoldo Ortu, Rigano colloca il futuro podestà del capoluogo all'interno di quella corrente nazionale e tecnocratica del sardismo guidata da Paolo Pili, contrapposta a quella sassarese di Bellieni e a quella con venature nazionaliste e antisocialiste di Cagliari, che sarebbe stata protagonista della fusione con il fascismo del 1923, di cui Tredici, come dimostra l'autore, fu protagonista sin dalla prima fase. Nacque allora una collaborazione con il regime che, nonostante provvedimenti ambiziosi ma incoerenti come la famosa “legge del miliardo”, ne avrebbe presto palesato gli intenti strumentali da parte del regime. Prima commissario straordinario e poi dal '23 al '29 podestà di Cagliari, da dove guidò un progetto di trasformazione della città non privo di contraddizioni specie nel settore dei trasporti, della politica abitativa e del settore.Deputato dal 1929, Tredici avrebbe dedicato soprattutto al settore minerario la sua opera tecnico-politica, a partire dalla presidenza dell'Azienda Minerali Metallici Italiani. Da quella posizione poté presto rendersi conto di come il regime avesse incanalato la produzione nel settore nelle sue folli logiche bellicistiche, autarchiche e imperiali. Il suo progressivo distacco dal fascismo, e il sempre maggior impegno nel mondo cattolico, lo colsero in pieno negli anni di guerra e della feroce occupazione nazista di Roma. Sarà in quei tragici mesi che Tredici non avrebbe voltato le spalle ai suoi coinquilini di origine ebraica, i Funaro, ospitandoli nel suo appartamento durante la grande retata nazista del 16 ottobre del 1943 e mettendoli poi in salvo,grazie alle sue conoscenze in ambito ecclesiastico, in un convento di suore. Una scelta di campo che venne confermata successivamente con l'aiuto al capo partigiano Montesano e l'impegno,insieme al suo parroco, a favore di molti altri ebrei romani e ricercati politici. Una scelta di riscatto,dopo una vita spesa dentro il totalitarismo fascista, che gli avrebbe evitato l'epurazione nel dopoguerra, ma soprattutto gli avrebbe garantito il titolo di Giusto tra le Nazioni.
27/01/2009Ufficio Stampa Cagliari - Testata giornalistica quotidiana del Comune di Cagliari



"Silvio, amico sincero": un bene raro per Israele

I media di Gerusalemme esaltano il ruolo di Berlusconi in un Paese a rischio di genocidio, tra Hamas, Hezbollah e l’incubo dell’atomicaUn amico... haver tov, un buon amico. Già dalla giornata precedente all’arrivo di Silvio Berlusconi in Israele tutti i media cartacei, radiofonici, televisivi erano pieni di questa espressione. Per Israele gli amici sinceri sono importanti quanto rari, specialmente quando arrivano dall’Europa. Israele è abituata a vedere il mondo gestire con le pinze la sua situazione, sa che avere un rapporto caldo e gentile come quello di Berlusconi con lo Stato ebraico e con Bibi Netanyahu è una scelta costosa, che il mondo islamico guarda e aggrotta le sopracciglia. Israele è spesso calunniata e rimproverata mentre la premono mille minacce esistenziali, e il fatto che qualcuno capisca quanto è duro difendere l’unica democrazia del Medio Oriente le dona un attimo di respiro, una autentica consolazione. Il panorama che Berlusconi vedrà sarà quello di una società piena di voglia di vivere, di un’economia che si basa sull’innovazione tecnologica. Netanyahu, che ci tiene molto a dare un suo segno fortemente liberale, ha creato l’ambiente perché l’indice delle cento compagnie israeliane più forti nello stock Exchange di Tel Aviv siano cresciute dell’88,8% in un anno, riprendendosi velocemente dalla crisi del 2008. Lo standard medio della vita è simile a quello italiano. Sembra incredibile che sia una società minacciata di genocidio, affaticata dalle spese militari, in cui la leva militare è di tre anni, e in cui il pericolo è pane quotidiano. L’Iran è oggi il centro dell’attenzione strategica, un pericolo chiaro e presente: Israele lo vede appollaiato sui suoi confini, sempre più aggressivo. Al nord Hezbollah, parte importante del governo libanese, milizia sciita integralista armata dagli ayatollah lungo il confine israeliano, è pronto a scattare quando l’Iran lo ordini.
E a Gaza, a sud d’Israele, Hamas che ha giurato di distruggere Israele, è definita anche da Abu Mazen una pedina iraniana. La Siria, nella cui capitale risiedono le ambasciate più attive di svariati gruppi terroristi, è un attore così importante in tutta la vicenda che il ministro della difesa Ehud Barak è stato costretto a dire che se di nuovo dovesse scoppiare un conflitto con il Libano a causa di un’aggressione degli Hezbollah, probabilmente esso si allargherebbe alla Siria. Ha anche aggiunto che Israele spera che questo non succeda, ma questa è l’aria che tira dopo che il giornale del Qatar Al Watan ha rivelato una svolta strategica decisiva da parte di Damasco verso gli Hezbollah, che in questi giorni hanno dispiegato i missili terra-terra M600 di fabbricazione siriana, che raggiungono i 250 chilometri i distanza; insomma, Tel Aviv. Israele certo spiegherà a Berlusconi che la sua preoccupazione è che l’Iran si serva dei suoi amici per dare fuoco al Medio Oriente. Questo naturalmente distruggerebbe qualsiasi opzione di pace con i palestinesi del West Bank: e Abu Mazen, forse sperando che il consesso internazionale faccia la maggior parte del lavoro, sta un passo indietro rispetto a trattative di pace (richieste invece da Netanyahu) cui pone precondizioni che Israele non accetta. I palestinesi vorrebbero un completo congelamento di tutte le costruzioni negli insediamenti: ma Netanyahu, che pure ha ordinato il maggiore «stop» dal 1967, non vuole andare troppo lontano senza contropartite almeno morali.
Sanguina il risultato ottenuto da Sharon con lo sgombero di Gaza, solo missili sulle città israeliane e il potere a Hamas. Abu Mazen a sua volta teme di essere abbandonato da un’opinione pubblica abituata giorno per giorno alla propaganda ufficiale di esaltazione degli «shahid» - i terroristi suicidi - diffusa anche da Fatah. Hamas gli contende da vicino il consenso sul versante della guerra a Israele. Un altro tema che angoscia Israele e di cui è probabile che dati i suoi rapporti con la Turchia Berlusconi sentirà parlare, è il drammatico raffreddamento di rapporti con il governo turco guidato da Tayyp Erdogan, dato che per tanti anni il Paese di Kemal Ataturk è stato il miglior nesso fra mondo islamico e Israele e oggi ne provengono attacchi continui. Insomma, farà caldo in Israele. Gli americani in questi giorni dispiegano navi al largo della costa iraniana e piazzano sistemi antimissile almeno in quattro Paesi arabi moderati: un segnale che Obama non crede più di poter contenere la follia di Ahmadinejad con la politica della mano tesa. Lo temono infatti anche i Paesi arabi moderati ed è per questo che gli Usa schierano i sistemi antimissile. La situazione che Berlusconi incontrerà in questi giorni è infuocata e sassosa più di sempre in Medio Oriente. E dunque Israele lo aspetta, perché quando sei in pericolo, è bello raccontarlo ad un amico.Il Giornale, 1 febbraio 2010



