giovedì 6 ottobre 2011

guerra del '67

L’illusione di un accordo globale impedisce intese parziali e pragmatiche

Di Shlomo Avineri, http://www.israele.net/
Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha fatto ancora una volta un errore molto frequente fra i palestinesi: ciò che deve fare un leader palestinese, infatti, non è convincere le nazioni di tutto il mondo, ma convincere gli israeliani.Uno stato palestinese vedrà la luce soltanto se e quando i palestinesi riusciranno a persuadere gli israeliani di essere davvero pronti a convivere in pace e nel reciproco riconoscimento. Il presidente egiziano Anwar Sadat seppe farlo col suo storico intervento alla Knesset (novembre 1977) che in un batter d’occhio lo trasformò da acerrimo e spietato nemico nel personaggio più popolare in Israele. Abu Mazen, invece, non solo non ha parlato agli israeliani, ma con le sue calunniose dichiarazioni – che non per caso citavano Yasser Arafat, magnificandolo – non ha fatto che aggravare la diffidenza degli israeliani circa le mire dei palestinesi.Sul discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, inutile spendere parole.La richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) di rilanciare i colloqui senza precondizioni è un successo diplomatico per Israele, giacché respinge l’approccio palestinese che, ponendo invece precondizioni (arresto delle attività edilizie negli insediamenti e impegno di Israele a tornare sulle linee del 1967), ha portato al fallimento precisamente del rilancio dei negoziati. Il governo israeliano ha agito correttamente quando ha accolto con favore l’appello del Quartetto, mentre il rifiuto dell’appello da parte palestinese mostra come siano loro la parte che punta i piedi.Questo punto è importante, ma non è essenziale. Quand’anche le parti tornassero al tavolo negoziale, non si vede come potrebbero arrivare a un accordo vista l'evidente distanza che separa le posizioni delle due parti. Se un governo Olmert-Livni non è riuscito a raggiungere un accordo con Abu Mazen dopo quasi due anni di trattative serie e responsabili, è chiaro che non c’è da aspettarsi un accordo fra Abu Mazen e il governo Netanyahu. La diffusa illusione che la chiave di tutto si trovi negli Stati Uniti si è dissolta da quando è entrato in carica il presidente Barack Obama: se un presidente americano non riesce nemmeno a far sedere le parti al tavolo negoziale, come potrà colmare il divario su confini, insediamenti, Gerusalemme, profughi e disposizioni per la sicurezza?Anche chi, come il sottoscritto, considera gli insediamenti un errore politico e morale, sarebbe veramente ingenuo se credesse che un governo democratico (come quello israeliano) possa facilmente sgomberare centinaia di migliaia di coloni, che i palestinesi cederanno sul “diritto al ritorno”, che uno slogan come “Gerusalemme capitale di due stati” potrà risolvere il groviglio di problemi connessi con lo status della città, o che i palestinesi – che non considerano gli ebrei un popolo – accetteranno Israele come stato nazionale del popolo ebraico.
Bisogna cambiare approccio e capire che in questo momento non vi sono chance per un accordo definitivo. C’è un solo modo per procedere, come a Cipro, nel Kosovo e in Bosnia: in mancanza di una possibilità realistica di negoziare un accordo per lo status permanente, bisogna investire gli sforzi diplomatici nella ricerca di soluzioni alternative: accordi provvisori, misure per costruire fiducia, anche passi unilaterali purché reciprocamente accettabili, incessante cooperazione pragmatica sul terreno.Nel gergo politico, si tratta di passare dal fallito tentativo di conseguire una soluzione globale a misure politiche parziali di gestione del conflitto, con l’obiettivo “due stati per due popoli” come orizzonte finale dell’azione diplomatica: le parti concordano in linea di principio sul traguardo finale, ma sono consapevoli delle difficoltà che sorgono nel realizzarlo adesso.Tali mosse parziali costituiranno una delusione per tutte le parti: per i palestinesi, che aspirano giustamente a un loro stato; per gli israeliani, per i quali è essenziale che i palestinesi riconoscano che il popolo ebraico ha diritto alla sua sovranità e indipendenza. Ma abbassare il livello del conflitto e realizzare accordi pragmatici parziali è possibile anche con un governo di destra in carica in Israele e in assenza di una dirigenza palestinese legittima ed efficace, data la spaccatura fra l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il controllo di Hamas sulla striscia di Gaza.
Discorsi ipocriti su un accordo finale entro un anno o due non possono rimpiazzare una politica realistica, che tenga conto del grave stato di cose sul terreno. Soltanto coloro che non coltivano illusioni irrealistiche possono promuovere gli interessi sia palestinesi che israeliani simultaneamente, e aiutare entrambi i popoli a emergere, molto lentamente nel corso del tempo, dalla spietata morsa del conflitto. I proclami alle Nazioni Unite servono solo a evidenziare la profondità del divario fra le due parti.(Da: Ha’aretz, 5.10.11)


