giovedì 6 dicembre 2012


Qui Bari - Cesare Mieli, caduto per l'Italia, testimone di paceIl Sacrario militare si inchina alle regole di sepoltura ebraica

“Che il ricordo dei caduti ci aiuti a costruire una società migliore fondato sul rispetto, la giustizia e la pace”. Le parole del rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, solennemente trascritte sul libro degli ospiti, danno il senso di un cerchio di memoria sul contributo ebraico alla costruzione di un'Italia libera e democratica, un impegno spesso profuso a prezzo del sangue, che si è idealmente chiuso questa mattina a Bari, al sacrario militare che commemora i caduti d'Oltremare, con la traslazione dei resti di Cesare Mieli – morto in divisa nel 1918, poco più che 30enne, in Albania – dal loculo dove erano ospitati all'apposita area fatta realizzare nel parco conformemente alla prescrizione ebraica che vieta forme di sepoltura a muro. La traslazione è stata autorizzata in seguito all'accoglimento della richiesta da parte del ministero della Difesa (Commissariato generale onoranze caduti di guerra) e con il sostegno dell'Onorcaduti di Roma nelle figure, tra gli altri, del generale corpo d'armata Barbato, del colonnello D'Andrea e del tenente colonnello Scarpone. “Onorando la figura di Cesare Mieli onoriamo la figura di tutti gli italiani. Mai potrà venir meno la riconoscenza e la doverosa ammirazione – ha affermato il tenente colonnello Donato Marasco, direttore del sacrario – verso tutti coloro che hanno donato la vita per la patria. Gli ebrei che hanno servito il paese in divisa sono stati moltissimi”. Ad assistere alla cerimonia, apertasi con la recitazione di alcuni salmi, discendenti di Mieli giunti da Roma fino alla quarta generazione, un gruppo di ebrei pugliesi e varie autorità militari tra cui il capo di Stato maggiore del comando della Regione Puglia, colonnello Giuseppe Maria Giovanni Tricarico.Adam Smulevich - moked.it

martedì 4 dicembre 2012

Effetti collaterali non previsti 

Bene, i palestinesi hanno mezzo piede alle Nazioni Unite. Siamo tutti contenti per loro.
Mettiamo che Abu Mazen, dimenticandosi per un momento di essere stato l'organizzatore della strage di Monaco del 1972, e il mandante di diecine di attentati suicidi fino alla costruzione della barriera difensiva fra Israele e Cisgiordania; si facesse cogliere da amore improvviso per la democrazia, indicendo in Cisgiordania nuove elezioni (gli organi democratici sono scaduti da tre anni).Prevedibilmente, le elezioni le vincerebbe Hamas (quelle amministrative recenti sono state una disfatta totale per Al Fatah). Una organizzazione che NON intende riconoscere lo stato di Israele, NON intende procedere alla creazione di uno stato palestinese, e alla fine vedrebbe premiata gli sforzi degli ultimi anni, culminati con la recente "guerra degli otto giorni".Soprattutto, Hamas è riconosciuta come organizzazione terroristica dalla stessa ONU, dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea. Quell'Europa di cui fa parte l'Italia, che ha votato a favore della risoluzione presentata dal Sudan (quello del dittatore autore del genocidio nel Darfur, con oltre 400 mila morti).Un bel guaio abbiamo combinato. L'Europa ha controfirmato gli Accordi di pace di Oslo nel 1993, che tracciavano la rotta per finalmente porre fine al conflitto arabo-israeliano, e adesso avalla la decisione dell'OLP di cestinare quegli accordi, che escludevano esplicitamente iniziative unilaterali da parte dei due contendenti. L'Europa che ha versato miliardi di euro nelle casse dell'ANP, confidando in un negoziato bilaterale, adesso plaude alla decisione di far saltare il processo di pace.Capisco che l'approvazione della risoluzione era inevitabile: l'assemblea generale dell'ONU (193 membri votanti) è in mano ai paesi non allineati (120, presieduti dall'Iran), per cui domani potrebbero votare una risoluzione che stabilisce che la Terra è quadrata, e tutti saremmo indotti a credervi. Ma che bisogna c'era di associare il proprio voto favorevole a quelli di stati canaglia e apertamente filo-islamici? C'entra qualcosa forse il fatto che qualche giorno fa l'Italia abbia stretto un accordo con il Qatar, che tramite Al Jazeera influenza e orienta l'opinione pubblica globale, e che di recente ha promesso generosi investimenti nella Striscia di Gaza amministrata da Hamas? Di certo è una decisione strategica di natura squisitamente politica, e non tecnica, quella presa dal governo di Roma, che per questo oltretutto non risponderà ad un parlamento che negli ultimi anni aveva assunto un orientamento più filoisraeliano e meno sbilanciato verso le posizioni filoarabe.Intanto si incominciano a scorgere i primi effetti nefasti di questa sciagurata decisione che casomai apporterà vantaggi personali soltanto al contestato presidente dell'OLP, frustrato dall'improvviso guadagno di visibilità e legittimazione dei rivali di Hamas. Il governo di Gerusalemme ha autorizzato la costruzione di nuovi alloggi nei quartieri orientali di Gerusalemme e nei territori contesti del West Bank. Iniziativa coerente: caduti gli Accordi di Oslo, non c'è più alcun vincolo per il governo israeliano a congelare ogni decisione relativa agli insediamenti in Giudea e Samaria.E cosa succederà quando l'Iran - che sta approfittando dello scompiglio delle ultime settimane per ultimare il suo progetto nucleare - raggiungerà la famigerata linea rossa? verosimilmente, lo schieramento su cui potrà contare lo stato ebraico riguarderà gli Stati Uniti, l'Australia, il Canada e forse Germania e repubblica ceca; ma non Italia, Spagna e Francia, fra gli altri, troppo interessati a tessere relazioni finanziarie con il mondo arabo per indispettirne un rilevante esponente. Un mondo spaccato a metà, che cestina ogni prospettiva di pace a cui pure in precedenza aveva alacremente lavorato, per il tramite del "Quartetto" (Stati Uniti, Russia, ONU e Unione Europea; una definizione che adesso suscita solamente ilarità).Ma non bisogna vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto. Uno dei tanti "effetti collaterali" non calcolati dalla scelta palestinese di chiedere il riconoscimento parziale all'ONU, è che mentre prima gli attentati terroristici durante e dopo l'intifada, erano azioni di singoli, "movimenti di liberazione e di resistenza", censurabili eventualmente a livello morale e ideologico, ma non condannabili nelle sedi opportune; oggi le stesse aggressioni sarebbero assimilabili ad atti di guerra di uno stato contro un altro stato. Abu Mazen ci penserà molto attentamente prima di "scatenare la terza intifada".  http://ilborghesino.blogspot.it/

