martedì 9 febbraio 2010



L'11 febbraio l'opposizione iraniana scenderà in piazza

per manifestare contro il regime di Ajmadinejad, approfittando dell'anniversario ufficiale della vittoria della rivoluzione del 1979. Il regime prepara una durissima repressione e al contempo punta a solleticare l'orgoglio nazionalista annunciando la capacità dell'Iran di arricchire del 20% le sue riserve di uranio, un altro passo verso l'atomica. Il nesso tra repressione e programma nucleare è forte, come sottolinea Zarmandili su Repubblica di oggi. Tanto più è importante che il mondo faccia il maggior sforzo possibile per appoggiare la protesta, per impedire le esecuzioni, denunciare gli arresti. Sostenere l'opposizione è oggi un modo per preparare la strada a un regime diverso, in grado di aprire trattative con il mondo occidentale. Lasciare senza appoggio reale i ragazzi che si preparano a rischiare la vita in piazza vuol dire consolidare un regime sanguinario, che per affermare il suo consenso adopera sempre più le armi del nazionalismo, con le conseguenze che è fin da ora possibile prevedere.Anna Foa,storica,http://www.moked.it/


Khamenei provoca l’Occidente: gli daremo un pugno in faccia

Con l’Iran, ormai, ogni giorno ha la sua pena. Domenica l’annuncio del presidente Ahmadinejad della decisione di produrre in patria uranio arricchito al 20 per cento (inopinato, ma che non può aver davvero sorpreso gli osservatori più attenti); ieri il discorso-sfida della guida suprema Ali Khamenei, che a pochi giorni dall’anniversario della fondazione della Repubblica islamica ha usato parole aggressive e volgari per provocare l’Occidente. «Il 22 di Bahman (l’equivalente dell’11 febbraio nel calendario persiano, ndr) la nazione iraniana, unita e con la grazia di Dio - ha detto Khamenei rivolgendosi all’aviazione militare - sferrerà un tale pugno in faccia all’arroganza dell’Occidente da lasciarlo stordito».L’insistenza di Khamenei sulla presunta unità della nazione iraniana si spiega con la nota intenzione dell’opposizione al regime di scendere in strada a manifestare proprio l’11 febbraio. Khamenei ha ripetuto le accuse alle potenze occidentali di aver orchestrato le proteste di piazza che si sono susseguite, in un crescendo di partecipazione popolare, nelle principali città dell’Iran dopo la truffaldina rielezione a presidente di Mahmud Ahmadinejad nel giugno scorso. L’intento, ha sostenuto Khamenei, era quello di rovesciare la Repubblica islamica, ma il disegno è destinato a fallire. «Il più importante obiettivo delle sedizioni post-elettorali era di creare una spaccatura nella nazione - ha detto ai militari il successore dell’ayatollah Khomeini - ma non ci sono riusciti e l’unità del nostro popolo resta una spina conficcata nei loro occhi».Un’affermazione così palesemente falsa da spingere Stati Uniti e Unione Europea a una nota congiunta nella quale si esprime «preoccupazione» per la stretta sui diritti umani che è logico attendersi nei prossimi giorni, visto che il movimento verde non ha alcuna intenzione di farsi intimidire. Il suo leader Mir Hossein Moussavi ha negato legami con potenze straniere e ha invitato a manifestare giovedì in modo pacifico. E l’ex presidente Mohammad Khatami ha detto che «tutto il popolo, come primo titolare della rivoluzione, prenderà parte alle marce, difendendo al tempo stesso la rivoluzione e i diritti umani».«Siamo particolarmente preoccupati - si legge nella nota di Washington e Bruxelles - per la possibilità di ulteriori violenze e repressioni nei prossimi giorni ed esortiamo il governo dell’Iran a rispettare i suoi obblighi internazionali sui diritti umani e a porre fine ai suoi abusi contro la sua stessa popolazione». Timori assai fondati, visto che sono oltre cinquanta gli oppositori che rischiano la forca, che negli ultimi due giorni sono finiti in prigione dieci giornalisti (che si aggiungono ai 45 già detenuti) e che una figura di primo piano come l’ex viceministro degli Esteri Mohsen Aminzadeh è stato condannato a sei anni di carcere per aver partecipato alle dimostrazioni dell’opposizione.Non cessano, intanto, le provocazioni del regime di Teheran contro Israele. Il ministro degli Esteri Mottaki ha detto ieri alla televisione panaraba Al Jazeera che lo Stato ebraico è più debole che mai e che è «un Paese folle governato da pazzi». Dobbiamo quindi, ha proseguito, «prepararci all’eventualità che Israele faccia qualcosa di folle contro chiunque nella regione: siriani, libanesi, palestinesi». In quel caso «ci schiereremmo coi nostri fratelli arabi». E se l’Iran venisse attaccato da Israele? «Siamo in grado di difenderci», ha risposto Mottaki.La domanda era pertinente, dopo che ieri Avi Pazner, portavoce del governo israeliano, ha detto che «l’Iran sta giocando un gioco molto pericoloso, sta giocando col fuoco. Ed è evidente che il tempo delle parole è finito. Per fermare il programma nucleare iraniano si deve arrivare a sanzioni economiche, ma devono essere molto dure». Al riguardo Israele, ha detto Pazner, ripone le sue speranze nella Francia, che in questo mese presiede la Commissione sicurezza dell’Onu».A proposito della prospettiva di sanzioni all’Iran da parte dei Quindici, su cui Usa e Francia sono al lavoro, il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha detto che l’Italia è pronta a condividerle («siamo stanchi di politiche dilatorie, serve una pressione aggiuntiva e il Consiglio di Sicurezza è il luogo dove eventuali sanzioni vanno decise»), mentre considera l’ipotesi di un’azione militare contro Teheran «un disastro assoluto». Quanto alle minacce di Khamenei, Frattini le ha snobbate: «L’Occidente ha una storia, dei valori, non ci facciamo impressionare - ha detto -. Siamo abituati alle provocazioni iraniane. Abbiamo respinto con sdegno idee come quella della distruzione di Israele e respingiamo anche questa». 09 febbraio 2010, http://www.ilgiornale.it/



