giovedì 15 marzo 2012


Quel patto segreto fra Obama e Israele sulla guerra all’Iran

Il presidente avrebbe trovato l’accordo con Netanyahu. Attacco rimandato a dopo le elezioni in cambio di armi. Tempo in cambio di mezzi: questo sembra essere il vero accordo segreto raggiunto fra gli Usa e Israele a Washington la settimana scorsa.
A quattr’occhi è un’altra cosa, e anche due che, come si sa, non si sono particolarmente simpatici, alla fine un punto che salvaguardi gli interessi reciproci lo possono trovare, anche quando si parla di guerra. Così Obama e Bibi, nelle more della gigantesca convention dell’Aipac: nell’arena dei tredicimila ospiti, Netanyahu, pure fra dichiarazioni di devozione all’alleanza con gli Usa, assicura che Israele non prenderà rischi di fronte all’impellenza del rischio atomico iraniano e agirà al momento giusto; Obama dichiarandosi il migliore amico di Israele pure avverte che gli Stati Uniti hanno intenzione di ritentare ancora la strada dei colloqui e delle sanzioni. Ma ambedue sanno che, con tutta probabilità, Obama sarà rieletto e certamente dovrà avere a che fare, nei prossimi mesi e anni, con un Israele in stile Bibi, ovvero, «never again».Da qui, dalla necessità di andare d’accordo partendo da punti di vista diversi, il p! atto segreto della Casa Bianca; nonostante le smentite della presidenza c’è, pare, un punto fermo raggiunto da questi due leader dotati di un ego ingombrante, di una capacità speciale di difendere i loro argomenti in ottimo inglese, di una notevole disinvoltura ma anche del senso del tempo, che è immediato, drammatico e grave a causa delle feroci mire di Ahmadinejad e degli ayatollah.Vedi, deve aver detto Bibi a Obama, noi vogliamo andare d’accordo con voi, ma da quando gli ayatollah accumulano l’uranio arricchito a Fordo, e tutte le fonti ci dicono che il tempo mancante alla bomba è fra tre mesi e un anno, non possiamo scherzare col fuoco. Qual è la tua linea rossa? Obama ha detto forse di condividere le informazioni pessimistiche, ma di avere anche buone indicazioni sullo stato di disagio di un regime ormai spaccato in due e contestato nel profondo da una popolazione impoverita, privata dei diritti, stufa di essere vittima del fanatismo dei suoi capi, odiata da tutto il mondo. Forse in questa situazione le prossime sanzioni che bloccano il commercio e immobilizzano la banca centrale potranno finalmente portare su una buona strada, spera Obama, e ora non è il momento giusto… E qui Bibi capisce che stiamo parlando di qualcosa di fondamentale per Obama: il presidente americano sarà anche un idealista, ma certo non al punto d! i immolare la sua corsa elettorale, ancora sei mesi, su un attacco israeliano, una prova del fuoco di fronte alla sua opinione pubblica pacifista ma anche a quella patriottica e a quella ebraica che certamente si schiererebbero con Israele e pretenderebbero uno schieramento senza obiezioni di sorta.Bibi ascolta, capisce, e rilancia: aspetteremo fino alla fine del 2012 se avremo in cambio le vostre nuove bombe a impatto profondo che consentano di arrivare senza fallo nel cuore degli impianti nucleari, e gli aerei che permettano il rifornimento in volo dei jet da combattimento. Obama è un politico abbastanza disinvolto da giocare senza remore sulla necessità di Israele di fermare il primo delinquente del mondo, e non si perita di chiedere di farlo, ok, ma senza impicciare la sua campagna. Probabilmente minimizza gli eventuali rischi di questa presa di posizione. Bibi d’altra parte segue una regola che si impara per prima circa le operazioni segrete di Israele, dalla distruzione del reattore di Ozirak, a Entebbe, alle eliminazioni dello sceicco Yassin e di Rantisi: fallo quando puoi e non prima, gioca solo quando hai tutte le carte in mano, quando hai i mezzi, le mappe, gli uomini pronti, quando si presenta l’occasione e hai le armi giuste. Dunq! ue, se Israele ha veramente bisogno di quelle «bunker buster bomb» di Obama, c’è da giurare che aspetterà. Sì, Bibi aspetterà finché può perché ha bisogno dei mezzi probabilmente promessi da Obama. Altrimenti, dovesse presentarsi un’occasione speciale di fermare la bomba di Ahmadinejad, e fosse davvero chiaro che l’operazione può avere un buon successo, la campagna di Obama aspetterà.Il Giornale, 10 marzo 2012, Fiamma Nirenstein

