domenica 17 febbraio 2013

Israele: Netanyahu spende troppo in gelati

(AGI) Tel Aviv - Il vizio peggiore del premier israeliano Benjamin Netanyahu? Il gelato vaniglia e pistacchio. Il premier lo scorso anno ha speso nel suo dessert favorito 10mila shekels, circa 2000 euro, e ogni mese lui e la sua famiglia consumano circa 14 chili di gelato. A fare i conti in tasca al premier e' stato il giornale finanziario Calcalist che ha anche individuato il fornitore del premier, Metudela a Balfour Street. La curiosa rivelazione arriva proprio nel momento in cui Netanyahu si accinge a far passare un budget lacrime e sangue che tagliera' le spese di insegnanti, lavoratori e poliziotti. "Se manca il pane allora ci si nutra di gelato" ha attaccato la leader laburista Shelly Yahimovic. .

Volantini contro Israele alla Bit
Fiera Milano minaccia denuncia

Invito al boicottaggio, usato abusivamente il logo della società
Volantini che invitano a boicottare Israele sono stati trovati in Fiera Milano a Rho, dove è in corso la Borsa Internazionale del Turismo, appena aperta al pubblico. I volantini riportano abusivamente il logo della manifestazione Bit, di cui Fiera Milano Spa, precisa una nota, è l'unica ed esclusiva proprietaria. A tale proposito Fiera Milano Spa, «oltre a prendere le dovute distanze, si dissocia dal contenuto del volantino e si riserva il diritto di agire legalmente al fine di tutelare il proprio marchio BIT nelle opportune sedi». Israele è presente alla Bit nel padiglione che ospita «I Paesi del mondo» con uno stand del ministero del turismo israeliano. http://milano.corriere.it/

Asaf per Luglio Suona Bene
Dopo il grande successo del dicembre scorso all’Auditorium Parco della Musica, reduce dalla recente standing ovation al Festival di San Remo, Asaf Avidan ha annunciato il suo ritorno a Roma nell’ambito della rassegna Luglio Suona Bene. Al centro del concerto in cartellone il suo primo album solista “Different Pulses” Asaf Avidan è un cantautore e musicista Israeliano. E’ inoltre la mente, la voce e il front-man della band Asaf Avidan & The Mojos. La particolarità della voce di Asaf Avidan è forse il suo tratto più distinguibile. Una voce che è stata paragonata a quella di Janis Joplin, Robert Plant, Jeff Buckley. L'artista nato a Gerusalemme, Israele, nel 1980 ha vissuto quattro anni della sua giovinezza in Jamaica prima di studiare animazione alla Jerusalem’s Bezalel Academy of Arts & Design. Finiti gli studi, Avidan si è trasferito a Tel Aviv lavorando come animatore fino ad arrivare a fare di ciò che era solo un hobby la sua professione, la musica. Il suo EP di debutto “Now That You’re Leaving”, è stato pubblicato con un'etichetta indipendente nel 2006 e accolto con entusiasmo dalla critica.Alla fine del 2006, durante un tour in solo in Israele, Avidan ha messo insieme un gruppo di musicisti che sarebbero poi diventati The Mojos. Il gruppo ha poi suonato molto in Israele oltre a diversi concerti a New York. Nel 2007 la band entra in studio di registrazione insieme per la prima volta e registra “The Reckoning”, un album di quindici brani che parla di relazioni e tradimenti fra rock, folk e blues che arriva ad essere il disco indipendente più venduto di tutti i tempi in Israele."Poor boy/Lucky Man", il secondo album della band, è stato invece pubblicato nel settembre del 2009. Il titolo dell’album e il tema principale di questo, ruotavano attorno alla storia di un ragazzo nato con un buco al posto del cuore. A novembre del  2010 è stata poi la volta della pubblicazione in Israele di "Through the Gale", una concept album che racconta la storia di un viaggio ostinato di un capitano e il suo fedele equipaggio in cerca di immortalità, solo per capire alla fine che un viaggio senza una casa, e che una vita senza morte, sono privi di significato.Nel luglio 2011, a seguito di un altro tour estivo che ha visto la band condividere il palco con Robert Plant, Ben Harper e Lou Reed tra i tanti, Asaf Avidan & the Mojos annunciano la volontà di prendersi una pausa creativa indefinita. http://www.lastampa.it/