L’Israele di Kenaz

Non è uno scrittore molto noto in Italia, il settantaquattrenne israeliano Yehoshua Kenaz, autore dei racconti contenuti in Appartamento con ingresso nel cortile”, tradotto come altri suoi libri da Giuntina. Certo molto meno noto della classica triade Oz, Grossmann, Yehoshua. Non lo traduce del resto un colosso editoriale, ed è legato a una percezione sbilanciata di scrittore non modernissimo perché narratore più di caratteri che di storie, più di riflessioni interiori che di azione.Kenaz stesso (traduttore dal francese in ebraico di classici, ispiratore di più di un film dei quali si è sempre detto insoddisfatto) confessa che pur avendo idee politiche chiarissime, orientate a sinistra, difficilmente nella sua narrativa affronta temi tout court politici - il che non vuol dire peraltro che la politica non faccia capolino qua e là, per esempio in alcuni dialoghi di questi racconti. Non foss’altro per via della peculiarità della storia israeliana, nella quale il principio che se puoi illuderti di fare a meno della politica, è certo che la politica pensa a te, ecco, questo elementare assioma, per Israele è indiscutibile.L’asserragliamento obbligato e insieme auto-indotto dalla comunità israeliana, la tensione prodotta da una storia particolare (e da un presente tutt’altro che semplice) è certo che se rafforza l’identità politica pena la messa in causa della stessa sopravvivenza dello stato ebraico, non sembra favorire le relazioni distese fra le persone, in particolare fuori dal contesto urbano, com’è evidente nel primo racconto della raccolta (una donna sopravvissuta a un campo di concentramento, cui non mancherebbe nulla per essere considerata fra l’altro bella e attraente, sembra afflitta da escrescenze rossastre intorno alle mani; il che la induce a pensare, a dire, che si tratta di carne tedesca).L’equilibrio psichico in queste storie sembra non di rado a rischio, non stupisce che un senso di solitudine pervada la vita di molti dei personaggi presenti, atomizzati nelle loro inquietudini più o meno razionali, più o meno sensate, anche se e quando vivono con tanto di coniugi, figli e parenti. Le storie si risolvono in ambiti più ristretti di quelli giocati nei romanzi di Oz o di Yehoshua, e tuttavia nei vicoli, negli appartamenti, negli incontri-scontri di piccole famiglie di Kenaz vivono mondi che non sono niente di meno che le cellule originarie della società israeliana degli ultimi decenni. La tensione dei personaggi che li abitano è sentimentale, si tratta di figure alquanto strambe, inquieti o inquietanti, elusive o terribilmente emotive, impressionabili. Nemmeno fortunate a giudicare dall’appartamento in cui alcuni giovani dovrebbe passare buon tempo (“La festa”) e invece succede di tutto, compresa la scoperta di un cadavere nel bagno. Altrettanto esemplare quanto a cifra microcosmica un altro appartamento, abbandonato misteriosamente da un giovane e lasciato tutto alle supposizioni degli altri che cercano di capirci qualcosa. Ancora un’emotività fragile, incapace di sostenere la freddezza di un padre distratto quella di un figlio condotto al ristorante e lasciato lì senza alcuna voglia di mangiare (“La borsa nera”). Storie strane, in fondo, che sembrano uscite da un quadro di Chagall.Yehoshua Kenaz è considerato uno dei più grandi scrittori israeliani. Nato a Petach Tikva nel 1937, ha studiato filosofia all’Università Ebraica di Gerusalemme e letteratura francese alla Sorbona. Già traduttore di classici francesi e redattore dell’autorevole Ha’aretz, è autore di romanzi e racconti tradotti in tutto il mondo. Per la Giuntina ha pubblicato La grande donna dei sogni, Voci di muto amore, Ripristinando antichi amori, Momento musicale, Appartamento con ingresso nel cortile. E’ in traduzione il suo romanzo capolavoro Infiltration.Titolo: Appartamento con ingresso nel cortile.
di Michele Lupo il 6 ottobre 2011 http://www.ilrecensore.com/