 

Under 21, Mangia: "Boicottare Israele? Noi ne stiamo fuori"

Il ct degli azzurrini risponde a distanza alla lettera di protesta mandata all'Uefa da circa 60 giocatori, tra cui Drogba e Menez, per chiedere di non disputare la fase finale dell'Europeo di categoria in Israele "Noi ne stiamo fuori e pensiamo a fare belle partite di calcio". Così il ct della Nazionale under 21, Devis Mangia, risponde a distanza alla lettera di protesta mandata all'Uefa da circa 60 giocatori, tra cui Drogba e Menez, per chiedere di non disputare la fase finale dell'Europeo di categoria in Israele,A Sky, l'ex tecnico del Palermo entra invece nel dettaglio di qualche azzurrino che vorrebbe (Confederations Cup permettendo) portare in Israele. In primis, Verratti: "Se in prospettiva è piu' forte di Pirlo? A me non piacciono i paragoni, però sarei contento se facesse la sua carriera. Tanti giovani italiani giocano all'estero? Ai giovani dico di andare dove possono giocare, e poi un'esperienza lontano dall'Italia aiuta a crescere anche come uomo. Nonostante i problemi dell'Espanyol, ogni volta che Longo viene da noi lo trovo sempre meglio". Se potesse, a Prandelli chiederebbe di lasciargli tutti i suoi azzurrini: "L'Europeo è un appuntamento importante e le altre squadre verranno con i migliori. Mi auguro di poter scegliere tra tutti, di sicuro davanti qualcuno non potrà venire...". Paloschi, autore ieri di una tripletta con la maglia del Chievo, dovrebbe far parte del gruppo: "E' l'unico che ancora non ho visto perché infortunato, poi è giusto che ci sia competizione".http://sport.sky.it/sport/

