Il "caso Golasa" scuote i giovani ebrei Il tempo di indossare la maglia della Lazio, pochi giorni nella Capitale, accolto dalla comunità ebraica di Roma, una tappa alla Sinagoga e Eyal Golasa non è già più un giocatore biancoceleste. Qualche foto con il cappeffino di lana nera e un sorriso radioso e poi via, da una città che non gli ha fatto festa. Diciottenne con la passione per il calcio, il giocatore ha confermato che resterà nelle fila del Maccabi Haifa. Oggi è in Israele dopo esser stato accolto nella Città Eterna con poco entusiasmo da parte dei tifosi laziali. Sono bastati pochi giorni a Roma per far fioccare su i primi gruppi contro di lui, promossi da alcuni ultras della curva biancoceleste. Il più numeroso, con un centinaio d'iscritti, chiedeva che Golasa non indossasse la maglia della Lazio, in quanto appartenente al popolo israeliano «che ha commesso gravi crimini contro l'umanità». E ancora «Noi Golasa non lo vogliamo!». Un gruppo con una chiara matrice razzista, che nella descrizione infatti figura la motivazione «No agli israeliani con la nostra maglia!». C'è chi sospetta che dietro al rientro in Israele ci sia l'effetto della campagna denigratoria dei tifosi, e pensare che tutto è avvenuto a pochi giorni dalle celebrazioni della giornata della Memoria. «Golasa è stato messo alle corde sia dal padre e da Israele, ma soprattutto dai tifosi», commenta Edoardo Amati consigliere dell'Ugei, l'Unione giovani ebrei italiani. «Sono sgomento perché quando si parla di sport non si possono tirare in ballo queste cose. Lo sport deve aggregare, deve fare da collante tra persone di diverse religioni, di diversa etnia, di diversa cultura. Ed invece il risultato è sotto gli occhi di tutti. Negli anni Novanta la Lazio ha fatto la stessa cosa con Aron Winter, persona di colore che veniva dall'Aiax. La storia si ripete, ma al negativo». «Non abbiamo mai dubitato del fatto che l'accordo tra noi ed il giocatore fosse vincolante», ha detto il presidente del Maccabi Haifa, Jacob Shahar. La società laziale, intanto, si prepara a far valere legalmente i suoi diritti sul giocatore. Dopo il comunicato ufficiale del club israeliano la società del presidente Lotito fa sapere che «c'è un contratto regolarmente depositato in Lega Calcio» (4 anni e mezzo), e che ora aspetterà fino a domenica sera il ritorno di Golasa. Se poi il giocatore non dovesse tornare a Formello, la Lazio si muoverà per tutelare il contratto sottoscritto con l'israeliano. Giacomo Sette, Libero Roma 7 febbraio 2010
lunedì 8 febbraio 2010
Barricade in front of entrance to building. May 1948
Rassegna stampa
Il "caso Golasa" scuote i giovani ebrei Il tempo di indossare la maglia della Lazio, pochi giorni nella Capitale, accolto dalla comunità ebraica di Roma, una tappa alla Sinagoga e Eyal Golasa non è già più un giocatore biancoceleste. Qualche foto con il cappeffino di lana nera e un sorriso radioso e poi via, da una città che non gli ha fatto festa. Diciottenne con la passione per il calcio, il giocatore ha confermato che resterà nelle fila del Maccabi Haifa. Oggi è in Israele dopo esser stato accolto nella Città Eterna con poco entusiasmo da parte dei tifosi laziali. Sono bastati pochi giorni a Roma per far fioccare su i primi gruppi contro di lui, promossi da alcuni ultras della curva biancoceleste. Il più numeroso, con un centinaio d'iscritti, chiedeva che Golasa non indossasse la maglia della Lazio, in quanto appartenente al popolo israeliano «che ha commesso gravi crimini contro l'umanità». E ancora «Noi Golasa non lo vogliamo!». Un gruppo con una chiara matrice razzista, che nella descrizione infatti figura la motivazione «No agli israeliani con la nostra maglia!». C'è chi sospetta che dietro al rientro in Israele ci sia l'effetto della campagna denigratoria dei tifosi, e pensare che tutto è avvenuto a pochi giorni dalle celebrazioni della giornata della Memoria. «Golasa è stato messo alle corde sia dal padre e da Israele, ma soprattutto dai tifosi», commenta Edoardo Amati consigliere dell'Ugei, l'Unione giovani ebrei italiani. «Sono sgomento perché quando si parla di sport non si possono tirare in ballo queste cose. Lo sport deve aggregare, deve fare da collante tra persone di diverse religioni, di diversa etnia, di diversa cultura. Ed invece il risultato è