L’Europa non è un “caso perso” 
Di Raanan Eliaz,http://www.israele.net/
Fra molti israeliani e amici di Israele circola la convinzione che l’Europa sia quasi o del tutto "persa". A riprova di questa impressione viene portata una sequela di argomenti. Così, agli antichi e consolidati rapporti commerciali dell’Europa con i paesi arabi si aggiungono ora la massiccia immigrazione dai paesi musulmani e gli elevati tassi di natalità delle comunità islamiche immigrate in Europa. Ricerche sull'opinione pubblica europea riscontrano una diffusa ostilità verso la politica israeliana rispetto ai palestinesi e avversione verso la leadership del paese. Atteggiamenti e pregiudizi antisemiti persistono in molti paesi europei e in alcuni casi sono addirittura in crescita, mentre emerge una preoccupante insofferenza verso la memoria della Shoà. Il tutto aggravato da un cambio generazionale e da un'inclinazione verso posizioni “pacifiste-terzomondiste” in un certo numero di paesi che hanno visto la salita al governo di leader politici i cui legami con Israele sono più deboli di quelli dei loro predecessori.Questa teoria che l’Europa è un caso perso scoraggia gli amici di Israele dall'agire, in Europa e altrove, e riduce le risorse internazionali messe a disposizione per attività di amicizia verso Israele in Europa. Ma è una teoria fondata? È poi vero che le relazioni d’Israele con i paesi europei sono in declino?In realtà vi sono molte prove che i rapporti di Israele con l’Europa sono in crescita, e non in calo. È nel giugno 2000 che l’Unione Europea ha firmato il suo primo Accordo di Associazione con Israele. Nel 2005 ha adottato il primo Piano d’Azione Ue-Israele per l’allargamento delle relazioni. E solo l’anno scorso, nel luglio 2012, l’Unione Europea ha approvato misure senza precedenti per promuovere le relazioni Ue-Israele in sessanta ambiti di politica commerciale e diplomatica, tra cui: un maggiore accesso al mercato unico europeo, una più stretta cooperazione in materia di trasporti ed energia, legami più intensi con nove agenzie dell’Unione Europea. Nell’ottobre 2012, contro la rumorosa opposizione dei rappresentanti del movimento per il boicottaggio anti-israeliano, il Parlamento Europeo ha ratificato, con 379 voti contro 230, un fondamentale accordo quadro sui prodotti industriali israeliani. E solo due mesi fa, nel dicembre 2012, un portavoce della Ue ha nuovamente smentito che l’Europa abbia intenzione di imporre sanzioni economiche contro Israele. “L’Unione Europea – ha dichiarato – rimane contraria a questi boicottaggi, compreso il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti”.Non basta. L’Unione Europea sta adottando misure sempre più severe contro l’Iran, il nemico numero uno d’Israele. Nel luglio 2010 il Consiglio Europeo ha messo al bando gli investimenti in gas e petrolio iraniano e l’assistenza finanziaria al governo iraniano, e ha imposto un embargo totale sugli acquisti iraniani di merci e tecnologia “a doppio uso” (civile/militare). Nel maggio 2011 il Consiglio Europeo ha aggiunto cento aziende iraniane alla lista dell’embargo. Nel gennaio 2012 ha totalmente vietato l’importazione in Europa di greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici iraniani. Nell'ottobre 2012 ha messo al bando l’importazione di gas naturale iraniano, ha posto sotto embargo attrezzature navali e tecnologia per la costruzione di navi, ha proibito la costruzione di nuove petroliere per l’Iran e ha limitato le possibilità delle istituzioni europee di trattare con banche iraniane e altri enti finanziari al di fuori dell’Iran.Anche il rapporto speciale d’Israele con la Nato continua a migliorare, a partire dall'accordo di sicurezza Israele-Nato firmato nel 2001 e dal Programma di Cooperazione Individuale con Israele del 2006, ratificato nel 2008. Cresce la cooperazione fra servizi di sicurezza israeliani e della Nato nell’anti-terrorismo, nell’intelligence, nelle esercitazioni congiunte, nella cooperazione contro la proliferazione nucleare, nello sviluppo di armi e nella connessione elettronica di Israele col sistema Nato. Oggi in Israele vengono applicati i codici d’inventario Nato, aprendo così la strada all’inter-operatività militare futura. Israele partecipa all'operazione Nato “Active Endeavour” contribuendo ad individuare, dissuadere e sventare attività terroristiche e a migliorare la sicurezza dell’industria dei trasporti nella ragione. Nel 2012 Israele ha anche condotto esercitazioni militari insieme a Grecia, Polonia e Italia.L’Europa mantiene l’ostracismo verso Hamas e si sta muovendo verso sanzioni contro Hezbollah. La maggior parte dei governi europei ha mostrato di capire la situazione in cui si trovava Israele quando ha dovuto reagire, nel novembre 2012, ai continui lanci di razzi dalla striscia di Gaza.Sempre più spesso gli amici d’Israele in Europa prendono apertamente posizione e si impegnano in efficaci attività politiche nei principali paesi europei. La teoria che l’Europa è persa o che si è già trasformata in “eurabia” non fa che frenare questi sforzi. Getta i potenziali attivisti nella costernazione e offre a potenziali filantropi un alibi per non contribuire.L’Europa non è “persa”. Sì, vi sono problemi, ma vi sono anche opportunità. Esistono le basi su cui costruire, e il futuro non appartiene a coloro che accumulano elenchi di difficoltà presumibilmente insormontabili, ma a coloro che vedono le potenzialità e agiscono per costruire un futuro migliore.(Times of Israel, 7.2.13)

