lunedì 10 maggio 2010


Oltre 1500 firme all'appello "Con Israele, con la ragione"; Beffa all'Onu: «La minaccia viene da Israele»

FIRMA E CONTINUA A DIFFONDERE L'APPELLO "CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"CLICCA SU QUESTO LINK: http://www.petitiononline.com/israel48/petition-sign.html%208MAG.- "Sono già oltre 1500 le adesioni, tra cui quelle di numerosi personaggi di rilievo internazionale, all’appello in risposta a JCall, lanciato giovedì da Fiamma Nirenstein, giornalista e parlamentare, dal quotidiano Il Foglio, dal sito “Informazione Corretta” e da L’Occidentale. Tra le ultime firme celebri quelle di Vittorio Sgarbi, Raffaele La Capria e Oliviero Toscani, che vanno ad affiancare Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Alain Elkann, l’On. Enrico Pianetta, presidente dell’Associazione parlamentare di Amicizia Italia-Israele, Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, Dore Gold, ex Ambasciatore di Israele all’Onu, il filosofo francese Shmuel Trigano, Norman Podhoretz , scrittore americano ed ex direttore di Commentary Magazine, l a studiosa americana Phyllis Chesler, il professor Giorgio Israel, i giornalisti Angelo Pezzana, Giancarlo Loquenzi, Giulio Meotti e Carlo Panella e numerosi parlamentari.L’appello, diffuso anche in inglese, francese e spagnolo vuole essere una risposta a JCall, il gruppo di intellettuali francesi che lunedì scorso ha presentato al Parlamento Europeo un documento chiamato “Appello alla ragione”, in cui si oppone all’odierna politica israeliana.“Con Israele, con la ragione” – così è intitolato il documento promosso da Nirenstein e gli altri - sostiene invece che il principale ostacolo al processo di pace sia il rifiuto arabo e palestinese di accettare lo Stato d'Israele come dato permanente nell'area mediorientale e che solo una rivoluzione culturale in tal senso potrà favorire un reale cambiamento. L'appello si ripropone inoltre di creare in Europa un movimento di sostegno alle ragioni di Israele come premessa basilare per un reale ed effettivo percorso di pace”.ALCUNI ARTICOLI:"Israele divide gli ebrei d'Europa", di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 7 maggio 2010"Un nuovo manifesto per condividere le ragioni di Israele", di Angelo Pezzana, Libero, 7 maggio 2010"Se Israele seguisse JCall a Gerusalemme pioverebbero razzi", Il Foglio, 6 maggio 2010"Il JCall degli ebrei? Pressione indebita", di Anna Momigliano, Il Riformista, 5 maggio 2010"Salviamo la ragione d'Israele - doppio appello italiano e francese contro la 'resa' chiesta da JCall", di Giulio Meotti, Il Foglio, 5 maggio 2010


Gerusalemme - Keren Hayesod

Ciao Chicca . Volevamo ribadire che abbiamo passato veramente una vacanza di quelle che uno non si aspetta : per il soggiorno incredibilmente ben organizzato, per la natura storica politica e naturistica dell'itinerario, per la levatura della guida semplicemente unica, per aver conosciuto (certo in piccola parte) un piccolo Stato con un grande popolo,( poco conosciuto sia storicamente che politicamente). Un caldo abbraccio da Paola Anastasia Nelli Giancarlo.
p.s. stiamo convincendo amici e conoscenti a visitare i posti che ci avete fatto vedere:ancora grazie!!!!! da Padova e Mestre viaggio aprile 2010


Ventitré anni. Francese. Un debole, sembra, per le belle donne. E poi ebreo. Anzi no, non “e poi” ebreo: prima di tutto ebreo («Sono Ilan Halimi. Sono il figlio di Halimi Didier e di Halimi Ruth. Sono ebreo»). E come tale selezionato per la soluzione finale, adescato, rapito, sequestrato, bestialmente torturato per oltre tre settimane e infine, ancora vivo, bruciato (“Ilan era ebreo, doveva finire in fumo”).Ora il libro scritto dalla madre di Ilan per ricordarne la sconvolgente vicenda è disponibile anche in italiano, nella traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes e Marcello Hassan: noi la nostra parte l’abbiamo fatta, ora tocca a voi fare la vostra, leggendo il libro e diffondendolo, affinché uno dei più efferati episodi di antisemitismo dei nostri tempi sia conosciuto e ricordato.Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte. Barbara Mella