Fiamma Nirenstein alla Knesseth

Andiamo avanti

Cari amici,poche righe da Israele dove mi trovo con la delegazione del presidente Berlusconi. Resterò qui anche per unirmi alla delegazione di parlamentari dell'Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele, che giungeranno domani, giovedì, fino a lunedì notte. Un viaggio breve, ma molto intenso, pieno di incontri e visite, sia istituzionali che sul campo (Gush Etzion, Betlemme, il confine con Libano e Siria, Gerusalemme; e poi gli incontri con Sharansky, con membri della Knesset e ministri e al Comune di Gerusalemme...).Queste poche righe sono solo per dire che in questi giorni ho la bella sensazione che il lavoro di accumulare un chicco di sabbia sopra l’altro, un cucchiaino d’acqua del mare insieme all’altro, alla fine sia un lavoro con un significato. In questi giorni, quali che siano le opinioni politiche sul freezing o quelle sul Golan, la mia sensazione è che esista un mondo che ha di Israele una visione realistica, non vista attraverso la lente deformante dell’odio arabo e palestinese che ne fa una grottesca caricatura di uno stato razzista, indegno di vivere, ma un meraviglioso simbolo dell’irrinunciabile amore della cultura ebraica per la democrazia e di resistenza di fronte al costante pericolo di vita.Berlusconi lunedì ha visitato Yad Vashem con concentrazione e passione intense, incitando la guida (molto brava) a continuare con le sue spiegazioni, fermandosi davanti a ogni fotografia. La cena con Bibi Netanyahu non ha trattato di banalità diplomatiche, ma sempre e soprattutto di Iran, di terrorismo, di collaborazione economica, di cose vere. Così è stato nel suo discorso alla Knesset.
Veniamo da giorni di lavoro duro, io e Sharon insieme ad altre persone di buona volontà, come Veronica e vari colleghi del Parlamento che verranno con noi in viaggio, fra loro l’Onorevole Pianetta, che è il presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele. Solo nelle ultime due settimane abbiamo tenuto due iniziative pubbliche, una sul rapporto Goldstone sulla guerra tra Israele e Hamas dell'anno scorso e una sull’informazione nel mondo palestinese, con la proiezione di scioccanti filmati provenienti dalle TV palestinesi.Il 26 gennaio, a Strasburgo, al Consiglio d’Europa ho condotto una dura battaglia, sostenuta dai miei compagni del gruppo PPE, per ottenere una migliore mozione sul Medio Oriente. Questa è veramente incredibile e vi raccomando la lettura del resoconto (in questo post precedente: http://fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=11&Id=2312).
Nel Giorno della Memoria, alla Camera abbiamo tenuto la prima sessione della Commissione d’Indagine Conoscitiva sull’Antisemitismo, con un'audizione del Ministro Frattini, meditata e seria. Ho scritto, come sempre, tanti articoli. E ancora molto troverete se scavate un po' nel blog, molto nelle coscienze che percorrono questo cammino con noi.Da giovedì, cammineremo con una ventina di parlamentari fra israeliani e palestinesi, cercando di fare quello che è riuscito bene, come si vede durante questa visita, a Berlusconi: vedere una realtà, amarla, aiutare. Mandate i vostri commenti, andiamo avanti. Fiamma Nirenstein

