lunedì 8 febbraio 2010


Rassegna stampa

La conclusione del viaggio di Silvio Berlusconi in Israele non poteva non accompagnarsi alla coda di polemiche sollevate soprattutto da quanti, nell’agone internazionale, si sono sentiti punti nel vivo dalle sue forti dichiarazioni. È quindi il giorno delle dure repliche iraniane, raccolte ancora una volta, tra gli altri, da Serena Martucci su EPolis, Claudio Rizza su il Messaggero, Alessandro Farruggia su la Nazione, un polemico Luigi Spinola per il Riformista e Gerardo Pelosi per il Sole 24 Ore. Il livore delle parole di Teheran colpisce ancora una volta, benché oramai si sia pur fatta una qualche abitudine alla gelida, rutilante, enfatica retorica di taglio combattentistico dell’attuale gruppo dirigente iraniano. Senza mezzi termini, evocando o sottointendo scenari apocalittici (un abito che ben si confà all’estremismo verbale e alla concezione militante delle relazioni internazionali nutrita da quella leadership), e dopo avere riversato l’ennesima sequela di insulti contro Israele, l’affondo contro il premier italiano non si fa attendere. In una nota scritta comparsa in un sito della televisione iraniana, redatta peraltro in lingua italiana, è detto che «Berlusconi, durante il suo discorso alla Knesseth, ha completato tutta la serie di servigi fatta ai padroni israeliani». A seguire, poi, l’elenco della “nequizie” attribuite al Cavaliere. Che, peraltro, non sorprendono nessuno poiché era facilmente prevedibile che il viaggio del leader italiano, così come le sue nette prese di posizione, scontentassero chi si vede ora messo, almeno temporaneamente, ai margini del grande gioco. Al riguardo, infatti, il Riformista, del pari a Paolo Della Sala su il Secolo XIX, ritiene che «tra Israele e ayatollah è finita l’equi-vicinanza». Vincenzo Nigro per la Repubblica, rileva che ciò che nei giorni trascorsi si è consumata è la speranza (o l’illusione) che Roma potesse o volesse giocare un ruolo “terzista”, ossia di mediazione interessata, nella complicata partita con l’Iran. Paese nei confronti del quale il precedente governo Berlusconi, quello del 2001-2005, aveva assunto una posizione assenteista, evitando di entrare nell’intricata partita in corso sul nucleare. Atteggiamento, però, di cui si era pentito, avnedo lasciato campo aperto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Ora, il nuovo attivismo che emerge dall’evoluzione politica dettata dalle dichiarazione del premier è comunque destinato ad avere molteplici implicazioni poiché l’interscambio economico con l’Iran è voluminosissimo, come è ben risaputo, ed è difficile credere che non subisca in futuro dei contraccolpi. Già nell’anno appena trascorso, rileva il nostro ministero degli Esteri, si era verificata una riduzione del volume delle transazioni intorno al 30%, dato però contestato dall’Istat che registrerebbe nel medesimo lasso di tempo, invece, una ulteriore crescita. Il trend negativo, non di meno, sempre secondo la Farnesina, dovrebbe proseguire, pur permettendo di portare a compimento accordi e contratti già stipulati, come quelli firmati dall’Eni, così come Stefano Agnoli commenta per il Corriere della Sera. Gli stessi americani, afferma Maurizio Molinari su la Stampa, avrebbero avanzato la richiesta di sacrifici da parte nostra in tal senso. Quel che ha più offeso il regime iraniano è tuttavia il rimando alla necessità di sostenere l’opposizione interna, denuciata come «aperta interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano». I rapporti bilaterali sono quindi prossimi ad una crisi diplomatica, come commenta Cecilia Zecchinelli su il Corriere della Sera. Se ancora due anni fa Mahmoud Ahmadinejad riconosceva nell’Italia un «paese amico, il più amico di tutti» oggi lo scenario è profondamente mutato. La decisione di attaccare politicamente Teheran non è di certo il frutto di una estemporanea manifestazione di volontà di Berlusconi ma il prodotto di una strategia politica concordata a livello non solo dell’esecutivo ma, quasi sicuramente, anche con gli altri partner europei. Per più versi parrebbe indicare che il tempo delle moratorie e dei rinvii è scaduto. In ciò c’è un sostanziale assenso nell’Unione Europea che stanca di misurare il succedersi degli insuccessi dei tentativi di negoziazione pare ora volta verso il varo di nuove sanzioni intese però nell’ottica del «double track», il doppio binario, ovvero non come strumento di mera punizione bensì di induzione ad un atteggiamento più cooperativo. Su quanto queste possano essere praticabili, prima ancora che efficaci, dinanzi soprattutto alla dichiarata indisponibilità cinese, la discussione è tuttavia aperta. Dopo di che, se nulla dovesse essere fatto, l’escalation incontrollata potrebbe infine produrre una reazione militare, ipotesi poco auspicabile ma non esclusa dalle agende politiche degli uni come degli altri. Tuttavia gli scenari, oltre che cupi, potrebbero aprirsi anche a nuove speranze, come lascia intendere Khaled Fouad Allam su il Sole 24 Ore, che mette in rilievo come Ahmadinejad faccia la voce grossa anche perché sa di essere fragile, ovvero di potere contare su un margine di legittimazione interna piuttosto ridotto. Ad essere messo alle corde da un opposizione che continua a manifestare a viva voce le sue ragioni, malgrado la brutale repressione, è, secondo l’autore, il sistema stesso di governo che si è andato affermando in questi ultimi trent’anni a Teheran. Aggiunge Fouad Allam: «probabilmente nei prossimi anni la crisi del modello politico iraniano, che ha indirettamente influenzato il fondamentalismo islamico sunnita, si propagherà anche negli altri paesi musulmani, semplicemente perché per la questione democrazia non sussiste frontiera tra Islam sunnita e islam sciita». Il vero anello debole, ancora una volta. è costituito dall’incapacità delle classi dirigenti iraniane, al di là della retorica forcaiola, di dare risposte alla crisi economica che da tempo attraversa il paese e colpisce le sue classi medie. Vedremo quali saranno gli sviluppi futuri, sui quali si sofferma anche Segre per il Giornale, rilevando come il livello di credibilità dell’Italia in Israele sia ora molto alto e di come questo capitale politico possa essere speso per un effettivo ed innovativo ruolo di mediazione. Insomma, come si suole motteggiare “chi vivrà vedrà”. L’importante è che la politica mediorientale e mediterranea si disponga nel senso della protezione della vita e non della sua distruzione, di contro alle spinte necrofile che ancora oggi il regime iraniano continua a produrre.
Claudio Vercelli, http://www.moked.it/


