sabato 6 febbraio 2010
Bernard Berenson,askenazita (1865-1959)
I ricercatori dell'Einstein College di New York, guidati dal genetista Nir Barzilai, stanno facendo ricerche sul corredo genetico degli ebrei ashkenaziti viventi negli Stati Uniti per individuare i fattori genetici che prolungano la vita. Sembra infatti che fra gli Ashkenaziti censiti nella ricerca la possibilità di raggiungere i cento anni siano venti volte superiori alla media. Sono sempre un po' diffidente di questo genere di affermazioni, fatto salvo il rispetto dovuto ai genetisti. Già nel 1348 si diceva che gli ebrei fossero più resistenti alla peste, affermazione malevola perché unita all'accusa di spargerla, che è stata all'epoca smentita fin dal papa, che scrisse una bolla apposta per ricordare che gli ebrei morivano come e quanto i cristiani. Non vorrei che fosse un'altra balla, come quella che gli ebrei avvelenavano i pozzi, rimasta presente nel linguaggio della metafora anche oggi che non si attinge più l'acqua al pozzo sotto casa. Tra le balle, comunque, sembra fra le più innocue. E poi, nella storia, fra pogrom, persecuzioni, stermini, il tasso di mortalità degli ebrei è sempre stato tanto alto, che l'idea di essere portatori dei geni che daranno a tutti l'elizir di lunga vita non può che rallegrarci. O almeno dovrebbe, fatto salvo il brivido che ci percorre ogni volta che si parla di fattori genetici propri degli ebrei, e fatto salvo il dubbio che raggiungere i cento anni non sia proprio il massimo dei traguardi, in un mondo in cui la mortalità infantile permane devastante.Anna Foa,storica, http://www.moked.it/
Bernard Berenson (1865-1959), critico e conoscitore d’arte tra i maggiori della sua epoca, nato in Lituania, cittadino statunitense, visse per decenni in Italia dove era approdato giovinetto grazie a una borsa di studio. Morì a Settignano presso Firenze nella sua villa I Tatti, punto di riferimento per artisti, intellettuali e uomini di cultura di tutto il mondo. Tra le sue opere, Pittori italiani del Rinascimento, Metodo e attribuzione.
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Rassegna stampa
Il Silvio Berlusconi che alle dieci di sera torna nella sua residenza romana a Palazzo Grazioli, è un primo ministro italiano più vicino a Israele. L’eco delle sue parole pronunciate al Parlamento di Gerusalemme non commuovono solo Tzipi Livni, non riempiono d’onore solo Bibi Netanyahu, ma soddisfano un’esigenza interiore a ogni italiano che crede nella forza, nel significato e nella fede dell’esistenza dello Stato di Israele. I sentimenti di rispetto nei confronti dell’unica democrazia in Medio Oriente, la condanna all’Iran, l’invito a iniziare un percorso comune che porti a lavorare assieme nell’Unione Europea, la capacità di comprendere il concetto di “difesa” e di ammettere l’esigenza di protezione dalle insidie di Gaza, cuciono un messaggio giudicato “sincero” da Shimon Peres. Così, leggere la cronaca dell’ultima giornata di Silvio Berlusconi in Israele è un po’ come una pausa-relax in un mondo in cui gli attacchi (mediatici e militari) sono all’ordine del giorno.Per chi non lo avesse notato, la coerenza del Premier, spesso danzante sul filo della diplomazia, è dimostrata nell’incontro con Abu Mazen. Quando il leader dell’Anp, racconta Repubblica, chiede una ferma condanna contro il muro di Betlemme, il Cavaliere risponde: io quel muro non l’ho visto. L’atteggiamento di Berlusconi è interpretato, a mio avviso con lucidità, da Antonio Ferrari sul Corriere. Il Premier, è la tesi, parla chiaro perché vuole ritagliarsi un ruolo da protagonista nell’Unione europea. Interessante anche l’analisi di Livio Caputo sul Giornale, che ripercorre la storia tra il Cavaliere e Israele dal 1994 a oggi. Mentre sulla Nazione Abraham Yehoshua racconta le sue impressioni e plaude al discorso fatto al Parlamento.Nel giorno della “serenata” italiana arrivano forti anche le reazioni dell’Iran. La Stampa racconta del lancio di un razzo spaziale, più o meno legato al programma nucleare, delle minacce all’Occidente e dell’indignazione degli Stati Uniti. Insomma, nonostante tutto Teheran tira dritto e attacca l’Italia (uno dei maggior partner commerciali): Roma complica le cose.A proposito della Capitale. Nel giorno in cui iMussolini, l’applicazione iPhone sul dittatore fascista criticata dal mondo, viene cancellata dalla Apple (Repubblica), la Digos fa irruzione nel covo di Militia, quelli delle scritte antisemite, delle offese a Riccardo Pacifici o che distruggono le targhe alla Resistenza. Il Messaggero racconta che all’interno del locale sono stati trovati un albun nazista, foto di Hitler, frasi contro Auschwitz e inneggianti al Ku Klux Klan e al White Power, più qualche altro souvenir da destra estrema. Speriamo si riesca a fare un po’ di pulizia.Fabio Perugia, http://moked.it/
Il Silvio Berlusconi che alle dieci di sera torna nella sua residenza romana a Palazzo Grazioli, è un primo ministro italiano più vicino a Israele. L’eco delle sue parole pronunciate al Parlamento di Gerusalemme non commuovono solo Tzipi Livni, non riempiono d’onore solo Bibi Netanyahu, ma soddisfano un’esigenza interiore a ogni italiano che crede nella forza, nel significato e nella fede dell’esistenza dello Stato di Israele. I sentimenti di rispetto nei confronti dell’unica democrazia in Medio Oriente, la condanna all’Iran, l’invito a iniziare un percorso comune che porti a lavorare assieme nell’Unione Europea, la capacità di comprendere il concetto di “difesa” e di ammettere l’esigenza di protezione dalle insidie di Gaza, cuciono un messaggio giudicato “sincero” da Shimon Peres. Così, leggere la cronaca dell’ultima giornata di Silvio Berlusconi in Israele è un po’ come una pausa-relax in un mondo in cui gli attacchi (mediatici e militari) sono all’ordine del giorno.Per chi non lo avesse notato, la coerenza del Premier, spesso danzante sul filo della diplomazia, è dimostrata nell’incontro con Abu Mazen. Quando il leader dell’Anp, racconta Repubblica, chiede una ferma condanna contro il muro di Betlemme, il Cavaliere risponde: io quel muro non l’ho visto. L’atteggiamento di Berlusconi è interpretato, a mio avviso con lucidità, da Antonio Ferrari sul Corriere. Il Premier, è la tesi, parla chiaro perché vuole ritagliarsi un ruolo da protagonista nell’Unione europea. Interessante anche l’analisi di Livio Caputo sul Giornale, che ripercorre la storia tra il Cavaliere e Israele dal 1994 a oggi. Mentre sulla Nazione Abraham