Magneti Marelli AMPS: la rete Checkstar presentata in Israele

Magneti Marelli After Market Parts and Services punta su Israele. Nel mese di novembre, infatti, il Magneti Marelli Road Show ha fatto tappa nelle principali città del Paese (come Tel Aviv, Haifa, Jerusalem, Beer Sheba) per presentare il concept Checkstar, in collaborazione con Warco Group, uno dei rivenditori dei prodotti del gruppo e partner per lo sviluppo del network di officine.Nel corso delle serate di presentazione, tenutesi con la collaborazione di Israel Garage Association, Vincenzo Giaccone (responsabile Checkstar) e Vanni Tosini (Technical Equipment) hanno illustrato a oltre 110 operatori specializzati e allo staff di Warco Group il gruppo Magneti Marelli, la business unit dedicata all'aftermarket, il concept Checkstar e l'offerta di ricambi, servizi tecnici e supporti alla riparazione, in particolare una gamma completa di diagnosi e attrezzature, corsi di formazione e supporto tecnico telefonico, che il gruppo metterà a disposizione di Warco e degli autoriparatori del Paese.http://www.notiziariomotoristico.com/

Israele: a Tel Aviv nasce la scuola dei 'profeti'

(di Massimo Lomonaco) (ANSAmed) - TEL AVIV, 3 DIC - Una scuola per diventare ''profeta'' con tanto di attestato per una ''missione'' che non sembra proprio alla portata di tutti. ''La scuola per profeti di Caino ed Abele'' - cosi' si chiama - aprira' domani non a Gerusalemme, 'Citta' tre volte santa', quanto invece nella piu' laica ed aperta Tel Aviv. Chi vorra' frequentarla - apprestandosi a superare una durissima selezione - dovra' recarsi nel quartiere di Florentin, zona molto trendy, regno dei giovani anti tutto e mal disposti a verita' rivelate una volta per tutte.Scopo della scuola e' quello di preparare ''una generazione di profeti'' che, in tempi di relativismo, possano dare un indirizzo morale al popolo. Secondo la tradizione ebraica, la ''profezia'' ha avuto termine tra gli ebrei dopo il Secondo Tempio (distrutto da Tito nel 70 dopo Cristo) e ritornera' solo durante la generazione della redenzione, che vedra' l'arrivo del Messia. Un passo importante dunque.
Ma il fondatore della scuola, il rabbino Shmuel Portman Hapartzi, che dice di essere affiliato alla corrente messianica dei Chabad (che sembra non aver gradito l'iniziativa), non la pensa cosi'. ''La generazione della profezia - ha detto, citato dal quotidiano Yediot Ahoronot - e' gia' arrivata e le profezie sono di nuovo permesse''.Per diventare ''profeti'' si dovra' studiare sodo. Tra i corsi obbligatori ci sono, 'la scienza del volto', 'la scienza dei sogni', 'l'introduzione allo Spirito divino e alla profezia'' e ovviamente 'l'introduzione alla sapienza degli angeli'. Un percorso non facile che alla fine portera' ai nuovi profeti un attestato. Per ora le iscrizioni al corso (200 shekel, circa 40 euro, il costo) sono in tutto una decina, ma solo i migliori potranno raggiungere il sospirato attestato.

Israele: Alanis Morissette al Muro del Pianto

La cantante, in Israele per tenere un concerto a Tel Aviv, ha visitato Gerusalemme concedendosi una tappa di meditazione al Muro del Pianto 
VIDEO:  http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/israele-alanis-morissette-al-muro-del-pianto/112628/111026

