giovedì 12 maggio 2011



NICOLE KRAUSS LA GRANDE CASA


Trad. Federica Oddera, Ugo Guanda Editore in Parma, Marzo 2011, pp. 334, €.18,00
“Forse è questo che s’intende quando si parla del Messia: una perfetta unione delle infinite parti di cui è composta la memoria ebraica” “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande” (Archiloco) La profonda ragion d’essere del nuovo romanzo -il terzo- della scrittrice americana Nicole Krauss (New York, 1974), La Grande Casa, finalista al National Book Award 2010, sta nel titolo. L’espressione ci riporta infatti ad un celebre rabbino del I secolo e.v., Yochanan ben Zakkai; questi era ormai debole e anziano quando i Romani posero sotto assedio Gerusalemme. Stanco delle lotte intestine che dilaniavano il suo popolo, il Rabbino simulò la propria morte: si fece portare dagli allievi fuori della città, chiuso in una bara, e condurre davanti al comandante romano, Vespasiano. In cambio della -prevedibile- profezia sulla vittoria di Roma, egli ottenne il permesso di recarsi nella cittadina di Yavne per fondarvi una scuola, con l’impegno, da parte dei conquistatori, di non distruggerla. Poco tempo dopo, egli ricevette colà la notizia dell’incendio della Città Santa. In preda al dolore e ad angosciose domande: “Che cos’è un Ebreo senza Gerusalemme? Come si può essere ebrei senza una patria? Com’è possibile fare sacrifici a D-o se non si sa dove trovarlo?”, il Maestro annunciò che la “Corte di Giustizia finita in cenere a Gerusalemme sarebbe risorta…a Yavne”. I suoi discepoli cominciarono quindi a raccogliere secoli di leggi orali e le loro discussioni formarono il Talmud, libro che, pur sacro, incoraggia il dubbio, come rileva la nostra Autrice in una recente intervista. Pian piano, dopo la morte del Rabbino, si fece strada la concezione che era necessario “trasformare Gerusalemme in un’idea…il Tempio in un libro, sacro e intricato quanto la città stessa….” Si sarebbe plasmato un Popolo a immagine del suo mondo perduto e ciò ha consentito, lungo i secoli, a tale Popolo di sopravvivere, anzi di vivere, fino ad oggi, nonostante i duemila anni di persecuzioni, di distruzioni, nonostante la Shoah, nonostante tutti i tentativi, passati e presenti, espliciti o subdoli, di annientamento. L’accademia di Rav. ben Zakkai fu in seguito conosciuta come “La Grande Casa”, termine tratto da un passo del Secondo Libro dei Re nel quale si descrive la distruzione di Gerusalemme -da parte del Re di Babilonia- a cominciare dal Tempio, la Casa del Signore. Come un Ebreo possa concepire la propria identità dopo il vuoto incolmabile lasciato dalla distruzione di Gerusalemme -e, a maggior ragione, in epoca contemporanea, dopo lo strazio indicibile della Shoah- e il conseguente tema universale di come ricostruire se stessi dopo una dolorosa perdita sono il tema centrale di quest’opera, il problema di fronte al quale, secondo sfumature e momenti diversi, si trovano i personaggi rappresentati. E come ci troviamo, o possiamo trovarci, noi durante la nostra vita. Un romanzo dall’intreccio complesso e intrigante, articolantesi in due parti, dove la seconda chiarisce i misteri della prima, sia pure in modo forse non completo, perché -come ogni classico che si rispetti; e il libro di Nicole Krauss lo è, eccome!- lascia al lettore la possibilità di raccontare se stesso, tramite le vicende narrate. L’ossatura è costituita da quattro storie principali, esposte in prima persona dai protagonisti- Nadia, Daniel, Aron, Dov, Arthur, Lotte, Leah, Yoav, Isabel e, soprattutto, George Weisz, la figura chiave di tutta la vicenda-, tra loro intrecciate e legate, secondo modalità e tempi differenti, anzitutto, da…un mobile, un’immensa Scrivania, con ben diciannove cassetti, uno dei quali impossibile da aprire… Anche i titoli di queste quattro storie sono quanto mai emblematici: spetterà al lettore scoprirne i