Hezbollah è sempre più forte e prepara un nuovo conflitto con Israele

Durante la recente visita ufficiale della delegazione italiana in Israele, il Presidente Berlusconi ha offerto al governo di Gerusalemme i buoni uffici dell’Italia nei confronti di alcuni paesi arabi e musulmani, in particolare Turchia, Siria, e, soprattutto, Libano. Quest’ultimo, in effetti, sta attraversando una fase particolarmente delicata, e sembrerebbe essere arrivato ormai ad un punto di rottura. Le informazioni che arrivano da Beirut non sono delle più incoraggianti, soprattutto considerando le alte aspettative che la vittoria della coalizione “14 marzo”, filoccidentale, aveva suscitato. Ci sono purtroppo numerosi segnali che indicano il continuo rafforzamento militare e politico di Hezbollah, cosa che non deve preoccupare soltanto Israele, ma anche molte potenze occidentali (e soprattutto l’Italia, vista l’importante presenza delle nostre truppe nell’area).Non è un caso, ad esempio, che si sia tenuto proprio a Beirut l’ultimo “Arab and International Forum for Supporting the Resistance”, il Forum organizzato dall’Arab Center for Communication and Solidarity, sull’esempio di altri eventi dello stesso genere dal Jerusalem Forum tenutosi ad Istanbul nel 2007 al Right to Return Forum di Damasco nel 2008, fino al Forum for Supporting Sudan di Khartoum nella primavera del 2009. In questa occasione, ospiti dello sceicco Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, si sono riuniti i leader di 42 paesi ed organizzazioni arabe, da Khaled Meshaal, capo di Hamas, al vicepresidente iraniano Mohammed Reza Mir Tajeddini, dal responsabile del partito Ba’ath nella regione Shahinaz Fakoush, all’ex primo ministro libanese Salim al-Hos, e molti altri, con la benedizione dei presidenti iraniano, Mahmud Ahmadinejad, e siriano, Bashar al-Assad, che non hanno fatto mancare il loro messaggio di auguri ai partecipanti.Il Forum ha avuto lo scopo di ribadire la necessità di “supportare la resistenza palestinese e libanese contro l’occupazione sionista e la resistenza irachena nella sua lotta contro l’occupazione americana”. In tre giorni si è potuto assistere al solito spettacolo fatto di minacce contro Israele e propaganda antisemita, con l’aggravante che l’incontro è stato ospitato in una sede ufficiale, il palazzo dell’UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. In tale consesso le minacce di Nasrallah sono risuonate forti e chiare: “Ve lo prometto, quando (quando, non se n.d.r.) scoppierà la nuova guerra contro i sionisti noi sconfiggeremo il nemico, usciremo vincitori dal conflitto e cambieremo faccia a questa regione. Il futuro è fatto di resistenza, dignità e libertà. InshAllah (Dio volendo n.d.r.) Israele è sulla strada della sparizione, insieme alla sua occupazione, alla sua egemonia ed alla sua arroganza”. Parole che non possono non preoccupare, soprattutto se si considerano anche altri inquietanti segnali che vengono dal Partito di Dio.All’inizio di dicembre, infatti, Nasrallah ha presentato il nuovo manifesto di Hezbollah, nel quale vengono ripresi e sviluppati molti dei punti della cosiddetta Open Letter del 1985, il documento fondativo del movimento. Il manifesto si compone di tre capitoli, il primo dei quali, intitolato “Dominazione ed Egemonia” è dedicato alla ricostruzione (naturalmente dal punto di vista di Hezbollah) della storia della regione dalla Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri. Ma la parte più interessante è rappresentata dal secondo capitolo, intitolato semplicemente “Libano”. In esso si evidenzia la strategia politica interna di Hezbollah, che mira a riaffermare la propria autonomia e la propria dualità rispetto al legittimo governo di Beirut e, soprattutto, rispetto alle forze armate libanesi, rivendicando il proprio ruolo di forza di “resistenza” contro il regime sionista.