Ankara

GLI USA CHIEDONO A ANKARA PIU' IMPEGNO CONTRO ASSAD

WASHINGTON CONSIDERA UN`ASSISTENZA MILITARE TURCAAI RIBELLI SIRIANI Usa chiedono a Ankara Gli più impegno contro Assad Irritazione per il veto russo-cinese sulle sanzioni al Consiglio Onu. Russia e Cina bloccano all`Onu la condanna di Damascoper la repressione delle proteste e poche ore dopo la Turchia alza il profilo nella crisi compiendo tre mosse:promette sanzioni unilaterali, dà inizio a manovre militari lungo i confini siriani e accoglie il generale che guida l`opposizione militare ad Assad.Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite i rappresentanti di Mosca e Pechino hanno posto il veto contro il testo di una risoluzione che si limitava a chiedere di «considerare» imprecisate «misure» contro il regime di Bashar Assad se entro 30 giorni non terminerà la repressione che, secondo stime del Palazzo di Vetro, ha già causato oltre 2600 vittime civili.Usa ed europei avevano tolto dal testo ogni riferimento a sanzioni nel tentativo di evitare proprio tale scenario ma la mediazione è fallita quando il rappresentante russo Vitaly Churkin e quello cinese Li Baodong si sono opposti a «ogni interferenza negli affari interni siriani».L`ambasciatrice americana, Susan Rice, ha lasciato per protesta la seduta in corso definendo «una vergogna» quanto avvenuto. Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha parlato da Parigi all`unisono:«Questo è un giorno triste per il popolo siriano e per il Consiglio di Sicurezza».Ad accrescere lo smacco diplomatico degli occidentali c`è iliatto che, pur avendo ottenuto 9 voti favorevoli, non sono riusciti a evitare le astensioni di Sud Africa, india, Brasile che confermano il dissenso strategico delle economie emergenti nell`approccio alla Primavera araba. Si è astenuto anche il Libano, tradizionale alleato della Siria. Il voto all`Onu è avvenuto nella notte di marte- dì e ieri mattina la prima reazione è arrivata da Ankara, dove il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha fatto sapere che «il veto non ci impedisce di varare un nostro pacchetto di sanzioni». L`impegno di Ankara conta molto per l`amministrazione Obama in quanto la Turchia è il maggior partner commerciale della Siria nella regione. A conferma della volontà turca di alzare il profilo nella crisi in atto, sempre ieri le forze armate hanno cominciato una massiccia esercitazione lungo i confini siriani, nella provincia di Hatay. Le operazioni dureranno otto giorni, includono l`impiego di reparti corazzati e seguono il monito di Erdogan ad Assad sul «deterioramento delle relazioni bilaterali».La scelta di Hatay per il dispiegamento della 399 divisione di fanteria meccanizzata è significativo perché si tratta di una provincia turca che Assad ha sempre rivendicato alla Siria. Un altro messaggio aspro nei confronti di Dama- sco arriva dalla scelta di Erdogan di accogliere il generale siriano Riad Assad, che ha disertato unendosi alla rivolta e afferma di essere alla guida di un Esercito di liberazione che conterebbe già 10 mila uomini, in gran parte soldati fuggiti dalle caserme. Assad, che non è parente del presidente siriano, è arrivato in Turchia martedì ma l`annuncio è stato dato ieri, in coincidenza con il moltiplicarsi di indiscrezioni a Washington sul rafforzamento dell`opzione militare contro il regime del Baath. Il portavoce del Dipartimento di Stato Mike Hammer ha spiegato che «finora abbiamo sostenuto le proteste non violente ma poiché il regime di Assad continua a non ascoltare la voce del suo popolo non c`è da sorprendersi se qualcuno sceglie il ricorso ad altri mezzi». Una delle ipotesi di cui si discute a Washington è che la Turchia consenta all`opposizione militare siriana di organizzarsi in maniera tale da poter tentare di marciare su Damasco.Manovre militari al confine e ospitalità a un generale disertore «con diecimila uomini» Soldati siriani osservano una postazione militare turca al di là dei confine, nel Nord dei Paese [.]Maurizio Molinari, "LA STAMPA" di giovedì 6 ottobre 2011