significati, evidenti e/o allegorici, man mano che procede nel percorso. La Grande Casa è un’opera impegnativa, ottimamente strutturata, in grado di coinvolgerti dall’inizio alla fine, senza stancarti mai, grazie ad accorgimenti in grado di appassionarti ad ogni angolo, pur talora non resistendo la scrittrice alla tentazione di virtuosismi stilistici e narrativi. Un grande puzzle, dove, all’interno delle storie principali, leggiamo altre vicende secondarie, ricche di spunti, echi, suggestioni, in grado di penetrare nel profondo dell’anima grazie alle diverse sfaccettature dei temi trattati. Tante piccole storie, per così dire, a latere di quelle maggiori, brevi tranches de vie, come i cassetti piccoli della Scrivania, vera protagonista del libro, simbolo della Grande Casa. Opera da centellinare, meditare, come certi cibi o vini d’annata, al di fuori delle consuete categorie letterarie, che sa cogliere con accenti sfumati i contrasti nei diversi rapporti dell’esistenza. Il Mistero che, in fondo, caratterizza la relazione Uomo /Donna, anche quando due persone vivono da decenni l’una accanto all’altra; le contrapposizioni, talora drammatiche, tra Genitori e Figli; la responsabilità e la libertà dello Scrittore: “…lo scrittore” (fa dire Nicole alla sua Nadia) “adempie ad una…alta missione, a quella che solo in ambito religioso e artistico si definisce una vocazione…Non è un contabile, né è obbligato ad assumere il ruolo ridicolo e fuorviante della guida morale…”. L’avanzare inesorabile della Vecchiaia; ma anche la sorprendente libertà che tale condizione ti riserva (“Ripresi a dipingere” riflette Arthur “un hobby giovanile abbandonato appena avevo capito di non avere talento. Ma il talento, venerato per tutto ciò che promette quando si è giovani, mi sembrava…irrilevante: ormai non mi si poteva promettere più nulla”. E che dire delle riflessioni sulla Morte, con la quale gli Ebrei hanno un particolare rapporto? “…sebbene gli Ebrei abbiano parlato di tutto, analizzando, disquisendo…” sostiene Aron” essi hanno accettato di lasciare il problema più importante [quel che accade dopo la morte] in un grigiore nebuloso e indistinto. Defraudati di una risposta -e nello stesso tempo condannati da millenni ad essere un popolo che suscita nel prossimo un odio omicida- gli Ebrei non hanno altra scelta se non convivere con la morte ogni giorno. Viverle accanto, costruire le proprie case nella sua ombra”. Viene spontaneo pensare, leggendo queste righe, proprio al Paese di Aron, Israele, questo paradossale luogo a proposito del quale si suole ripetere che sono spesso i Padri a seppellire i Figli. Un poema che spazia nei più vari ambienti storico/geografici: la New York di un inverno degli anni ’70, respirata nelle prime pagine, e, sullo sfondo, gli orrori della tortura nel Cile di Pinochet; la Londra verde della (apparente) tranquillità borghese; una Gerusalemme luminosa nella città vecchia e sonnacchiosa nel sobborgo di Ein Karem….la tragedia delle vite sfregiate dal terrorismo e dalla guerra; una triste piccolo borghese Liverpool; l’ancora selvaggio Galles con i suoi parchi naturali, Bruxelles dove due personaggi incontrano il proprietario di un palazzo che ha un’inquietante somiglianza con qualcuno la cui sciagurata esistenza s’incrociò con quella del Popolo Ebraico… Romanzo ebraico, certo. Non solo e non tanto perché popolato di ebrei, ma per i temi trattati; temi, proprio in quanto ebraici, universali. Illuminante la conclusione. Filo conduttore: la Memoria e come essa possa aiutarci a colmare i vuoti scavati dalle nostre tragedie. Ma la Memoria avrà assolto appieno il suo compito -farci ritornare a vivere, dopo una perdita apparsaci irrecuperabile- solo se, grazie a lei (e talvolta anche suo malgrado), riusciremo a distaccarci da un passato alienante che ci impedisce di guardare al domani.
Mara Marantonio da www.angolodimara.com