“Israele rappresenta una eterna minaccia per il Libano – come Stato e come entità – ed un pericolo reale per il paese”, recita il nuovo manifesto di Hezbollah, che sottolinea “la resistenza continuerà a svolgere un ruolo necessario fino a quando la minaccia e le ambizioni di Israele continueranno”. La conclusione non lascia molti dubbi: “Noi rigettiamo categoricamente ogni possibilità di raggiungere un compromesso con Israele, e tantomeno di riconoscere la sua legittimità. Questa posizione è definitiva, perfino se tutti riconoscessero Israele”. Ma al di là delle rinnovate minacce verso il popolo ebraico, la vera novità è rappresentata proprio dalla strategia politica interna che si evince leggendo il documento. Come ha giustamente rilevato Tony Badran , research fellow al “Center for Terrorism Research” della “Foundation for Defense of Democracies”, in un recente articolo su Now Lebanon, “la sezione del documento riguardante il Libano mette in evidenza la concezione che Hezbollah ha del paese, inteso come direttamente interconnesso, sia culturalmente che strutturalmente, con la Resistenza.In altre parole, non vi è Libano senza Resistenza. L’obiettivo di Hezbollah è di integrare il resto della società nella Resistenza, non il contrario”. Per questo si illude chi pensa che coinvolgere il Partito di Dio nella vita politica e nel governo del paese, possa portare ad un affievolimento del suo carattere rivoluzionario e trasformarlo in un movimento politico democratico. Oltretutto il nuovo documento, nelle parti dedicate ai rapporti tra il Libano e gli altri stati arabi ed islamici, dimostra la volontà di Hezbollah di fungere da esempio per tutti i paesi e le organizzazioni che vogliano abbracciare il progetto di jihad del Partito di Dio, e non è un caso se il manifesto inizia con due versetti del Corano che inneggiano proprio al jihad.Insomma, Hezbollah sembra aver fatto un salto di qualità dall’ultimo conflitto del 2006, non solo dal punto di vista militare, ma soprattutto da quello politico. Il governo libanese non sembra in grado di contrastare le milizie del Partito di Dio, come dimostra la definitiva rinuncia ad applicare la risoluzione 1701 da parte del governo di Beirut. In questo modo, però, il rischio che si arrivi ad una nuova guerra con Israele si fa sempre più grande, e questa volta il conflitto potrebbe non essere più limitato ad uno scontro tra Hezbollah e IDF. Di fronte ad un fallimento dello stato libanese, il governo di Gerusalemme potrebbe decidere di allargare lo scontro a tutti coloro che offrono copertura ai movimenti terroristi, sulla scia di quanto fatto dagli Stati Uniti in Afghanistan (dove si colpirono i Talebani per il loro appoggio ad Al-Qaeda). Secondo il Gen. Gioira Eiland ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano “lo Stato di Israele ha fallito nella Seconda guerra libanese (e potrebbe fallire anche in un’altra) perché ha combattuto il nemico sbagliato. Israele si è scontrato con Hezbollah anziché contro la Repubblica del Libano”.D’altra parte il Generale Eiland sa bene che non è possibile sconfiggere un movimento come Hezbollah “finché permangono tre condizioni: l’organizzazione opera da un paese A contro un paese B; l’organizzazione ha il pieno appoggio del paese A; e il paese A, con il suo esercito e le sue infrastrutture, è completamente immune dall’offensiva lanciata dal paese B”. L’unico modo per scongiurare una nuova guerra sarebbe di isolare Hezbollah e riportare la legalità nel paese dei cedri. In definitiva basterebbe applicare la risoluzione ONU 1701, ma sembra proprio che neppure il nuovo governo Hariri ne abbia la possibilità.di Matteo Gualdi 6 Febbraio 2010 http://www.loccidentale.it/