mercoledì 3 febbraio 2010


kibbutz mappa

Khamenei celebra la Shoah: "Un giorno Israele sarà distrutto"

Secondo la guida suprema dell’Iran i tempi dipendono solo da come le nazioni islamiche affronteranno il problema
La stecca nel coro ha il nero turbante e le orecchie da elfo del capo guida Ali Khamenei e la barba sfatta e le occhiaie color seppia dell’ingegner Mahmud Ahmadinejad, le cosiddette teste pensanti della rivoluzione post khomeinista.A modo loro, anch’essi hanno festeggiato il Giorno della memoria. Come? Ma nel solito modo: quello ossessivo, ripetitivo, percussivo, perfino imbarazzante nella sua monotona salmodia, che ha a che fare con la distruzione di Israele e la scomparsa del regime sionista.C’è stato un tempo in cui il mondo, orripilato di fronte alle provocazioni di Teheran, si diceva sdegnato; e fior di presidenti e di primi ministri dettavano esclamative sentenze di condanna del regime iraniano. Ora, a scandalizzarsi puntualmente, e a mandare davanti ai microfoni della stampa un pezzo grosso a manifestare lo sdegno della nazione intera, c’è rimasto praticamente solo Israele. Gli altri hanno finito per trattare «la strana coppia» per quel che sono: due tipi un po’ fissati, come certi anziani signori cui l’età, e i guasti che vi si accompagnano, ha fatto un brutto scherzo.Se non altro, non si può negare alla Guida Suprema dell’Iran, l’inturbantato capo Ali Khamenei, una certa sensibilità mediatica. Nel giorno in cui il mondo intero si inchina davanti al suono delle sirene di Auschwitz e le cerimonie in ricordo si guadagnano sui giornali e in Tv uno spazio ogni anno crescente, Ali Khamenei si inchina alla platea mondiale e dice: «Di sicuro verrà il giorno in cui le nazioni della regione vedranno la distruzione del regime sionista. I tempi di questa dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema».È la stessa canzone che a ogni festival a cui è invitato, compreso l’Ariston di New York, ospitato al Palazzo di Vetro, canta anche il premier Ahmadinejad, sempre più stretto d’assedio da un’opposizione che cresce irresistibilmente nel Paese e minaccia un regime che si nutre di repressione e violenza. Il solito appello a «cancellare Israele dalla faccia del mondo» e a interpretare l’Olocausto come un «mito», sapete.Di Israele e della sua «sicura» scomparsa dalla faccia del pianeta, la Guida suprema ha parlato ieri, già che c'era, col presidente della Mauritania Mohammed Ould Abdel Aziz, in visita a Teheran, invitando lo Stato africano (che di suo ha già sospeso le relazioni diplomatiche con Israele) a troncare definitivamente ogni rapporto con il «sionista».All’Iran, e alle farneticazioni che arrivano da Teheran ha fatto riferimento ieri lo scrittore ebreo sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel, parlando nell’aula di Montecitorio: «Come si può trattare con un presidente di nazione che non riconosce la Shoah né il diritto di Israele ad esistere? - ha chiesto Elie Wiesel - Dovrebbe essere arrestato e tradotto davanti alla Corte penale internazionale dell'Aja per incitazione a crimini contro l’umanità». Ad ammonire il mondo sui pericoli che vengono da «dittatori assetati di sangue» ha pensato invece il presidente israeliano e premio Nobel per la Pace Shimon Peres. Peres ha parlato, in lingua ebraica, al Bundestag, la Camera Bassa del Parlamento tedesco. Israele, ha detto Peres (terzo presidente israeliano ad essere accolto al Bundestag), respinge «un regime fanatico che disprezza la Carta delle Nazioni Unite». Un regime che possiede impianti atomici e armi nucleari, con le quali terrorizza il proprio Paese e altre nazioni, ha proseguito, e che «costituisce un pericolo per il mondo» intero. Per questo, ha spiegato, i milioni di ebrei uccisi dai nazisti devono servire da insegnamento: «Mai più si potranno ignorare dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro maschere demagogiche e pronunciano slogan omicidi», ha detto, congratulandosi con la Germania per il suo impegno a stringere il regime khomeinista con il nodo scorsoio di nuove sanzioni. 28 gennaio 2010, http://www.ilgiornale.it/