La Mia Cucina Kasher

di Giannetti Giuliana, Editore: Sovera pp. 280, nn. ill. a colori, Roma Prezzo: € 19,00

Molte delle ricette raccolte in questo libro sono state tratte da vecchi ricettari trovati nelle soffitte e nei cassetti della varie case di famiglia da Giuliana Giannetti.Altre sono state invece trascritte da lei stessa dopo aver assaggiato le varie pietanze a casa delle sue amiche, conosciute nei numerosi spostamenti di città in città, sino all’approdo a Gerusalemme, nel corso degli anni. Il ricettario diventa così anche una sorta di viaggio sia nel tempo che nei luoghi, e lo stesso linguaggio, le parole, gli oggetti, i nomi che lo compongono evocano tutto un mondo dove le figure che dispensano ingredienti, dosi e amalgama custodiscono e sprigionano anche altri segreti, trame di vita differenti e insieme comuni attitudini.Dal risotto alla milanese alla pizza, dal gazpacho i piatti più classici della cucina tradizionale e internazionale vengono rivisitati e riproposti in chiave kasher.http://www.aseq.it

mercoledì 14 marzo 2012

Gaza, accordo israele-gruppi palestinesi per il "cessate il fuoco"

(AGI) - Gaza, 13 mar. - Un accordo per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e' stato raggiunto tra Israele e i gruppi palestinesi con la mediazione dell'Egitto. Lo ha riferito una fonte di intelligence del Cairo e lo hanno confermato fonti palestinesi. L'intesa, che dovrebbe mettere fine a quattro giorni di lanci di razzi da Gaza e raid di rappresaglia costati la vita a 25 palestinesi, e' entrata in vigore nella notte e prevede la fine degli omicidi mirati e di ogni tipo di azione ostile.L'Egitto vigilera' sul rispetto del cessate il fuoco. "C'e' un'intesa e stiamo seguendo cio' che accade sul campo", ha confermato il ministro della Difesa interna israeliano, Matan Vilnai, il quale ha spiegato che "apparentemente le cose si stanno calmando". La Jihad islamica, uno dei gruppi che lanciano razzi contro il sud di Israele, ha fatto sapere che rispettera' la tregua se Israele mettera' fine ad "aggressioni e omicidi", ha riferito il portavoce Daud Shehab.