Avram Grant con John Terry

L'israeliano Avi Grant in un bordello Ma alla moglie va bene così

Il tecnico del Portsmouth, sorpreso dai paparazzi all'uscita di un finto centro benessere thailandese, non rischia sanzioni da parte del club. E anche la compagna, la showgirl israeliana Tzofit, lo perdona: "Può fare del suo corpo ciò che vuole, abbiamo un rapporto libero"
LONDRA, 5 febbraio 2010 - Poco prima di Natale, esattamente il 23 dicembre scorso, il Sun pubblicò la notizia di un manager della Premier League beccato a frequentare un bordello, il “FuFu’s” di Horton Heat, mimetizzato come centro di massaggi thailandesi, senza però poterne fare il nome per motivi di privacy (malgrado sulla rete ci fossero almeno 10mila riferimenti riguardanti il tecnico in questione).UN VIDEO LO INCASTRA — Ma il recente “Terrygate” ha tolto il silenziatore anche a questa storia e ieri è così emerso che l’allenatore al centro dello scandalo è Avram Grant del Portsmouth, che lo stesso tabloid ha immortalato in un video mentre lascia il finto centro benessere a poche miglia dal centro sportivo del club, senza peraltro mostrare alcun imbarazzo davanti ai giornalisti e dove sarebbe cliente fisso, visto che ci era già stato in ottobre. E mentre è stato proprio il Sun a scoprire come quello che veniva pubblicizzato come un istituto di massaggi era, in realtà, un bordello, spedendo un proprio giornalista a “toccare con mano” il “pacchetto servizi” (150 euro l’ora per il servizio completo), la moglie israeliana di Grant, la showgirl Tzofit, si è subito schierata dalla parte del marito, spiegando al giornale di casa 1One, che “Avram non è andato lì per fare sesso "ma, più semplicemente, per farsi fare un massaggio thai.http://www.gazzetta.it/
LA MOGLIE LO DIFENDE — “Mio marito è libero di fare quello che vuole – ha spiegato la donna, con cui si dice che Grant abbia un rapporto “aperto”, tanto che lei vive a Tel Aviv con i due figli, mentre lui abita a Londra - . Avram è andato nel bel mezzo di una giornata in un centro massaggi e non certo in un bordello, tanto è vero che indossava la tuta del Portsmouth e quando è uscito, era contento e sorridente, segno che non aveva proprio nulla da nascondere. Non capisco perché la gente debba ficcare il naso nelle vite private altrui. La verità è che se Avram voleva andare in un bordello, era suo diritto farlo, perché lui può fare quello che vuole con il suo corpo. Siamo gente famosa, ma ciò non significa che non possiamo fare quello che vogliamo nel nostro tempo libero”. LA POLIZIA VUOLE INTERROGARLO — Peccato che la polizia dell’Hampshire non la pensi proprio allo stesso modo e, stando a quanto riporta il Daily Mail, avrebbe l’intenzione di interrogare Grant come testimone informato sui fatti circa le attività presumibilmente illecite che si svolgevano dietro i muri del centro thailandese, non a caso chiuso tre giorni fa dopo. Implicazioni morali a parte, però, la posizione del tecnico in seno al Portsmouth non sembra in discussione, come si è affrettato a spiegare al giornale un portavoce del club. “Non ci saranno commenti ufficiali su quanto emerso e queste indiscrezioni non incideranno in alcun modo sul ruolo di Grant, perché si tratta di una faccenda personale”. Simona Marchetti


