mercoledì 14 marzo 2012


A Damasco si combatte una guerra per procura

A un anno dall’inizio della rivolta popolare in Siria Bashar Assad continua a resistere, con il risultato di trasformare il conflitto armato fra regime e opposizione in una guerra per procura fra le maggiori potenze in Medio Oriente mentre per la prima volta, negli Stati Uniti come negli Emirtati del Golfo, si prende in esame l’ipotesi di un intervento militare «indiretto».Il regime resiste.Dalle dimostrazioni di piazza che il 15 marzo 2011 segnano in più città l’inizio della rivolta popolare le vittime stimate degli scontri sono, secondo il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, circa 8000 ovvero il quintuplo di quelle libiche alla vigilia dell’attacco Nato contro il regime di Muammar Gheddafi. A differenza del colonnello libico, il Raiss di Damasco può contare su un apparato statale che continua a essergli fedele. Oltre l’80 per cento degli ufficiali militari e il 60 per cento dei diplomatici appartengono, come gli Assad, alla minoranza alawita che gode anche del sostegno di drusi, cristiani e circassi accomunati dal timore che la rivolta possa portare al potere la maggioranza sunnita. Per un recente rapporto di intelligence Usa «i vertici degli apparati militari di sicurezza restano saldi a fianco di Assad» consentendogli di resistere «per diversi mesi se non più a lungo». A sostenere il Raiss ci sono anche i suoi alleati vicini e lontani: l’Iran gli fornisce unità paramilitari e armi per evitare la caduta dell’unico alleato regionale, la Russia lo difende con il veto all’Onu per non perdere le ultime basi navali e di intelligence nel Mediterraneo, la Cina si accoda al Cremlino per difendere il principio di non ingerenza internazionale che teme possa essere usato contro di lei. L’opposizione divisa A fronte di un regime del partito Baath che rimane compatto, l’opposizione è lacerata. Il Consiglio nazionale siriano di Burhan Ghalioun è un’organizzazione-ombrello che gode del sostegno di Washington, Riad, Parigi, Doha e Londra ma è segnata dalle divisioni interne fra Fratelli Musulmani e gruppi laici oltre al fatto di essere contestata dal Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico, che riunisce molti gruppi di protesta interna. A ciò bisogna aggiungere che l’Esercito di liberazione siriano del colonnello Riyah al-Assad afferma di avere nei ranghi 15 mila disertori ma non è ancora chiaro se abbia o meno raggiunto un accordo con Ghalioun. Militare è anche l’opposizione dei gruppi salafiti jihadisti, emanazione di Al Qaeda, che operano a cavallo del confine con l’Iraq lungo le stesse rotte che fra il 2005 e il 2007 alimentavano, in senso inverso, l’insurrezione del Trangolo sunnita contro gli americani. Ultimi, ma non per importanza, i gruppi della guerriglia curda, ben addestrati e armati ma che restano per il momento alla finestra.Guerra per procura Deponendo di fronte al Senato di Washington il generale Martin Demspey, capo degli Stati Maggiori Congiunti Usa, ha detto che «la Siria si è trasformata in una crisi dove tutte le potenze regionali hanno un loro interesse». Lo scontro è fra due grandi schieramenti, guidati da Riad e Teheran. L’Arabia Saudita considera l’alawita Assad uno sciita mascherato, responsabile di aver consegnato il Libano all’Iran e colpevole di assecondare in Medio Oriente il disegno egemonico degli ayatollah sciiti sui sunniti. Riad, che ha inviato i tank in Bahrein per