Voci a confronto
“Sono stati otto anni segnati da un incremento del dialogo e delle occasioni di incontro e hanno rivelato la forte volontà del papa di puntare sull’approfondimento e sull’interiorità. Due dimensioni che sono state privilegiate rispetto alla visibilità e all’eco mediatica”. Così, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano cattolico Avvenire, il presidente dell’Assemblea rabbinica italiana rav Elia Richetti, che ricorda come in questi otto anni non siano comunque mancate occasioni in cui il rabbinato italiano abbia ritenuto di rallentare il percorso “per avere chiarimenti in merito a posizioni che sembravano risultare dall’atteggiamento del papa”. In particolare, sottolinea il rav, la riformulazione della preghiera per gli ebrei nella liturgia del Venerdì Santo e il processo per la beatificazione di Pio XII. Raiz, leader degli Almamegretta, al Mattino parla dell’esperienza sanremese e del suo rapporto con l’ebraismo. “Rispetto il riposo ebraico – afferma il musicista – è il mio atto di libertà”. Il settimanale Espresso, con una breve, si sofferma sulla prossima visita di Barack Obama in Israele. Un evento di portata storica, la prima volta del presidente statunitense a Gerusalemme, volta anche a scongiurare – si legge – il rischio che Netanyahu, col quale i rapporti non sono certo idilliaci, possa attaccare l’Iran. Maurizio Molinari, sulla Stampa, racconta della lettera inviata ai suoi connazionali da Toni Morrison, ultima scrittrice americana a vincere il premio Nobel per la letteratura. “Dall’indomani dell’elezione di Barack Obama – scrive la nota intellettuale – la nostra nazione è divenuta teatro di un’odiosa ondata di razzismo e intolleranza che porta con sé antisemitismo, omofobia e altri pericolosi pregiudizi”. Nel mirino in particolare l’estrema destra religiosa “portabandiera di una nuova forma di intolleranza mascherata da moralità”. Il Fatto Quotidiano infine riferisce della squallida vicenda della profanazione di cimiteri arabi a Gerusalemme. “Il prezzo da pagare”, la firma lasciata su alcune lapidi degli estremisti responsabili di queste ignobili azioni.  moked.it