Ora Al Qaida vuole il Golfo di Aden per colpire Israele

Al Qaida nello Yemen torna alla ribalta: attraverso il web, chiama i suoi accoliti alla jihad, ovvero alla guerra santa, contro gli ebrei, i cristiani e contro gli interessi americani «ovunque». Ma questa volta indica anche un chiaro obiettivo strategico: prendere il controllo del Golfo di Aden, vale a dire l’accesso da Sud al canale di Suez, per poter «stringere il cerchio attorno agli ebrei», cioè Israele, «perché è da lì che l’America fornisce loro sostegno, attraverso il Mar Rosso». L’appello, in forma audio, è stato pronunciato da Said al Shehri, numero due dell’organizzazione di al Qaida nella Penisola Araba (Aqap), nata dalla fusione nel gennaio 2009 dei rami yemenita e saudita dell’organizzazione di Osama bin Laden. Shehri, un ex detenuto di Guantanamo rilasciato nel 2007, e internato in un centro saudita di riabilitazione senza successo, è il braccio destro di Abdel-Karim Wahishi, il vero capo di Aqap, che è stato addestrato in Afghanistan e una volta era il segretario dello sceicco del terrore. Nel suo messaggio di rivendicazione del fallito attentato al volo di Natale Amsterdam-Detroit, lo stesso Bin Laden, o il presunto tale, aveva esaltato l’operato di Al Qaida nello Yemen. Una cortesia che oggi gli è stata resa da Sheheri, quando rivolto agli Stati Uniti ha ribadito «ciò che ha detto Osama bin Laden: non avrete sicurezza fino a quando non ci sarà sicurezza in Palestina». Ma al di là dello scambio di convenevoli, utile anche a mostrare una vicinanza che va oltre il franchising, Shehri ha affermato che se Aqap riuscirà «a prendere il controllo di Bab El Mandeb (cioè del Golfo di Aden) e a portarlo nell’ambito dell’islam, ciò costituirà una vittoria eclatante», poiché «a quel punto lo stretto sarà chiuso». Si tratta di un’eventualità che al momento appare piuttosto improbabile, ma il cui disegno strategico è invece già chiaro. Oltre alla chiusura dello Stretto, favorirebbe infatti il lungo asse Yemen-Somalia-Corno d’Africa-Africa Sahariana di Al Qaida, che va configurandosi sempre più, e quella «migrazione» di terroristi che, come ha detto appena due giorni fa il consigliere per la sicurezza nazionale americano James Jones, è assolutamente necessario impedire. L’eventualità è divenuta di particolare attualità il primo gennaio, quando gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab si sono detti «pronti ad attraversare il mare» per andare a dar man forte ai «fratelli» di Al Qaida nello Yemen. http://www.ilgiornale.it/ 09 febbraio 2010


Abu Mazen:colloqui indiretti con Israele

Presidente dell'Anp accetta proposta Usa, Haaretz
(ANSA) - TEL AVIV, 8 FEB - Il presidente dell'Anp Abu Mazen accetta la proposta Usa di intraprendere con Israele colloqui indiretti. Colloqui che prevedono la mediazione di George Mitchell, l'emissario per il Mo del presidente Barak Obama. Lo afferma il quotidiano Haaretz secondo cui per il momento Abu Mazen si e' limitato a chiedere ulteriori chiarimenti sul progetto anche se -assicura il giornale israeliano- ha gia' dato un assenso di principio.