Il medio oriente è all’inizio della sua guerra dei trent'anni

Roma. “Viviamo il momento più importante per il mondo arabo dal 1952, da quando in Egitto salì al potere Nasser e i nazionalisti”, dice al Foglio l’israeliano Barry Rubin, professore all’Interdisciplinary Center di Herzliya e direttore del Global Research and International Affairs Center. Rubin ha scritto quaranta libri sul medio oriente e ne è una delle massime autorità mondiali. A Roma Rubin ha appena partecipato a un convegno con il ministro degli Esteri, Franco Frattini, e la parlamentare Fiamma Nirenstein. “La ‘primavera araba’ è una sconfitta dell’Iran, ma perché può essere una vittoria dell’islamismo sunnita. Ci sono tre fattori in gioco oggi: l’ascesa islamista dei Fratelli musulmani, il dominio iraniano e lo scontro sunniti-sciiti. I Fratelli musulmani sono già diventati i padroni dell’islam sunnita e stanno portando via Hamas da Teheran”. Con Rubin cerchiamo di decifrare l’autunno elettorale del medio oriente. “In Tunisia stanno per diventare primo partito i demagoghi islamici di Ennahda, è clamoroso in un paese che fino a ieri si diceva non avere un problema di fondamentalismo. In Turchia si è imposto un modello neoottomano molto pericoloso. A novembre ci saranno le elezioni in Egitto e i Fratelli musulmani conquisteranno fra il 30 e il 40 per cento dei consensi, il resto sarà diviso fra vecchio regime, sinistra e centristi. Pochi i dubbi che saranno il primo partito. E’ un risultato naturale. Presidente sarà con ogni probabilità Amr Moussa, non è un religioso ma formerà un regime radicale, nazionalista e ostile all’America e a Israele. Questa primavera riporterà l’Egitto ai tempi del primo Sadat. Il pericolo maggiore sarà il rafforzamento di Hamas a Gaza e il rischio di una nuova guerra con Israele. Cosa farà l’Egitto in quel caso? Cosa accadrebbe se migliaia di Fratelli accorressero in aiuto di Hamas? Nel 2009 durante ‘Piombo Fuso’ Hosni Mubarak rimase a guardare. Non credo avverrà lo stesso oggi. Moussa è un politico esperto e furbo, ma è anche un avventuriero. I Fratelli musulmani nel frattempo vorranno islamizzare il paese, credo che avverrà gradualmente, senza fretta, ‘alla turca’. I primi obiettivi saranno il velo, l’alcol, il turismo straniero”. Secondo Rubin molto dipende da cosa faranno con la nuova Costituzione. “Qui ci sono tre opzioni: dichiarare l’islam ‘una’ fonte legislativa, ‘la’ fonte legislativa oppure ‘la sola’ fonte legislativa. Credo che punteranno alla seconda opzione. Economicamente l’Egitto andrà incontro a una grave crisi economica, dal prezzo del pane ai sussidi. Poi ci sarà lo scontro confessionale. Centomila cristiani sono già scappati”. Veniamo alla Siria, che sembra sull’orlo di una guerra civile. “Nessuno sa quanto Bashar el Assad resterà al potere, ma se il regime cadrà non sarà un male per la regione come Mubarak. Sappiamo che l’opposizione è divisa e che i Fratelli musulmani non hanno gli stessi consensi come al Cairo. Non va però dimenticato che c’è moltissima isteria antioccidentale contro Assad. Vedremo ancora omicidi, stragi, scontri e attacchi religiosi. Assad non è finito e i suoi non si arrenderanno. Non avranno pietà per nessuno. E c’è il rischio di uno scenario iracheno per i cristiani”. In conclusione, per Rubin più che una primavera può essere l’inizio di un inverno. “Non è l’età della democrazia araba, ma dell’islam rivoluzionario. Non è detto che vincano, ma non facciamoci illusioni: i religiosi vogliono ripetere quello che ha fatto Nasser. Sarà come la guerra dei trent’anni che ha scoinvolto l’Europa”. Il Foglio 06 ottobre 2011
di Barry Rubin