Perché continuano a lanciare razzi su Israele

Di Avi Issacharoff, http://www.israele.net/
Non c’è dubbio che una delle ragioni dell’insistenza con cui la Jihad Islamica palestinese ha continuato a sparare razzi contro il sud di Israele è stata la palese mancanza di “successi”. Dopo aver lanciato più di 200 razzi, non erano riusciti a uccidere nemmeno un israeliano (che è quello che volevano). Di più. Il sistema anti-missilistico “Cupola di ferro”, che ha abbattuto in volo gran parte dei razzi, si è dimostrato un formidabile ostacolo che i gruppi terroristici non riescono a superare nemmeno sparando raffiche di razzi tutti insieme.Ma la mancanza di vittime israeliane è solo uno dei motivi di frustrazione della Jihad Islamica e degli altri lanciatori di razzi, i Comitati di Resistenza Popolare. Un altro motivo non meno importante è il fatto che l’attuale round di ostilità è finito decisamente in secondo piano sulla scena generale del mondo arabo, cosa assi diversa dal solito copione. Sulla base delle precedenti fiammate di combattimenti, i gruppi palestinesi si erano abituati a vedere tutto il modo arabo reagire immediatamente ai raid israeliani con condanne, esecrazioni, proteste e altre iniziative anti-israeliane. Questa volta, invece, hanno dovuto constatare che il loro protettore siriano, il presidente Bashar Assad, è riuscito a rubargli la scena attirando l’attenzione dell’opinione pubblica araba su quello che succede in Siria più che nella striscia di Gaza. Lunedì, al culmine della crisi di Gaza con 23 “militanti” palestinesi morti e decine feriti, gli scontri fra palestinesi e israeliani figuravano solo al terzo o quarto posto nei notiziari delle tv arabe, soprattutto dopo che erano state rivelate le dimensioni della strage perpetrata nel quartiere Karm el-Zeitoun della città siriana di Homs. Entrambi i grandi network satellitari arabi, Al-Arabiya e Al Jazeera, hanno mandato in onda più e più volte le agghiaccianti immagini degli oltre venti bambini uccisi in Siria e dei corpi di uomini e donne trucidati e arsi vivi. La questione palestinese veniva trattata nel migliore dei casi come seconda notizia.Oltre a questo, sia i Comitati di Resistenza Popolare che la Jihad Islamica hanno qualcosa da dimostrare. I Comitati di Resistenza Popolare hanno davvero subito un duro colpo, venerdì, con l’eliminazione del loro segretario generale Zuhair al-Qaissi, che era al comando soltanto dallo scorso agosto quando aveva rimpiazzato Kamal al-Naireb, a sua volta ucciso da Israele. I Comitati di Resistenza Popolare hanno annunciato che terranno segreto il nome del nuovo capo, ma vari osservatori a Gaza ritengono che in realtà il gruppo soffra in questo momento di un vuoto di leadership. A maggior ragione i suoi “militanti” sono ansiosi di dimostrare che l’organizzazione è ancora operativa. Sebbene in passato i Comitati di Resistenza Popolare e Hamas siano andati abbastanza d’accordo, come dimostra la loro collaborazione nel lungo sequestro di Gilad Shalit, negli ultimi mesi i Comitati hanno operato in modo indipendente, progettando attentati senza tener conto dell’interesse di Hamas a mantenere una relativa calma.Circa la Jihad Islamica palestinese, il suo chiaro obiettivo è quello di mettere in imbarazzo Hamas e rafforzare la propria posizione in concorrenza con gli attuali padroni di Gaza. Nel corso degli anni, la Jihad Islamica si è trasformata da un leale alleato di Hamas in una forza di opposizione interna, una forza convinta d’aver svergognato in pubblico Hamas. Nei giorni scorsi i portavoce della Jihad hanno più volte lasciato intendere che Hamas avrebbe abbandonato la “resistenza” contro Israele e che la Jihad rimane la vera punta di lancia nella lotta contro “il nemico sionista”.Ma ci sono anche altri motivi di tensione fra i gruppi palestinesi. La Jihad Islamica, i cui capi stanno ancora in Siria, non si è certo affrettata a troncare i legami con Assad né col suo protettore iraniano, mentre Hamas nelle ultime settimane si è trovata coinvolta in pubbliche controversie sia con Damasco che con Tehran.È facile supporre che l’Iran stia incoraggiando il segretario generale della Jihad Islamica, Ramadan Shallah, che ancora fa base a Damasco, a spronare i suoi uomini a continuare i lanci da Gaza contro Israele: deviare di nuovo l’attenzione di Israele dal programma nucleare iraniano alla striscia di Gaza non può che far comodo a Tehran. Ma la Jihad Islamica capisce che mosse estreme, come potrebbe essere il lancio di razzi sull’area metropolitana di Tel Aviv, susciterebbero una dura reazione da parte di Israele, una reazione che quasi sicuramente coinvolgerebbe anche Hamas nei combattimenti. Sotto molti aspetti, invece, i terroristi della Jihad preferiscono che Hamas se ne stia da parte, lasciando a loro il ruolo dei massimi guerrieri anti-Israele.(Da: Ha’aretz, 13.3.12)