sotto gli occhi di tutti. Negli anni Novanta la Lazio ha fatto la stessa cosa con Aron Winter, persona di colore che veniva dall'Aiax. La storia si ripete, ma al negativo». «Non abbiamo mai dubitato del fatto che l'accordo tra noi ed il giocatore fosse vincolante», ha detto il presidente del Maccabi Haifa, Jacob Shahar. La società laziale, intanto, si prepara a far valere legalmente i suoi diritti sul giocatore. Dopo il comunicato ufficiale del club israeliano la società del presidente Lotito fa sapere che «c'è un contratto regolarmente depositato in Lega Calcio» (4 anni e mezzo), e che ora aspetterà fino a domenica sera il ritorno di Golasa. Se poi il giocatore non dovesse tornare a Formello, la Lazio si muoverà per tutelare il contratto sottoscritto con l'israeliano. Giacomo Sette, Libero Roma 7 febbraio 2010
Il "caso Golasa" scuote i giovani ebrei Il tempo di indossare la maglia della Lazio, pochi giorni nella Capitale, accolto dalla comunità ebraica di Roma, una tappa alla Sinagoga e Eyal Golasa non è già più un giocatore biancoceleste. Qualche foto con il cappeffino di lana nera e un sorriso radioso e poi via, da una città che non gli ha fatto festa. Diciottenne con la passione per il calcio, il giocatore ha confermato che resterà nelle fila del Maccabi Haifa. Oggi è in Israele dopo esser stato accolto nella Città Eterna con poco entusiasmo da parte dei tifosi laziali. Sono bastati pochi giorni a Roma per far fioccare su i primi gruppi contro di lui, promossi da alcuni ultras della curva biancoceleste. Il più numeroso, con un centinaio d'iscritti, chiedeva che Golasa non indossasse la maglia della Lazio, in quanto appartenente al popolo israeliano «che ha commesso gravi crimini contro l'umanità». E ancora «Noi Golasa non lo vogliamo!». Un gruppo con una chiara matrice razzista, che nella descrizione infatti figura la motivazione «No agli israeliani con la nostra maglia!». C'è chi sospetta che dietro al rientro in Israele ci sia l'effetto della campagna denigratoria dei tifosi, e pensare che tutto è avvenuto a pochi giorni dalle celebrazioni della giornata della Memoria. «Golasa è stato messo alle corde sia dal padre e da Israele, ma soprattutto dai tifosi», commenta Edoardo Amati consigliere dell'Ugei, l'Unione giovani ebrei italiani. «Sono sgomento perché quando si parla di sport non si possono tirare in ballo queste cose. Lo sport deve aggregare, deve fare da collante tra persone di diverse religioni, di diversa etnia, di diversa cultura. Ed invece il risultato è sotto gli occhi di tutti. Negli anni Novanta la Lazio ha fatto la stessa cosa con Aron Winter, persona di colore che veniva dall'Aiax. La storia si ripete, ma al negativo». «Non abbiamo mai dubitato del fatto che l'accordo tra noi ed il giocatore fosse vincolante», ha detto il presidente del Maccabi Haifa, Jacob Shahar. La società laziale, intanto, si prepara a far valere legalmente i suoi diritti sul giocatore. Dopo il comunicato ufficiale del club israeliano la società del presidente Lotito fa sapere che «c'è un contratto regolarmente depositato in Lega Calcio» (4 anni e mezzo), e che ora aspetterà fino a domenica sera il ritorno di Golasa. Se poi il giocatore non dovesse tornare a Formello, la Lazio si muoverà per tutelare il contratto sottoscritto con l'israeliano. Giacomo Sette, Libero Roma 7 febbraio 2010
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Piero Sraffa
Sraffa, ombra di Samuelson
All’economista la parola ‘ombra’ evoca l’idea di ‘vero e proprio’ anche se frutto di ricerca e non di osservazione empirica, soprattutto se riferito ai prezzi dei beni e servizi. Così, ma più nel senso di ‘alter ego’ che di ‘vero sé’, Piero Sraffa è stato l’ombra di Paul Samuelson estensore del pensiero marginalista il secondo, faro della logica economica il primo. Ambedue, ciascuno a suo modo, di sinistra, l’uno e l’altro ebreo ‘sui generis’, vollero il progresso sociale; Paul nel capitalismo, Piero, contro di esso.Sraffa nacque a Torino nel 1898 da una famiglia sefardita di commercianti della costa pisana e livornese. Fu allievo di Luigi Einaudi, partecipò alla Prima Guerra Mondiale e poi venne chiamato a insegnare economia dapprima a Cagliari, Perugia e poi a Genova e Milano. ‘Sfuggì all’olio di ricino’ rifugiandosi in Svizzera, disse di se stesso, e