Golasa: "Maccabi scusami"

Il giovane giocatore israeliano, dopo aver lasciato Roma e la Lazio, chiede perdono ai tifosi e ai dirigenti della squadra di Haifa
HAIFA (Israele) - Dopo giorni di silenzio, Eyal Golasa prende finalmente la parola: lo fa con un breve comunicato, ma tanto basta a gelare le aspettative di Lotito e a suggellare il proprio amore per il Maccabi, squadra che l'ha cresciuto e lanciato verso il calcio che conta, Champions League compresa. "Voglio chiedere scusa a tutti i tifosi ed ai dirigenti del Maccabi - ha dichiarato brevemente il calciatore - per tutta la settimana scorsa non ho voluto parlare, ma credo che sia giunto il momento di chiarire la mia posizione. Ribadisco, ciò che conta di più per me è chiedere scusa ai tifosi per tutta questa storia, che li ha danneggiati".IL MACCABI PRIMA DI TUTTO - Golasa intende rispettare l'accordo triennale firmato con il Maccabi: "Sono contento che tutto sia ormai alle mie spalle - ha aggiunto la giovane promessa del calcio israeliano - la mia priorità ora è concentrarmi per fare il bene del club e per dare il mio meglio in campo". Conoscendo il patròn biancoceleste, è difficile immaginare che davvero sia tutto "alle spalle" per Eyal Golasa: Lotito, forte di un accordo fino al 2014 con il calciatore, depositato lunedì scorso in Lega Calcio, potrebbe far ricorso alla FIFA per far valere le proprie ragioni e quell'accordo sottoscritto da Golasa, il primo da professionista per il nazionale Under 21 d'Israele. (08 febbraio 2010) http://www.repubblica.it/





Campo di concentramento di Fossoli

Un nuovo successo della Fondazione CDEC

Il libro di Liliana Picciotto sul campo di Fossoli Il libro di Liliana Picciotto sul campo di Fossoli riceve il plauso del Capo dello Stato
Fossoli, frazione di Carpi, fu lo scenario “inconsapevole” di una tragica pagina della nostra storia: qui fu attivo, tra il dicembre 1943 e i primi giorni dell’agosto 1944, un campo di concentramento in cui furono reclusi 2845 ebrei arrestati in tutta l’Italia centrosettentrionale sotto la Repubblica di Salò e l’occupante nazista. Gli ebrei non furono gli unici reclusi nel campo, che ospitò a turno prigionieri politici, militari alleati fatti prigionieri durante la guerra, ed altre categorie di prigionieri. Un’apposita Fondazione Fossoli, a Carpi, conserva il campo come monumento a questa tragica pagina della storia nazionale. Ma la sorte dei reclusi ebrei fu la più funesta, perché essi furono da Fossoli deportati ad Auschwitz, dove furono quasi tutti assassinati.È una pagina memorabile della Shoah in Italia, ricade sotto la competenza della Fondazione CDEC di Milano. La Fondazione Fossoli ha perciò preso l’iniziativa di affidare a una storica della Fondazione CDEC la redazione di un libro sulla storia degli ebrei reclusi a Fossoli. Il libro, L’alba ci colse come un tradimento, esce per i tipi di Mondadori, ed è stato presentato, in occasione delle celebrazioni ufficiali del Giorno della Memoria, alla sala della Provincia il 27 gennaio, introdotto da Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera e presidente della Fondazione Memoriale della Shoah. Ha già ottenuto il lusinghiero apprezzamento del Presidente della Repubblica Napolitano, che ha scritto all’Autrice: “Desidero complimentarmi con lei e con i suoi collaboratori per avere condotto a termine questa ulteriore, documentata e dolorosa ricerca, promossa congiuntamente dalla Fondazione CDEC e dalla Fondazione Fossoli, sul campo di concentramento e di transito di Fossoli, da cui oltre 2800 ebrei furono deportati verso i campi di sterminio tedeschi. Esso fa emergere tutte le tremende responsabilità di quelle strutture poliziesche ed amministrative che, eseguendo l’ordine di arresto di tutti gli ebrei italiani emanato il 30 novembre 1943 dal Capo della Polizia della Repubblica di Salò, consegnarono alle forze di occupazione naziste uomini e donne di ogni età, vecchi e bambini, per la loro deportazione in convogli ferroviari piombati fino ai campi di sterminio tedeschi, dove la maggior parte di loro trovò la morte. Possa la conoscenza degli eventi e l’orrore per quanto è stato scuotere le coscienze delle nuove generazioni, rendendole consapevoli del valore di quelle istituzioni che permettono loro di vivere in un’Europa restituita alla pace, alla civiltà, alla concordia fra le nazioni. Soltanto la memoria degli orrori di quel tempo può impedire che essi possano mai ripetersi”.L’apprezzamento del Capo dello Stato torna ad onore, oltre che dell’Autrice, anche dell’intera Fondazione CDEC: è motivo di orgoglio e soddisfazione che il risultato delle proprie fatiche non passi inosservato. Aurelio Ascoli http://www.mosaico-cem.it/