mercoledì 11 maggio 2011



Il tifo del Maccabi


Per rispettare una festa in Israele il Maccabi rischia di lasciare il campo
Alle 20, in concomitanza con la celebrazione della Giornata del ricordo, c'è lo stop per tutti gli svaghi
GERUSALEMME – Quattro ore possono bastare. Forse. Domenica pomeriggio, a Barcellona, la finale di basket Eurolega non è solo una partita per la storia dello sport: orologio alla mano, si gioca pure per rispettare la storia d’un popolo. Il Maccabi di Tel Aviv, una delle due squadre, un mese fa ha chiesto (e ottenuto) di scendere in campo quattro ore prima del solito, le 16.30, le 17.30 in Israele, a un orario inusuale per la Final Four che in genere ama le partite serali. Il motivo è una festività laica: Yom Hazikaron, la Giornata del ricordo, che dal 1948 è una delle date sacre al calendario civile israeliano e commemora i caduti delle guerre e del terrorismo. ALLE 8 LO STOP - Alle 8 di domenica sera, quasi tutto ciò che è divertimento si ferma nello Stato ebraico: cinema, ristoranti, caffè, chiusura fino a domani sera, con la possibilità di prendere un lunedì di permesso dal lavoro per far visita ai cimiteri. Anche lo sport è obbligato allo stop. «Se la finale non viene anticipata almeno nell’orario – avevano avvertito dal Maccabi -, saremo costretti a dare forfait»: veloce consultazione, l’okay degli avversari, i greci del Panathinaikos, e il 6 aprile l’Eurolega ha risposto che si poteva fare. CONTO ALLA ROVESCIA - Non è detto che vada tutto liscio, però. Al Palau Sant Jordi Arena, il Panathinaikos è di gran lunga il favorito. Ma il Maccabi, alla sua settima finale, cinque vinte, non ha voglia di fare la comparsa: e se la finale, com’è già accaduto, fra time-out e interruzioni, andasse ben oltre i 100 minuti medi d’una partita di basket? Per la prima volta, si potrebbe vedere una squadra abbandonare la competizione. «Io spero finisca in tempo – dice David Blatt, l’allenatore israeliano -. Non ci sono molte probabilità che si giochi oltre il tempo previsto. Chiaro, se finiamo al triplo prolungamento, può darsi che io mi trovi a prendere la decisione più difficile della mia vita…». Che è poi quella già anticipata da David Friedman, il proprietario della squadra gialloblù, che avrebbe preferito spostare la data della partita: «Nel momento in cui in Israele cominceranno le cerimonie commemorative, i giocatori lasceranno il campo». Non si sgarra: il ministro dello Sport ha fatto capire che non sono ammesse deroghe, visto che anche il calcio e il tennis, le due altre grandi passioni israeliane, rispetteranno la sosta; le tv israeliane avvertono già che alle 19.45, anche se si sta ancora sottocanestro, le dirette saranno interrotte; i tifosi, pure quelli in trasferta a Barcellona, hanno già detto che comunque saranno evitati eventuali festeggiamenti. LA DECISIONE MIGLIORE - Su alcuni siti spagnoli e greci, di quelli legati alla «resistenza» antisraeliana, i commenti sono prevedibili: «Perché ci si è piegati ancora una volta a Israele? Il Maccabi sapeva che la finale era in quella data, poteva anche non partecipare al torneo». In realtà, spiegano da Eurolega, non s’è spostata la data della finale per ragioni rispetto dei diritti televisivi, degli spazi pubblicitari già venduti da un anno, degli sponsor. «E poi la cosa più importante è rispettare i risultati sportivi – dice Jordi Bertomeu, il patron della coppa -. Immaginate che cosa sarebbe successo se avessimo rimpiazzato gl’israeliani con una squadra eliminata in semifinale e se quella squadra, poi, avesse vinto il titolo. Ci avrebbero sparato tutti addosso! Credo che abbiamo preso la decisione migliore…». Anche perché, in segno distensivo, all’ultimo è il presidente del Maccabi a lanciare un salvagente all’Eurolega: «Siamo a Barcellona per giocarci la finale – chiarisce Shimon Mizrahi – e a Barcellona, quelle che contano, sono le regole messe da Eurolega. Le rispetteremo…». Francesco Battistini 08 maggio 2011 http://www.corriere.it/




Seals


L’Osama della discordia (palestinese)
L’uccisione di Bin Laden commentata in modo diametralmente opposto a Ramallah e a Gaza. Per l’Autorità palestinese presieduta da Mahmoud Abbas l’eliminazione del capo di Al Queda è “un bene per la causa della pace nel mondo”. Per il premier di Hamas Ismail Haniyeh, Bin Laden, l’arciterrorista che ha abbattuto le Torri Gemelle, massacrando 3 mila persone, era “un santo combattente arabo” e la sua uccisione “è un altro segno dell’oppressione americana”. Il baratro tra le due anime dei palestinesi non potrebbe apparire più incolmabile. Pur tuttavia, domani Mahmoud Abbas e Khaled Mashal, leader politico di Hamas, si stringeranno la mano al Cairo e firmeranno un documento che pretende di mettere fine allo scisma. Poco importa che si tratti con tutta evidenza di una riconciliazione di facciata. Mahmoud Abbas ne ha bisogno per parlare a nome di tutto il suo popolo quando a settembre chiederà all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese. Hamas vuole la finta pace col movimento rivale perché gli consente di rinsaldare i suoi legami con il nuovo Egitto in un momento in cui è in difficoltà in Siria, per il sostengo della casa madre, i Fratelli musulmani, alla rivolta anti regime. Il Medio Oriente è pieno di contraddizioni. E l’unica cosa che i protagonisti non temono è quella di cadere nel ridicolo.2 maggio http://www.claudiopagliara.it/