L'iniziativa palestinese all'ONU è legalmente nulla 

Giovedì l'Autorità Palestinese (AP) cercherà ancora una volta il riconoscimento come stato presso le Nazioni Unite. Sebbene questa forma di riconoscimento non conferirà all'entità palestinese lo status di membro dell'ONU, essa nondimeno ridisegnerebbe il Medio Oriente, minerebbe il diritto internazionale, bloccherebbe il processo di pace e violerebbe il fondamentale diritto di Israele all'esistenza.La risoluzione che l'AP sottoporrà all'assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) contiene numerosi punti che vanno oltre la semplice (ma comunque illegale) richiesta di ingresso come stato osservatore non membro da parte dell'Autorità Palestinese. L'American Center for Law and Justice (ACLJ) ha esaminato la questione dal punto di vista legale, individuando molti punti deboli e irregolarità della risoluzione palestinese.Anzitutto, l'AP chiede all'ONU l'istituzione di uno stato di Palestina «sul territorio palestinese occupato (da Israele) a partire dal 1967, con i confini precedenti il 1967». E' importante comprendere storicamente e fattualmente che la risoluzione dell'AP è inaccurata: Israele non ha occupato terra palestinese; quantomeno, il territorio è conteso, ma legalmente non è occupato:In alcun momento nella storia è esistito uno stato arabo palestinese o comunque un'entità araba palestinese, che ha esercitato una forma di sovranità su un qualsiasi appezzamento di terra. Dopo che il Regno Unito si ritirò dal mandato palestinese nel maggio 1948, i palestinesi ebrei dichiararono la loro indipendenza, in tal modo stabilendo lo stato di Israele. I vicini arabi degli israeliani attaccarono immediatamente il nascente stato ebraico. Ma anziché risultarne sconfitto, il neonato stato di Israele conquistò territorio ulteriore rispetto a quello originariamente assegnatogli dal piano di partizione delle Nazioni Unite. La guerra terminò con una serie di armistizi che, su insistenza araba, precisarono che le linee armistiziali non erano da intendersi come confini validi sul piano formale, il che lasciava intendere che i confini definitivi sarebbero stati negoziati. Difatti, le zone disputate non sono mai state governate da entità politiche arabo-palestinesi: nessuna di esse fu istituita nel 1949: l'esercito giordano occupò il West Bank, mentre l'esercito egiziano occupò la Striscia di Gaza. Israele conquistò questi territori quando fu attaccato nel 1967. Le Nazioni Unite, nella risoluzione 242, non hanno mai specificato che tutti questi territori dovessero tornare al controllo della Giordania o dell'Egitto.Come spiega la nostra analisi legale, la risoluzione «chiede soltanto che Israele restituisca "territori" conquistati durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967: non "i territori", o "tutti i territori" che ha conquistato. La precisazione è necessaria e non casuale.In secondo luogo, l'AP chiede che le Nazioni Unite concedano qualcosa che non è nella loro autorità dal punto di vista del diritto internazionale: cioé, il riconoscimento come stato.L'ONU stessa riconosce questo principio del diritto internazionale, laddove afferma che:Il riconoscimeno di un nuovo stato o governo è un atto che solo altri stati e governi possono garantire o negare... Le Nazioni Unite non sono uno stato o un governo, e pertanto non possiedono alcuna autorità per riconoscere uno stato o un governo. Come organizzazione di stati indipendenti, può ammettere nuovi stati al suo interno o accettare le credenziali dei rappresentanti di un nuovo governo. Come spieghiamo:Pertanto, l'esistenza di uno stato è una condizione necessaria e aprioristica per accedere all'ONU come membro effettivo, e l'ONU riconosce che non ha il potere per riconoscere uno stato. Al contrario, ogni determinazione di stato da parte dell'UNGA sarebbe un atto politico, non una norma di legge. Pertanto, ogni riconoscimento di stato sarebbe illegittimo, come sarebbe lo "stato" riconosciuto tale.Dal punto di vista del diritto internazionale, la Convenzione di Montevideo contiene i principi chiave universalmente accettati per il riconoscimento come stato; vale a dire, per essere classificata come stato, un'entità deve possedere una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e una capacità di entrare in relazione con altri stati. L'incapacità dell'AP di rispettare più d'uno di questi cardini preclude ogni legittima aspirazione ad essere riconosciuto come stato.L'indisponibilità dell'AP a negoziare un territorio definito con Israele, e l'autorità concorrenziale di Hamas nella Striscia di Gaza rispetto all'AP nel West Bank, «confermano il fatto che i palestinesi difettino del controllo territoriale e di una capacità di esercitare azione di governo, necessari per una sovranità che coincida con l'essenza di stato».Questo tentativo alle Nazioni Unite di creare un nuovo stato, «sovverte il diritto internazionale» e, conseguentemente, «ogni riconoscimento da parte dell'UNGA è legalmente nullo».Terzo, la risoluzione dell'AP accusa Israele di aver ottenuto illegalmente i territori contesi attraverso guerre di aggressione. Ancora uan volta, questa accusa è priva di sostegno legale o sostanziale. Il diritto internazionale non consente di acquisire territorio mediante guerre di aggressione. La questione è se il territorio può essere ottenuto mediante iniziative difensive.In effetti, quando uno stato viola il diritto internazionale impegnandosi in una guerra di aggressione, e a causa di questo perde il territorio che occupa, non c'è alcuna prescrizione nel diritto internazionale che impone che questo territorio ritorni allo stato che viola il diritto. In caso contrario, evidentemente, l'aggressore sarebbe trattato sullo stesso piano della vittima. Da questo punto di vista, Israele ragionevolmente ritiene che il territorio sia stato acquisito mediante guerra difensiva.Come spiegato in alto, i territori disputati sono stati ottenuti da Israele nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni, e non sono certo stato il risultato di una aggressione da parte di Israele. Per cui, lo stato ebraico rispetto in pieno il diritto internazionale, e «negoziati fra le parti sono necessari per determinare l'appartenenza dei vari territori».Quarto, l'AP chiede il riconoscimento statuale e l'acquisizione del territorio controllato da Israele come pre-condizione per negoziare e pervenire ad un accordo di pace con Israele. Essenzialmente, l'AP chiede che i negoziati inizino dalla migliore delle possibilità per essa, dopo aver rigettato tutti i precedenti accordi. Il parere legale dell'ACLJ conclude che: Tentando di ottenere una dichiarazione di riconoscimento statuale da parte dell'ONU, l'AP è in diretta violazione di una serie di accordi fra palestinesi e israeliani, che prescrivono i negoziati bilaterali. Portando la questione direttamente davanti all'UNGA, l'AP deliberatamente viola gli obblighi derivanti dai precedenti trattati sottoscritti, obblighi che ha liberamente assunto sotto gli auspici della comunità internazionale. Ad esempio, gli esponenti palestinesi esplicitamente concordarono di non cambiare la condizione dell'AP al di fuori di colloqui di pace ai sensi degli accordi transitori. Appellandosi alle Nazioni Unite anziché negoziare, l'AP distrugge tutti gli sforzi compiuti finora dalle Nazioni Unite per perseguire la pace. Qualora l'UNGA dovesse riconoscere uno stato palestinese, essa semplicemente minerebbe la sua stessa legittimità nell'ambito della comunità internazionale.Dal punto di vista legale, la disponibilità dell'AP a violare gli accordi solenni sottoscritti con Israele, avventurandosi in una richiesta unilaterale alle Nazioni Unite, svincola Israele dal «rispettare i suoi obblighi nell'ambito dei medesimi accordi».Ciò verosimilmente potrebbe «avviare una risposta forte che potrebbe far deragliare indefinitamente il conseguimento della pace fra israeliani e palestinesi, così come l'istituzione di uno stato arabo palestinese».Infine, la risoluzione palestinese alle Nazioni Unite poggia su frammenti e pezzi di alcune risoluzioni precedenti per poggiare su un supporto, ignorandone altre e alterandone il contenuto. Non solo i palestinesi arabi respinsero i principi fissati nel 1947 per la creazione di due stati, mentre i palestinesi ebrei li accettarono; ma gli arabi attaccarono immediatamente il nuovo stato ebraico e da allora c'é un conflitto perenne. La mente corre alle migliaia di missili palestinesi piovuti sulle famiglie israeliane solo pochi giorni fa.I palestinesi continuano ad ignorare le stesse risoluzioni ONU che prescrivono il riconoscimento come stato di Israele. Come conclude l'analisi, «nel citare la risoluzione 181 dell'UNGA e la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, come supporto per la richiesta di riconoscimento statuale, l'AP dimostra la propensità di pescare dalle risoluzioni ONU ciò che aggrada, ignorando quelle porzioni che scalzano le loro posizioni».Il voto di giovedì segna fondamentalmente un tentativo di ridisegnare il Medio Oriente a spese del diritto internazionale, della pace, e del popolo palestinese e israeliano. Anche se dovesse passare la risoluzione, i suoi effetti legali sarebbero nulli.Washington Post del 28/11/2012. di Jordan Sekulow and Matthew Clark
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Voci a confronto