Idee

Il Tizio della Sera legge sul giornale che alcuni ricercatori dell'università di Tel Aviv hanno mostrato a Cambridge un topo con impiantato un cervello robotico. Bella vita quella del ricercatore, sospira il Tizio: sempre al'estero, navi, atenei, alberghi. Anche lui con po' di fortuna avrebbe potuto fare il ricercatore, attività per la quale è indubbiamente portato. Adesso per esempio gli è venuta in mente un'idea sensazionale, fare un robot completamente robotico e poi mettergli in testa dei capelli. Il primo robot umano della Storia. Complimenti, esclama il Tizio. Grazie risponde il Tizio. Obiettivamente una bell'idea, si accalora il Tizio. Lo so, acconsente il Tizio, adesso però basta. Ci vediamo tra dieci minuti con altre due scoperte. Hai qalcosa in pentola? chiede il Tizio al Tizio. Penso di sì, ora scusa devo andare in laboratorio: a fra poco. Il Tizio apre la porta del bagno. Lo so, sono sogni. E allora? Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/


"Pagine ebraiche" titola il numero di ottobre: "Un anno di incognite e speranze". Un titolo che certo si adatta bene anche a molti altri anni che lo hanno preceduto e a molti anni che lo seguiranno, e al quale vorremmo aggiungere: "e di realismo e di pazienza". Quest'anno, in particolare, dovremo augurarci che una ragionevole percezione delle incognite e dei limiti del possibile conduca la leadership israeliana e quella palestinese a compiere dei passi orientati a creare maggiore fiducia reciproca e attenti a evitare pericolose ricadute nel ciclo della violenza. La pace, si sa, si deve fare, con speranza e con timore, col nemico e non con l'amico – anche quando il nemico, oltre ai suoi interessi naturalmente antitetici ai nostri, rivela la sua natura compulsiva di bugiardo e di ciarlatano. La pace col nemico si deve tentare, con realismo, nonostante la dose di zeloti e di ciarlatani che infestano anche la nostra casa e causano gravi danni dall'interno. La pace col nemico si deve perseguire, con pazienza, nonostante l'orda di incompetenti e di ciarlatani che, senza sapere una parola di ebraico o di arabo, inquinano con i loro commenti le pagine e le onde elettroniche dei mezzi di comunicazione. Incognite, speranze, realismo e pazienza per l'anno appena iniziato.Sergio Della Pergola,
Università Ebraica di Gerusalemme, http://www.moked.it/



BRIGATA EBRAICA NEWS - Novità sul sito italiano dedicato alla Brigata Ebraica

Grande successo a Pesaro per l'inaugurazione del "Ponte Brigata Ebraica"