Benedetto XVI – I passi compiuti
Una sintesi di quanto abbia significato, complessivamente, il pontificato di Benedetto XVI, sul piano delle relazioni ebraico-cristiane, significherebbe ripercorrere, nelle sue tappe salienti, un percorso intenso, che ha visto tanti momenti significativi, alcuni di segno positivo, altri meno. Certamente, quando, sette anni fa, Joseph Ratzinger salì al soglio di Pietro, molti pensarono – conoscendo il suo tradizionalismo, il suo rigore teologico, la sua palese avversione alla modernità e al liberalismo (combattuti come pericoloso veicolo di ‘relativismo’, insidiosa minaccia per la saldezza della fede) – che il teologo bavarese avrebbe impresso una brusca inversione di marcia, o almeno una sensibile battuta d’arresto, al cammino avviato dal Concilio Vaticano II, anche sul piano del dialogo interreligioso. Lo stesso Cardinale, poco prima di essere eletto, aveva affermatoin un’intervista che il valore del Concilio restava alto, ma che andava combattuta una sua interpretazione in senso assolutizzante – ossia come se esso avesse cancellato o oscurato le acquisizioni delle precedenti risoluzioni conciliari -, mostrando così di non escludere, se non di auspicare, una sorta di riflusso della Chiesa indietro nel tempo. Oggi, alla fine del suo mandato, possiamo dire che ciò, sostanzialmente, non è avvenuto. Il dialogo con i ‘fratelli maggiori’, pur tra tante difficoltà e incomprensioni, è andato avanti. E se non si è arrestato con un Pontefice tanto legato alla tradizione, al valore temporale dell’istituzione ecclesiastica e all’osservanza dogmatica, difficilmente ciò avverrà con il suo successore.Certo, riguardo al popolo mosaico, papa Benedetto ha ritenuto opportuno ribadire (sia pure ‘sottovoce’, e per i soli seguaci del rito preconciliare) che la loro ‘illuminazione’ da parte del Vangelo resta ancora nei voti della Chiesa di Roma. L’idea dell’unicità della verità – leit motiv del magistero del teologo – non ha evidentemente ammesso la possibilità di un’altra verità, fuori dalla Chiesa. Nulla salus extra Ecclesiam. Eppure, verso questa particolare verità ‘altra’, verso la “santa radice”, papa Benedetto XVI ha manifestato, in più occasioni, un evidente rispetto. E, verso il popolo ebraico, un atteggiamento che si può definire di amicizia. Nel momento in cui, con un gesto inatteso, lascia la sua alta responsabilità, mi piace ricordare quella che mi sembra la testimonianza più nobile del suo rapporto col popolo mosaico, ossia le pagine dedicate alla Passione nella sua biografia di Gesù. Pagine in cui la leggenda nera dell’automaledizione del “popolo deicida” è stroncata in modo definitivo, con parole che vanno molto al di là della stessa risoluzione conciliareNostra Aetate. Sono parole scritte non dal solito “teologo progressista olandese”, ma da un successore di Pietro di grande rigore e severità dottrinale. Parole che resteranno, e per le quali mi pare giusto rendergli un sincero riconoscimento.
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Un caro e autorevole amico mi ha cortesemente espresso una sua perplessità rispetto a un passo del mio intervento di mercoledì scorso, nel quale, a proposito della presenza, nel testo delle Costituzioni italiana e francese, della parola ‘razza’, ho affermato che il riferimento a tale concetto, in quanto mera indicazione di identità etnica, può anche essere usato senza intenzioni di tipo razzista (come evidentemente avvenne, per esempio, nel caso della redazione delle due Costituzioni, ove l’uso della parola ‘razza’ fu inserito con chiaro intento antidiscriminatorio). Accolgo volentieri il suggerimento, e mi correggo. Se si vuole fare riferimento alle caratteristiche fisiche dei popoli occorre usare altri termini, perché quella “parola malata” va bandita in assoluto. E, come avverrà ora in Francia, andrebbe cancellata anche dal testo della nostra Carta costituzionale.Francesco Lucrezi, storico,http://www.moked.it/

Michail lo scienziato e il riscaldamento del pianeta 
Nel museo del permafrost, nella città più fredda del mondo, al limite estremo della Siberia nord-orientale russa, un quasi anziano scienziato ebreo, Michail, conduce con umoristica rassegnazione le visite dei turisti sotto terra. Li guarda con talmudica tolleranza, ma con un seccato sorriso sovietico (sarà seccato col destino secolare che l'ha spedito, chissà quando, laggiù). E risponde, Michail, alle domande di una malcombinata comitiva sul temuto riscaldamento del pianeta: "Signori, qui per metri e metri sotto terra si è sempre a sette sotto zero; sopra terra d'inverno si arriva a meno cinquanta; se anche d'estate fa 35 invece di 33, non cambia proprio nulla. Baruch-hashem!"Laura Salmon, slavista http://www.moked.it/