Yehoshua racconta le sue impressioni e plaude al discorso fatto al Parlamento.Nel giorno della “serenata” italiana arrivano forti anche le reazioni dell’Iran. La Stampa racconta del lancio di un razzo spaziale, più o meno legato al programma nucleare, delle minacce all’Occidente e dell’indignazione degli Stati Uniti. Insomma, nonostante tutto Teheran tira dritto e attacca l’Italia (uno dei maggior partner commerciali): Roma complica le cose.A proposito della Capitale. Nel giorno in cui iMussolini, l’applicazione iPhone sul dittatore fascista criticata dal mondo, viene cancellata dalla Apple (Repubblica), la Digos fa irruzione nel covo di Militia, quelli delle scritte antisemite, delle offese a Riccardo Pacifici o che distruggono le targhe alla Resistenza. Il Messaggero racconta che all’interno del locale sono stati trovati un albun nazista, foto di Hitler, frasi contro Auschwitz e inneggianti al Ku Klux Klan e al White Power, più qualche altro souvenir da destra estrema. Speriamo si riesca a fare un po’ di pulizia.Fabio Perugia, http://moked.it/
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Inflessibilità
Dopo la perfetta riuscita della multa di dodicimilacinquecento euro che il Vaticano ha comminato al vescovo Williamson perché non negasse più la Shoah, la comunità internazionale attende una pesante contravvenzione anche per Ahmadinejad. Oggi è così che la Storia scioglie i suoi nodi. Con un pugno di vigili urbani. Il Tizio della Sera, http://moked.it/
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Curiosità
Ahmad Rafat
Rafat: “L’Onda Verde vincerà grazie a internet”
Mentre i media nazionali sono tornati a parlare di Iran e più in generale di Medio Oriente, a Firenze, città con l’occhio sempre vigile sulle vicende che riguardano quell’area tanto martoriata, ha preso il via la rassegna cinematografica Middle East Now, nel capoluogo toscano fino a domenica prossima (il programma completo su www.middleastnow.it). È la prima volta in assoluto che un festival interamente dedicato al cinema mediorientale si svolge in Italia. L’iniziativa, supportata e patrocinata dai principali enti pubblici locali, è stata organizzata dall’associazione culturale Map of Creation e dalla Fondazione Stensen. Coinvolti nel progetto anche gli studenti iraniani residenti all’ombra del cupolone (quello del Brunelleschi).Israele, Palestina, Libano, Afghanistan, Dubai e, soprattutto, Iran. Alcuni giovani registi indipendenti ci raccontano un Medio Oriente lontano dagli stereotipi occidentali, un mondo spesso sconosciuto che regala inaspettate sorprese e spazza via parte dei pregiudizi radicati ad ovest del Bosforo. Perché desiderio di libertà e speranza per una vita migliore sono desideri comuni sia all’Occidente che al vicino Oriente. Stazioni di partenza di questo viaggio che con ci porta da Beirut a Teheran, passando per splendide vallate di cedri, deserti rocciosi e carceri disumane, sono l’elegante sala dell’Odeon Cinehall e quella più sobria dell’Auditorium Stensen, storici luoghi di aggregazione fiorentini e più volte teatro di manifestazioni culturali di livello internazionale.Il piatto forte di Middle East Now è ovviamente un vasto pacchetto di film e documentari, ma in programma ci sono anche una mostra fotografica, curata dal reporter olandese Paolo Woods, e workshop di vario tipo. Prevista inoltre la presenza di intellettuali schierati in prima linea contro il regime teocratico di Ahmadinejad, come Roxanna Saberi e Ahmad Rafat. Ed è stato proprio il giornalista italo – iraniano (nato a Teheran ma nel nostro paese dai tempi dell’Università), ieri pomeriggio, a inaugurare questa cinque giorni di cinema in riva all’Arno. Davanti ad un pubblico composto in larga parte da ragazzi, Rafat ha presentato il suo ultimo libro, Iran - la rivoluzione online, volume in cui cerca di ricostruire tutte le tappe che hanno portato alla nascita dell’Onda Verde, il movimento che dalle ultime farsesche elezioni presidenziali in poi cerca di opporsi in qualsiasi modo (non violento) ad Ahmadinejad e ai suoi barbuti scagnozzi. Come il titolo lascia intuire, tema centrale del volume è la grande familiarità che questi coraggiosi giovani hanno con la rete, che rappresenta non solo un mezzo attraverso il quale organizzare la propria attività ma anche l’unica possibilità per diffondere fuori dai confini nazionali immagini e filmati dei crimini compiuti dai basiji e da chi li manovra. “Le parole possono essere smentite e qualcuno potrebbe credere a quelle smentite - spiega Rafat - ma un video o una foto non corrono questo rischio”. Straordinarie, dunque, le potenzialità di internet e, in particolare, dei social network: Facebook in testa. Lo stesso Facebook che da trappola per adolescenti videodipendenti, si trasforma nel solo modo possibile in cui raccontare il dramma di un popolo in costante lotta per la libertà. “Credo di essere stato tra i primissimi della mia generazione – Rafat ha quasi 60 anni – a coglierne le potenzialità”. La sua pagina personale, aperta ancor prima delle elezioni, è una delle più lette e commentate dai dissidenti. “L’ottantadue per cento dei miei amici virtuali - spiega – viene dall’Iran”. Un fenomeno, quello del social network inventato da Mark Zuckerberg, che a Teheran e dintorni ha conosciuto un vero e proprio boom. In pochi mesi, infatti, gli utenti che scrivono e pubblicano foto dall’Iran sono passati da venticinquemila a un milione. E lo fanno con grande partecipazione e impegno: “Sulla mia pagina, ogni 60 commenti postati, solamente uno o due li scrivo io”. Una pagina tra l’altro aperta a tutti, in cui vige una unica e sacrosanta regola: è possibile esprimere opinioni di ogni genere, basta non offendere gli altri utenti.Paladino della libertà d’espressione, “mohareb” (nemico di Dio) secondo gli ayatollah, Rafat ha dedicato il libro a tutti coloro che combattono per la libertà, ed in particolare a Neda, la ragazza diventata uno dei simboli di questa lotta. Il corrispondente di Voice of America è fiducioso: “Prima o poi l’Onda Verde raggiungerà la vittoria. C’è una generazione intera che non vuole più vivere rispettando regole stabilite 14 secoli fa”. E aggiunge: “Non sono necessarie ideologie per vincere”. È sufficiente il fatto di non avere alternative.Adam Smulevich, http://moked.it/
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L'angolo del cinema