Comix - The Odd Couple

Eli Valley è l’autore di “The Great Jewish Cities of Central and Eastern Europe: A Travel Guide and Resource Book to Prague, Warsaw, Cracow, and Budapest” pubblicato nel 1999, un libro molto apprezzato dai viaggiatori statunitensi nei loro viaggi per riscoprire le città dell’Est Europa.Ma Eli Valley si è ritagliato anche un ruolo di eccellente cartonista per il settimanale ebraico Forward con una serie di tavole graficamente ispirate all’underground statunitense di James Burns o Robert Crumb con un taglio drasticamente ironico o umoralmente sadico sugli ebrei e l’ebraismo. Valley incarna quell’umorismo critico che obbliga, a tratti “con colpi bassi”, a confrontasi con la propria identità. Pregi e difetti.Nella tavola The Odd Couple troviamo due modelli estremi di identità:da una parte Avi Klopnik, un ortodosso israeliano, dall’altra Brian Greenstein, un giovane statunitense totalmente ignorante delle sue origini. Il nostro giovane ragazzo arriva in Israele dove impatta con il fanatismo di Klopnik, il loro dialogo è tra sordi. Mentre l’ortodosso parla in ebraico, il giovane non lo capisce e solo perché sente parlare in ebraico entra in uno stato emotivo ascetico, dove una serie di emozioni lo spingono a rimanere in Israele ed aderire all’ortodossia senza aver capito una parola del proprio interlocutore.Il buon Klopnik intanto esprime una serie di concetti tutti intransigenti ed oltranzisti: contro i valori liberali, contro il governo israeliano, contro gli arabi, contro i progressisti, etc... Ma Brian è preso da una tempesta emotiva che gli impedisce di chiedersi:cosa sta dicendo Avi?Eli Valley disegna spesso personaggi che ascoltano poco, che fanno piani assurdi e che esprimono concetti così folli da sopravvivere dal giudizio critico, perché alla fine questo non esiste più. Sono personaggi disegnati in toni sopra le righe. Alla fine Brian e Avi rappresentano i due estremi di una identità che nel momento in cui prende alloggio nella casa di un pensiero e si ferma, diventa sorda, incapace di ascoltare, di porre quelle domande, quel processo di antitesi costante di cui parla spesso Joann Sfar. Eli non denigra od offende le figure sociali che rappresentano i suoi personaggi, si limita ad estremizzarle per far emergere i difetti. In fondo con l’ironia smonta le certezze per mostrare quanto sfugge al nostro pensiero. I vari Klopnik e Greenstein stiano in campana...Andrea Grilli http://www.moked.it/