Israele sta perdendo la guerra su internet? - L’ANALISI

Duecento razzi lanciati dai miliziani palestinesi hanno colpito il territorio israeliano, 37 raid aerei israeliani su Gaza che hanno ucciso 19 palestinesi: quella che si sta combattendo in questi giorni, tra la Striscia di Gaza e il Sud di Israele, è una vera guerra, combattuta a colpi di razzi grad a media gettata (da parte palestinese), di aerei e droni (da parte israeliana). Come spesso accade in questi casi, in contemporanea alla guerra vera se ne sta combattendo un’altra, virtuale, mentre le parti in causa difendono le proprie ragioni su internet. Da un lato i blogger e i twitteranti palestinesi, che diffondono aggiornamenti e immagini da Gaza: (attenzione, ne circolano anche di false) Dall’altro l’esercito israeliano e i suoi sostenitori, che hanno avviato una vera e propria campagna di relazioni pubbliche sui social media, talvolta anche attraverso account ufficiali gestiti da militari: secondo alcuni osservatori è stato un fallimento completo.Prendiamo, come esempio, il caso del maggiore Peter Lerner, uno dei volti dell’esercito israeliano su Twitter (potete seguirlo su @MajPeterLerner). Quando le milizie palestinesi hanno cominciato a intensificare il lancio di razzi sui civili nel Sud di Israele, Lerner ha messo in rete le immagini prese dal video di sorveglianza di un parcheggio della cittadina di Ashdod, una delle più colpite dai bombardamenti. “Potete immaginare qualcosa del genere nel vostro quartiere?”, domanda il militare, in inglese, rivolto a un pubblico di osservatori esterni.Il video mostra semplicemente le immagini di un parcheggio, con le sirene d’allarme che si sentono in sottofondo: non certo una situazione gradevole per chi ci vive, ma neppure il tipo di immagine capace di fare scalpore su internet. Anzi, dal punto di vista di mera comunicazione, la mossa di Lerner si è rivelata un boomerang… Perché nel giro di pochi secondi molti utenti filo-palestinesi l’hanno bombardato di immagini da Gaza (dove i bombardamenti sono più massicci) e risposte sul tono “piuttosto, provate a immaginare QUESTO nel vostro quartiere”.In breve, l’esercito israeliano pare avere qualche difficoltà a difendere la sua immagine su internet. Si tratta di una (relativa) novità, perché fino a poco tempo fa il campo filo-israeliano era stato molto efficace nel difendere le proprie posizioni, specie nel mondo anglosassone. I social media, invece, sembrano un terreno scivoloso per l’hasbarà - letteralmente “spiegazione” in ebraico, ovvero l’operazione di difendere le posizioni di Israele secondo un modello che il giornalista di sinistra israeliano Anshel Pfeffer riassume così: “A differenza della propaganda, che è un misto di menzogne e mezze verità, l’hasbarà si basa sulla diffusione di una selezione di fatti veri”.Sul perché il campo filo-israeliano fatichi a tenere botta sul web 2.0, gli osservatori hanno teorie diverse. Joel Schalit, direttore di Souciant Magazine e autore del saggio Israel vs Utopia, sostiene che il problema principale è che le armi tradizionali dell’hasbarà sono poco adatte ai social media… Ma anche all’attuale situazione di debolezza internazionale di Israele: “I ragazzi che difendono Israele su internet sono abituati ad ‘inondare’ i canali mediati con articoli dei giornali conservatori israeliani, come Israel HaYom e il Jerusalem Post, che non hanno alcun ‘appeal’ dal punto di vista di chi li legge in lingua inglese”, racconta a Panorama.it.Il punto di Schalit è che da un lato il pubblico internazionale di internauti, cui è diretta l’hasbarà 2.0, è sempre più sospettoso nei confronti di Israele: “Dopo la primavera araba, il pubblico è divenuto più ostile alle campagne militari di Israele, soprattutto sui social media in lingua inglese”. Dall’altro lato, sempre secondo Schalit, è la stessa natura dei social media, che si basano sul dialogo molto più dei giornali onile e dei “vecchi” blog, a mettere in difficoltà l’hasbarà: “Questi ragazzi puntano tutto sullo spamming, non sono bravi nel dialogo”.Anche Lisa Goldman, blogstar israeliana e fondatrice del popolarissimo sito di informazione 972Mag, vede nell’incapacità di dialogo il punto più debole della rappresentanza israeliana sul web: “I portavoci dell’esercito difendono sempre la stessa storia del Paese circondato dai nemici feroci, una narrativa binaria che non attacca più” ci spiega.Inoltre sostiene che se l’esercito di Gerusalemme è in difficoltà… E’ soprattutto perché i palestinesi sono più bravi a usare Twitter, “grazie all’esempio importato dall’Egitto” ai tempi della rivoluzione di piazza Tahrir dello scorso anno: “Nel 2009, ai tempi dell’Operazione Piombo Fuso, la presenza palestinese sui social media in lingua inglese era praticamente nulla. Adesso invece i ragazzi di Gaza fanno hanno imparato a sentire la loro voce”.Goldman dice di avere notato, negli ultimi anni, una diminuzione dell’attivismo filo-israeliano su internet, e in contemporanea un aumento di quello filo palestinese: “Nel 2009 era pieno di gente che dedicava un sacco di tempo e risorse a diffondere la causa israeliana su internet, di sua iniziativa. Adesso ho come l’impressione che la gente si sia stufata. Nel caso del lancio di razzi sul Sud di Israele, poi, bisogna tenere conto che gli israeliani che abitano nella zona di Tel Aviv, la più densamente popolata, non si sentono toccati più di tanto, sono dispiaciuto ma vanno avanti con le loro vite. I palestinesi di Gaza invece si sentono molto più coinvolti”. http://blog.panorama.it,Anna Momigliano