"La bestia umana che è in noi »

La creazione del nemico. L’odio antico per l’altro da sé, la paura atavica del “barbaro”. Il razzismo è un male che sembra eterno "Avere un nemico è importante, non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”. Sono parole di Umberto Eco, pronunciate durante una lezione all’Università di Bologna, che Gian Antonio Stella riprende nel suo ultimo libro Negri, Froci, Giudei & Co., L’eterna guerra contro l’altro per spiegare come l’avversione, l’odio, la paura per l’altro, il diverso, siano orribili e “necessarie” costanti nella storia umana. Siamo tutti “altro” rispetto a qualcuno; tutti diversi, per chi vuole appiccicare etichette sugli uomini, e ci va bene che la marcatura a fuoco è caduta in disuso. Ma mica da tanto. Nell’affresco dipinto da Stella, attraverso le pagine dense di un libro che non risparmia nessuna presunta, autocelebrata, “civiltà”, le reti oscure del medioevo con i suoi pregiudizi, le fobìe e le follie, si stendono ben oltre il secolo dei Lumi, scavalcano le epoche e le scoperte scientifiche.Restano pozze fetide di odio e disprezzo, tra popoli l’un contro l’altro armati, dalle antiche città greche, ai comuni italiani, dai Conquistadores che trattavano gli indios come scimmie ammaestrate, esibite a mo’ di trofei, alle stragi della guerra balcanica - appena quindici anni fa - in cui gli stupri etnici avevano lo scopo di annientare il nemico, l’altro da sé, nella sua stessa stirpe. L’altro da sé non può essere “uomo”; così gli ebrei sono “untermensch” per i nazisti, i negri “bestie fetide” per i Belgi predatori del Congo, gli zingari al di là di ogni possibile “riabilitazione”. E così via, dalle steppe dell’Asia alle tribù africane, dai barbari del Nord, all’invasione dei migranti, i popoli che si contendono spazio e risorse vivono, subiscono, si nutrono dell’odio e della paura, che si generano reciprocamente. O non sono piuttosto - odio e paura - alibi per altri interessi, per azzerare ogni possibile richiamo della coscienza e del senso morale?Se l’altro non è umano, non è “peccato” ridurlo in schiavitù; se è poco più di un animale, intriso di istinto e brama, diventa necessario proteggere la “civiltà” dalla sua orrenda influenza. Ma è anche lecito quindi riempire l’Africa di rifiuti tossici, come ieri depredarla dei suoi giovani più forti per il florido mercato delle “bestie umane”. Oggi come ieri, gli affari sono affari. Come sembra “corto” il tempo, brevi i secoli, oscena l’esperienza umana sul comune palco della Terra, quando le stesse logiche di prevaricazione e disprezzo si ripetono dalle guerre del Peloponneso alle invettive della Lega Nord, per tacer - ma Stella non ne tace - della tecnologia di internet abusata dal più nauseabondo, antico razzismo. Millenni passati invano. Memoria vuota e coscienza muta. Non basta lo “stupidario dei fanatici” - l’ultimo capitolo - a riportare il sorriso sulle labbra dei lettori di Stella. È troppo amara la considerazione che il razzismo, l’antisemitismo, l’omofobia, la xenofobia politica sono piante dalle radici profonde e capaci di dare frutti sempre diversi, sempre velenosi, di un veleno che uccide infliggendo un lancinante dolore all’altro, al diverso. Cioè: a noi stessi. Gian Antonio Stella, Negri, Froci, Giudei & Co., L’eterna guerra contro l’altro, Editore Rizzoli, pp. 331, euro 19,50 Ester Moscati Milano 1/02/10, http://www.mosaico-cem.it/