reprimere la rivolta popolare, sostiene la primavera siriana con due strumenti: l’elargizione di ingenti fondi a gruppi sunniti e l’impegno diplomatico in seno alla Lega Araba per favorire una transizione a Damasco che porti alla caduta degli Assad. I sauditi, sostenuti da Tunisia e Qatar, hanno un alleato importante nella Turchia di Erdogan la cui ostilità nei confronti di Assad nasce dal sospetto dei generali di Ankara che Bashar, come il padre Hafez, abbia usato spesso i curdi per fomentare instabilità oltre-confine. Teheran difende Damasco per ragioni strategiche opposte a quelle di Riad: è l’unica capitale araba alleata, le offre i porti sul Mediterraneo, le garantisce attraverso gli Hezbollah mano libera in Libano e, grazie al Golan e al Sud Libano una frontiera per minacciare direttamente lo Stato ebraico.L’impasse all’Onu Il veto opposto da Russia e Cina alla risoluzione arabo-occidentale anti-Assad nasce dalla volontà del Cremlino di mantenere Damasco nella propria sfera di influenza. Mosca difende Assad perché vuole evitare un cambio di regime simile a quello avvenuto in Libia che avrebbe l’effetto di privarla dell’accesso al porto di Tartus, ultimo approdo amico della propria flotta nel Mediterraneo. Senza contare che Damasco ospita i maggiori centri di ascolto dell’ex Kgb in Medio Oriente ed è fra i più importanti clienti dell’industria militare russa. Se il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha avuto contatti con l’opposizione è perché ciò che conta per Mosca è restare l’alleato più importante di Damasco anche nel dopo-Assad. Il contrasto con Washington è sulla transizione perché Mosca vuole guidarla per evitare brutte sorprese ma finora Assad si è opposto anche ai tentativi russi di risoluzione della crisi. Per rompere l’impasse il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha inviato a Damasco il predecessore Kofi Annan ma il suo tentativo di ottenere un immediato e totale cessate il fuoco è fallito.L’opzione militare Il senatore repubblicano John McCain è l’unico finora ad auspicare blitz aerei contro le forze siriane ma il Pentagono, opponendosi a tale ipotesi, ha svelato che i piani di attacco esistono: si tratterebbe di una campagna aerea di più settimane contro difese aeree cinque volte maggiori di quelle di Gheddafi per imporre una no-fly zone a difesa dei civili, con le forze aree Usa impegnate a condurre il blitz iniziale grazie al sostegno politico di Lega Araba, Nato e Unione Europea. L’altra ipotesi, di cui si discute in ambienti militari a Washington e nel Golfo, è l’intervento militare «indiretto» sul modello di quanto fatto in Afghanistan contro l’Urss e in Europa contro i nazisti al fine di creare, con aiuti economici e di intelligence, una «resistenza siriana» in grado di assumere il controllo di «aree liberate» su modello di quanto venne fatto in Bosnia-Erzegovina a metà degli anni Novanta. I primi territori della «Siria libera» potrebbero nascere lungo i confini turchi.Le armi proibite La prudenza dell’amministrazione Obama sull’intervento militare, diretto o indiretto, nasce dalla convinzione della Cia che Assad possieda grandi quantità di armi chimiche e batteriologiche che potrebbero essere facilmente lanciate, adoperando gli aerei o l’artiglieria, contro i centri civili epicentro della rivolta in maniera analoga a quanto fece il dittatore iracheno Saddam contro i curdi a Halabja nel 1988. MAURIZIO MOLINARI, http://www.lastampa.it/