“Onu, una vetrina dell’ostilità a Israele” è questo il titolo dell’articolo che Pierluigi Battista, nella sua rubrica Particelle elementari sul Corriere della Sera, dedica a un tema fondamentale: la debolezza o l’assenza delle Nazioni Unite di fronte alle crisi internazionali (diversi gli esempi citati, il Ruanda, Srebrenica, l’Egitto di Morsi che si proclama dittatore e dei Fratelli musulmani che impogono iltest di verginità alle donne, oltre alle paradossali decisioni di affidare la presidenza della Commissioni per i diritti alla Libia di Gheddafi o all’Iran quella per i diritti delle donne). “Le Nazioni Unite conquistano la vetrina del mondo ogni volta che c’è da umiliare in qualche modo Israele (dimenticando che lo Stato israeliano è nato grazie a una spartizione Onu che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese, a suo tempo accettato da Israele e rifiutato dagli arabi)” il netto giudizio di Battista.A raccontare le decisioni prese dal governo israeliano dopo il riconoscimento dell’Autorità nazionale palestinese come Stato osservatore dalle Nazioni Unite è Aldo Baquis sulla Stampa, mentre Fabio Scuto su Repubblica descrive il ritorno di Abu Mazen a Ramalla.“Il miglior investimento è la cultura e lo dimostra lastoria degli ebrei” spiega sul Corriere Stefano Jesurum presentando il libro di Maristella Botticini e Zvi Eckstein I pochi eletti. Il ruolo dell’istruzione nella storia degli ebrei, 70-1492 (Università Bocconi Editore).
Il Messaggero Cronaca di Roma riporta la cancellazione sui muri del liceo Seneca di scritte di stampo razzista e antisemita.Una risposta ai venti di antisemitismo arriva anche inUngheria, dove centomila persone sono scese in piazza davanti al Parlamento per protestare contro la proposta del partito di estrema destra Jobbik di stilare un elenco degli ebrei ungheresi (notizia sulla Stampa). http://moked.it/