Il logo di una delle ONG contestate


"Polemica feroce sulle ONG israeliane »

"Il Cavallo di Troia". È il nome, fortemente simbolico, di un Rapporto che denuncia la volontà di potenze straniere di manipolare la politica israeliana attraverso il finanziamento di ONG critiche verso il governo. Sono almeno venti le Ong israeliane (fra cui Betzelem, Peace Now, Ir Amim) che si trovano al centro di un'aspra polemica, dopo la pubblicazione di un dettagliato rapporto, secondo cui le loro attività sono rese possibili in gran parte dai finanziamenti di istituzioni straniere, fra cui l'Unione europea e singoli governi europei. I fondi, secondo il rapporto, rappresentano in alcuni casi anche il 30-40% dei bilanci di quelle organizzazioni.''Dobbiamo limitare la capacità di governi stranieri di manipolare (mediante i fondi alle Ong, ndr) la politica interna di Israele e di minarne la legittimità internazionale'', affermano gli autori del rapporto, firmato dalla associazione Ngo-Monitor e dall'Istituto di strategia sionista (Izs), un think-tank fondato anni fa da Israel Harel (un giornalista vicino al movimento dei coloni), che si avvale di esperti, fra cui l'ex ministro della difesa Moshe Arens e del ministro Moshe Yaalon, entrambi del Likud. Il rapporto che ha già avuto una prima eco alla televisione - sarà discusso anche in parlamento. La pubblicazione del Rapporto, intitolato: "Il Cavallo di Troia", non giunge di sorpresa. Il Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite sull'operazione "Piombo Fuso" a Gaza si basava in parte anche su dati ottenuti da Betzelem, mentre i dati raccolti sul terreno dagli esperti di Peace Now sono spesso citati da governi stranieri quando criticano l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania. Di conseguenza in Israele, almeno negli ambienti di destra, in questi mesi è andato montando un clima di acrimonia verso quelle Ong. Lo stesso ministro Yaalon ha osservato di recente che Peace Now ''è un virus che provoca danni molti gravi'' a Israele. Il Rapporto stabilisce che il bilancio di Peace Now nel 2007 è stato equivalente a un milione di euro, di cui il 40% è giunto da fonti straniere. Sono menzionati fra l'altro l'ambasciata norvegese in Israele e i ministeri degli esteri di Gran Bretagna, Germania e Olanda (dal Rapporto non risulta alcun finanziamento istituzionale da parte dell'Italia verso le Ong esaminate). Il bilancio di Betzelem è stato nel 2007 di 1,4 milioni di euro, provenienti al 27% dall'estero. Fra i suoi sostenitori sono citati l'Unione Europea, nonché Olanda, Norvegia, Gran Bretagna. Un'altra organizzazione che da' filo da torcere al governo israeliano per le sue attività edili a Gerusalemme est è Ir Amim: il suo bilancio è di 700 mila euro, per due terzi provenienti dall'estero. Il rapporto esamina i bilanci di una ventina di Ong simili (ebraiche e arabe) e conclude che grazie agli aiuti esteri esse sono riuscite a guadagnarsi un peso specifico molto superiore a quello reale fra gli israeliani. Eppure, rincara il Rapporto, esse non esitano ad agire contro un governo eletto democraticamente, anche mediante continui (e costosi) ricorsi alla Corte Suprema. ''Non c'è alcun altro Paese al mondo che è obiettivo di manipolazione da parte di governi stranieri attraverso un intervento talmente massiccio nelle sue questioni interne'', lamentano gli autori del Rapporto, secondo i quali sta ora alla Knesset di stabilire una severa regolamentazione dei futuri finanziamenti esteri alle Ong. Aldo Baquis Milano 7/01/10, http://www.mosaico-cem.it/