RADU MIHAILEANU IL CONCERTO

(Titolo originale Le Concert; Francia /Russia / Romania / Belgio, 2009 Genere: Drammatico, ma anche Commedia)
“Questo Concerto è come una confessione…in ogni nota c’è la vita…”
Andrei Semionovic Filipov era un illustre direttore d’orchestra del Bolshoi di Mosca; all’apice della gloria, Leonid Brežnev lo fece cacciare dall’incarico, insieme a tutta la sua compagine musicale, senza tuttavia riuscire a fargli dimenticare la grande passione della sua vita, Tchaikosky.Dopo circa un trentennio egli si trova ancora alle dipendenze del celebre teatro della capitale, ma -massimo sadismo- come….uomo delle pulizie. Per sovrammercato gli è severamente proibito assistere, fosse anche dal loggione, alle prove dell’orchestra, ma egli riesce talvolta ad aggirare il divieto, pur pagandone le conseguenze. L’uomo trascina l’esistenza cercando di affogare i suoi dolori nell’alcool, mentre la moglie Irina, che non ha mai smesso di amarlo, contribuisce al bilancio familiare ingaggiando manifestanti a pagamento per le assemblee, peraltro ora assai poco frequentate, dei militanti comunisti. Ma quale fu la causa dell’ignominiosa cacciata, seguita da immediata degradazione, di Andrei? Egli si era rifiutato di espellere dalla propria orchestra i musicisti ebrei, così come esigeva il subdolo antisemitismo di Stato vigente ai tempi dell’Unione Sovietica. Un giorno, mentre spolvera la scrivania dell’attuale (e ottuso) direttore del teatro, sperduto nei consueti cupi pensieri, gli capita tra le mani un fax appena giunto dallo Châtelet di Parigi, il cui sovrintendente, Olivier Duplessis, chiede l’onore di ospitare per un concerto l’orchestra dell’illustre istituzione moscovita. Andrei ha un sussulto: IDEONA! Decide di nascondere quel foglio di carta, che sembra ridargli la vita, e rimettere insieme i vecchi orchestrali per andare tutti insieme a Parigi e suonare in quel prestigioso teatro, al posto dell’orchestra del Bolshoi, tanto ufficiale quanto poco talentuosa. Radu Mihăileanu, 52 anni, regista rumeno naturalizzato francese, rivelatosi circa un decennio fa con il capolavoro Train de vie, ci dona un nuovo splendido film, Le Concert (“Il Concerto”), uscito in questi giorni nelle sale italiane, dopo essere stato presentato in autunno, fuori concorso, al Festival Internazionale del Cinema di Roma.Scambio di identità, Capovolgimento delle Sorti: temi cari alla cultura ebraica, ma anche all’opera del regista, oltre che presenti nella sua autobiografia. Radu, nelle cui vene scorre pure sangue gitano, è infatti figlio di un giornalista ebreo comunista, Mordachai Buchman, perseguitato e imprigionato dal regime di Ceausescu. Uscito dal gulag, egli cambiò il proprio nome -per così dire, troppo caratterizzato- nel più anonimo Ion Mihăileanu, modifica che tuttavia non bastò ad assicurargli una vita tranquilla. Se in Train de vie gli abitanti di uno sthetl dell’Europa orientale, per sfuggire alle deportazioni tedesche, organizzano, insieme ad alcuni zingari, un treno dove c’è chi recita la parte del prigioniero e chi quella del feroce nazista, anche in Le Concert ognuno ruba, a fin di bene, la vita di qualcun altro (impossibile non pensare, pur nella diversità del contesto, a Giorgio Perlasca che si finge ambasciatore spagnolo per salvare vite umane). Andrei corre con pervicacia a scovare i suoi vecchi suonatori, ora ridotti a cavarsela come possono: chi a fare il cameriere, chi il doppiatore di film pornografici, chi a cimentarsi in traffici di piccolo cabotaggio; in tale attività di recupero del passato lo accompagna il fedele Sasha Grossman, una sorta di gigante buono, un tempo suonatore di strumenti a percussione, ora autista di ambulanza; Sasha, sulle prime riluttante, è sempre pronto a dargli man forte e a spronarlo ad andare avanti quando le troppe difficoltà