Il 2009 è stato dichiarato l'anno con la più alta incidenza di episodi antisemitici, e le periodiche esternazioni di certi opinionisti di alto profilo fanno salire la pressione a molte buone persone. E nei giorni scorsi si è parlato nuovamente con una certa apprensione dell'incidenza dell'antisemitismo fra gli Italiani. Ma se esaminiamo i dati sulla frequenza delle opinioni antisemite fra la popolazione nel corso del tempo, l'impressione è che non vi sia una reale tendenza alla crescita e si rilevi semmai una certa stabilità. Negli anni '80 Enzo Campelli e Roberta Cipollini avevano trovato che un quarto degli Italiani consideravano gli ebrei una razza, e che la metà pensavano cha la causa vera dell'antisemitismo fossero le caratteristiche degli ebrei. Negli anni '90, Renato Mannheimer e Adriana Goldstaub avevano trovato che l'11 per cento non voleva ebrei in Italia, circa un quinto riteneva gli ebrei un elemento disgregatore della società, oltre il 40 per cento li riteneva avari e eccessivamente occupati a parlare della Shoah, il 57 per cento molto intelligenti e bravi negli affari, e il 60 per cento più leali a Israele che all'Italia. I dati del 2009 che sono stati ripresi in questo giorni non sono poi molto diversi, e questo indica un fatto interessante, e cioè che l'antisemitismo non sembra realmente legato alle cangianti vicende della società contemporanea. Esiste uno zoccolo duro di antisemiti inveterati, poi una grossa frangia di pregiudizio, e infine una discreta massa di indifferenti. Ma si tratta di una condizione fisiologica e non – come sarebbe anche plausibile pensare – legata alle vicende nel Medio Oriente, o all'economia, o alla politica, o alla rete delle telecomunicazioni. E quindi anche le soluzioni al problema vanno pensate in quest'ottica che non è drammatica anche se è certo inquietante. Se condensiamo in una sola frase una celebre metafora e un noto fatto sociale, il ventre che partorisce gli imbecilli è sempre gravido, ma la natalità è bassa.
Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme, http://moked.it/
Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme, http://moked.it/
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Il discorso di Silvio Berlusconialla Knesset
Signor Presidente dello Stato di Israele,Signor Presidente della Knesset,Signor Primo Ministro,
Signori deputati,Autorità e invitati,è per me un grande onore, è un grande onore per l’Italia, parlare in questa nobile assemblea che è il simbolo stesso dei valori democratici su cui si fonda il vostro Paese.Questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Questo Parlamento testimonia la nascita nel 1948 di uno Stato Ebraico, libero e democratico che raccolse finalmente, dopo l’orrenda esperienza della Shoah, cittadini del mondo che parlavano tutte le lingue e che accorsero da ogni angolo del mondo. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell’ideale sionista.Per noi, come hanno detto sia il Papa Giovanni Paolo II che il Rabbino Elio Toaff, il popolo ebraico è un “fratello maggiore”.
Le origini della nostra amicizia, della nostra fratellanza, sono in una comunanza di civiltà e di destino, in un comune amore per la comprensione e la convivenza pacifica tra i popoli della terra.
Purtroppo nel 1938, lo voglio ricordare, l’Italia si macchiò dell’infamia delle leggi razziali, che contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità; ma il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazi-fascismo e trovò anche il coraggio di molti eroi civili, tra cui Giorgio Perlasca, che agì da Giusto fra le nazioni mettendo in salvo numerosissimi ebrei.E nel recente incontro tra il Papa Benedetto XVI e la Comunità ebraica di Roma il presidente della Comunità ha ricordato il convento di Santa Marta, a Firenze, dove le suore cattoliche accolsero e salvarono decine di ebrei dalla persecuzione nazista.Oggi, la sicurezza di Israele nei suoi confini e il suo diritto di esistere come Stato ebraico sono per noi una scelta etica e un imperativo morale contro ogni ritorno dell’antisemitismo e del negazionismo e contro la perdita di memoria dell’Occidente.La nostra amicizia per Israele è franca, aperta e reciproca, non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell’anima e viene dal cuore.I rapporti bilaterali fra Italia ed Israele sono eccellenti.Su ogni questione vige la regola della sincerità e della ricerca di un accordo completo, utile e produttivo.
La nostra cooperazione è un vanto del mio governo e un fattore di orgoglio e soddisfazione per l’opinione pubblica italiana.Sono fiero di ricordare in questa solenne occasione che l’Italia seppe reagire con un grande “Israel Day” di solidarietà e di amore quando le bombe umane seminavano morte ad Haifa, a Tel Aviv, a Gerusalemme sui vostri autobus, nei vostri luoghi di ritrovo, nelle vostre feste nuziali, nelle vostre cerimonie religiose.L’Italia è orgogliosa di molti gesti di solidarietà verso il vostro paese, come ad esempio il rifiuto del nostro governo a partecipare alla Conferenza “Durban II” di Ginevra, che voleva sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza. Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la reazione ai missili di Hamas lanciati da Gaza.Noi combattiamo insieme a voi ogni possibile rigurgito di antisemitismo in Europa e nel mondo, e insieme a voi ci preoccupiamo di rendere inseparabili la battaglia per l’esistenza e la sicurezza dello Stato d’Israele e quella per la pace. L’estensione della democrazia a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili e la difesa della libertà come bisogno insopprimibile di ogni uomo, sono un imperativo che ci accomuna e che deriva dalla nostra fede, dalla nostra cultura giudaico-cristiana, dalla nostra comune concezione dell’uomo e della storia.Noi siamo uniti nella difesa della democrazia libera dal fanatismo, dal pregiudizio, dalla superstizione, dall’uso della violenza strumentalizzando il nome di Dio.A questa battaglia ci spinge la consapevolezza che ogni uomo e ogni donna nel mondo, quale che sia il loro credo, il loro colore, la loro etnia, ambiscono alla libertà.Israele, il vostro Stato è davvero il simbolo di questa possibilità di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell’Occidente, ed è proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo.
Per queste ragioni i liberali di ogni parte del globo vedono nel vostro Paese il simbolo positivo, doloroso e orgoglioso di una grande storia che parla di amore, di libertà, di giustizia, di ribellione al male. E noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere.