Egitto, votata l'espulsione dell'ambasciatore israeliano

L’Assemblea del Popolo, la Camera bassa egiziana, ha approvato stamattina all'unanimità una mozione in cui si chiede l'espulsione dall'Egitto dell'ambasciatore israeliano, Yaakov Amital, ed il ritiro di quello egiziano da Tel Aviv. Il provvedimento è un atto formale di protesta contro i recenti raid aerei di Israele nella Striscia di Gaza, considerati una «violazione flagrante dei diritti umani». ISRAELE «NEMICO» - Il documento approvato è stato redatto dalla commissione affari arabi del Parlamento, e contiene anche la richiesta di bloccare l'esportazione di gas egiziano verso Israele. Il presidente dell'Assemblea, Saad el Katatny, ha chiesto inoltre a uno specifico comitato di seguire per il governo l'iter di applicazione delle richieste contenute nel documento. «Dopo la rivoluzione - è scritto nel testo - l'Egitto non sarà mai più amico dell'entità sionista, primo nemico dell'Egitto e della nazione araba». Si chiede quindi la revisione «di tutti i rapporti e gli accordi» con quel «nemico».BOICOTTAGGIO - Il Parlamento ha chiesto perfino che sia riattivato il boicottaggio di tutti i Paesi arabi contro Israele e le società internazionali che trattano con il paese, considerando questo strumento un sostegno deciso alla «scelta di resistenza», «opzione strategica per la liberazione dei territori occupati».MEDIATORE O NEMICO? - Parole infuocate e in controtendenza rispetto all’atteggiamento mostrato negli ultimi giorni dall’Egitto, che si è proposto come mediatore fra Israele e i gruppi armati della Jihad islamica e dei Comitati di resistenza popolare di Gaza. I Servizi di intelligence egiziani erano riusciti ieri ad ottenere dalle due parti coinvolte una parziale tregua, entrata in vigore intorno all’una della notte scorsa. L’escalation di violenza ha insanguinato per quattro giorni la Striscia di Gaza e il Sud di Israele, causando almeno 25 morti fra i palestinesi e oltre 200 razzi su località israeliane come Ashkelon, Sderot, Beeri e Netivot.CALMA APPARENTE A GAZA - «Alla calma risponderemo con la calma, al fuoco con il fuoco», ha commentato il capo di Stato maggiore israeliano Benny Gantz, facendo diretto riferimento al termine «tah'de» (calma) usato dai militanti palestinesi per definire la fine degli scontri senza una vera e propria tregua negoziata. Ganz, citato sul Jerusalem Post, ha comunque aggiunto che le forze armate stanno attentamente monitorando la situazione, prima di stabilire se vi sono i presupposti per un vero e proprio cessate il fuoco. Intanto le scuole del sud di Israele, che ospitano circa 200 mila studenti, rimarranno chiuse per il terzo giorno consecutivo, come misura precauzionale.L’ACCORDO - Un alto funzionario della sicurezza egiziana al Cairo ha riferito alla Reuters che entrambe le parti si sono «accordate sulla fine delle attuali operazioni», che Israele ha acconsentito a «fermare gli omicidi» e che l'accordo «darà il via a calma diffusa e reciproca». L'accordo sulla tregua è arrivato in seguito agli appelli fatti a entrambe le parti dalle potenze mondiali quali Stati Uniti, Nazioni unite, Francia, Unione europea e Lega araba.CRISI DIPLOMATICA - A complicare ulteriormente i rapporti diplomatici già tesi fra Egitto e Israele si aggiunge anche la sentenza di un tribunale egiziano che ha condannato all’ergastolo due cittadini israeliani (e un ucraino) accusati di traffico di armi attraverso il valico di Taba, al confine fra Egitto e Israele.http://www.corriere.it