domenica 9 maggio 2010



1898 : Nazareth, la fontana di Maria




Italo Svevo

Pagine di identità

Quando arrivo a trattare in classe scrittori come Svevo o Saba mi viene sempre il dubbio: se insisto sulle loro radici ebraiche gli allievi potrebbero giudicarmi campanilista, se ne parlo meno di quanto si aspettano potrei apparire reticente. A loro volta i libri di testo mi mettono a disagio quando vedono l’ebraismo da tutte le parti (nell’autoironia, nel senso di estraneità, in capre dal viso semita che assumono significati simbolici quanto meno anacronistici), come se la cultura ebraica si riducesse a questo; tuttavia mi infastidisce anche quando trascurano di segnalare le radici ebraiche degli autori, perché mi sembra che tacendo sulle possibili influenze di culture “altre” si voglia trasmettere un’impressione falsamente piatta e uniforme della letteratura italiana.Anche all’interno del mondo ebraico oscilliamo tra due opposte tentazioni: arrampicarci sugli specchi per trovare qualcosa di ebraico anche in personaggi che possono al massimo rievocare qualche vago ricordo di famiglia, oppure negarlo perfino dove è evidente (per esempio in autori come Primo Levi). Per venirne a capo bisognerebbe prima definire la cultura ebraica, e sappiamo che è un compito impossibile. Intanto la riflessione sugli scrittori ebrei italiani ci porta a ragionare sulla nostra stessa identità.Anna Segre, insegnante, http://www.moked.it/


Israele, l’intramontabile Paul Anka (Mr. Lonely Boy’) spopola a Tel Aviv

TEL AVIV, 20 Novembre 2009 – Fan in delirio e recensioni entusiastiche hanno accompagnato la tappa del cantante canadese di origini libanesi Paul Anka in Israele, dove l’idolo dei teenager anni Sessanta – in forma e ancora perfettamente riconoscibile alla soglia della settantina – ha tenuto due concerti, ieri e l’altro ieri, nella Nokia Hall di Tel Aviv. In origine era prevista solo una data, ma i biglietti sono andati in sold out rapidamente, malgrado il costo piuttosto elevato (tra gli 80 e i 240 euro): e quindi ‘Mr. Lonely Boy’, come ancora lo chiamano i suoi tanti ammiratori, ha deciso di esibirsi per una seconda serata, anch’essa da tutto esaurito.La rassegna stampa non lascia dubbi: l’autore di classici intramontabili come ‘Diana’ – composto nel 1957 – o ‘You are my destiny’ ha «stregato il pubblico» israeliano «con la sua magia», come ha titolato il quotidiano Haaretz. «Lo show – si legge nel lungo articolo – lo ha riproposto al pubblico come un compositore di talento, un eccellente cantante e un vero animale da palcoscenico, malgrado l’età avanzata» (68 anni). Il Jerusalem Post ha sottolineato che «questa è la prima volta di Paul Anka nel Paese», e ne ha ricordato il rapporto professionale con Frank Sinatra: per lui Anka scrisse le parole di un altro pezzo di storia della musica, ‘My Way’. (Ansa)


Shabbath a Gerusalemme

Si avvicina una nuova guerra di Libano e Siria contro Israele, ispirata da Teheran