Due pagine tratte dal giornale pesarese "Il Nuovo Amico"

pag.8: http://www.brigataebraica.org/immagini/pagina8dell11sett2011web.jpg

pag.9: http://www.brigataebraica.org/immagini/pagina9dell11sett2011web.jpg

mercoledì 5 ottobre 2011


Teppismo criminale e senza senso

Alcuni commenti dalla stampa israeliana
Scrive Hagai Segal, su YnetNews: «Gli abitanti del villaggio beduino israeliano di Tuba Zangaria che lunedì mattina hanno trovato la loro moschea bruciata possono trarre conforto da un fatto: che l’intera opinione pubblica ebraica del paese, da un estremo all’altro, è rimasta sconvolta da quel gesto. Ad eccezione delle scritte lasciate sui muri stessi della moschea, non si è letta né udita una sola frase in ebraico che giustificasse l’incendio doloso perpetrato nel nord del paese. Dal che risulta chiaro che l’incendio della moschea rappresenta, a un dipresso, solo e unicamente le persone che l’hanno appiccato con le loro mani: un gruppuscolo di teppisti criminali e infantili. È impossibile che un persona adulta e matura possa credere che dare fuoco a un luogo di preghiera arabo-musulmano nella regione israeliana di Galilea costituisca una “vendetta” per l’assassinio di due ebrei presso Hebron. Solamente persone del tutto scollegate dall’esperienza israeliana possono trastullarsi con l’idea d’aver “vendicato” un qualunque crimine bruciando delle copie del Corano. Persone in contatto con la realtà avrebbero capito che, non appena si fosse diffusa la notizia dell’incendio doloso, sarebbero piovute dure parole di condanna da tutto il paese. Sarebbe saggio, da parte degli arabi israeliani, considerare sufficienti queste condanne a tutto campo, e tornare alla routine quotidiana (anziché darsi ad incendiare centri sportivi, uffici municipali e ambulatori medici, come hanno fatto alcuni di loro, lunedì, a Tuba Zangaria). Sanno bene che non hanno alcun fondamento le accuse di chi insinua che polizia e servizi di sicurezza non farebbero abbastanza per arrestare i colpevoli. Non c’è alcun dubbio che la lotta contro le bande di “vendicatori”, al di qua e al di là della ex linea armistiziale, costituisce uno dei principali compiti di chi è chiamato a far rispettare la legge in Israele. D’altronde, qualunque ragazzetto fanatico dotato di fiammiferi e pennello può appiccare il fuoco e proclamare d’aver compiuto un atto di “vendetta”. […] Naturalmente, è sempre possibile incolpare tutta la destra israeliana, ma sarebbe una calunnia assurda. Queste fantasie di “vendetta” sono innanzitutto un grosso problema per la stessa destra: anziché incalzare gli avversari in un acceso dibattito sui temi della terra e della pace, l’establishment della destra si ritrova a dover emettere dure condanne di aggressioni come quella contro la moschea di Tuba Zangaria. Quando gli incendiari verranno infine arrestati, il sospiro di sollievo dei membri del Consiglio di Giudea e Samaria (Cisgiordania) si sentirà fino a Tuba Zangaria, in Galilea.»(Da: YnetNews, 4.10.11)
Scrive Yaakov Katz, sul Jerusalem Post: «Il bersaglio scelto suscita seri interrogativi sulle motivazioni dei presunti responsabili. Attaccare una moschea in una città israeliana è totalmente anomalo, a maggior ragione in un villaggio beduino come Tuba Zanghariya i cui abitanti servono anche nelle Forze di Difesa israeliane. Non solo i giovani maschi del villaggio prestano servizio di leva in percentuale relativamente alta, ma in esso opera anche un ramo del movimento Acharey (“Dopo di me”) dove uno del posto, veterano della Brigata Golani, si adopera per motivare sempre più giovani beduini ad arruolarsi nelle unità di combattimento. Non è affatto chiaro cosa cercavano di ottenere coloro che hanno perpetrato quest’aggressione. Cercavano di distruggere intenzionalmente le già fragili e delicate relazioni fra ebrei e arabi beduini? Volevano silurare l’arruolamento della gioventù del posto nelle Forze di Difesa israeliane? Volevano spostare il fulcro dai palestinesi di Cisgiordania agli arabi israeliani, o volevano semplicemente attaccare un villaggio arabo, infischiandosene totalmente di quale villaggio fosse, dove si trovasse e chi vi abitasse? […] Nei mesi scorsi i servizi di sicurezza israeliani hanno registrato un crescente numero di vandalismi per “vendetta”, quelli che vengono rivendicati come gesti “per fargliela pagare”: dallo sradicamento di ulivi, al danneggiamento di veicoli militari, alle aggressioni verbali e fisiche contro attivisti avversari ma anche contro militari e poliziotti impegnati nello sgombero di insediamenti illegali, fino all’incendio della moschea. Il timore, negli ambienti della sicurezza e della difesa, è che questo genere di attacchi possa crescere nel momento in cui i palestinesi vanno avanti con la loro richiesta di indipendenza unilaterale (cioè, senza accordo negoziato con Israele), specie se verranno lanciate dimostrazioni di massa nelle città palestinesi. Un altro potenziale fattore scatenante è il previsto sgombero, nei prossimi mesi, di un certo numero di avamposti illegali in Cisgiordania. Non esiste un modo semplice per fermare questo genere di violenze. Chiaramente polizia, servizi di sicurezza, forze armate e procura generale devono unire le forze e creare delle task-force congiunte con questo specifico compito. I responsabili devono essere scoperti, arrestati e puniti. Solo così Israele potrà fermare un fenomeno che non solo danneggia la sua immagine nel mondo, ma soprattutto mina i principi democratici basilari su cui si fonda il paese.»(Da: Jerusalem Post. 4.10.11)
Scrive Uri Ariel, su Yisrael Hayom: «Abbiamo uno stato di diritto che ci è costato sangue e sudore. Farsi giustizia da sé significa abbandonare lo stato ebraico, i valori ebraici e optare per l’anarchia.» L’editoriale chiede che «la polizia indaghi e scopra tutti i responsabili, e che il sistema giudiziario li punisca con tutta la severità prevista dalla legge.» (Da: Yisrael Hayom, 4.10.11)
da: http://www.israele.net/