Cari amici,dopo l’11 settembre abbiamo capito il carattere ultimativo e globale della sfida al nostro modo di vivere e alla nostra pratica della libertà, alla nostra pratica dell’eguaglianza tra i sessi, del diritto universale alla vita, alla libertà e alla sicurezza.Dieci anni prima era stata Tel Aviv ad essere colpita dai missili Scud di Saddam Hussein e dal 2000 è stata l’ondata terroristica della Seconda Intifada a mettere a dura prova il grande spirito di resistenza del vostro popolo.
Noi italiani siamo stati consapevoli fin dal primo momento che la sfida del terrorismo era rivolta non soltanto contro gli Stati Uniti e contro Israele, ma contro tutti i Paesi democratici dell’Occidente e contro gli stessi Paesi arabi moderati.Da allora abbiamo fatto la nostra parte, dall’Irak all’Afganistan, dalla Bosnia al Libano, per combattere il terrorismo e favorire la pace.
Con i nostri soldati e le nostre missioni di pace, abbiamo contribuito a rendere il mondo più sicuro e più giusto, pagando un alto tributo di vite umane.Anche di fronte alle minacce contro Israele e contro la sicurezza del suo popolo, l’Italia non è indifferente. L’efferatezza antisemita, a differenza di quanto è avvenuto alla vigilia e durante la Seconda guerra mondiale, non potrà e non dovrà più nutrirsi della complice indifferenza dei governi.In una situazione che può aprirsi alla prospettiva di nuove catastrofi, l’intera comunità internazionale deve decidersi a stabilire con parole chiare, univoche e unanimi, che non è accettabile l’armamento atomico a disposizione di uno Stato i cui leaders hanno proclamato “apertamente” la volontà di distruggere Israele ed hanno negato insieme la Shoah e la legittimità dello Stato Ebraico.Su questo punto non si possono ammettere cedimenti: occorre ricercare la più ampia intesa a livello internazionale per impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano.La via da percorrere è quella del controllo multilaterale sugli sviluppi militari del programma nucleare iraniano, quella del negoziato risoluto, quella delle sanzioni efficaci: bisogna esigere garanzie ferree dal governo di Teheran, impegnando in modo determinato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica al controllo ispettivo ed alla verifica continua dei progressi del negoziato.Certo non si deve respingere alcun segnale di buona volontà da parte iraniana, ma occorre dire apertamente che gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell’inganno e della perdita di tempo.Signori deputati, autorità, cari amici,venendo alla questione medio-orientale, la nostra azione, come sapete bene, è stata sempre indirizzata verso la soluzione che prevede due Stati, quello ebraico di Israele e quello palestinese, che vivano in pace e in sicurezza l’uno accanto all’altro.
Oggi, questa soluzione – due Stati, due popoli – appare condivisa, oltre che da voi e dalla leadership palestinese, anche dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dai più importanti partner del mondo arabo e devo dare atto al Primo Ministro Netanyahu del coraggio con cui ha deciso di seguire, spiegandone le ragioni al suo popolo, tale strada.Sin dal 1994, come capo del Governo italiano, ebbi a proporre un “Piano Marshall” per lo sviluppo economico dei territori palestinesi: vedo, oggi, il mio Paese sempre più impegnato nell’aiuto umanitario ai palestinesi, nella cooperazione in materia sanitaria, culturale, infrastrutturale, turistica, e continuo ad essere convinto che la pace economica sia un elemento chiave per offrire speranza e futuro al popolo palestinese che ha sofferto e aspira ad una pace duratura e globale. La strategia della pace nel benessere è uno strumento prezioso per lo smantellamento delle premesse psicologiche e ideologiche di ogni forma di violenza. Mi rendo conto delle mille difficoltà sulla strada del processo di pace che tutto il mondo auspica.Ma noi speriamo in una svolta che metta da parte per sempre la cultura della violenza, che induca il popolo palestinese a guardare con fiducia al suo futuro e al rapporto con lo Stato ebraico come a un’opportunità per il proprio sviluppo e non come a un impedimento da superare.Oggi mi rivolgerò, con un appello che viene dal cuore, al Presidente Abbas affinché torni al tavolo del negoziato e consegni alla storia un accordo per la pace e lo sviluppo economico del suo popolo, della sua terra, dando vita così a quello Stato Palestinese che la comunità internazionale attende.E mi rivolgo al caro amico Primo Ministro Netanyahu, per chiedergli di confermare, con coraggio, le sue proposte e le sue offerte per far ripartire il dialogo, tenendo conto degli auspici e degli incoraggiamenti dei paesi amici di Israele, come l’Italia, o gli Stati Uniti, e di tutti i partner europei.Noi preghiamo e pregheremo affinché questa speranza possa realizzarsi.Cari amici,vi ringrazio per la splendida accoglienza e per l’affetto che mi avete riservato.Considerateci accanto a voi per costruire e difendere i valori che ci accomunano e che fanno di Israele un avamposto della cultura europea e occidentale.Quella cultura che si basa sul primato della persona umana e sulla grandezza dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio.
Quella cultura e quei valori che fanno del vostro Paese una vera democrazia, una società libera e orgogliosa della sua libertà, uno Stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee.Questo sentimento, che avverto profondamente, mi fa dire da anni, e non da oggi, che il vostro posto, il posto di Israele deve essere tra le Nazioni dell’Europa, come membro a pieno titolo dell’Unione Europea.Questo è il mio sogno, questo è il mio augurio.Vi ringrazio ancora e di cuore per la vostra accoglienza e per la vostra amicizia.In nome del Popolo Italiano auguro pace,serenità e benessere a voi e a tutto il popolo di Israele.Viva Israele,Viva l’Italia,Viva la pace e la libertà. 3 Febbraio 2010
Signori deputati,Autorità e invitati,è per me un grande onore, è un grande onore per l’Italia, parlare in questa nobile assemblea che è il simbolo stesso dei valori democratici su cui si fonda il vostro Paese.Questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Questo Parlamento testimonia la nascita nel 1948 di uno Stato Ebraico, libero e democratico che raccolse finalmente, dopo l’orrenda esperienza della Shoah, cittadini del mondo che parlavano tutte le lingue e che accorsero da ogni angolo del mondo. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell’ideale sionista.Per noi, come hanno detto sia il Papa Giovanni Paolo II che il Rabbino Elio Toaff, il popolo ebraico è un “fratello maggiore”.
Le origini della nostra amicizia, della nostra fratellanza, sono in una comunanza di civiltà e di destino, in un comune amore per la comprensione e la convivenza pacifica tra i popoli della terra.