del folle progetto sembrano destinarlo al naufragio. Ma quale sarà l’opera che la ricomposta orchestra suonerà nella capitale francese? Il Concerto in re maggiore n. 35 per violino e orchestra di Pëtr Ilyich Tchaikosky, la grande passione di Andrei, la colonna sonora della sua drammatica esistenza, nella quale la ricerca dell’Assoluta Perfezione è rimasta l’obiettivo ultimo, nonostante tutto. Egli non ha dubbi su chi sarà il violino solista che accompagnerà l’orchestra, arricchita da alcuni suonatori zingari, capaci di fantastici virtuosismi: Anna Marie Jacquet, giovane e già famosa artista, una ragazza dolce e sensibile, orfana dei genitori, che vive a Parigi con Guylène de la Rivière, che le fa da severa agente e da…madre adottiva. Ma chi è, in realtà, Anne Marie? Lascio al lettore il piacere di assistere alla vicenda, ora commovente, ora ironica, ora tragica, ora comica. Il regista gioca su diversi piani, a cominciare da quello della ricchezza offerta dalla mescolanza di culture ed esperienze: anche in questo film, come in Train de vie, compaiono i gitani, popolo dai tratti comuni con gli Ebrei: “l’amore per la libertà, l’erranza, l’arte…abbiamo condiviso le stesse tragedie….non vogliamo integrarci e nessuno sopporta la diversità”, così Mihaileanu in una recente intervista. E la musica; la hora, la celebre danza ebraica, tanto popolare in Israele, mi ricorda certi balli degli zingari. Evidente è la sopravvivenza di stereotipi legati al passato sovietico -a cominciare dal fatto che a nessuno è venuto in mente di riabilitare il nostro musicista- uniti, oggi, ad un’anarchia generalizzata. Gioco di contrasti e di contrappasso: colui che aveva contribuito in modo essenziale alla cacciata di Filipov, il ligio funzionario di partito Ivan Gavrilov, caduto in disgrazia da tempo, viene rispolverato da Sasha e Andrei perché ritenuto abilissimo a trattare con i francesi, assai “più dello Zar Alessandro”. E Gavrilov si presta a vestire l’abito del grande impresario, sia perché colto da resipiscenza postuma, sia perché la trasferta all’estero gli consente di rivedere un antico, scalcagnato compagno comunista, raffigurato in un indovinatissimo phisique du rôle! Lo stesso Gavrilov, poi, saprà, da par suo, neutralizzare il direttore del Boshoi, giunto a Parigi in vacanza con la famiglia. Un profondo umorismo pervade la pellicola: dall’entrata in scena dei mafiosi russi con tanto di matrimoni in stile Padrino, esibizione di mascelle quadrate e kalashnikov a tutto spiano; al ritratto del riccastro che vorrebbe farsi passare per amante della musica, mentre la madre virago ha in testa un solo pensiero spasmodico: far giocare nel gruppo d’attacco della squadra di calcio di famiglia il fuoriclasse argentino Lionel Messi; ai vari quadretti sull’eterna capacità degli Ebrei di sapersi trarre d’impaccio alla grande nelle situazioni più difficili. Il nucleo centrale del film è l’intesa magica che si crea tra il maturo Andrei e la giovane Anne Marie, tra il passato tragico e il presente ricco di promesse; ma la fanciulla non ha, rispetto all’uomo, il rapporto che si potrebbe, in un primo momento, immaginare. L’enigma si scioglie alla fine, sulle ali della musica universale e travolgente di Pëtr Ilyich. Gli attori sono tutti ben calati nella parte, a cominciare dal grande protagonista, Alexej Guskov, attore superbo, e dall’intensa Mélanie Laurent, un’appassionata Anne Marie. Poco felice, a dir la verità, la scelta di doppiare, in italiano, i russi con buffo accento russo; una caduta di stile che induce a valorizzare la versione in lingua originale sottotitolata; faticosa operazione assistervi, ma ritengo ne valga la pena. In un “cammeo” c’è una nota attrice britannica (scozzese, per l’esattezza), ringraziata al termine della proiezione: la riconoscete?
http://www.angolodimara.com/