Calcio - Il modello Barcellona conquista Israele
Nel calcio non esistono dogmi, equazioni, principi e sistemi granitici. Il modello Barca che ha conquistato il mondo, quel tiki-taka diabolico fatto di tocchi rapidi e precisi ad altissimo tasso tecnico, non è necessariamente un sistema esportabile. Lo sanno bene i tifosi della Roma, prima sedotti e poi abbandonati da Luis Enrique e dal suo 'progetto' divenuto tema di perfide parodie. Potevano andare incontro allo stesso rischio i supporter del Maccabi Tel Aviv con l'arrivo in panca di Oscar Garcia, ex centrocampista dai piedi buoni ma soprattutto ex allenatore di quella straordinaria fucina di talenti che è la cantera da cui sono usciti, giusto per fare qualche esempio dell'ultima decade, talenti del calibro di Puyol, Xavi, Iniesta e Messi. Un arrivo in pompa magna, il primo step verso la rivoluzione in salsa catalana del calcio d'Israele fortemente voluta dal nuovo team manager Jordi Cruyff, figlio del leggendario Johan e anch'egli frequentatore (pur con risultati meno egregi del padre) del fazzoletto verde del Camp Nou. “Voglio portare gioco, intensità e divertimento. Sono convinto che col tempo riusciremo a fare qualcosa di importante”. A sette mesi dallo sbarco all'aeroporto Ben Gurion, accolto da un gruppetto di tifosi entusiasti che gli chiedevano risultati e bel calcio, Garcia ha conquistato tutti. Il Maccabi Tel Aviv non è un nuovo Barcellona – sarebbe un'eresia soltanto pensarlo. Ma, limitatamente a Israele, è tornato dominatore dopo un periodo insoddisfacente. Gioco veloce, fitta ed elegante rete di passaggi, ottima prolificità sotto porta (49 realizzazioni in 22 partite di campionato) sono la ricetta di una stagione rivelatasi finora esaltante. La classifica, a due terzi di gare disputate, sembra far propendere per una tranquilla volata finale con vista scudetto: otto i punti di vantaggio sulla seconda, il Maccabi Haifa; ben undici sulla terza, l'Hapoel Tel Aviv. L'Hapoel Kiryat Shmona, il “Chievo di Israele” protagonista lo scorso anno di un'impresa memorabile, veleggia in posizioni di medio-alta classifica e non è considerato un pericolo. Garcia è riuscito dove autorevoli predecessori, venuti dall'Europa per esportare calcio e tornati a casa a capo chino, hanno fallito. A partire da Lothar Matthaus, un'esperienza al Maccabi Netanya (2008-2009) non certo passata agli annali. E ancora Luis Fernandez, trascinatore al Paris Saint-Germain ma poca cosa alla guida della nazionale con annesso esonero della Federcalcio per carenza di risultati. Questi i due casi più eclatanti ma la lista potrebbe essere decisamente più lunga. Così si è arrivati a pensare che Israele – vuoi per barriere linguistiche, culturali o altro – non fosse frontiera accessibile per i grandi maestri del pallone che vi si volevano cimentare. Con Garcia, magnificato dalla stampa locale dopo mesi di attento e scrupoloso studio, lo scenario sembra adesso mutato. Tanto che c'è chi già spera nell'arrivo, dalla prossima estate, di altri nomi illustri pronti a dargli battaglia.  Adam Smulevich –http://www.moked.it/