...I segnali che preannunciano l’imminenza di una nuovo aggressione di Hezbollah libanese contro Israele sono sempre più inquietanti e inequivocabili. Il ministro della difesa americano Robert Gates ha infatti dichiarato pubblicamente che la Siria e l’Iran stanno consegnando missili sempre più sofisticati agli Hezbollah in Libano: “Siamo arrivati al punto dove gli Hezbollah sono in possesso di un arsenale di razzi e missili più poderoso di molti governi del mondo”. Questa autorevolissima accusa di sabotare l’accordo di tregua che chiuse la guerra del 2006, lanciata contro Hezbollah, il governo libanese, la Siria e l’Iran, non proviene -si badi- da un oltranzista, ma dal ministro a cui Barack Obama ha consegnato il controllo del Pentagono. Dunque, la più alta autorità politico militare del pianeta, avalla totalmente –anzi le incrementa- le denunce di Israele circa la totale violazione dei presupposti e del senso della missione Unifil in Libano e conferma la recente denuncia fa di Simon Peres, che si è detto certo che la Siria abbia consegnato a Hezbollah pericolosissimi missili Scud. Un quadro talmente grave, che Obama ha inviato ieri in Libano il suo Consigliere per la sicurezza nazionale John Brennan, che è anche responsabile per l’antiterrorismo, per verificare in loco la consistenza del fenomeno (soprattutto per cercare di comprendere se Hezbollah abbia o meno ricevuto gli Scud). A fronte di queste conferme, le smentite del presidente libanese Michel Suleiman, del premier Saad Hariri, della Siria e di Hezbollah, diventano ancora più minacciose e pericolose. Esse non si limitano infatti a negare l’esistenza di questo traffico di missili, ma vanno oltre e qualificano queste denunce quali “provocazioni di Israele che vuole così motivare i suoi progetti di guerra”. E’ il classico scenario messo in campo da parte araba dal 1956 in poi: escalation militare, propaganda contro le “minacce” di Israele e infine guerra (con relativa sconfitta araba, peraltro). Purtroppo siamo già molto avanti su questo percorso bellico tanto che ieri il ministro degli esteri egiziano Abul Gheit ha avvertito gli Usa del rischio di una possibile escalation fra Israele e Libano, che potrebbe sfociare in un’altra guerra. Contemporaneamente il presidente egiziano Hosni Mubarak e il premier libanese Saad Hariri hanno discusso a Sharm el Sheikh di quelle che definiscono le “minacce” di Israele, e Hariri ha dichiarato di aver ricevuto da Mubarak l’assicurazione che l’Egitto ha avviato contatti per garantire la sicurezza di Libano e Siria. Si sta dunque sempre più confermando la nostra –facile- profezia che vedeva incancrenirsi la situazione tra Libano e Israele non tanto e non solo a causa del quadro geopolitico locale, ma anche e soprattutto perché questo è interesse precipuo di Teheran. A fonte di nuove sanzioni Onu (sia pure blande, come saranno) e della crisi politica interna (anche se l’Onda Verde fatica allo spasimo a reggere il peso di una repressione feroce), Khamenei e Ahmadinejad possono infiammare tramite la Siria ed Hezbollah tutto il quadro mediorientale, presentandosi quali alfieri del Jihad contro Israele e rafforzando così la propria posizione sia sul piano interno che esterno.Si prospetta quindi un’estate rovente nel paese dei cedri e bene farebbe il governo italiano a mettere in agenda una immediata verifica sull’evoluzione della crisi, per evitare che i nostri 2.500 militari della missione Unifil si trovino all’improvviso a dover fronteggiare –letteralmente presi tra due fuochi- una probabile nuova guerra. (Libero del 29 aprile) Scritto da Carlo Panella