Purtroppo nel 1938, lo voglio ricordare, l’Italia si macchiò dell’infamia delle leggi razziali, che contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità; ma il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazi-fascismo e trovò anche il coraggio di molti eroi civili, tra cui Giorgio Perlasca, che agì da Giusto fra le nazioni mettendo in salvo numerosissimi ebrei.E nel recente incontro tra il Papa Benedetto XVI e la Comunità ebraica di Roma il presidente della Comunità ha ricordato il convento di Santa Marta, a Firenze, dove le suore cattoliche accolsero e salvarono decine di ebrei dalla persecuzione nazista.Oggi, la sicurezza di Israele nei suoi confini e il suo diritto di esistere come Stato ebraico sono per noi una scelta etica e un imperativo morale contro ogni ritorno dell’antisemitismo e del negazionismo e contro la perdita di memoria dell’Occidente.La nostra amicizia per Israele è franca, aperta e reciproca, non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell’anima e viene dal cuore.I rapporti bilaterali fra Italia ed Israele sono eccellenti.Su ogni questione vige la regola della sincerità e della ricerca di un accordo completo, utile e produttivo.
La nostra cooperazione è un vanto del mio governo e un fattore di orgoglio e soddisfazione per l’opinione pubblica italiana.Sono fiero di ricordare in questa solenne occasione che l’Italia seppe reagire con un grande “Israel Day” di solidarietà e di amore quando le bombe umane seminavano morte ad Haifa, a Tel Aviv, a Gerusalemme sui vostri autobus, nei vostri luoghi di ritrovo, nelle vostre feste nuziali, nelle vostre cerimonie religiose.L’Italia è orgogliosa di molti gesti di solidarietà verso il vostro paese, come ad esempio il rifiuto del nostro governo a partecipare alla Conferenza “Durban II” di Ginevra, che voleva sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza. Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la reazione ai missili di Hamas lanciati da Gaza.Noi combattiamo insieme a voi ogni possibile rigurgito di antisemitismo in Europa e nel mondo, e insieme a voi ci preoccupiamo di rendere inseparabili la battaglia per l’esistenza e la sicurezza dello Stato d’Israele e quella per la pace. L’estensione della democrazia a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili e la difesa della libertà come bisogno insopprimibile di ogni uomo, sono un imperativo che ci accomuna e che deriva dalla nostra fede, dalla nostra cultura giudaico-cristiana, dalla nostra comune concezione dell’uomo e della storia.Noi siamo uniti nella difesa della democrazia libera dal fanatismo, dal pregiudizio, dalla superstizione, dall’uso della violenza strumentalizzando il nome di Dio.A questa battaglia ci spinge la consapevolezza che ogni uomo e ogni donna nel mondo, quale che sia il loro credo, il loro colore, la loro etnia, ambiscono alla libertà.Israele, il vostro Stato è davvero il simbolo di questa possibilità di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell’Occidente, ed è proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo.
Per queste ragioni i liberali di ogni parte del globo vedono nel vostro Paese il simbolo positivo, doloroso e orgoglioso di una grande storia che parla di amore, di libertà, di giustizia, di ribellione al male. E noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere.
Cari amici,dopo l’11 settembre abbiamo capito il carattere ultimativo e globale della sfida al nostro modo di vivere e alla nostra pratica della libertà, alla nostra pratica dell’eguaglianza tra i sessi, del diritto universale alla vita, alla libertà e alla sicurezza.Dieci anni prima era stata Tel Aviv ad essere colpita dai missili Scud di Saddam Hussein e dal 2000 è stata l’ondata terroristica della Seconda Intifada a mettere a dura prova il grande spirito di resistenza del vostro popolo.
Noi italiani siamo stati consapevoli fin dal primo momento che la sfida del terrorismo era rivolta non soltanto contro gli Stati Uniti e contro Israele, ma contro tutti i Paesi democratici dell’Occidente e contro gli stessi Paesi arabi moderati.Da allora abbiamo fatto la nostra parte, dall’Irak all’Afganistan, dalla Bosnia al Libano, per combattere il terrorismo e favorire la pace.
Con i nostri soldati e le nostre missioni di pace, abbiamo contribuito a rendere il mondo più sicuro e più giusto, pagando un alto tributo di vite umane.Anche di fronte alle minacce contro Israele e contro la sicurezza del suo popolo, l’Italia non è indifferente. L’efferatezza antisemita, a differenza di quanto è avvenuto alla vigilia e durante la Seconda guerra mondiale, non potrà e non dovrà più nutrirsi della complice indifferenza dei governi.In una situazione che può aprirsi alla prospettiva di nuove catastrofi, l’intera comunità internazionale deve decidersi a stabilire con parole chiare, univoche e unanimi, che non è accettabile l’armamento atomico a disposizione di uno Stato i cui leaders hanno proclamato “apertamente” la volontà di distruggere Israele ed hanno negato insieme la Shoah e la legittimità dello Stato Ebraico.Su questo punto non si possono ammettere cedimenti: occorre ricercare la più ampia intesa a livello internazionale per impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano.La via da percorrere è quella del controllo multilaterale sugli sviluppi militari del programma nucleare iraniano, quella del negoziato risoluto, quella delle sanzioni efficaci: bisogna esigere garanzie ferree dal governo di Teheran, impegnando in modo determinato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica al controllo ispettivo ed alla verifica continua dei progressi del negoziato.Certo non si deve respingere alcun segnale di buona volontà da parte iraniana, ma occorre dire apertamente che gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell’inganno e della perdita di tempo.Signori deputati, autorità, cari amici,venendo alla questione medio-orientale, la nostra azione, come sapete bene, è stata sempre indirizzata verso la soluzione che prevede due Stati, quello ebraico di Israele e quello palestinese, che vivano in pace e in sicurezza l’uno accanto all’altro.