poi planò a Cambridge dove il padre Angelo lo aveva segnalato a quello che sarebbe diventato Lord Keynes. Gli furono affidati vari incarichi al Kings College didattici e soprattutto documentalisti, seguiti con affetto e bewunderung dallo stesso Keynes e da sua moglie, Lydia. Rientrò occasionalmente in Italia, grazie soprattutto all’amicizia di Don Raffaele Mattioli, suo amico e compagno di studi nella neonata Bocconi oltre che predecessore nella direzione dell’ufficio del lavoro di Milano, voluta dall’amministrazione socialista prima del fascismo. E’ noto che Mattioli e Sraffa si adoperarono per aiutare Gramsci in carcere e ne salvarono i diari e formarono un lungo sodalizio intellettuale. Se Samuleson si formò alla scuola di Schumpeter a Harvard per poi finire ‘esiliato’ al MIT, Sraffa invece studiò soprattutto Marshall di cui apprese le teorie da Achille Loria, di cui divenne fiero e devoto avversario. Curando le opere di David Ricardo con cui largamente si identificò e colloquiando con Wittgenstein e i migliori matematici cantabrigensi, elaborò in forma di tratto logico- matematico le idee di Smith e Ricardo, in parallelo alle concezioni di Marx. Sraffa pensava che il valore economico delle merci consista nelle merci stesse, ma composte nelle proporzioni opportune e equivalente a ciò che il lavoro necessario alla loro produzione ‘comanda’. La ‘produzione di merci a mezzo di merci’ fu pubblicata da Einaudi nel 1960 e Sraffa morì a Cambridge nel 1983. Confutandolo, Samuleson gli ha reso omaggio a più riprese fino ai suoi ultimi anni sempre proponendo il dibattito novecentesco tra valore soggettivo e oggettivo dei beni economici, analisi matematica e logica, scelta e necessità naturale e da ultimo sulle ragioni e senso del commercio internazionale. Mi piace pensare che se aveste chiesto a mamma Irma Tivoli chi era suo figlio, vi avrebbe risposto in lashon ha kodesh: ‘un negro ebreo’. Mentre l’avvocato professore Angelo, di lui padre, avrebbe forse commentato come si usava a Pitigliano: 'figlio mio, quanto mi costi’.Daniele Castelnuovo, http://www.moked.it/
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Cultura
Gli ebrei francesi incontrano le istituzioni politiche
Appuntamento ormai tradizionale nel calendario politico francese, si è svolta anche quest’anno la cena annuale organizzata dal Conseil Representatif des Institutions Juives (CRIF), l’organo che rappresenta i circa seicentomila ebrei transalpini. Oltre ottocento gli invitati al Pavillon d’Armenonville di Parigi, tra cui il Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, alla sua seconda partecipazione. L’inquilino dell’Eliseo era accompagnato dalle più alte cariche dello Stato e da mezzo governo. Erano inoltre presenti diplomatici (compreso l’ambasciatore di Haiti), religiosi, giornalisti e alcuni leader di comunità ebraiche straniere. A rappresentare l’Italia c’era Claudia De Benedetti, vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.Nel corso della cena si è parlato di Medio Oriente, dei rapporti tra Francia ed Israele e della lotta all’antisemitismo. Sono intervenuti alcuni sopravvissuti e anche il Primo Ministro Francois Fillon ha voluto portare il suo saluto.Abbiamo deciso di riportare per interno il discorso di Richard Prasquier, presidente del CRIF. Le sue parole, infatti, sono un j’accuse molto forte contro il negazionismo e contro ogni forma di razzismo, ma anche una difesa appassionata dei valori alla base della Republique. Libertà, Uguaglianza e Fratellanza: i valori che hanno reso gli ebrei francesi i primi ebrei europei a essere considerati cittadini come tutti gli altri.http://www.moked.it/
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Israele, nave guerra naviga canale Suez
Tv, missione e' combattere traffico armi da Iran verso Gaza
(ANSA) - TEL AVIV, 6 FEB - Una nave da guerra israeliana, la lancia-missili Ahi-Hanit, ha attraversato il canale di Suez, diretta verso il Mar Rosso.Lo ha riferito la televisione commerciale israeliana Canale 10, citando 'fonti di Hamas'. L'emittente ha aggiunto che la marina militare israeliana non ha voluto invece commentare la notizia.Secondo la televisione e' presumibile che la missione della nave da guerra sia di combattere contro il traffico di armi dall'Iran verso la striscia di Gaza.