Israele, razzo centra edificio Ashdod

Superando il sistema di difesa israeliano, un razzo Grad sparato da Gaza ha centrato un edificio di Ashdod.L’edificio è stato danneggiato, così come automobili e negozi, ma non ci sono state vittime. In precedenza un altro razzo era esploso a Ghedera, a sudest di Tel Aviv. E’ stato l’obiettivo più lontano raggiunto dai razzi palestinesi, lanciati dal nord di Gaza.http://www.studioconsulenzaromano.net

Israele: arriva la 'Marcia delle sgualdrine'

(ANSAmed) - ROMA, 12 MAR - Un'orda di donne mezze nude sta per invadere le strade israeliane. Prima Tel Aviv (il prossimo venerdì), poi Haifa e infine persino la santa Gerusalemme. La 'marcia delle sgualdrine' è un'iniziativa del movimento femminista internazionale, lanciata in Canada e già replicata in Europa, Australia, Asia. Le donne sono invitate a rivendicare la propria sessualità e libertà di scelta scendendo in piazza in biancheria e abitini succinti: vestite da 'sgualdrine', appunto.«La marcia ha un intento provocatorio - spiega ad ANSAmed Tzafi Saar, editorialista di Haaretz, per cui scrive una rubrica settimanale sul femminismo -, un po' come il Gay Pride. Poter camminare per la strada quasi svestite non è il problema numero uno delle femministe israeliane. Ma è un segnale: noi donne non dobbiamo nascondere la nostra sessualità come invece spesso la società ci chiede». «Una minigonna - aggiunge Saar - non è un sì. E' solo una minigonna. In tanti non l'hanno ancora capito». In Israele, in particolare, la libertà dei costumi femminili si scontra contro le interpretazioni più rigide delle prescrizioni religiose e della tradizione, di cui gli ultra-ortodossi sono alfieri. «Da alcuni mesi c'è un ampio dibattito nel Paese sul fatto che i religiosi vorrebbero tenere le donne ai margini della vita pubblica. Tutto è partito dalla questione degli autobus: nei quartieri religiosi le donne vengono forzate a sedersi in fondo, per lasciare i primi posti agli uomini. Un comportamento contrario alle leggi israeliane, ma che troppo spesso viene tollerato dalle autorità». L'influenza degli haredim (gli integralisti religiosi) sulla società israeliana è crescente: «Basta guardare i dati demografici. Gli ultra-ortodossi fanno molti figli: in città come Gerusalemme o Beit Shemesh sono loro a dettare le regole».