Le ragazze che salvarono la Svizzera

A proposito di Giusti e della proposta di Gabriele Nissim e di altri intellettuali di istituire una giornata europea per ricordare il loro coraggio (il 6 marzo?), c’è una storia poco conosciuta che arriva dalla vicina Svizzera. Può il gesto di un gruppo di ragazzi cambiare il mondo? Nell’estate del 1942 questo fu possibile. Almeno in parte.Il 7 settembre di quell’anno, 22 allieve quattordicenni (su 32) della II C della cittadina di Rorschach, nel canton San Gallo, vicina al confine con Germania e Austria, sulle rive del lago di Costanza, scrissero una lettera al governo svizzero: “Egregi Signori Consiglieri Federali, Non possiamo fare a meno di dirvi che noi alunne siamo profondamente indignate che i profughi vengano ricacciati così spietatamente verso una sorte tragica (...) Se continueremo così, possiamo essere certi che il castigo ricadrà su di noi. E’ possibile che voi abbiate ricevuto l’ordine di non accogliere ebrei, ma questa non è certamente la volontà di Dio, e noi dobbiamo ubbidire più a Lui che agli uomini...”.La loro lettera non passò inosservata. Il Consigliere federale Eduard von Steiger non esitò a trasformare quel breve scritto in una "questione di Stato", aprendo consultazioni con colleghi di governo e con parlamentari autorevoli nonché interpellando il Ministero pubblico della Confederazione con l’intento di punire un docente della classe sospettato di essere stato l’istigatore della lettera.È il tema del bel libro di Silvana Calvo, A un passo dalla salvezza. La politica svizzera di respingimento degli ebrei durante le persecuzioni 1933-1945 (Silvio Zamorani Editore, Torino 2010), che ho presentato la scorsa settimana alla Casa della Memoria e della Storia a Roma, assieme a Giacomo Kahn e Grazia Di Veroli, in un’iniziativa organizzata dall’Aned e dall’Anpi. Fu grazie al caso sollevato da quella lettera che la Svizzera aprì finalmente agli ebrei le sue frontiere, pur con molte cautele e limitazioni (vennero accettate solo le famiglie con bambini, gli anziani oltre i 65 anni, le persone “manifestamente” ammalate, le donne incinte e poche altre categorie di bisognosi), dopo la chiusura quasi totale degli anni precedenti (a quanto risulta dai dati ufficiali, dall’ottobre del ‘40 all’aprile del ‘42 furono accolti in Svizzera solo 176 ebrei!).Fu grazie al coraggio di quelle ragazze, e anche – bisogna ammetterlo – alla capacità delle istituzioni svizzere di aprire un dibattito su questo tema, che poterono trovare ospitalità in Svizzera oltre 21 mila ebrei, tra i quali 3.600 italiani, ai quali vanno aggiunti altri 1.833 ebrei di varie nazionalità che fuggirono dall’Italia. Si potrebbero citare Umberto Terracini, Gianfranco Moscati, Pupa Garribba, Lea Ottolenghi, Susanna Colombo (che ha raccontato la sua esperienza alla presentazione del libro)...Certo, la politica di asilo della Svizzera non fu priva di errori e di contraddizioni: migliaia di ebrei vennero respinti alle frontiere perché non rientravano nelle categorie dei bisognosi, nonostante fin dal 1942 le autorità svizzere fossero a conoscenza delle uccisioni degli ebrei e del trattamento inumano subito da parte dei nazisti. Non tutti furono accolti e, a causa di questo diniego, in molti casi la loro sorte fu la deportazione e la morte, come avvenne per Alberto Segre, Jolanda De Benedetti, Rino e Giulio Ravenna e tanti altri.Resta il gesto di quelle ragazze, che si ribellarono all’indifferenza del governo svizzero nei confronti delle povere famiglie di ebrei che fuggivano dall’Europa occupata dai tedeschi e sognavano la Svizzera come il Paradiso delle libertà. Non meriterebbero anche loro il riconoscimento di Giusti fra le Nazioni?E il loro esempio, come ha sottolineato Giacomo Kahn, non dovrebbe insegnare qualcosa anche a noi italiani di oggi - con le dovute differenze, per carità - quando si affronta la questione delle politiche di respingimento degli immigrati, soprattutto quelli provenienti da Paesi dove non c’è libertà e le minoranze etniche e religiose vengono perseguitate?Mario Avagliano http://www.moked.it/


Speranze di tregua

Nulla è sicuro e definitivo quando si tratta, sia pure attraverso l`Egitto, con la Jihad islamica di Gaza. Secondo le notizie di questa mattina si è arrivati a una tregua, anche se un razzo è caduto anche stamane. Si chiude così un ciclo di quattro giorni che ha costretto più di un milione di israeliani a scendere nei rifugi o richiudersi nelle stanze corazzate.La “cupola ferrea”, il sistema di difesa israeliano antimissile, ha provato la sua efficenza abbattendo i missili in arrivo prima che giungessero sui loro bersagli. Si ricorderà che alcuni anni fa il tanto vituperato ministro della Difesa dell’epoca, Amiram Perez, prese la decisione contro l’establishment militare, di sviluppare questo sistema difensivo. Intanto il Sinai, sotto controllo egiziano, è diventato una piattaforma di lancio contro Israele visto che i terroristi palestinesi lo utilizzano per i loro attentati. E’ interesse comune dell’Egitto e di Israele evitare che ciò avvenga. L’aviazione israeliana è riuscita a neutralizzare nella striscia di Gaza una ventina di terroristi della Jihad con grande precisione e tempestività. Ciò che fa sperare in un periodo di calma relativa nel prossimo avvenire.Sergio Minerbi, diplomatico http://www.moked.it