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Due bambini israeliani feriti da una mina nel Golan
Stavano facendo una gita con la loro famiglia
Gerusalemme, 6 feb. (Ap) - Due bambini di 11 e 12 anni sono rimasti feriti in modo serio per l'esplosione di una mina mentre stavano facendo una gita con la loro famiglia nella regione delle Alture del Golan. Lo hanno riferito i servizi di soccorso israeliani. I bambini sono entrati per errore in un campo minato. Israele ha occupato il Golan dalla Siria nella guerra dei Sei giorni del 1967. Ci sono ancora alcuni campi minati nell'area circondata dal filo spinato, ma raramente sono stati segnalati incidenti. L'esercito israeliano ha riferito che i campi minati sono adeguatamente segnalati. (è verissimo l'ho constato ogni volta che sono stata sul Golan nr)
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Israele: ordigni giunti dal mare
Si presume che siano giunti dalla vicina striscia di Gaza
(ANSA) - TEL AVIV, 1 FEB - Un lungo tratto di costa in Israele, compreso fra le citta' di Ashqelon e di Ashdod, e' stato chiuso dopo il ritrovamento di due ordigni.A quanto pare le due potenti bombe - identiche fra loro - sono state trasportate in Israele dalle correnti marine. Si presume che siano giunte dalla vicina striscia di Gaza. Artificieri della polizia hanno provveduto a disinnescare i due ordigni, uno ritrovato in prossimita' di Ashqelon e ad Ashdod.
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Pipes: "Perché Bibi non credenella carta dei due Stati"
«E' una soluzione superata, i palestinesi sono divisi»
diMAURIZIOMOLINARI,http://www.lastampa.it/, 1/2/2010
diMAURIZIOMOLINARI,http://www.lastampa.it/, 1/2/2010
La soluzione dei due Stati è morta e sepolta, bisogna immaginare soluzioni alternative». Così Daniel Pipes, direttore del «Middle East Forum» molto ferrato sul clima politico in Israele, descrive «che cosa c’è nella mente di Benjamin Netanyahu» in merito al negoziato con l’Autorità palestinese. Perché le trattative fra Israele e palestinesi non riprendono? «In maggio il segretario di Stato Hillary Clinton propose come base per la trattativa il congelamento totale degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, trovando il totale consenso di Abu Mazen, ma poi in settembre Washington ha cambiato idea, accettando la proposta di Netanyahu di un congelamento limitato a 10 mesi mentre Abu Mazen l’ha rifiutata. Il rovesciamento di posizione degli Usa è all’origine del corto circuito fra Israele e Anp. Al momento Usa e Israele hanno la stessa posizione mentre l’Anp ne ha una differente». Quale idea ha Netanyahu di una composizione del conflitto? «L’ultima proposta che ha fatto è stata quella di far permanere l’esercito israeliano in Cisgiordania dopo l’eventuale nascita dello Stato palestinese. E’ da qui che bisogna partire per comprendere Netanyahu». Perché è così importante? «Il motivo per cui Netanyahu vuole lasciare contingenti di truppe è evitare il ripetersi del precedente della Striscia di Gaza, dove il completo ritiro israeliano ha consentito ai gruppi terroristici di trasformare quel territorio in una base per lanciare attacchi contro Israele. C’è forte consenso fra gli israeliani su questa richiesta, nessuno vuole una nuova Gaza in Cisgiordania, ma i palestinesi non ne vogliono sapere e questo ha messo la pietra tombale su un negoziato neanche iniziato». Nelle ultime settimane Netanyahu è andato a piantare alberi in diversi insediamenti affermando che non saranno mai restituiti. Che cosa sta tentando di ottenere con tali iniziative? «Punta a rassicurare la destra della sua coalizione di governo che si oppone radicalmente al piano di congelamento totale per dieci mesi. Netanyahu sa che il suo governo sopravvive grazie al sostegno del Likud e dei partiti di destra e vuole provare