Lo Sport per la pace

Arti marziali per la pace tra israeliani e palestinesi: è la "Budo for peace" un'organizzazione fondata nel 2004 da Danny Hakim, ebreo di origini australiane, per promuovere il rispetto e l'integrazione in una regione così delicata come la Striscia di Gaza. Il gruppo conta quasi 700 iscritti con palestre in Israele, Giordania e Turchia e una nuova scuola a Sydney, in Australia. La disciplina combina alcune tecniche di Karate con seminari educativi che si riferiscono soprattutto ai più giovani.http://www.moked.it/

 

Tea for two - Giorgio, Micol e una partita di tennis infinita

Di questi tempi mi capita di pensare a Giorgio* e Micol di frequente. I protagonisti del Giardino dei Finzi-Contini intendo. Dovevo leggere quel libro a quattordici anni per la scuola, ma lo abbandonai dopo l'ennesima partita di tennis. Preda di una generazione Moccia che non mi lasciava tregua, piangevo la morte di Pollo, l'amico di Step, avvenuta tragicamente durante una corsa clandestina e intessevo nella mia testa storie romantiche di motociclisti feriti dalla vita e congiuntivi facoltativi. Certamente il timido Giorgio e le sue riflessioni non facevano al caso mio. Troppe sottigliezze, troppi complessi, troppo tennis. Con il tempo i gusti si sono affinati (non così tanto, continuo a vedere telefilm con Gabriel Garko dai titoli per dittologie) e dal tempo delle mele si è passati a quello del vino invecchiato. Allora Giorgio ha bussato avanzando discretamente verso di me. Mi ha raccontato di quel castello incantato che animava le sue giornate, della stanza di Micol piena di lattimi comprati a Venezia, del recamier, dei libri disposti a seconda della provenienza. Mi ha cantato un amore reso epico dalla danza delle ore e tragico dalla conclusione. Di un amore non corrisposto, o meglio di un non amore, perché come insegna Lorenzo de' Medici: "Amar non puossi chi non ama altrui; non ha amante chi non sente amore". Così, caduta vittima di un febbrone stagionale, ho trascorso sereni pomeriggi imbucandomi ai garden party dei Finzi-Contini, origliando le conversazioni telefoniche private tra Micol e Giorgio. Volevo gridar lui di lasciar perdere i Finzi-Contini, di non volare troppo vicino al sole, tra l'opulenza di quei nobili incastrati nella gabbia dorata del loro giardino. E come ho voluto bene a Micol nonostante tutto, nonostante avesse infranto una love story che sostenevo con tutta me stessa. Micol piena di ironia, vitalità, con il suo vocabolario finzi-continico. Come mi sono rispecchiata in questi due ventenni alle prese con la tesi di laurea, con le traduzioni di Emily Dickinson. Giorgio resterà sempre nel mio cuore. Alla fine le storie d'amore più belle sono quelle incompiute, quelle mai avvenute, caricate di aspettative inesistenti, incoronate da versi in rima. Come sarebbe stato? Cosa sarebbe successo? Si aprono altre mille strade, altre mille conclusioni e continuo a vederli, Micol e Giorgio, intenti in una partita di tennis infinita. E così l'amore mancato sulla pagina, pervade il lettore.*Nella mia testa l'io narrante è sempre stato identificato come Giorgio.Rachel Silvera, studentessa –http://www.moked.it/