martedì 13 marzo 2012



L'agricoltura lombarda incontra Israele


VIDEO INTERESSANTE: http://www.youtube.com/watch?v=0rZBmU43WI8

civili israeliani in rifugi

L’escalation di Gaza manovrata da Teheran

Certo che questi iraniani sono proprio dei furbacchioni. Riforniscono di missili la Jihad Islamica e Hamas,gli ordinano di lanciarne a decine su Israele e poi cercano di aprire un caso internazionale quando giustamente Israele reagisce.Ahmadinejad, che di Diritti Umani se ne intende, ha chiesto addirittura un intervento delle grandi organizzazioni per i Diritti Umani (Amnesty International e Human Rights Watch) affinché condannino i “crimini di guerra” commessi da Israele a Gaza cosa che, ci potete scommettere, non tarderanno a fare, magari con qualche falso rapporto inventato di sana pianta come quelli a suo tempo inventati sul Libano.La strategia di Teheran è talmente chiara che anche un cieco islamista come Barack Obama non può non vederla: aprire un fronte a Gaza per impegnare le forze israeliane così che rimandino l’annunciato attacco alle centrali nucleari iraniane. Se ne parlava ieri sera a Tel Aviv in un incontro tra analisti dedicato all’escalation in corso a Gaza. La strategia usata dalla Jihad Islamica (con il chiaro bene placido di Hamas) è troppo sfrontata per non pensare che cerchino in tutti i modi di provocare una reazione israeliana su vasta scala. Oltre 150 missili sparati in due giorni tra cui diversi di tipo Grad e almeno due Fajr-5, missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Tel Aviv, abbattuti per fortuna dal sistema antimissile Iron Dome, sono decisamente troppi per la piccola Jihad Islamica e persino per Hamas.Gli iraniani sanno poi che questa strategia può contare su un grande sostegno mediatico internazionale. Infatti immediatamente dopo il primo attacco israeliano di risposta al lancio dei missili, è immediatamente partita la solita campagna di disinformazione dei media internazionali, una campagna mai vista per esempio per le stragi di Assad in Siria, per le repressioni in Iran o per gli attacchi turchi in Kurdistan. A Teheran sanno benissimo che i palestinesi, cioè gli arabi che occupano i territori ebraici, sono considerati da tutti una specie di icona antisemita. Poco importa se poi sono sempre loro a cominciare per primi prendendo di mira deliberatamente la popolazione civile. Per gli antisemiti di tutto il mondo, arabi, nazisti, comunisti, nazi-islamici, i “poveri palestinesi” hanno sempre ragione. Chiaro che Teheran ne approfitti.Ora, se questo continuo lancio di missili non cessa immediatamente, Israele si troverà di fronte a un dilemma di non facile soluzione: attaccare Gaza via terra e risolvere per sempre il problema con il rischio però di dover ulteriormente rallentare (e quindi rinviare) l’attacco all’Iran, oppure limitarsi a colpire per via aerea continuando a preparare lo strike in Iran. E’ chiaro che colpire Teheran vorrebbe dire colpire il mandante, quindi la fonte vera e propria degli attentati, ma eliminare il problema alla base non è la stessa cosa che eliminare Hamas. Non è facile in questi giorni essere a capo di Israele. Il dilemma se aprire un nuovo fronte su Gaza non è di facile soluzione, ma un milione di israeliani sotto assedio sono un po’ troppi perché si sopporti questa situazione per lungo tempo.Miriam Bolaffi, http://www.secondoprotocollo.org/