loro con i fatti che non intende restituire gli insediamenti che hanno una posizione strategica per la sicurezza nazionale, che sono poi i più popolosi». Insomma, la soluzione dei due Stati non appare vicina... «Direi che è morta e sepolta. I palestinesi sono divisi fra Gaza nelle mani di Hamas e la West Bank gestita da un debole Abu Mazen e sono in disaccordo sulla scelta di negoziare perché Hamas persegue ancora l’opzione militare, mentre in Israele Netanyahu non ha mai fatto mistero di non considerare una priorità la nascita dello Stato di Palestina. Soprattutto dopo le conseguenze molto negative del ritiro da Gaza». Vi sono opzioni alternative per sancire una convivenza stabile fra israeliani e palestinesi? «Di certo c’è solo che la soluzione dei due Stati non si regge in piedi. In assenza di ricette alternative, l’unica soluzione per guardare al futuro è nell’ispirarsi al passato, ovvero nell’ipotizzare un coinvolgimento dell’Egitto nella gestione di Gaza e della Giordania per la West Bank. Magari con il sostegno di altri Stati arabi, come l’Arabia Saudita o la Tunisia. Chi ha idee alternative è invitato a farsi avanti». Sul fronte del negoziato Israele-Siria ci sono più spiragli? «Nel 1998-1999 Netanyahu era pronto all’accordo di pace con Hafez Assad. Fu solo l’opposizione di Ariel Sharon a fermarlo. Dunque è lecito supporre che quel compromesso di pace con la Siria potrebbe essere ritentato adesso. C’è però l’incognita di Bashar, figlio di Hafez, che oggi guida la Siria con meno autorità e più incertezze del padre».
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"Lo Stato ebraico è ancora lontano dall’Europa"
I 27 restano divisi sul rapporto con Israele
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES Tutto è cominciato proprio con Israele. E’ successo il 13 giugno 1980, quando i nove capi di Stato e governo dell’allora Comunità economica europea firmarono la Dichiarazione di Venezia, in buona sostanza il primo atto di ciò che in casa Ue oggi si chiama Pesc, politica estera e della sicurezza comune. Fu un passaggio storico e premonitore, perché a Gerusalemme il testo fu giudicato difficile da digerire, in particolare per la sottolineatura del diritto di tutti, palestinesi inclusi, di avere una Patria. Era l’inizio di una stagione di rapporti bilaterali mai semplice e segnata da alti e bassi. Alti, quando gli israeliani sono stati associati all’Unione nel 2000 con una serie di intese di libero scambio. Bassi, quando nel gennaio scorso un ulteriore ampliamento delle relazioni è stato congelato per colpa dell’attacco a Gaza. Berlusconi rilancia il dibattito sull’adesione di Israele, argomento sfiorato in molte occasioni dagli esponenti dei governi succedutisi negli ultimi anni a Gerusalemme, nel momento in cui gli sforzi per la normalizzazione delle relazioni in Medio Oriente sono uno dei dossier principali europei. L’adesione «non è in agenda, anche perché da parte israeliana non è mai giunta una richiesta di entrare a fare parte della famiglia europea», dice Lutz Gullner, portavoce dell’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton. «E’ una questione che va considerata anche se i tempi non potranno essere che lunghi», commenta una fonte della Commissione Ue. E’ il massimo che si può ottenere dai tecnici, in questa fase, oltre alla compilazione di una sorta di «Who’s Who» degli amici e dei nemici di Israele. Tedeschi e austriaci pronti a spalancare la porta per ragioni storiche. Cechi favorevoli, come gli olandesi. Francesi, belgi e spagnoli indecisi. Perplessi gli scandinavi. Qui si ricordano le controverse parole del ministro degli Esteri svedese Bildt, senza esitazioni nel mettere il premier Netanyahu e il gruppo estremista palestinese Hamas sullo stesso livello. Gli inglesi sono in mezzo al guado, divisi fra la fedeltà