Rav Toaff compie 95 anni: Un italiano vero

Il compleanno dell'uomo che ha lottato contro l'antisemitismo di destra e di sinistra
Fervono le discussioni sui centocinquant' anni dell' Unità d' Italia e oggi c' è un italiano, Elio Toaff, che festeggia novantacinque anni, quasi due terzi della storia nazionale. La sua vicenda «italiana» è davvero significativa. È un tipo di italiano che il fascismo aborriva: ebreo, innamorato della libertà e capace di lottare per essa, cresciuto nel clima cosmopolita e tollerante di Livorno (il vescovo della città fece suonare le campane al passaggio del funerale del padre, il rabbino Alfredo Toaff, suo primo maestro). Nato nel 1915, Elio Toaff conosce in giovinezza l' umiliazione delle leggi razziste. Si laureò a fatica in giurisprudenza, perché nessun professore voleva dare la tesi a un ebreo. Voleva andare in Palestina come i fratelli, ma il padre lo invitò a rimanere, perché un rabbino doveva stare con la sua gente. Gli anni della guerra furono durissimi, specie dopo il 1943. In fuga con la moglie Lia (una donna di grande livello), Toaff fu catturato dalle SS e condannato alla fucilazione. Mentre scavava la fossa, si mise a pregare. Lo notò un capitano che, alla fine, lo fece fuggire. Con sapiente ironia, Toaff, ricorda l' episodio, mentre gli brillano gli occhi: «la preghiera mi ha salvato». Forte, ironico, sdrammatizzante ma capace di grande tenacia, il rabbino ha dedicata la vita alla ricostruzione dell' ebraismo italiano, nella fede, nella cultura ebraica, nelle opere della Comunità. Dal 1951 è alla testa della comunità romana, la maggiore in Italia. Lungo gli anni compie un' importante operazione: fare dell' ebraismo una componente rilevante, anche se minoritaria, della società nazionale. Era una società dominata dallo scontro, immersa in un conformismo sociale e culturale, disinteressato alla realtà ebraica. Lo stesso cattolicesimo non aveva un peculiare interesse per gli ebrei. Il rabbino riuscì a coagulare gente di cultura, della politica, dei media, attorno alla lotta contro il risorgente antisemitismo. Allora si manifestava spesso scarsa attenzione al problema. Non dobbiamo retrodatare il clima attuale di simpatia per l' ebraismo, di memoria della Shoah, di ripudio piuttosto generalizzato dell' antisemitismo. Allora c' era indifferenza, se non fastidio per la «diversità» ebraica. In realtà la personalità di Toaff ha mostrato agli italiani come la «diversità» ebraica sia una ricchezza per il Paese. Dopo aver lottato contro l' antisemitismo di destra, si ritrovò a far i conti con quello di sinistra. Nel 1982, l' anno della strage dei palestinesi di Sabra e Shatila, durante un corteo sindacale, fu lasciata una bara sotto la lapide che, sul muro della sinagoga, ricorda gli ebrei caduti. Era troppo. Toaff, con energia, denunciò il «vento dell' odio». Il 9 ottobre 1982 vari ebrei furono feriti e un bambino di tre anni ucciso dai terroristi palestinesi, all' uscita dalla sinagoga, l' ultimo giorno della festa della Capanne. Trentanove anni prima, proprio nel mese di ottobre, i tedeschi avevano razziato un migliaio di ebrei per portarli alla morte. Con grande forza morale, Toaff impose all' attenzione degli italiani la realtà ebraica. Lavorò molto per intensi rapporti con il cattolicesimo. Nel 1986, quattro anni dopo quell' attentato, ricevette Giovanni Paolo II, per la prima visita di un Papa a una sinagoga. Fu un avvenimento storico. Dietro all' evento c' era la volontà di papa Wojtyla. Ma ci fu pure l' intelligente tessitura del rabbino, consapevole del ruolo e dei nuovi orientamenti della Chiesa. Toaff ha veri amici tra i cattolici, anche per il suo dono innato di costruire rapporti. Del resto era stato lui a salutare Giovanni XXIII quando, improvvisamente, si fermò davanti alla sinagoga e benedisse gli ebrei. Toaff aveva chiesto a Giovanni Paolo II parole di rincrescimento per la condizione ebraica nella Roma dei Papi e il riconoscimento diplomatico d' Israele da parte vaticana. Per il resto l' incontro del 1986 realizzò un' amicizia (il Papa nominò Toaff nel testamento, unico ricordato con il suo segretario personale). Nel 2005 il rabbino era in piazza San Pietro per i funerali del Papa. I quasi cent' anni Elio Toaff raccontano la bella e coraggiosa storia di un italiano, che affonda le sue radici nella tradizione ebraica e in una linfa risorgimentale (suo padre fu allievo del grande rabbino livornese Benamozegh ma anche di Pascoli). Il suo umanesimo forte e ottimista si riassume nella convinzione che la cosa più importante - ha dichiarato - «è far felici gli altri, perché se sono felici gli altri sono più felice anch' io».La vita L' uomo Elio Toaff è nato il 30 aprile 1915 a Livorno. Nel 1938 si è laureato in Giurisprudenza. Durante gli anni della guerra, in fuga con la moglie Lia e il figlio Ariel, fu preso dalle SS e condannato a fucilazione La guida Dopo essere stato rabbino di Ancona e Venezia, nel 1951 è diventato rabbino capo di Roma. Nel 1986 ha ricevuto Giovanni Paolo II in sinagoga: prima visita di un Papa. Nel 2001 si è dimesso(30 aprile 2010) - Corriere della Sera


«Noi per Gerusalemme, dalla parte di Wiesel»