Tra campi profughi e ville di lusso ecco la prima maratona di Gaza
Dopo quella di New York, quella di Londra e quella di Milano, ecco la maratona di Gaza. Per la prima volta nella storia. Circa mille persone si sono messe a correre, giovedì 5 maggio, passando attraverso palazzi di lusso, hotel a cinque stelle, fattorie e campi profughi, strade linde e strisce di terra battuta. La maratona, organizzata dalle Nazioni Unite, ha avuto inizio a nord, nei pressi di Beit Hanoun, vicino al confine israeliano. Il finish, più giù, tra il mar Mediterraneo e la frontiera egiziana. Dei circa mille (tra cui 150 donne) solo nove – tutti palestinesi – hanno corso l’intera gara, mentre migliaia di bambini con indosso maglie colorate regalate dall’Onu hanno sprigionato il loro entusiasmo sotto l’occhio vigile – fa notare l’Associated Press – dei miliziani di Hamas. Il primo a tagliare il traguardo è stato l’atleta professionista Nader al-Masri, 31 anni, già corridore alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e già pronto per quelle di Londra dell’anno prossimo. «È un giorno di gioia – ha detto Nader –. Per la prima volta ci siamo sentiti liberi di correre anche qui nella Striscia». Per un giorno, le frizioni con Israele e le discussioni politiche sull’accordo – definito storico – tra i fratelli coltelli Fatah-Hamas sono rimaste ai bordi della strada.6 maggio http://www.linkiesta.it/blogs/



Sabich - Sandwich di melanzane


Ingredienti: 4 pezzi di pita; 4 uova sode sbucciate e affettate; 1-2 melanzane grandi sbucciate e affettate; olio vegetale per friggere; 2 pomodori finemente tritati; 1 / 2 cetriolo finemente tritato; succo di 1 limone; humus; tapina; prezzemolo; 1 / 2 cipolla bianca tritata; 1 / 2 c. sottaceto tagliato a piccole fette o cubetti; salsa piccante a scelta o sottaceto piccante Preparazione: Fare una semplice insalata di cetrioli pomodori e succo di limone, con sale a piacere. Friggere le melanzane tenere e dorate, scolarle su carta assorbente e cospargerle di sale.
Tagliare finemente tutti gli altri ingredienti. Scaldare o grigliare il pane pita. ICospargere la pita di Humus e Tapina, imbottire la pita con tutti gli ingredienti e chiuderla.Sullam n 71



Non prendiamoci troppo sul serio.....


L’ora di Religione
Con l'introduzione dei nuovi programmi di insegnamento nelle scuole elementari, una insegnante di religione cattolica nella prima elementare di una scuola pubblica, a fine anno decide di dare un premio di 50 Euro a chi risponderà esattamente ad una sua domanda e chiede: “Chi è stato il più grande uomo della storia?” il piccolo Izhak Eskenazi alza subito la mano, ma la maestra (ovviamente) lo ignora e chiede a Maria che risponde: “Alessandro Magno”, chiede a Giuseppe, che risponde: “Giulio Cesare” chiede a Francesco, che risponde: “Napoleone”....e così via, finchè non avendo ancora ricevuta la risposta giusta chiede a Izhak , che risponde subito: “Gesù Cristo”.
“Bravo!” dice l'insegnante, gli da i 50 Euro di premio e gli dice: “sai non me lo aspettavo che proprio tu rispondessi così…” e Izhak: “beh, la verità è che io penso che l'uomo più importante della storia sia Mosè, gli affari sono affari.”
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Mezuzot
Un ricco americano ebreo si compra una casa di 50 stanze e, quando tutto è completato, si accorge di non avere messo le Mezuzot. Allora, compra di corsa 50 mezuzot, chiama un operaio dell'impresa, gliele consegna e, preoccupato che non sappia sistemarle, gli spiega dettagliatamente di metterne una sul lato destro di ogni porta, esclusi i bagni. Al suo ritorno trova che il lavoro è stato fatto perfettamente e le Mezuzot sono tutte attaccate perfettamente, così dà una bella mancia all'operaio e lo ringrazia per l'ottimo lavoro fatto e quello gli risponde:
“ohhh grazie a lei per la mancia, è stato un lavoretto molto facile. A proposito, sul tavolo in cucina troverà tutti i foglietti di garanzia che erano dentro a tutte queste scatolette.” A cura di R. Modiano Sullam n. 71