Oggi, questa soluzione – due Stati, due popoli – appare condivisa, oltre che da voi e dalla leadership palestinese, anche dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dai più importanti partner del mondo arabo e devo dare atto al Primo Ministro Netanyahu del coraggio con cui ha deciso di seguire, spiegandone le ragioni al suo popolo, tale strada.Sin dal 1994, come capo del Governo italiano, ebbi a proporre un “Piano Marshall” per lo sviluppo economico dei territori palestinesi: vedo, oggi, il mio Paese sempre più impegnato nell’aiuto umanitario ai palestinesi, nella cooperazione in materia sanitaria, culturale, infrastrutturale, turistica, e continuo ad essere convinto che la pace economica sia un elemento chiave per offrire speranza e futuro al popolo palestinese che ha sofferto e aspira ad una pace duratura e globale. La strategia della pace nel benessere è uno strumento prezioso per lo smantellamento delle premesse psicologiche e ideologiche di ogni forma di violenza. Mi rendo conto delle mille difficoltà sulla strada del processo di pace che tutto il mondo auspica.Ma noi speriamo in una svolta che metta da parte per sempre la cultura della violenza, che induca il popolo palestinese a guardare con fiducia al suo futuro e al rapporto con lo Stato ebraico come a un’opportunità per il proprio sviluppo e non come a un impedimento da superare.Oggi mi rivolgerò, con un appello che viene dal cuore, al Presidente Abbas affinché torni al tavolo del negoziato e consegni alla storia un accordo per la pace e lo sviluppo economico del suo popolo, della sua terra, dando vita così a quello Stato Palestinese che la comunità internazionale attende.E mi rivolgo al caro amico Primo Ministro Netanyahu, per chiedergli di confermare, con coraggio, le sue proposte e le sue offerte per far ripartire il dialogo, tenendo conto degli auspici e degli incoraggiamenti dei paesi amici di Israele, come l’Italia, o gli Stati Uniti, e di tutti i partner europei.Noi preghiamo e pregheremo affinché questa speranza possa realizzarsi.Cari amici,vi ringrazio per la splendida accoglienza e per l’affetto che mi avete riservato.Considerateci accanto a voi per costruire e difendere i valori che ci accomunano e che fanno di Israele un avamposto della cultura europea e occidentale.Quella cultura che si basa sul primato della persona umana e sulla grandezza dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio.
Quella cultura e quei valori che fanno del vostro Paese una vera democrazia, una società libera e orgogliosa della sua libertà, uno Stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee.Questo sentimento, che avverto profondamente, mi fa dire da anni, e non da oggi, che il vostro posto, il posto di Israele deve essere tra le Nazioni dell’Europa, come membro a pieno titolo dell’Unione Europea.Questo è il mio sogno, questo è il mio augurio.Vi ringrazio ancora e di cuore per la vostra accoglienza e per la vostra amicizia.In nome del Popolo Italiano auguro pace,serenità e benessere a voi e a tutto il popolo di Israele.Viva Israele,Viva l’Italia,Viva la pace e la libertà. 3 Febbraio 2010
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L’amore di Israele per Silvio? Lui sfida il politically correct
di Fiamma Nirenstein, http://www.ilgiornale.it/
Berlusconi non teme le reazioni dei filo-arabi: ripete per cinque volte «Stato ebraico» e manifesta il suo orrore per il negazionismo iraniano
«Ma perché non resta da noi, cosa ha da fare in Italia?» ha esclamato il conduttore del telegiornale del Canale statale tv dopo aver parlato ieri di Berlusconi. «Dopo tre giorni con lui devo dirlo: è uno charmeur irresistibile» ha ripetuto il giornalista del secondo canale. Ma addirittura Shimon Peres lo ha definito Shimshì, solare, nel discorso alla colazione in cui ha anche suggerito in maniera semplice e diretta al leader italiano che «la stampa chiacchiera ma gli elettori scelgono». «Lei ci ha scaldato il cuore» ha sorriso Peres durante la colazione di saluto di ieri, e non si riferiva alla indubbia simpatia che il Premier italiano ha suscitato, ne alla storiella che ha raccontato, ma soprattutto alle prese di posizione sostanziali e coraggiose di Berlusconi in tutte le occasioni in cui si è espresso, e in particolare durante l’intervento alla Knesset. Berlusconi è stato diverso da tutti i leader europei, non ha cercato di insegnare niente a nessuno ma ha offerto la sua stima e la sua mediazione a un Paese che, ha detto, «bisogna ringraziare per il solo fatto di esistere». Non ha lasciato che restasse un esercizio retorico il titolo di «migliore amico di Israele» e la vicenda commovente della madre Rosa che salvò una donna ebrea, parte del discorso di benvenuto di Bibi Netanyahu: in una giornata in cui i nemici si sono fatti vivi in tutti i modi, con minacce di guerra da parte della Siria e con grosse bombe affidate al mare, probabilmente da Hamas, per esplodere sulle spiagge e sulle navi israeliane facendo stragi, ha fornito a Israele svariati motivi per sperare di essere compreso e di poter trovare sostegno alla ricerca di una pace che non sia tutta sulle sue spalle, in più condita da riprovazione come spesso fanno i leader europei. Berlusconi ha aperto una strada seria, ha fornito un esempio innovativo all’atteggiamento europeo, perché mentre ha lodato Netanyahu per aver scelto la strada di «due Stati per due popoli», nel contempo ha anche scelto di pronunciare cinque volte l’espressione di pieno riconoscimento di Israele, denominandolo con affetto per quello che è, «lo Stato ebraico», ciò che non lascia spazio alle ambiguità per cui in genere molti europei lasciano aperta, con molti palestinesi che sognano in un futuro in cui la demografia o lo scontro cancellino Israele, la vera soluzione definitiva. Berlusconi l’ha detto chiaramente: uno Stato Palestinese accanto a uno Stato Ebraico, in cui cioè vive la Nazione, non solo la religione ebraica. E di fatto i religiosi in Israele sono circa il 15 per cento. Il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico fu nel discorso di Netanyahu a Bar Ilan sui «due Stati» la condizione per arrivare a concessioni territoriali decisive, e per ora nessun leader arabo ha mai pronunciato l’espressione. È evidente la scelta pedagogica di Berlusconi verso i palestinesi e i Paesi arabi insieme alla promessa di aiutare ogni iniziativa che renda migliore la vita dei palestinesi. Altro tema fondamentale su cui Berlusconi ha detto cose decise e concrete: l’Iran. Berlusconi ha collegato l’impegno dell’Italia contro il programma atomico dell’Iran alla evidente intenzione genocida di Ahmadinejad, si è identificato senza esitazione con la preoccupazione fatale di Israele e ne ha dimostrato l’evidenza nel negazionismo iraniano, di cui ha parlato con orrore. Le scelte pratiche sono state enunciate in modo concreto: sanzioni molto dure, progressiva restrizione del business con l’Iran che ha assicurato essere già diminuito di un terzo e l’apertura di un lavoro per mettere nella lista Ue delle organizzazioni terroriste le Guardie della Rivoluzione.Di grande importanza per l’opinione pubblica israeliana è che l’Italia abbia un curriculum speciale nell’aver preso posizione senza paura contro i più terribili momenti di aggressività ideologica, di diffamazione autentica nei confronti di Israele. Berlusconi ne ha elencato i momenti più importanti: l’Israel Day quando Israele era tartassata da un terrorismo micidiale, il «no» alla partecipazione alla conferenza detta di Durban 2 «inaccettabile» ha detto il premier nelle sue calunnie di Israele, e di nuovo il «no» al rapporto Goldstone, che di fatto impedisce a Israele di esercitare ogni diritto all’autodifesa. È stato molto importante e innovativo, nessun Paese aveva mai tanto aiutato Israele a sentirsi un Paese normale di fronte all’opinione pubblica, a una logica degna di questo nome, quella che ti consente di difenderti se ti vogliono uccidere. Israele è ossessionato dalla continua fioritura di calunnie e d accuse insensate nei suoi confronti: Stato di apartheid, razzista, sterminatore di civili, uccisore di bambini... Berlusconi ha fatto piazza pulita dei luoghi comuni antisemiti che in genere vengono ignorati per convenienza politica e per compiacere le maggioranze automatiche dell’Onu. Berlusconi ha insomma rifiutato il politically correct che impone di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, che pretende sempre di tirare qualche stilettata a Israele per affibbiarle tutte le responsabilità mentre i palestinesi vengono assolti. A loro ha promesso un piano Marshall e ha chiesto di rinunciare alla violenza, oltre che di sedersi di nuovo al tavolo delle trattative.E ha insistito nel riproporre un suo sogno che potrebbe finalmente fornire a Israele il suo naturale ambiente culturale, quello delle democrazie partorite dalle civiltà giudaico cristiana: la Comunità Europea. Berlusconi pensa che Israele se lo meriti. Il problema è se lo merita l’Europa. Ma questo Berlusconi non l’ha detto.