sabato 6 febbraio 2010


L’analisi A Gerusalemme sperano nell’Italia mediatrice

La telefonata del mio amico Shilo arriva dall'insediamento ebraico di Bel El, vicino a Ramallah. Mi chiede: Berlusconi fa sul serio? Quattro parole che riassumono la meraviglia e la preoccupazione create dallo shock psicologico e politico su Israele e, per estensione, sul mondo arabo e internazionale provocato dal viaggio del premier italiano.Incominciamo da Israele. Bisogna tener conto delle complesse conseguenze che genera una guerra infinita - terrorismo crudele, isolamento psicologico, preoccupazione di sopravvivenza, tentativi di delegittimazione, necessità spasmodica di essere compresi - per misurare l'effetto Berlusconi. Il cielo non è crollato quando ha detto che Israele dovrebbe essere ringraziato per il solo fatto di esistere, sola democrazia nel Medio Oriente. Quando, denunciando il rapporto Goldstone dell'Onu, ha dichiarato che la risposta militare israeliana ai missili di Gaza era giustificata. Quando ha ricordato con parole di sincerità e affetto che gli israeliani non erano più abituati a sentire il pericolo di un nuovo Olocausto che l'Europa deve ricordare.Scegliendo di parlare al cuore di Israele in maniera fraterna, opposta a quella insultante scelta dal premier turco Erdogan, si è costruito un ruolo di mediatore che altri hanno bruciato. Ruolo che Berlusconi può assumere perché è oggi l’unico capace di strappare concessioni a Netanyahu dopo il plauso che ha ricevuto tanto dalla destra che dalla sinistra israeliana.I palestinesi lo hanno capito. Hanno ingoiato quasi senza reagire il riconoscimento indiscusso di Berlusconi per l’esistenza e la legittimità dello Stato ebraico; per la legittimità della risposta militare contro Gaza. Delusi dall’America e dall’Europa, sperano di trovare nell’Italia, militarmente e economicamente presente nel mondo arabo, un «mediatore» capace di farli tornare alla tavola del negoziato senza perdere la faccia. La critica alla estensione degli insediamenti su «territori che dovranno essere restituiti» è l’appiglio offerto loro da Berlusconi per aiutarli a scendere dall’albero su cui sono inutilmente saliti rifiutando ogni contatto col governo di Netanyahu.Non a caso Berlusconi ha riparlato di Erice come luogo di possibile incontro. Perfino nella Gaza islamica sunnita si alzano voci per denunciare lo «sfruttamento» che l’Iran islamico sciita sta facendo della causa palestinese «per la quale non un iraniano è morto». Ma è a livello internazionale che il viaggio sta creando le onde più interessanti. Berlusconi ha smosso l'acquitrino stantio del conflitto mediorientale. Ha valorizzato a pieno la cassa di risonanza mediatica ebraica e del conflitto palestinese per rilanciare la sua l'immagine di leader internazionale, per sfruttare l'impotenza diplomatica dell'Europa, dell'America, dell'Onu e della Russia (i membri del Quartetto) nel conflitto mediorientale, per prendere la guida di una iniziativa europea per far uscire il conflitto dalla palude diplomatica in cui si è impantanato.Washington ne è tanto più soddisfatta dal momento che Berlusconi, con le sue denunce dell’aggressività iraniana, ha dimostrato che non intende farsi influenzare dagli interessi economici italiani in Iran. Molto ora dipenderà dalla maniera in cui l'Europa, così stanca, divisa, così anti-israeliana nella sua intellighenzia sinistroide, così sprezzante delle capacità di statista del premier italiano, saprà riconoscere la porta che le ha aperto.Se si confronta il successo del viaggio di Berlusconi con quello di altri leader americani, europei e arabi c’è da rimanere stupiti. Israele lo è, ma si preoccupa che possa non aver seguito. 05 febbraio 2010,http://www.ilgiornale.it/


ISRAELE: PORTAVOCE FOREIGN OFFICE, NON E' CANDIDATO A ENTRARE NELLA UE

(ASCA) - Roma, 4 feb - ''Israele non e' un paese candidato a entrare nell'Unione europea. La posizione dell'Ue, come e' stato ribadito lo scorso dicembre, e' che ogni passaggio ulteriore nelle relazioni formali tra Israele e l'Unione deve essere visto nel contesto di un progresso nel processo di pace in Medio Oriente''.Un portavoce del Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, interpellato dal quotidiano online Affaritaliani.it, boccia la proposta di far entrare Israele nell'Unione europea, avanzata dal premier Silvio Berlusconi durante il suo recente viaggio a Gerusalemme.La spokesperson del Foreign Office ha ricordato in proposito la posizione ufficiale dell'Unione del 15 giugno 2009 in occasione del EU-Israel Association Council: ''Ogni passaggio ulteriore deve essere basato sulla condivisione di valori da entrambe le parti e soprattutto sulla democrazia, il rispetto dei diritti umani, le leggi, le liberta' fondamentali, una buona governance e il diritto umanitario internazionale. Lo sviluppo delle relazioni deve essere, e deve essere visto, nel contesto del range dei nostri interessi e obiettivi. Tutto cio' include la risoluzione del conflitto israelo-palestinese (attraverso l'implementazione della soluzione di due Stati), la promozione della pace, la prosperita' e la stabilita' nel Medio Oriente e la ricerca di risposte comuni alle sfide che potrebbero minacciare questi obiettivi''.