all’alleato americano e i doveri di amicizia con i popoli arabi, sopratutto quelli che investono massicciamente nella City. Potrebbe essere un intoppo, considerato che a tenere il bandolo della matassa è Catherine Ashton, e l’esponente laburista vuol essere cauta. Una missione in Israele è annunciata a breve, senza che però sia stato annunciato se si recherà a Gaza. La questione è controversa. Nelle scorse settimane gli israeliani hanno impedito l’accesso alla Striscia a due ministri europei. Lady Pesc ha condannato il comportamento e niente più, provocando un fastidio sul fronte diplomatico dei belgi respinti. Più decisi gli spagnoli, guida di turno dell’Ue. Il capo della delegazione Ue in Israele, Pedro Serrano, ha detto che la risoluzione del conflitto fra arabi e israeliani rimane «un obiettivo centrale e strategico per l’Unione». A suo avviso, «una ripresa dei negoziati fra le parti, ormai assente da un anno, è della massima importanza». L’obiettivo, ha concluso, deve essere negoziato sulla base del principio «due popoli, due Stati». Ne va dei legami commerciali, visto che l’Ue è il principale partner di Israele. L’accordo euromediterraneo stabilisce condizioni di libero scambio, funziona, produce reddito e qualche ulteriore litigio. Ad esempio sui prodotti dei territori occupati venduti con l’etichetta «made in Israel». I tecnici della Commissione sono costretti a controllare l’ottimo Cabernet Sauvignon prodotto sulle alture del Golan che Gerusalemme vende spesso come nazionale. Le regole non permettono che il vino, o altri generi confezionati nei territori, siano considerati israeliani. «Succede spesso - racconta una esperto di diplomazia commerciale -. E non è solo una questione di etichetta»http://www.lastampa.it/
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES Tutto è cominciato proprio con Israele. E’ successo il 13 giugno 1980, quando i nove capi di Stato e governo dell’allora Comunità economica europea firmarono la Dichiarazione di Venezia, in buona sostanza il primo atto di ciò che in casa Ue oggi si chiama Pesc, politica estera e della sicurezza comune. Fu un passaggio storico e premonitore, perché a Gerusalemme il testo fu giudicato difficile da digerire, in particolare per la sottolineatura del diritto di tutti, palestinesi inclusi, di avere una Patria. Era l’inizio di una stagione di rapporti bilaterali mai semplice e segnata da alti e bassi. Alti, quando gli israeliani sono stati associati all’Unione nel 2000 con una serie di intese di libero scambio. Bassi, quando nel gennaio scorso un ulteriore ampliamento delle relazioni è stato congelato per colpa dell’attacco a Gaza. Berlusconi rilancia il dibattito sull’adesione di Israele, argomento sfiorato in molte occasioni dagli esponenti dei governi succedutisi negli ultimi anni a Gerusalemme, nel momento in cui gli sforzi per la normalizzazione delle relazioni in Medio Oriente sono uno dei dossier principali europei. L’adesione «non è in agenda, anche perché da parte israeliana non è mai giunta una richiesta di entrare a fare parte della famiglia europea», dice Lutz Gullner, portavoce dell’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton. «E’ una questione che va considerata anche se i tempi non potranno essere che lunghi», commenta una fonte della Commissione Ue. E’ il massimo che si può ottenere dai tecnici, in questa fase, oltre alla compilazione di una sorta di «Who’s Who» degli amici e dei nemici di Israele. Tedeschi e austriaci pronti a spalancare la porta per ragioni storiche. Cechi favorevoli, come gli olandesi. Francesi, belgi e spagnoli indecisi. Perplessi gli scandinavi. Qui si ricordano le controverse parole del ministro degli Esteri svedese Bildt, senza esitazioni nel mettere il premier Netanyahu e il gruppo estremista palestinese Hamas sullo stesso livello. Gli