Gli ebrei italiani contro il «documento dei 99» Lo storico Calimani: alle pietre non do alcun peso, alla vita umana e alle idee sì. Poi non sono io a dover dare soluzioni politiche
L' appello Il 16 aprile, Elie Wiesel pubblica un' inserzione su tre giornali (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal) «Per Gerusalemme». L' appello scatena molte reazioni (anche «dai 99 intellettuali» israeliani) che contestano a Wiesel di ignorare il problema degli insediamenti MILANO - La Gerusalemme «al di sopra della politica» di Elie Wiesel («per me, per l' ebreo che sono») o quella da «condividere tra i due popoli che ci vivono», rivendicata dai 99 intellettuali della sinistra israeliana. Le pietre del cuore e della religione o quelle scagliate negli scontri di strada. La città ultraterrena (e intoccabile) o la terra da misurare nei negoziati di pace. Alcuni esponenti della comunità ebraica italiana discutono - e per lo più difendono - le parole del premio Nobel, sopravvissuto ad Auschwitz. E nel dialogo a distanza tra la diaspora e Israele, raccontano la loro Gerusalemme (e quello che dovrebbe diventare o rimanere). Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: «Sono pronto a raccogliere le firme in sostegno a Elie Wiesel. Ognuno di noi prega tre volte al giorno rivolto verso Gerusalemme, che preferisco chiamare Yerushalayim. Nella diaspora esiste un trasporto religioso verso la capitale, ma rispetteremo qualunque decisione dovesse prendere la democrazia israeliana. La questione della città dovrebbe essere il punto finale nei negoziati». Tobia Zevi fa parte dell' assemblea nazionale dei giovani del Partito democratico: «Quella che viene chiamata sinistra ebraica è oggi in difficoltà, il pericolo vissuto da Israele rende più complesso il lavoro di chi è impegnato sul fronte della pace. Lo status di Gerusalemme dev' essere affrontato in termini politici e territoriali, non religiosi. Tra me e Pacifici esiste un perimetro condiviso: vanno spiegate le ragioni dello Stato ebraico, va sancita l' irrinunciabilità alla sua esistenza e va garantita la possibilità di critica alle scelte dei governi israeliani». Roberto Jarach, candidato alle elezioni per il consiglio della comunità milanese con Yes Oui Ken (significa nido in ebraico): «La politica estera non entra nella campagna, il nome della nostra lista non vuole creare connessioni con lo slogan scelto da Barack Obama. Io credo che il valore di Gerusalemme per Israele e per gli ebrei sia maggiore di quello artificiosamente costruito dagli arabi. Quando la stampa o i telegiornali italiani dicono "il governo di Tel Aviv", mi fanno venire la pelle d' oca». Riccardo Calimani, storico dell' ebraismo: «Alle pietre non do alcun peso, alla vita umana e alle idee sì. La pace è il primo obiettivo che bisogna cercare di coltivare in maniera instancabile. Non sono io a dover consigliere soluzioni politiche, ma le premesse da cui parto sono queste». Fiamma Nirenstein, deputata per il Popolo della Libertà, in un editoriale sulla rivista Shalom: «Qualcuno dovrebbe far vedere a Obama un piccolo film sul formicolio di vita ebraica del tutto integrata da decenni. Sono certa che poiché glieli descrivono sempre come "insediamenti" lui si immagina dei recinti, delle colonie chiuse, corpi estranei rispetto a un tessuto antropologicamente e