Voci a confronto

Anche questa settimana i lettori mi permetteranno di iniziare la mia rassegna con una domanda che è opportuno che ci si ponga tutti quanti: che cosa succede nella nostra Europa? Siamo proprio sicuri che quella storia che credevamo chiusa per sempre e relegata nei manuali scolastici non si ripresenterà in futuro? Giulio Meotti ha pubblicato un articolo in inglese che invito i lettori a leggere, perché attira l’attenzione sul rischio, un po’ ovunque, di ritrovarsi con un Quisling del XXI secolo, magari ancora una volta norvegese. I fatti sono, giorno dopo giorno, sempre più evidenti.In mancanza oggi, nel circuito che mi fornisce gli articoli da recensire, dei giornali stranieri, l’attenzione maggiore dei commentatori è rivolta agli ultimi avvenimenti in Siria dove forse il regime sta aumentando il controllo sul territorio, ma a costo di terribili sofferenze per i “ribelli”. Cecilia Zecchinelli sul Corriere (così come Alberto Stabile su Repubblica e Umberto De Giovannangeli su l’Unità) descrive i vergognosi metodi usati da Assad per torturare i detenuti. Sicuramente gran parte di queste affermazioni, che provengono anche da documenti di Amnesty International, sono corrette, ma viene da chiedersi come mai oggi ci si scaglia solo contro i crimini siriani, preferendo non vedere quelli, non molto diversi, dei regimi usciti dalle recenti rivoluzioni, o di quelli che da queste, al momento, non sono state toccate. Daniele Raineri sul Foglio riprende uno scoop di Al Jazeera che ha sorpreso il direttore della CIA Petraeus in un albergo di Ankara in una missione che avrebbe, forse, dovuto restare segreta; evidentemente poco o nulla si può sapere su quanto USA e Turchia stanno architettando insieme, ma dalla lettura di questo articolo (e di altri dei giorni scorsi) viene da chiedersi come un paese come la Siria possa davvero creare difficoltà agli USA anche solo se si volesse imporre una no fly zone; è difficile dire se sarebbe utile, ma è difficile pure ammettere una simile realtà. Susan Dabbous, in un altro articolo sul Foglio, dà spazio a voci secondo le quali gli alawiti potrebbero decidere di ritirarsi nel nord ovest del paese, sulla costa mediterranea, in una zona ricca e ben difesa dalle montagne circostanti; già se ne era parlato (Daniel Pipes) durante la crisi del regime degli anni ’90, ma appare una strada comunque pericolosa per un Assad che non potrebbe poi resistere ad attacchi (che sicuramente sarebbero violentissimi) portati dai sunniti sostenuti da sauditi e turchi, una volta che avesse perso il controllo del paese.Di grande interesse è l’articolo di Maurizio Molinari su La Stampa: se si dovessero interrompere le forniture di greggio iraniano (4 milioni di barili al giorno), solo l’Arabia Saudita sarebbe oggi in grado di aumentare la propria produzione, ma non abbastanza per supplire a questa mancanza; in tale pericolosa situazione la Cina sta aumentando le proprie riserve e ciò, insieme al rischio di crisi, fa schizzare verso l’alto il costo del petrolio, sempre più vicino ai 130 $/barile. L’aumento del costo del petrolio sta, da parte sua, causando un forte calo di popolarità per Obama (in un mese scesa dal 50 al 41%), colpevole di aver bloccato provvedimenti che avrebbero ridotto la dipendenza petrolifera degli USA dall’estero. Un editoriale pubblicato su Tempo riporta le dichiarazioni di Obama e del primo ministro britannico Cameron che, al termine del loro incontro, si sono dichiarati contrari ad un eventuale attacco israeliano contro l’Iran, e fiduciosi nel successo della loro diplomazia e delle loro sanzioni; ma quando poi i due si dicono orgogliosi dei loro successi militari e del freno all’avanzata dei talebani grazie alle loro strategie, viene da domandarsi quale realtà stiano raccontandoci.Una breve su Tempo (e su numerosi altri quotidiani) riporta la delibera del Parlamento egiziano che dichiara Israele nemico dell’Egitto e sollecita il rientro in patria degli ambasciatori dei due paesi; il Parlamento egiziano non ha potere decisionale sulla politica estera, ma certo il futuro delle relazioni israelo-egiziane corre il serio rischio di un ulteriore grave peggioramento.Non manca, anche oggi, una serie di criticabilissimi articoli su Rinascita; in particolare, in un editoriale, si legge che i problemi dei cristiani nei diversi paesi del Medio Oriente deriverebbero dall’intromissione militare di stati stranieri (sembrerebbe quella israeliana e quella americana in Iraq). Limitandomi a quanto succede in Israele, osservo che per Rinascita i cristiani hanno dovuto abbandonare Gerusalemme a causa dell’occupazione militare israeliana. Il fatto che i numeri dicano l’esatto contrario, e proprio solo per i cristiani di Israele, non deve interessare ai lettori (pochi per fortuna) di Rinascita.Anna Foa pubblica su Avvenire una recensione dell’ultimo libro di Fiamma Nirenstein, e fa specie leggere che l’affermazione di Fiamma secondo la quale gli ebrei non si sono mai allontanati da Gerusalemme e non vi hanno fatto ritorno sarebbe, in quei termini, “eccessiva ma non priva di una parte di verità”. Anna Foa vuole forse accentuare l’importanza del ritorno dalla diaspora, ma non si può negare la verità delle parole di Fiamma, oggi purtroppo negate da troppi per biechi scopi religioso-politici.Arrigo Petacco su Nazione Carlino Giorno riporta i risultati delle ricerche fatte dal duca Amedeo d’Aosta per trovare una terra per gli ebrei in Etiopia all’epoca dell’occupazione italiana; una zona “ideale”, salubre e senza troppe moschee né chiese, era stata trovata in una zona con delle montagne vicino al Kenya.Infine Giovanni Preziosi su l’Osservatore Romano cerca, ancora una volta, di dimostrare che anche a fianco di monsignor Palatucci (come di tanti altri religiosi cattolici) Pio XII si adoperò per aiutare gli ebrei.Emanuel Segre Amar, http://moked.it/