Avigdor Lieberman

Israele: Vogliamo la pace con la Siria, ma niente minacce

"Pronti a negoziato senza condizioni"
4 feb. (Apcom) - Il governo israeliano è pronto a sedersi al tavolo del negoziato con la Siria con l'auspicio di giungere a un accordo di pace permanente. Lo ha detto Nir Hefetz, stretto consigliere del premier israeliano Benjamin Netanyahu, precisando tuttavia che Israele continuerà a reagire ad ogni minaccia contro la sua sicurezza. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haretz. Parlando al termine di un incontro con Netanyahu e con il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, Hefetz ha detto che la "politica del governo israeliano è chiara": "Israele desidera la pace ed è pronto a impegnarsi in colloqui senza condizioni con la Siria". "Allo stesso tempo - ha aggiunto Hafetz - Israele continuerà a reagire ad ogni minaccia". Stamattina il ministro degli Esteri Lieberman aveva avvertito il presidente siriano Bashar Assad che il suo regime verrà disintegrato in caso di conflitto con Israele. "Assad dovrebbe sapere che in caso di attacco non solo perderà la guerra, ma né lui né la sua famiglia resterà al potere", ha detto Lieberman durante una conferenza all'Università Bar-Ilan. Ieri Assad aveva detto a sua volta al ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos che Israele sta spingendo il Medio Oriente verso una nuova guerra.



Eyal Golasa, 18 anni, a destra, con la Maglia del Maccabi


Caso Golasa, laziale e israeliano. Su web un gruppo: «Non lo vogliamo»

Noi Golasa non lo vogliamo: ecco come parte della tifoseria laziale – almeno quella che frequenta i social network – ha accolto l'acquisto di Eyal Golasa, centrocampista israeliano prelevato dal Maccabi Haifa. Risale a ieri l'apertura di un gruppo su Facebook «dedicato» al calciatore e denominato proprio così. Descrizione: «No agli israeliani con la nostra maglia!». Una pagina web che, oltre a portare avanti una guerra personale e immotivata contro il neo-laziale, presenta immagini di chiaro orientamento antisemita: corpi a brandelli, volti sanguinanti, architetture dilaniate, frutto degli attentati palestinesi. Raccapricciante. Per fortuna all'interno dello stesso gruppo molti utenti (laziali e non) si sono schierati a favore di Golasa e del suo arrivo a Roma, postando commenti di solidarietà nei confronti del giocatore. Brutalità come quella della pagina apparsa su Facebook non sono certo una novità per le frange più estreme del tifo: basti pensare al famigerato striscione «Squadra di negri, curva di ebrei» sfoderato dalla curva in occasione di un derby di qualche anno fa. I destinatari del messaggio erano, ovviamente, i cugini romanisti, «rei» d'avere in rosa giocatori di colore. In realtà, in biancoceleste i «negri» erano già sbarcati qualche stagione fa: Ousmane Dabo, Modibo Diakité, Stephen Makinwa, persino l'olandese Aaron Winter, risalendo agli anni ‘90. Per non parlare dell'albanese Ighli Tare (attuale dirigente), di Valon Behrami (passaporto svizzero ma nato in Kosovo), del rumeno Stefan Radu. Lotito, come al solito indifferente agli spifferi curvaioli (forse il suo principale merito da quando è presidente), ha fatto firmare a Golasa un contratto quinquennale da 350.000 euro l'anno (con ingaggio a salire). Il centrocampista, classe '91 (appena 19 anni), sembra promettere bene: per acquistarlo, la Lazio ha bruciato sul tempo società di maggior richiamo come Liverpool e Bayern Monaco. Il ragazzo è cresciuto nel Maccabi Haifa, la squadra più importante d'Israele, ed è stato regolarmente convocato dalle selezioni giovanili della nazione del suo paese (è il punto di forza dell'Under 21). Nell'agosto del 2009 ha esordito in Champions League (preliminari), riuscendo persino a segnare un gol contro il Salisburgo, poi decisivo per la qualificazione del Maccabi Haifa alla fase a gironi. All'interno della vicenda emerge piuttosto un altro dettaglio destinato a far discutere: Eyal è infatti in piena età da servizio militare che in Israele impegna i ragazzi per 3 anni. Molti, a partire dal padre del giocatore («Eyal è un disonesto»), hanno interpretato il trasferimento di Golasa come una «renitenza» alla leva; pare tuttavia che il ragazzo, almeno per questa stagione, non possa esordire in Serie A, proprio per questioni legate all'obbligo di leva (la posticipazione o l'esonero è previsto soltanto se si è riconosciuti come «atleti eccezionali», definizione dalla quale Golasa sembra almeno per ora escluso). L'unica ad averne preso le difese è la madre Mira, secondo cui Eyal rinuncerebbe a servire l'esercito nel caso non si trovasse una soluzione al problema.04 febbraio 2010, http://www.unita.it/