religiosamente diverso». Andrea Jarach, fino al 2008 presidente federazione delle associazioni Italia-Israele: «Sono contrario all' ipotesi di un controllo internazionale su Gerusalemme. Mi baso sulla Storia e su questa storia. Nel 1948, prima della conquista giordana, la parte orientale era sotto dominio britannico. Il 13 aprile un convoglio che trasportava pazienti, medici e infermieri dalla zona occidentale verso l' ospedale Hadassa venne attaccato dagli arabi e sotto gli occhi dei soldati inglesi tutte le 79 persone vennero sterminate. Tra loro, Anna Cassuto, sopravvissuta ad Auschwitz, dove invece era morto il marito». Yasha Reibman, consigliere nella comunità milanese, lista Per Israele: «La maggioranza degli ebrei italiani, fino a otto-nove anni fa, non difendeva Israele, riteneva che non fosse elegante. Adesso è cambiato. Non dobbiamo e non possiamo decidere al posto di Israele, abbiamo il dovere di spiegarne le scelte. Gerusalemme è la capitale di Israele e nella città esiste la libertà di religione. Anche per questo ci auguriamo che resti israeliana». Johanna Arbib, presidente consiglio internazionale del Keren Hayesod: «La lettera di Wiesel è un modo molto diplomatico, elegante e profondo di spiegare al mondo qual è l' importanza di Gerusalemme per il popolo ebraico. Anche se vive nella diaspora, è legittimato a scrivere perché è riconosciuto come rappresentante dello Stato ebraico. Ed è legittimato perché il suo non è un parere personale: ha offerto la definizione dello status di Gerusalemme secondo la religione ebraica e spiegando la presenza storica degli ebrei in questa città». Emanuele Fiano, deputato del Partito democratico: «Sul piano sentimentale, capisco Wiesel. Mio padre Nedo, sopravvissuto ad Auschwitz, quando scende dall' aereo in Israele, si inginocchia e bacia la terra. Io ho un amore sconfinato per il Paese, ma evito un rapporto irrazionale, voglio mantenere il mio diritto di critica all' operato dei governi israeliani. Il percorso della pace richiederà rinunce e compromessi, anche su Gerusalemme». Giuseppe Piperno, presidente dell' Unione Giovani ebrei d' Italia: «Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico. Nella comunità esistono opinioni diverse nei confronti dei governi israeliani, ma credo che sulla città la posizione sia unanime». Victor Magiar, tra i fondatori del Gruppo Martin Buber - Ebrei per la pace: «La Gerusalemme di Wiesel è quella del nostro cuore, ma noi abbiamo bisogno di scelte realistiche ed è realistico pensare che ci dovrà essere un compromesso ragionevole. Ero bambino nel 1963, in Libia, e ricordo molto bene le parole di Gamal Abdel Nasser: "Possiamo perdere cento guerre, ci basta vincere l' ultima" e "Abbiamo le nostre donne, li sommergeremo con i nostri figli". Se Israele non si sbriga a trovare la pace, pur non perdendo militarmente, rischia di sparire sommersa dalla demografia». Davide Frattini RIPRODUZIONE RISERVATA Posizioni Riccardo Pacifici «Preghiamo tre volte al giorno rivolti verso Gerusalemme» Roberto Jarach Il valore della città è maggiore per Israele e per gli ebrei Tobia Zevi Lo status di Gerusalemme dev' essere affrontato in termini politici, non religiosi Johanna Arbib Quella di Wiesel non è un' opinione personale, rappresenta tutto il popolo ebraico.Frattini Davide,1 maggio 2010) - Corriere della Sera