Risotto al cedro


INGREDIENTI: 1 litro di brodo vegetale, 1 cucchiaio di olio, 2 scalogni o 1 cipolla bianca, 500 grammi di riso,1 bicchiere di vino bianco, 3 cucchiai di buccia grattugiata di cedro, 1 tazzina di semi di melograno, sale, pepe nero.PREPARAZIONE: Portare a bollore il brodo. In una casseruola riscaldare l’olio e far soffriggere la cipolla ritaata. Aggiungere il riso mescolando con un cucchiaio di legno e farlo tostare per circa 3 minuti. Bagnare con il vino bianco e mescolare fino a che non evapori completamente.Aggiungere gradualmente il brodo bollente, lasciando ogni volta assorbire, fino a quando il riso sarà cotto al dente. Unire la buccia del cedro, lasciar insaporire il risotto. Aggiungere il sale e il pepe mescolando accuratamente.Decorare con i chicchi di melagrana, servire caldo. Sullam n.79


Non prendiamoci troppo sul serio....

La mia mamma era una vera e tipica yedish mame, al punto che la cacciarono dalla giuria di un tribunale perché continuava sostenere che l’unica colpevole era lei!
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Una scritta fuori una sinagoga americana: Siamo affidabili! da 5723 anni sotto la stessa gestione!
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Cinque ebrei che hanno cambiato il nostro punto di vista sul mondo:
Mosè: La Torà è tutto
Gesù: L’Amore è tutto
Marx: Il Danaro è tutto
Freud: Il Sesso è tutto
Einstein: Tutto è relativo
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In un supermercato di New York, una signora ebrea vede un madre di colore il cui figlio afferra una merendina dallo scaffale e fà i capricci perchè la vuole assolutamente mangiare.A questo punto sente la madre dire:
- Jullam, mettila subito a posto! Non è Kasher!
Incuriosita, la signora si avvicina e le chiede:
- Mi scusi signora, ma lei è ebrea?
E la signora di colore risponde:
- Io? No!
- Allora perchè ha detto così al bambino?
- Beh, vedo sempre tutte quelle madri ebree dire questa frase ai loro figli, e visto che a loro funziona, la uso anche io!
A cura di R.Modiano Sullam n. 79