Berlusconi sulla stampa israeliana: non piace l'acccostamento Gaza-Shoah

Haaretz evita di commentare, Maariv ironizza sul comportamento bizzarro di «Silvio-Cesare»
Yediot Ahronot: «Ha fatto uno show al pranzo di gala da Peres»
TEL AVIV - Berlusconi sulla stampa israeliana il giorno dopo il suo discorso alla Knesset (Parlamento) e la sua visita in Cisgiordania dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Haaretz online ha dato più spazio al discorso pronunciato a Gerusalemme, evidenziando l'espressione «fratelli maggiori» utilizzata per descrivere il rapporto fra israeliani e italiani e il passaggio in cui il premier italiano si è riferito all'operazione Piombo Fuso dello scorso anno a Gaza come a una «giusta» reazione contro i lanci di razzi di Hamas. Nello stesso articolo la testata parla anche della visita a Betlemme e del «dolore per le vittime di Gaza» espresso da Berlusconi così come per le vittime dell'Olocausto, frasi che Haaretz evita di commentare.
CRITICHE - Maariv invece non ha apprezzato l'accostamento Olocausto-Gaza e ironizza su «Silvio-Cesare» per il suo «comportamento bizzarro», lamentando come improprio il fatto che «appena giunto nei territori abbia paragonato Gaza alla Shoah». Yediot Ahronot dà spazio a quello che chiama il «Berlusconi show», con ampio risalto a un articolo di colore sul pranzo di gala nella residenza del presidente Shimon Peres allietato da aneddoti e «imitazioni» del presidente del Consiglio, oltre che dall'annuncio del regalo di un suo Cd di canzoni. Il Jerusalem Post ha invece preferito titolare sugli aspetti politici della visita e in particolare sull'apprezzamento rivolto dal primo ministro Benyamin Netanyahu a Berlusconi, salutato come «un leader coraggioso che è sempre dalla parte d'Israele».FINANCIAL TIMES - Un giornale non israeliano come il Financial Times, parlando della visita di Berlusconi in Israele, dice che il primo ministro italiano è «nei guai» («hot water») per le sue dichiarazioni in cui accosta le vittime di Gaza a quelle della Shoah. Il quotidiano finanziario dice che il premier israeliano Netanyahu non ha commentato la frase di Berlusconi. 04 febbraio 2010, http://www.corriere.it/


Francesco Nucara


Teheran contro Berlusconi: «È un servo d’Israele» Frattini: serviamo gli ideali

Dopo una pausa di riflessione durata quasi una giornata, l’Iran ha reagito alle affermazioni fatte da Silvio Berlusconi durante la sua visita ufficiale in Israele. Sul sito della televisione di Stato è uscita in proposito una nota in lingua italiana: vi si legge che «Berlusconi, durante il suo discorso alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndr), ha completato tutta la serie di servigi fatta ai padroni israeliani. Berlusconi, che prima e durante la visita in Israele ha rivolto all’Iran tutte le accuse possibili, a iniziare da quella di voler sviluppare armi nucleari, ieri alla Knesset si è davvero superato: ha definito «esempio di democrazia e libertà» il regime israeliano, ha definito giusta la guerra contro Gaza e poi ha anche sventolato con orgoglio il no dell’Italia all’Onu al rapporto Goldstone che «condannava i crimini di guerra israeliani a Gaza», ha aggiunto la nota.A queste affermazioni ha reagito il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. «Siamo al servizio dei nostri valori e dei nostri ideali - ha dichiarato il titolare della Farnesina -. I nostri valori dicono che l’Olocausto è stato la più grande tragedia dell’umanità». «Israele è uno Stato libero e democratico e deve essere difeso - ha aggiunto Frattini -. Noi saremo sempre leali all’alleanza con l’Europa, con gli Stati Uniti, con i Paesi democratici e con i Paesi del mondo arabo che non vogliono la bomba atomica iraniana. Se l’Iran - ha concluso il ministro - passa dalle parole ai fatti e consente l’arricchimento dell’uranio fuori dal Paese, come alcune volte era sembrato voler fare, noi lo apprezzeremo con grande favore».In Italia, ieri, è intervenuto sul tema anche il segretario del Partito repubblicano Francesco Nucara, per il quale «avere contro il presidente dell’Iran è un assoluto merito per il presidente del Consiglio. Pensiamo, come Elie Wiesel, che Ahmadinejad debba essere processato dal Tribunale dell’Aja». 05 febbraio 2010,http://www.ilgiornale.it/