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Coppa Carnevale, Maccabi Haifa soffre ma sorride
Competizione calcistica dal respiro internazionale, è iniziata nelle scorse ore la sessantaduesima edizione della Coppa Carnevale. Tantissimi i campioncini in erba saliti alla ribalta nelle passate edizioni del torneo, da sempre punto di riferimento per il pacifico esercito di procuratori e talent scout che ogni anno invade Viareggio e dintorni armato di block notes e personal computer. Su tutti vale l’esempio di Gabriel Omar Batistuta, giovane attaccante dello Sportivo Italiano nell’edizione del 1989. Sconosciuto ai più, quel giocatore magrolino e apparentemente timido sarebbe diventato nel giro di poco tempo il centravanti ed il leader della nazionale argentina.Quest’anno ci sono quarantotto squadre ai blocchi di partenza, in rappresentanza di diciotto paesi e cinque continenti. A difendere i colori di Israele, i ragazzi del Maccabi Haifa, che quattro anni fa riuscirono ad arrivare alle semifinali. Nel gruppo 3, abbastanza tosto, devono vedersela con Torino, Bologna e LIAC of New York. Complice una riforma del regolamento che rende praticamente obbligatorio arrivare primi nel proprio girone se si vuole accedere agli ottavi, non sono permessi passi falsi. Sfortunatamente, il debutto dell’undici allenato da mister Ithy è stato tutt’altro che positivo. La sconfitta di ieri pomeriggio contro il Torino, un 3 a 1 abbastanza difficile da digerire, complica e non poco i loro sogni di gloria (“l’obiettivo è passare il turno” mi aveva confidato uno dei manager nel prepartita). Il match, disputato nel piccolo ma ruspante impianto di Suvereto, cuore della Maremma da cartolina, avrebbe con ogni probabilità preso un’altra piega se a dirigere l’incontro ci fosse stato un altro arbitro, meno insicuro e meno di parte. Il direttore di gara, tale Martire di Grosseto, ha fischiato praticamente a senso unico, penalizzando oltremodo l’undici israeliano. È sembrato ad esempio incomprensibile il rigore dato ai granata (e poi trasformato) in avvio di partita. Una decisione che ha fatto infuriare la panchina del Maccabi e che ha provocato l’espulsione per proteste di un dirigente, entrato in campo per esprimere con veemenza il suo disappunto. Tornando al calcio giocato, comunque, il club di Haifa non si è fatto prendere dallo scoramento e ha immediatamente provato a replicare alla rete di Comi, esibendo una smagliante condizione atletica e ad un ottimo gioco sulle fasce, che ha creato non pochi grattacapi alla retroguardia avversaria. Poco dopo la mezzora, però, arrivava l’espulsione per somma di ammonizioni del capitano Ben: ingiusto il primo cartellino, meritato il secondo. Una bella mazzata, ma anche in dieci contro undici il Maccabi continuava a fare la partita, guadagnandosi gli applausi del pubblico (circa duecento persone tra cui alcuni supporter giunti appositamente dal Piemonte e l’ex allenatore della Fiorentina Aldo Agroppi). Ma la seconda doccia fredda non si faceva attendere più di tanto. Sbandata difensiva in avvio di ripresa e Benedetti ne approfittava per metterla dentro di testa. Cresceva il nervosismo in campo, brutti falli da ambo le parti interrompevano più volte il gioco. Nonostante l’arbitraggio ostile, il Maccabi non demordeva. Al termine di una bella azione in verticale, Aburokem superava il portiere con un rasoterra imparabile. Si riapriva la gara, anche se solo per pochi istanti, perché un’altra amnesia della retroguardia permetteva al Torino di marcare il terzo goal, ancora con Comi. Gli israeliani perdevano la bussola e mister Ithy si faceva espellere. Era poi Sallalich, con un fallaccio da dietro, a lasciare la sua squadra in nove. Doppia inferiorità numerica, e a quel punto non c’era più niente da fare. Senza ulteriori emozioni degne di nota, si arrivava così al novantesimo minuto. Adesso, per sperare di passare il turno, il Maccabi dovrà vincere le altre due partite del girone. Potrebbe tuttavia non bastare, perché dall’edizione 2010 solamente le quattro migliori seconde (i gironi sono 12) vanno agli ottavi. Ci sarà dunque da confidare in un po’ di buona sorte, e non solo in un arbitro finalmente adeguato.Furiosi per un match che rischia di compromettere il loro cammino nella competizione, dirigenti e giocatori hanno ritrovato il sorriso in serata. Ospiti della Comunità ebraica di Livorno per una cena a base di specialità mediorientali preparate da Doctor Kebab, mitico fast food kasher labronico, l’amarezza delle ore precedenti è stata momentaneamente lasciata da parte grazie ad un apprezzato mix di humus e humour (nell’immagine in alto il Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Gadi Polacco assieme agli atleti). Adam Smulevich, http://moked.it/
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Curiosità
La Polonia guarda in faccia il suo passato
I pregiudizi si stanno pian piano sgretolando, il rapporto tra ebrei e polacchi ha inaugurato un novo corso. È l’ottimistica tesi che Jaques-Yves Potel, docente universitario esperto di storia della Mitteleuropa, consigliere culturale presso l’Ambasciata di Francia a Varsavia, sostiene nella sua ultima fatica letteraria, La fine dell’innocenza: la Polonia faccia a faccia col suo passato ebraico.Si tratta del risultato di una ricerca che lo studioso ha condotto sul lavoro che la società polacca compie nei confronti della memoria della Shoah, e sull’influenza che questo ha sul rapporto con gli ebrei di oggi. I polacchi hanno cominciato seriamente a riflettere sul fatto che il loro popolo, prima della guerra, contava 3 milioni e 300 mila ebrei.Ritiene Potel che si stia pian piano diffondendo la consapevolezza delle responsabilità del popolo nello sterminio degli ebrei, dell’oscuro passato antisemita della Polonia. Lo spartiacque è stato un discorso storico fortemente autocritico pronunciato dal Presidente della Repubblica polacca nel 2001: dal