vignetta pubblicata dal settimanale egiziano Al-Ahram (29 aprile-5 maggio 2010): gli ebrei rappresentanti come mine vaganti, con la miccia accesa
Cinismo nucleare

C’è qualcosa di più di un tocco di schizofrenia nella politica dell’Egitto verso Israele. L’atteggiamento egiziano appare a volte positivo, ma l’Egitto rimane anche un focolaio di greve propaganda anti-israeliana e continua a partorire iniziative che non possono essere considerate altro che profondamente ostili.L’Egitto aspira al ruolo di corretto mediatore fra Israele e palestinesi. E in effetti questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà il presidente egiziano Hosni Mubarak. A quanto risulta, l’Egitto si è anche adoperato affinché la Lega Araba forzasse il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a uscire dalla sua intransigenza. Gli sforzi egiziani per fermare la massiccia corsa al riarmo della striscia di Gaza dominata da Hamas possono non essere ancora sufficienti, ma sono certamente aumentati dopo la campagna israeliana anti-Hamas del gennaio 2009. Lo stesso vale per i tentativi di limitare i traffici illegali di esseri umani dall’Africa attraverso il Sinai, anche se i metodi della polizia di frontiera egiziano risultano talvolta discutibili.Sul versante negativo, però, si registra la smaccata giudeo fobia, così tanto endemica in Egitto. A parte la famigerata circostanza che il “Mein Kampf” e i “Protocolli dei Savi di Sion” restano in Egitto tra i massimi best-seller, e che la stampa controllata dal governo continua a pubblicare nefaste calunnie antisemite e vignette in perfetto stile Der Sturmer, c’è anhe il fatto che le più ascoltate personalità egiziane lanciano spesso e volentieri feroci invettive contro Israele, per cui il clima dominante scoraggia pesantemente anche i contatti più costruttivi fra israeliani ed egiziani.La contraddittorietà intrinseca dell’atteggiamento egiziano è esemplificata dal recente incidente in cui il ministro degli esteri del Cairo, durante una visita ufficiale in Libano, ha etichettato Israele come stato “nemico”. Successivamente ha cercato di rimediare, sostenendo che intendeva riferirsi al come Beirut considera Israele.Questo sdoppiamento di personalità diplomatico è forse ancora più evidente nella incessante campagna egiziana volta a privare Israele di qualsivoglia forza nucleare si ritenga che sia in suo possesso. È un tema costante della politica egiziana. L’ultima mossa del Cairo è quella di cercare di costringere Israele a firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1970.I 189 paesi firmatari del Trattato si riuniranno ai primi di maggio nella sede dell’Onu, e l’Egitto farà la sua parte per cercare di spostare l’attenzione dei lavori dall’Iran su Israele. Anzi, l’Egitto minaccia apertamente di bloccare tutte le risoluzioni della Conferenza di Revisione del Trattato se non verrà preso di mira il presunto arsenale atomico israeliano. In effetti l’Egitto già fece naufragare la precedente conferenza del 2005.Il pericolo questa volta è che un numero sempre più alto di paesi, e tra loro anche paesi democratici magari in buona fede, si dimostrino disponibili a seguire l’Egitto su questa strada. L’attuale amministrazione americana è chiaramente assai più disponibile della precedente all’idea di rivitalizzare la vecchia retorica del “bando alla bomba” per un mondo “libero dal nucleare e dalle minacce”. Lo scorso autunno il presidente Usa Barack Obama ha presieduto con grandi fanfare la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha rilanciato la visione del disarmo nucleare. Inoltre, esiste una marcata inclinazione in occidente a sfogare la frustrazione, generata dall’Iran, puntando i riflettori contro Israele. L’Egitto sfrutta cinicamente questa propensione e si è già assicurato molti co-promotori per la sua risoluzione.A prima vita l’Egitto può accampare la pretesa di un’equivalenza morale. Ma è una pretesa fraudolenta. Sia l’Egitto sia i suoi co-sponsor sanno benissimo che Israele è una democrazia moderata come tutte le altre. Se Israele ha davvero la bomba, vuol dire che ce l’ha da cinquant’anni: quasi altrettanto delle potenze del “club atomico” originario. In tutto questo tempo, coerentemente con l’impegno formale a non essere il primo a introdurre l’utilizzo delle armi nucleari in Medio Oriente, Israele non ne ha fatto nessun uso iniquo né illegittimo. L’Iran, per contro, è dimetricamente l’opposto di Israele: un regime che professa una teologia islamista millenarista estremista, le cui parole d’ordine sono instabilità e imprevedibilità. Non c’è nessuna equivalenza fra una democrazia che esercita il proprio diritto all’autodifesa e una tirannide aggressiva ed espansionista.Il piano dell’Egitto è quello di esigere un Medio Oriente “nuclear-free” in base alla Risoluzione di Revisione del Trattato del 1995 volta a creare una zona regionale “libera da armi di distruzione di massa”. Ma è quasi vergognoso ignorare la varietà delle armi di distruzione di massa e concentrare tutto sull’unica democrazia di tutto il Medio Oriente, assediata e minacciata. Il risultato è che il democratico Israele potrebbe essere sottoposto a fortissime pressioni, mentre il dispotico Iran potrebbe farla franca con un flagrante ostruzionismo. I moderati verranno disarmati mentre l’aggressore fuori da ogni controllo si ritroverà armato fino ai denti. È questo che vuole ottenere l’Egitto? Vuole indebolire Israele? Vuole accendere nuove tensioni fra Gerusalemme e Washington? Quali che siano gli obiettivi dell’Egitto, non si tratta certo di mosse amichevoli.L’ironia della cosa sta nel fatto che l’Egitto sa benissimo che gli ayatollah di Teheran non minacciano soltanto Israele. La loro incendiaria versione dell’islam prende di mira innanzitutto i cosiddetti arabi moderati, Egitto in testa. L’Egitto farebbe meglio a comportarsi come una forza di pace e stabilità, e non una forza che acuisce attriti e contrasti.(Da: Jerusalem Post, 28.4.10)http://www.israele.net/