7 febbraio - Israel University Day

Sono sempre più numerosi i ragazzi delle Comunità ebraiche italiane che finito il liceo lasciano il Belpaese per proseguire gli studi. Qualcuno sceglie l’Inghilterra, o gli Stati Uniti, ma la maggioranza insegue un sogno che spesso ha coltivato fin dai primi anni di scuola, e parte alla volta di Israele. Per venire incontro all’esigenza di maggiori informazioni sulle possibilità che hanno i neodiplomati nella Terra del latte e del miele, l’Assessorato ai giovani dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e l’Unione giovani ebrei d’Italia, hanno organizzato a Roma, per questa domenica 7 febbraio al Centro bibliografico UCEI di Lungotevere Sanzio, l’Israel University Day, dedicato alle università israeliane e ai programmi formativi offerti agli studenti stranieri. "L'entusiasmo e la collaborazione che abbiamo riscontrato - commenta la vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con delega alle politiche giovanili Claudia De Benedetti - costituiscono un valore aggiunto per tutti i progetti di formazione in corso di realizzazione fra i giovani ebrei italiani e un'apertura verso il mondo giovanile che guarda con interesse all'apprendimento delle competenze specifiche negli atenei israeliani".Alcuni dei ragazzi che, tra un ripasso e l’altro per l’esame di maturità di giugno, parteciperanno alla giornata, hanno già le idee chiare e vogliono partire per frequentare in Israele l’università, magari sanno anche a quale facoltà iscriversi. Altri pensano ditrascorrere lì soltanto un “gap year”, un anno di pausa, per vivere delle esperienze nuove e decidere cosa fare “da grandi” in maniera più consapevole. Verranno presentate le Shnat Hachsharot, i programmi offerti dai movimenti giovanili Benè Akiva, e Hashomer Hatzair che, articolati in varie tipologie, consentono di lavorare in Kibbutz, frequentare un Ulpàn di ebraico, prestare volontariato, o anche dedicarsi a vari tipi di studi, compresi quelli religiosi, insieme a ragazzi provenienti da tutto il mondo. Più vicino alla vita universitaria è invece la Mechinà. Gli studenti che vi partecipano, trascorrono un anno in un ateneo israeliano concentrandosi sullo studio della lingua ebraica per raggiungere uno standard universitario. Cominciano ad assaporare l’atmosfera dell’università e possono frequentare alcuni corsi che saranno loro riconosciuti come crediti negli anni successivi.All’Israel University Day interverranno i rappresentanti dei più prestigiosi atenei israeliani, l’Università ebraica di Gerusalemme, la Bar Ilan University di Tel Aviv, la Ben Gurion University di Beersheva, e il famoso Technion Israel Institute of Technology diHaifa, uno dei migliori politecnici del mondo, oltre all’IDC di Herzliya, molto popolare fra gli studenti stranieri in Israele per l’offerta di diverse facoltà in lingua inglese, e perché consente l’accesso con prove alternative al terribile Psicometrico, il test diammissione a tutte le università israeliane.Proprio a questo esame è legata un’iniziativa per richiedere che la lingua italiana si aggiunga a ebraico, arabo, russo, inglese, francese e spagnolo, lingue in cui è possibile sostenere lo psicometrico, anche in considerazione del sempre maggiore numero di studenti italiani che lo tentano, risultando particolarmente svantaggiati.Un ultimo aspetto non è poi da trascurare, quando si tratta di mandare i propri figli a studiare all’estero, quello economico. Anche di questo si parlerà all’Israel University Day. Israele è all’avanguardia nell’aiutare le famiglie. Grazie al contributo dell’Agenzia ebraica, e in particolare della Masa, i ragazzi hanno a disposizione una vastissima offerta di borse di studio. Le istituzioni ebraiche italiane fanno la loro parte, e in questa occasione saranno presentate le borse di studio della Fondazione Cantoni e dell'Unionione delle Comunità Ebraiche Italiane.http://www.moked.it/