scuola di Beersheva colpita da un razzo

Stai fermo, non ti muovere, che ti devo menare

Cari amici,esiste forse la banalità del male, di cui parlava Hannah Arendt: gerarchi nazisti che imperturbabili facevano il loro lavoro di morte convinti solo di fare il loro dovere. Ma gratta gratta dall'analisi dei documenti e delle biografie viene fuori che non è vero, che gli Eichmann e i Goering erano fanatici antisemiti da sempre, non funzionari robotizzati. Il dovere non c'entrava niente, o almeno non era la prima molla che li muoveva a organizzare campi di sterminio perfettamente funzionati: erano entrati nelle SS e avevano fatto carriera esattamente al fine di poter usare la loro teutonica precisione proprio per ammazzare gli ebrei e non per produrre più acciaio o più grano per ettaro, o magari per liberarli, se fosse stato loro ordinato. Il funzionario era la maschera, la volontà era ben altrimenti motivata.E forse esiste – scusate l'accostamento che non è un paragone ma per spiegare ci sta – anche la banalità della cattiva informazione, quella che noi di Informazione Corretta ci sforziamo di denunciare giorno dopo giorno: giornalisti ostinati che ripetono tutti i giorni le stesse cose come se fossero vere, che riprendono pari pari la propaganda palestinese; che per esempio se l'esercito israeliano spara contro terroristi che stanno lanciando missili su scuole, case e fattorie, chiama l'azione “strage di palestinesi” come se fosse una botta di sadismo israeliano. Tutti i giorni, articolo dopo articolo, senza mai farsi prendere dalla tentazione di capire come stanno le cose davvero, di uscire per un attimo dalla logica della propaganda. Forse è così, all'”Unità” e al “Manifesto”, ma anche al “Sole” e al “Messaggero” e in tanti altri giornali assumono solo solerti funzionari dell'informazione che credono di fare il loro dovere allestendo ogni santo giorno il loro volantino di propaganda. O forse no, forse vi sono anche qui delle persone che hanno scelto di occuparsi di “palestinesi” perché le loro idee su Israele e li ebrei ce l'hanno e possono esprimerle facendo contenti anche direttori e padroni con il loro impegno umanitario – diciamo così. Non sto dicendo che hanno le idee di Eichmann, per carità; solo che la loro precisione propagandistica nasconde una partecipazione, una militanza, un io combattente, perfino un piacere della lotta.Certo che di fronte ai titoli sui loro giornali di ieri che parlano tutti di strage di palestinesi (“L'Unità” addirittura di strage di civili, anche se nel corpo dell'articolo si dice che si tratta di “militanti” - non terroristi, no: militanti – dei “comitati di resistenza popolare”, succursale di Hamas), il dubbio se ci sono o ci fanno si impone. Scusate, signori giornalisti della banalità dell'informazione mediorientale, le “vittime” di cui lamentate la “strage” stavano giocando alla guerra o no? Voi la chiamate “Resistenza” insultando senza saperlo i partigiani italiani, io la chiamo terrorismo - visto che ammazzare neonati, sparare razzi e colpi di mortaio su scuolabus e su abitazioni, senza mirare ad altro che ad ammazzare civili, non è Resistenza, ma terrorismo vigliacco. Comunque stavano compiendo atti di guerra, sparando con armi militari, si definiscono combattenti, quando capita fanno anche grottesche parate col passo dell'oca e il volto coperto da passamontagna. Be', il minimo che gli può capitare è che il loro nemico risponda, no? O forse secondo voi, cari funzionari del giornalismo politicamente corretto, loro hanno diritto di sparare ma chi si prende i razzi in testa e gli attentati agli autobus e tutto il resto non ha diritto di rispondere? Come in quella famosa battuta: “stai fermo, non ti muovere, che ti devo menare!”.Ugo Volli, Informazione Corretta



Altri missili sparati da Gaza


Due razzi Grad, sparati dalla Striscia di Gaza, sono caduti ieri sulla cittadina israeliana di Beersheva. Un razzo ha centrato in pieno una scuola, in quel momento vuota. L'altro razzo è caduto in un parcheggio. Alcune case sono rimaste danneggiate, una persona è rimasta sotto choc II sistema antimissile Iron Dome ha intercettato da venerdl 37 razzi sparati dalla Striscia. L'Unità,12 marzo 2012