Yom—Azmaut
Ogni Stato stabilisce le sue feste nazionali e Israele ha stabilito il 5 di Iyar come Giorno dell’Indipendenza, così come l’Italia ha fissato come giorni festivi il 25 aprile e il 2 giugno, feste della liberazione e della repubblica. La festa della liberazione e quella dell’Indipendenza cadono sempre nello stesso periodo dell’anno e hanno in comune elementi simili, ma sono tra loro profondamente diverse. Uno degli aspetti che fanno la differenza tra questi due giorni è il fatto che Yom ‘Azmaùt viene festeggiato tanto in Israele (cosa del tutto naturale) quanto nei paesi della Diaspora. E’ questo un fatto anomalo: infatti è come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 Luglio, volessero celebrare anche il 2 giugno e il 25 aprile, un giorno quest’ultimo che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il Fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia lealtà ebraica. La diversità del modo con cui gli ebrei – ovunque essi si trovino – hanno vissuto e vivono gli eventi impone una domanda: Yom ‘Azmaùt è una festa “nazionale”, “laica” o “religiosa”? Anche se l’esperienza ebraica non può essere limitata a un fatto meramente “religioso” o “nazionale”, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la “fede” nazionale è così labile, festeggiare, e per di più “religiosamente”, una festa “nazionale” di un altro Stato è un fatto estremamente contraddittorio. Qual è quindi il significato che l’ebreo contemporaneo e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? La redenzione delle ossa secche Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo. La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora Golà = גולה e quello della Redenzione Gheullà = גאולה La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una אÀlef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio), perché l’unità sta fuori dal mondo della dualità, rappresentata dalla lettera בbet con cui comincia la Torà. La אàlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘ עצמות Atzamòt, (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt עצמאות Quando “la speranza era persa”– avdà tikvatenu, proprio così dicevano le ossa secche di Ezechiele – lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere, trasformando la golà in gheullà e le ‘atzamòt in ‘atzmaùt. Secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per “la pace dello Stato”, Yom ‘Atzmaùt è “l’inizio della fioritura della nostra redenzione”, inizio che dovrà portare al cambiamento vero e proprio e che tuttora è in corso. E, come per ogni inizio che deve essere sottolineato, bene ha fatto a nostro
parere rav Maimon, tra i firmatari della carta d’indipendenza, a pronunciare la benedizione per le cose nuove. Così fin dall’inizio della fondazione Yom ‘Atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”. La partecipazione degli ebrei della Diaspora rappresenta quindi un momento di sintesi religiosa, che come tale viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio, anche dai “laici”. Yom ‘Atzmaut rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il “tempo delle lacrime”, “il tempo delle risa”. Rav Scialom Bahbout Sullam n.71



Niente sms, niente web, niente Facebook. Ecco il primo cellulare "kosher"

Un telefonino “kosher” mancava ancora. Un cellulare, insomma, con melodie hassidiche a far da suoneria e un menu in lingua yiddish. Qualche compagnia ci aveva provato vendendo prodotti con il blocco delle caselle e-mail e dei profili Facebook. Ma non aveva convinto più di tanto gli ultraortodossi. A colmare il vuoto ci ha pensato l’israeliana Accel Telecom. Che ha creato un telefonino che non consente la scrittura, l’invio e la ricezione dei messaggini, non si collega a Internet, quindi nemmeno a Facebook e alla casella di posta elettronica, e non ha una fotocamera. Un cellulare, insomma, “kosher”. Così tanto “kosher” che, annunciano i vertici dell’azienda di telecomunicazioni, «se il cliente si azzarda a fare telefonate durante lo shabbat (il riposo ebraico), ogni minuto di telefonata costerà la bellezza di dieci shekel (circa due euro)». Il nuovo cellulare – in realtà un Alcatel OT-C701 – è tutto in lingua yiddish, cioè una lingua germanica parlata dagli ebrei originari dell’Europa orientale e utilizzata dagli ultraortodossi residenti in Israele. Dovrebbe andare a soddisfare le esigenze – pratiche e religiose – di circa 400mila persone. L’ultimo ostacolo è l’ok del consiglio rabbinico. Perché l’Accel, prima di convincere i potenziali clienti, dovrà rassicurare i leader spirituali sul fatto che il nuovo telefonino non potrà essere in nessun modo craccato per compiere azioni non consentite dalla religione.http://www.linkiesta.it/blogs/