inglesi sono in mezzo al guado, divisi fra la fedeltà all’alleato americano e i doveri di amicizia con i popoli arabi, sopratutto quelli che investono massicciamente nella City. Potrebbe essere un intoppo, considerato che a tenere il bandolo della matassa è Catherine Ashton, e l’esponente laburista vuol essere cauta. Una missione in Israele è annunciata a breve, senza che però sia stato annunciato se si recherà a Gaza. La questione è controversa. Nelle scorse settimane gli israeliani hanno impedito l’accesso alla Striscia a due ministri europei. Lady Pesc ha condannato il comportamento e niente più, provocando un fastidio sul fronte diplomatico dei belgi respinti. Più decisi gli spagnoli, guida di turno dell’Ue. Il capo della delegazione Ue in Israele, Pedro Serrano, ha detto che la risoluzione del conflitto fra arabi e israeliani rimane «un obiettivo centrale e strategico per l’Unione». A suo avviso, «una ripresa dei negoziati fra le parti, ormai assente da un anno, è della massima importanza». L’obiettivo, ha concluso, deve essere negoziato sulla base del principio «due popoli, due Stati». Ne va dei legami commerciali, visto che l’Ue è il principale partner di Israele. L’accordo euromediterraneo stabilisce condizioni di libero scambio, funziona, produce reddito e qualche ulteriore litigio. Ad esempio sui prodotti dei territori occupati venduti con l’etichetta «made in Israel». I tecnici della Commissione sono costretti a controllare l’ottimo Cabernet Sauvignon prodotto sulle alture del Golan che Gerusalemme vende spesso come nazionale. Le regole non permettono che il vino, o altri generi confezionati nei territori, siano considerati israeliani. «Succede spesso - racconta una esperto di diplomazia commerciale -. E non è solo una questione di etichetta»http://www.lastampa.it/
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ISRAELE: RADICALI, PROPONIAMO INGRESSO IN UE DA ANNI '80
I Radicali rivendicano la primogenitura delle proposta di ingresso di Israele nell'Unione Europea, rilanciata oggi da Silvio Berlusconi. "Fin dagli anni '80 -afferma in una nota il senatore Marco Perduca- esiste una proposta del Partito Radicale che richiede che da subito ci si impegni per rendere possibile l'obiettivo della piena adesione di Israele all'Unione europea".
(01 febbraio 2010) http://www.repubblica.it/
(01 febbraio 2010) http://www.repubblica.it/
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Lazio, Golasa al Ghettoprega nella Sinagoga
Il giovane trequartista israeliano, acquistato dal Maccabi Haifa, ha voluto conoscere il quartiere ebraico di Roma. Ora Lotito dovrà risolvere il rebus legato al suo contratto
ROMA, 1 febbraio 2010 - Ha voluto conoscere Roma. E da dove iniziare se non dal Ghetto, il quartiere ebraico della Capitale? Erano da poco passate le 15 quando l’israeliano Eyal Golasa, 18 anni compiuti lo scorso 7 ottobre, nuovo acquisto della Lazio, ha fatto una passeggiata lungo il Portico d’Ottavia. Ha dato un’occhiata a una delle pasticcerie più famose di Roma, senza però cedere alle tentazioni. Poi un’occhiata alle vetrine dei negozi, tra la curiosità della gente. Infine, tappa al Lungotevere de’ Cenci, alla Sinagoga: Golasa ha chiesto di entrare, è rimasto dentro qualche minuto, poi è filato via in auto, accompagnato da un amico. REBUS CONTRATTO — Il trequartista, ex Maccabi Haifa, è considerato uno dei migliori prospetti del calcio israeliano. Per tesserarlo Lotito è pronto a intraprendere l’ennesima battaglia legale: la Lazio sostiene di avergli fatto firmare il primo contratto da professionista (quattro anni), così dunque da poterlo tesserare da comunitario, il Maccabi ritiene invece di essere in possesso di un accordo triennale ed è pronto a rivolgersi alla Fifa. http://www.gazzetta.it/
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