Tea for Two – Wissotzky mon amour

Per una rubrica che si chiama "Tea for two", forse i tempi sono maturi per parlare di tea. Qualche giorno fa bazzicavo in rete su facebook (lancio quotidianamente invettive contro Mark Zuckerberg che mi ha trasformata in una larva virtuale) e mi sono imbattuta nella pubblicità del tè israeliano Wissotzky. Un cortometraggio dedicato alle madri ebree che girano come un sevivon per adempiere ai loro sfiancanti compiti. Assodato che le pubblicità dei prodotti alimentari abbiano un fascino perverso – donne perfettamente truccate che lanciano sguardi languidi a un cioccolatino, genitori venticinquenni che si passano sane merendine come se fossero in un musical, sorridendo alla figlia adolescente che sembra Skipper la sorella di Barbie e al piccolo lentigginoso uscito da Billy Elliot – vorrei concentrarmi sui due colossi di questa melliflua pubblicità: il Tè e la Mamma. Se prima era la promessa di un esotismo variopinto e di una intensità che prometteva avventure alla Sandokan o di rivelare le memorie di una geisha, il tè è presto diventato irrinunciabile. Che sia con la regina Elisabetta o accompagni una sessione pomeridiana di pettegolezzi con le amiche. L'ho amato e lo amo molto: dall'arte giapponese del chakai alle scatole deluxe di Laduree. Dalla bustina setosa di Fauchon alla sua comparsa nei film in costume della BBC. Le teiere mi fanno andare in brodo di giuggiole e aspettavo con ansia che Tolstoj facesse qualche considerazione sul samovar mentre leggevo Anna Karenina. Chissà quante decisioni sono state prese sorseggiando il celebre infuso, certamente se gli Stati Uniti ci sono è anche un po' merito di un carico di tè. Il Wissotzky poi, lo vedo come un brand simbolo di Israele. Bamba e Wissotzky (non insieme però!). Il mio preferito? Quello al sapore di amaretto è la mia madeleine personale (credo c'entrino gli amaretti di Pesach). E quei pubblicitari furbacchioni, quei Don Draper dei miei stivali, hanno pensato bene di far sposare tea con mamma. Non una mamma qualsiasi, la mitica e temuta mamma ebrea. Si potrebbero fare battute alla Allen ("Sto scrivendo un libro su mia madre, il titolo? la sionista castrante!") o riferimenti letterari, ma non credo di esserne in grado. Quando penso alla mamma, la mia in particolare, mi viene in mente Eshet Chayil. Credo siano parole universali e che si cuciano bene addosso alle donne della nostra generazione che si barcamenano tra lavoro e marmocchi, suocere e mariti, capi e colleghi, animali domestici e vicini di casa sul piede di guerra. Le madri ci sono di notte fonda a ricalcare con te le cartine geografiche per il controllo dei quaderni e la mattina dopo ti svegliano come se non avessero passato tutta la notte a tracciare i confini del Lussemburgo. Mi sembra indicativo poi, che una delle più antiche autobiografie sia di una mamma ebrea, Glikl bas Yehudah Leib, ma questa è un'altra storia. In effetti, forse è giunta l'ora del tè. Rachel Silvera, studentessa, http://www.moked.it/