I ragazzi venuti dalla terra di Israele




Sta per uscire nelle librerie un testo davvero interessante, edito da Longo( Ravenna), opera del dr. Primo Fornaciari, un operatore culturale attualmente impegnato nella nostra zona con laboratori culturali nelle scuole, giornalista de La voce di Romagna, con la passione dell'ebraico biblico. In questo libro prende in esame la brigata ebraica, corpo combattente dell'ottava armata britannica, simbolo di volontà di riscatto e speranza di libertà per tutti: finalmente i nazisti erano affrontati con una compagine armata dotata di insegne ebraiche ben riconoscibili. Contribuirono alla Liberazione fra il marzo e l'aprile 1945 ben 5000 volontari provenienti dalla terra d'Israele, sacrificandosi nelle zone riminesi, imolesi e soprattutto nella provincia di Ravenna. Un linguaggio avvincente e una tematica forte rendono il libro di Primo Fornaciari una preziosa testimonianza del legame fra la nostra terra e Israele. Imperdibile. Lucia Baldini http://pavaglionelugo.blogspot.com/



Centro di Cultura Ebraica “Ovadyah Yare da Bertinoro”

COMUNICATO STAMPA: COMMEMORAZIONE DELLA “BRIGATA EBRAICA”

Nel settembre 1944, per volontà di W. Churcill, fu creata una unità combattente ebraica composta da volontari provenienti da paesi che dipendevano dal dominio britannico. La Brigata Ebraica, composta da circa 5.000 uomini e comandata dal brigadiere generale Ernst Frank Benjamin, di origine canadese, fu ufficialmente denominata “Jewish Infantry Brigade Group”. La Brigata, dopo un periodo di addestramento in Egitto, fu fatta sbarcare a Taranto e alla fine del dicembre 1944 venne incorporata nel X Corpo dell’VIII armata ed impegnata in furiosi combattimenti in Romagna, nella valle dei fiumi Lamone e Senio. Le operazioni belliche misero in luce le capacità e il coraggio dei soldati, che si distinsero in uno degli scontri più sanguinosi e cruenti con il gruppo di combattimento “Cremona”, subendo numerose perdite. In seguito, la Brigata partecipò attivamente alla liberazione di varie città della Romagna, da Ravenna a Faenza, da Russi a Imola, da Modigliana a Castel S. Pietro, dove ancora si conserva la memoria dell’attiva presenza. Al termine della guerra la Brigata Ebraica si prodigò per il salvataggio dei profughi sfuggiti alla persecuzione nazista. A ricordo di tali avvenimenti, ancora oggi, nel Cimitero di Guerra Alleato di Piangipane si svolge una cerimonia per i caduti della Brigata Ebraica e nel Sacrario Militare di Camerlona, vicino a Ravenna, si rende omaggio ai caduti del gruppo di Combattimento “Cremona”. Le due Commemorazioni, quest’anno, avranno luogo il giorno Giovedì 19 Maggio 2011 alla presenza del Vice Direttore del Ministero della Difesa d'Israele e Capo Reparto per la Commemorazione dei Caduti, il Sig. Aryeh Mualem, l'Addetto per la Difesa presso l'Ambasciata d'Israele, il Colonnello Yehu Ofer, del Rabbino Capo di Ferrara e delle Romagne Rav. Luciano Caro e di una numerosa delegazione di ex-combattenti, parenti e familiari dei caduti. Il programma del 19 Maggio prevede: • ore 09,00 - Una delegazione Israeliana ed Italiana renderà omaggio ai caduti del Gruppo di Combattimento “Cremona”, presso il Sacrario Militare di Camerlona, • ore 10,00 - Presso il Cimitero di Guerra Alleato di Piangipane si svolgerà la cerimonia in memoria dei caduti della Brigata Ebraica. La cittadinanza è invitata a partecipare alla Cerimonia. L’invito è rivolto, in particolare, alle Associazioni Combattentistiche di intervenire con le proprie bandiere e i propri labari per onorare chi ha contribuito a rendere la nostra terra libera e democratica. Alfredo Boschini
e-mail: alfredoboschini@gmail.com