momento in cui è stato divulgato radiotelefonicamente qualcosa è cambiato. Sono fiorite iniziative volte alla promozione della conoscenza della cultura ebraica, si è diffuso un vivo interesse, anche fra i giovani, per il passato ebraico della Polonia. Artisti, giornalisti e intellettuali si sono interessati al tema della memoria. C’è stato un vero e proprio salto di qualità nel dibattito pubblico dei polacchi sulla loro storia recente.Solo da quel momento la società ha superato il clichè, derivato da Singer e Chagall, dell’ebreo con peot e caffettano nero. Attraverso l’elaborazione delle proprie responsabilità il popolo polacco sta imparando a riconoscere i suoi concittadini ebrei per quello che sono: una minoranza, ormai esigua, assai variegata, con le sue tradizioni alle spalle e una progettualità in continuo divenire invece che un’identità fossilizzata. Questo aiuta, se ancora ce ne fosse bisogno, ad insegnare che gli ebrei sono cittadini dell’aperta e pluralista società polacca a tutti gli effetti. E ad abbandonare definitivamente il preconcetto che fa dell’ebreo uno straniero di cui diffidare. Il dibattito, è convinto Potel, favorisce la piena legittimazione delle minoranze. “La lotta contro i pregiudizi, per riportare alla luce il passato riconoscendo i propri errori apre la via ad una riconciliazione tra ebrei e polacchi”, scrive.“Il sangue ebraico imbeve la terra polacca, resta sui suoi muri”: lo storico si rende conto che è un processo doloroso quello che mette in questione l’innocenza di un popolo, per lunghi decenni sbandierata. Tuttavia è necessario guardare onestamente in faccia il proprio passato, e i polacchi se ne stanno accorgendo. Anche a costo di lanciare accuse alle istituzione politiche, alla Chiesa cattolica, a totto il popolo testimone. È una questione che riguarda la definizione dell’identità polacca stessa.Questo mutamento culturale della società chiama in causa direttamente anche gli ebrei. Per molti di loro infatti la via dell’integrazione nella società postbellica della Polonia è passata per l’assimilazione. Larga parte, dei pochi sopravvissuti, ha abbandonato le proprie tradizioni. Ora, la riscoperta dell’antico e vitale ebraismo polacco, più che decimato dalla barbarie nazista, può segnare un cambio di rotta anche in questo senso: molti ebrei avranno l’occasione di recuperare le loro radici senza più temere l’emarginazione sociale. È la prima volta, dopo molto tempo, che è realistico prefigurarsi un avvenire per l’ebraismo polacco.Jean-Yves Potel, La fin de l’innocence: la Pologne face à son passé juif, Éditions Autrement, 290 pagine, 22 euro. Manuele Di Segni, http://moked.it/
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L'angolo della lettura
Collaborazione Italia Israele nel settore Hi-tech
Si è svolto a Roma tra il 25 e il 28 Gennaio, il Medtech 2010 un evento bilaterale organizzato da Sviluppo Lazio, società regionale per lo sviluppo economico, che ha messo in contatto aziende israeliane e italiane, localizzate, nello specifico, sul territorio laziale. Presente all’evento il Consigliere per gli affari economici presso l’ambasciata israeliana in Italia, Gila Livnat Rosiner.La Regione Lazio, attraverso Sviluppo Lazio, ha strutturato un progetto di internazionalizzazione dei settori ICT, Ambiente (tecnologie e risorse idriche) ed Energia sostenibile verso Israele, paese in cui nel prossimo futuro sono previsti importanti investimenti sia nella ricerca che nella produzione.L’obbiettivo del convegno è stato quello di creare un rapporto sinergico tra aziende italiane, israeliane e istituti di ricerca e sviluppo nell’ottica di aprire la strada a progetti di collaborazione tra i soggetti interessati.Il progetto ha coinvolto 35 compagnie e istituti di ricerca italiani e 13 aziende israeliane, quest’ultime promosse e coadiuvate nel supporto logistico e nell’organizzazione dalla Business Value in collaborazione con la JPPartners. Le aziende presenti all’evento sono tutte caratterizzate da un forte potenziale di internazionalizzazione e da una spiccata capacità di sviluppo di progetti innovativi riguardanti la gestione delle risorse idriche, l’information technology e l’implementazione di sistemi che ottimizzino lo sfruttamento delle fonti energetiche alternative e rinnovabili.La collaborazione tra le aziende italiane e israeliane del settore hi-tech sta diventando un naturale complemento nel passaggio dalla fase di ricerca e brevetto a quella di realizzazione e commercializzazione dei prodotti finiti. L’Italia è vista come un valido partner nella fase di industrializzazione dei prodotti grazie all’estensione del suo sistema industriale e contestualmente è cresciuta la consapevolezza del rilievo assunto dall’high-tech israeliano a livello mondiale.Il settore Hi-tech israeliano beneficia da molti anni della cooperazione di aziende straniere ad ogni livello. Un rapporto in cui Israele fornisce la tecnologia o il prodotto finito e le aziende estere provvedono alla gestione delle vendite e alle strategie di marketing e posizionamento del prodotto sul mercato.L’industria è in continua ascesa e il potenziale di crescita nell’ultimo periodo è aumentato nonostante la recente crisi economica, che ha influito in modo marginale nel campo dell’Hi-Tech. Un fattore importante nel tasso eccezionale di crescita di questo settore, è costituito dalla percentuale di ingegneri, la più alta del mondo. Si parla di 135 ingegneri ogni 10 mila persone, in confronto agli 85 ogni 10 mila persone negli Stati Uniti.Israele è sulla buona strada per vantare l’Hi-tech più avanzato in termini di conoscenza, ricerca e sviluppo. Un’industria che potrà guidare sia lo stato d’Israele che i paesi che collaborano con esso, oltre la crisi, verso sviluppi e prospettive economiche più favorevoli.
Michael Calimani, http://moked.it/
Michael Calimani, http://moked.it/
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