Sanremo si tinge di bianco e blu

Sarò onesto: io il Festival non lo guardo mai. E’ più forte di me: mi incuriosisco, do un’occhiata, ma dopo dieci, massimo quindici minuti il mio pollice istintivamente preme sul pulsante rosso del telecomando e il televisore si spegne quasi provvidenzialmente.La verità è che io sono abituato a ben altri standard. Di ritorno da un anno in un’America sempre più frenetica e, perché no, anche un po’ glamour, dopo essermi nutrito per mesi di Oscar, Grammy e Golden Globe, mi risulta più difficile che mai adattarmi ad un festival sciatto e provinciale come Sanremo. Non uccidetemi, ma in tutta sincerità, Sanremo trasuda banalità, grigiore, paura del nuovo. Il Festival è monotono e scontato. In poche parole, non fa per me. L'altra sera ho acceso la TV e ho avuto la conferma di cui non avevo bisogno: dopo 55 anni, il Festival è sempre lo stesso. La maggior parte degli artisti in gara sembrano terrorizzati dall’idea di rischiare con un pezzo che non sia definibile “sanremese” (purtroppo questo è l’aggettivo più utilizzato dai media italiani al momento). Fosse per me, rivoluzionerei completamente la kermesse partendo da una nuova location più dinamica dell’Ariston, che sì, è tanto sacra per gli italiani, ma inizia a stufare nonostante i continui (e inutili) rinnovamenti. Mi sono dovuto ricredere su molti pregiudizi che ho a lungo nutrito. In quanto a stacchetti e ospiti, la seconda serata di Sanremo 2013 si è rivelata piuttosto sorprendente. In primis, la coppia di presentatori, Fazio e la Littizzetto, è senza dubbio la più riuscita degli ultimi anni. Fazio è un volto rassicurante per gli habitué della televisione nazionale, e la Littizzetto, col suo carattere tutto pepe e le sue battute taglienti su tutto e tutti, non delude mai. Poi, a raggiungere il palco, è stata la splendida modella israeliana Bar Refaeli. Forse meglio conosciuta come la bomba sexy che domina le passerelle di mezzo mondo, o come la storica fidanzata di Leonardo Di Caprio. La Refaeli stava giusto vivendo un momento sorridente della sua movimentata carriera grazie allo spot per il quale ha fatto parlare di sé grazie al bacio con un nerd, quando ha pensato bene di rubare la scena a tutte le donne del Festival indossando quattro abiti disegnati apposta per lei da Cavalli. Un Festival in cui la parola “Israele” non ha smesso di echeggiare, in particolare dopo la performance mozzafiato dell’ospite Asaf Avidan, che ha incantato il pubblico meritandosi una standing ovation per la sua Reckoning Song. Asaf si è presentato in ottima forma, quasi irriconoscibile in un completo in contrapposizione con le canottiere che abitualmente indossa in tour. E come se tutto questo non bastasse, la ciliegina sulla torta l’hanno messa gli Almamegretta. Dopo le innumerevoli polemiche sulla questione sabbatica, ci ha pensato il front-man Raiz, un’elegante kippà abbinata all’outfit in testa, a zittire le critiche e le perplessità con la sua voce impregnata di emozioni, tradizioni e prospettive diverse mescolate in un’unica melodia. La loro Mamma non lo sa è stata una delle più apprezzate dagli spettatori e tutto è bene quello che finisce bene, perché quella a cui abbiamo assistito non è stata solo una vittoria per Raiz e il suo gruppo, ma una vittoria per tutti gli ebrei italiani. Raiz ci ha regalato una nuova consapevolezza. La consapevolezza che l’Italia, se vuole, può essere aperta alle differenze e accettare un credo che non sia quello a cui è abituata, persino all’interno dell’intoccabile Sanremo. La nuova era comincia da qui. Dalla seconda serata di Sanremo 2013, che ha riservato molte più sorprese di quanto non mi fossi immaginato. E non si torna più indietro.Simone Somekh http://www.moked.it/

ADEI-WIZO Associazione Donne Ebree d’Italia Associazione Veronese Italia-Israele
Comunità Ebraica di Verona

INVITO AL CONCERTO-APERITIVO “MUSICHE DELLA CULTURA    EBRAICA DEL ‘900”

Barbara Forneron, arpa MIRA PRATESI (1923-1990) I CANTI DELLA SPERANZA
All’angolo del villaggio La rondine chiamerà Perché verranno Noi ci saremo Apritemi le porte della giustizia I CANTI DI NOZZE L a novia entre flores (La sposa tra i fiori) Convite del fin de la boda (Invito alla fine delle nozze) Hallazgo del esposo (L’incontro dello sposo) La cena del desposado (la cena dello sposo) Duelos y allegria de la esposa (tristezze e allegria della sposa) Alabanza de la esposa (Lodi della sposa) SUNITA STANESLOW Hana’ava Babanot - tradizionale L’Kha Dodi - tradizionale Bashana Haba’ah – Nurit Hirsch Erev shel Shoshanim (Evening of roses) – Y.Hadar Erev Ba (Evening comes) – O.Avissar-A.Levanon Y’rushalayim Shel Zahav (Jerusalem of gold) – Naomi Shemer Im Eshkachech (If I forget you o Jerusalem-Salmo 137) - Yiddish Eile Chamda Libi - Chassidic Mitzva G’dola - Hassidic PEARL CHERTOK (1918-1981)Seafoam Driftwood CARLOS SALZEDO (1885-1961) Chanson dans la nuit