In cornice - Artemisia e Azor

La storia di Purim ha ispirato prima dell'Ottocento un buon numero di artisti, soprattutto italiani e olandesi, che seguivano due impostazioni molto diverse. Quella italiana si ricava bene da “Ester davanti ad Assuero” di Artemisia Gentileschi, che recentemente ho visto al Palazzo Reale di Milano. Tratta - con stile caravaggesco e grande uso del chiaroscuro - , del momento in cui Ester, dopo giorni di digiuno, va da Assuero senza essere invitata e a rischio della propria vita. Quando si accorge che Assuero accetta la sua visita, Ester sviene (per paura o tensione), - un particolare non riportato nella meghillà. Deriva invece da una tradizione cristiana che tende ad avvicinare le figure di Ester a di Maria, madre di Gesù, perché anche Maria sarebbe svenuta di fronte al proprio figlio morente. Troviamo lo stesso soggetto in Tintoretto (opera splendida, che la regina Elisabetta si tiene ben stretta), Pompeo Batoni e altri. Invece Michelangelo, nella Cappella Sistina, si concentra sull'uccisione di Haman; a vedere lui, Haman sarebbe stato crocefisso, mentre nella meghillà è scritto che venne impiccato. Michelangelo riprese l'idea della crocefissione da una traduzione in latino della parola “etz” (albero) dell'impiccagione di Haman: nella versione in ebraico del vangelo di Matteo, il termine è utilizzato per tradurre “croce”. Potrei portare altri esempi, ma la sostanza non cambia: le rappresentazioni della storia di Purim in ambito italiano (e pure francese e fiammingo – incluso un Rubens eccezionale-, cioè in ambito cattolico) sono rivisitazioni del testo della meghillà per farne un parallelo della storia di Gesù.In Olanda, l'attenzione al testo originale della Meghillà fu molto maggiore. Nello splendido manoscritto di “Bibbia Storica” (ossia di parti scelte del Tanakh) miniato dai maestri di Azor - grandi decoratori vissuti attorno al 1430 a Utrecht - è di nuovo raffigurata Esther davanti ad Assuero (http://www.artbible.info/art/large/336.html). Però, come nel testo originale, si vede il re allungare il proprio scettro e la regina toccarlo. La storia di Purim è al centro di diversi quadri di Rembrandt, che visse un ventennio nel quartiere ebraico e fu amico anche di Menashé ben Israel; il suo “Assuero, Esther e Haman al banchetto” (http://www.artbible.info/art/large/93.html) è tipico per forza espressiva e uso del colore, e assolutamente aderente al testo. Stesso atteggiamento tennero i discepoli di Rembrandt, in particolare Arent de Gelder, autore di un buon numero di quadri su questi temi.Viene da chiedersi da cosa deriva la differenza fra l'approccio italiano e olandese: il forte legame di Rembrandt con il mondo ebraico? O la volontà dei protestanti di tornare a leggere i testi del Tanakh in versione e in lingua originale? O altro ancora? Daniele Liberanome, critico d'arte, http://www.moked.it/


Qui Vienna - Un presidente per guardare avanti

Maccabi Games 2011: il riscatto, l'orgoglio, la commozione. Chi scrive ha ancora negli occhi le immagini della bandiera israeliana stesa lungo le facciate del Rathaus un tempo luogo di aberranti decisioni antisemite, la sfilata di migliaia di atleti da tutta Europa nel cuore della città, l'entusiasmo sfrenato che aveva caratterizzato una settimana nel segno dell'agonismo ma anche e soprattutto dell'incontro. La tredicesima edizione dei Giochi, un vero e proprio 'bar mitzvah' celebrato – prima volta nella storia di questa competizione circondata da crescente interesse e partecipazione – in un paese di lingua tedesca.Oggi uno dei protagonisti di quei giorni si prende carico del compitò più delicato: imprenditore di successo classe 1964, Oskar Deutsch è stato appena chiamato a guidare la gloriosa comunità degli ebrei d'Austria. Una realtà centrale per l'identità ebraica europea (su tutti basti pensare all'ideale sionista partorito dalla visione di Theodor Herzl) che pur nella relativa ristrettezza dei numeri vive in questi anni uno straordinario periodo di crescita e progettualità. La sua nomina segna una svolta storica: Deutsch è infatti il primo presidente nato in Austria e dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. All'attivo ha oltre 20 anni di impegno ai vertici della comunità e quasi tre lustri come vice del suo predecessore, l'israeliano Ariel Muzicant. “Già il fatto di essere qui, con un'identità ebraica che nelle nostre comunità si fa sempre più profonda e radicata, vuol dire che che Hitler ha perso e che noi abbiamo vinto” spiega Deutsch illustrando al Jerusalem Post le potenzialità della comunità austriaca. Quattordici sinagoghe attive nella sola Vienna, un'offerta importante di ristoranti e supermercati kosher, la funzionalità assodata anche in occasione dei Giochi del centro sportivo Hakoah. Un'attenzione particolare, prosegue il neo presidente, sarà rivolta verso la vicina Ungheria. La recrudescenza verbale, le minacce dei partiti dell'estrema destra hanno infatti già spinto molti ebrei magiari a fare le valigie e a trasferirsi nella tollerante Vienna. La stessa comunità ebraica è oggi un mix ancora in fase di amalgama di varie anime dell'Est Europa. “Il nostro obiettivo – dice Deutsch – deve essere quello di accogliere queste persone favorendone il più possibile l'autosufficienza. Dar loro una prospettiva è infatti una sfida su cui è fondamentale lavorare con progetti e iniziative mirate".a.s. - twitter @asmulevichmoked
http://www.moked.it/