Melograno al posto dei vigneti: a Mazara il modello israeliano

I giovani siciliani nel Trapanese stanno ritornando alla terra che avevano abbandonato per colpa di una crisi che non dà respiro. In provincia di Trapani al posto dei vigneti stanno spuntando alberi di melograno. Sono quasi 30 gli agricoltori tra Marsala e Mazara del Vallo che hanno adottato il melograno. «Inizialmente - spiega uno di loro, Peppe Messina-vogliamo provare a capire se davvero può essere per noi un'opportunità». L'idea viene da Israele: la varietà coltivata ora è stata brevettata da alcuni genetisti e si tratta di tre tipi di cultivar che danno un frutto di qualità superiore alla media, che può arrivare a pesare anche un chilo. «Durante un viaggio in Israele - spiega l'agronomo Dino Bellussi, che ha lanciato l'iniziativa-ho visitato i centri di ricerca e qui mi hanno spiegato che solo alcune zone del pianeta hanno le caratteristiche climatiche e morfologiche ideali perla coltivazione della pianta. E la Sicilia occidentale era tra queste zone e così abbiamo avuto l'idea di provare ad importare la pianta ed a lanciare queste nuove coltivazioni in alcuni impianti dedicati». II mercato di riferimento è quello italiano. «La domanda di melograno è in espansione - spiega Bellussi - e la produzione è insufficiente». Con Bellussi lavora l'agronomo israeliano Yehuda Karon, responsabile tecnico del progetto che prevede inizialmente l'impianto di 100 ettari e una produzione a regime di 3omila quintali. II costo è di iomila euro a ettaro, per un investimento di circa un milione. La produzione dovrebbe rendere a regime intorno ai 18mila euro per ettaro. La produzione lorda a regime (5 anni dopo l'avviamento) è stimata in 3omila quintali, 300 quintali per ettaro. Tra una anno, nel 2013, la prova generale, con la prima produzione di un certo rilievo, utile per testare le capacità delle aziende e per creare il primo stabilimento per la lavorazione e il confezionamento dei frutti. L'obiettivo è di arrivare anche all'estrazione del succo e dell'olio dai semi di melograni essiccati, molto richiesto per le proprietà farmacologiche e cosmetiche. Basti pensare che il prezzo dell'olio di semi di melograno è intorno ai 7oo dollari al litro.SOLE 24 ORE