Due bellicose dichiarazioni dal campo islamico dominano oggi la nostra rassegna. La prima è quella della "Guida suprema" dell'Iran Khamenei, che annuncia il proseguimento dell'attività nucleare e la sua estensione come un "cazzotto" all'Occidente (Galllo sulla Stampa, Offreddu sul Corriere). Certamente la decisione iraniana di continuare l'arricchimento dell'uranio altre i limiti dell'uso civile mette in mora ogni tentativo di compromesso e impone le sanzioni, come mostra anche l'analisi di Gerlad Seib del Wall Street Journal e riconferma un editoriale di Le Monde. Ma si tratta anche di una minaccia di uso interno, mirata al prossimo anniversario della "rivoluzione islamica". Scrive Offreddu: "E forse, il «pugno» preannunciato all'Occidente è un tentativo di scaricare all'esterno queste tensioni interne (lo stesso Khamenei accusa «mandanti stranieri» di fomentare le manifestazioni)" Fatto sta che «Il 22 Bahman [11 febbraio], proclama da Teheran l'ayatollah e Guida suprema Ali Khamenei la nazione iraniana unita e con la grazia di Dio sferrerà un pugno tale all'Occidente, che lo lascerà stordito».In un tema così serio, che rischia di mettere in crisi per davvero la pace nel mondo, val la pena di citare come alleggerimento la presa di posizione dell'inossidabile Gianni Vattimo (che ricordiamolo a chi si accinge a votare, è stato eletto deputato dall'Idv di Di Pietro) e dell'altrettanto irremovibile Domenico Losurdo preside della facoltà di scienza della formazione di Urbino e autore di un libro recente in cui rivaluta Stalin (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" , Carrocci) sul Manifesto. Vi si sostiene che la rielezione di Khomeini dell'anno scorso fu regolare, come dice il presidente brasiliano Lula; che è vero che ci sono tanti morti fra gli oppositori, ma anche qualche poliziotti si è fatto male durante le manifestazioni; insomma che bisogna appoggiare l'Iran: l'ultimo fuoco di chi si dice amico di Chavez e Castro, appoggia naturalmente Hamas e i suoi razzi su Sderot, sostiene la Cina contro l'"aggressione tibetana"... L'altra minaccia viene dallo Yemen, dove il "vicecapo" locale di Al Queda ("Abu Sufyan aI-Azdi, ex prigioniero numero 372 a Guantanamo, liberato un anno fa da quel penitenziario per essere subito internato in un carcere dell'Arabia Saudita, suo paese natale, da lì evaso e fuggito verso lo Yemen", così Pietro del Re su Repubblica) ha dichiarato jihad (guerra santa) ai "crociati" e agli americani e ha dichiarato di proporsi di bloccare il golfo di Aden (che dà accesso al Canale di Suez) per "strangolare gli ebrei" e incidentalmente anche l'Europa (Alfieri su Avvenire, notizia redazionale sul Giornale). Varrà certamente la pena di ricordare il percorso di Al Azdi quando si riaccederà la discussione su questioni come la legittimità di Guantanamo e delle "extraordinary renditions" di pericolosi terroristi ordinati dall'amministrazione Bush. La preoccupazione ora è una saldatura fra i ribelli dello Yemen, fortemente appoggiati dall'Iran e quei somali, islamici anche loro, che partendo dall'altra parte di uno stretto di una ventina di kilometri, da alcuni anni hanno riportato in vita l'antico mestiere della pirateria marittima, nonostante la massiccia ma sostanzialmente imbelle presenza di forze delle marine occidentali in quelle acque.Fra gli altri articoli, da segnalare la solita ironia di Guido Ceronetti in un pezzo sulla Stampa a proposito della proibizione del burka in Francia e una serie di articoli sulla prossima "giornata del ricordo" dedicata alle foibe triestine: ma "anche a destra ricordano in pochi", commenta dispiaciuto Giuseppe Parlato su Libero. Non è un caso quindi che Franco Cardini sul Tempo riproponga la sua idea di un compianto generale per tutti i morti di tutte le stragi, (con)fondendo in esso anche la memoria della Shoà. Ugo Volli http://www.moked.it/
mercoledì 10 febbraio 2010
Gerusalemme - King David hotel
Rassegna stampa
Due bellicose dichiarazioni dal campo islamico dominano oggi la nostra rassegna. La prima è quella della "Guida suprema" dell'Iran Khamenei, che annuncia il proseguimento dell'attività nucleare e la sua estensione come un "cazzotto" all'Occidente (Galllo sulla Stampa, Offreddu sul Corriere). Certamente la decisione iraniana di continuare l'arricchimento dell'uranio altre i limiti dell'uso civile mette in mora ogni tentativo di compromesso e impone le sanzioni, come mostra anche l'analisi di Gerlad Seib del Wall Street Journal e riconferma un editoriale di Le Monde. Ma si tratta anche di una minaccia di uso interno, mirata al prossimo anniversario della "rivoluzione islamica". Scrive Offreddu: "E forse, il «pugno» preannunciato all'Occidente è un tentativo di scaricare all'esterno queste tensioni interne (lo stesso Khamenei accusa «mandanti stranieri» di fomentare le manifestazioni)" Fatto sta che «Il 22 Bahman [11 febbraio], proclama da Teheran l'ayatollah e Guida suprema Ali Khamenei la nazione iraniana unita e con la grazia di Dio sferrerà un pugno tale all'Occidente, che lo lascerà stordito».In un tema così serio, che rischia di mettere in crisi per davvero la pace nel mondo, val la pena di citare come alleggerimento la presa di posizione dell'inossidabile Gianni Vattimo (che ricordiamolo a chi si accinge a votare, è stato eletto deputato dall'Idv di Di Pietro) e dell'altrettanto irremovibile Domenico Losurdo preside della facoltà di scienza della formazione di Urbino e autore di un libro recente in cui rivaluta Stalin (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" , Carrocci) sul Manifesto. Vi si sostiene che la rielezione di Khomeini dell'anno scorso fu regolare, come dice il presidente brasiliano Lula; che è vero che ci sono tanti morti fra gli oppositori, ma anche qualche poliziotti si è fatto male durante le manifestazioni; insomma che bisogna appoggiare l'Iran: l'ultimo fuoco di chi si dice amico di Chavez e Castro, appoggia naturalmente Hamas e i suoi razzi su Sderot, sostiene la Cina contro l'"aggressione tibetana"... L'altra minaccia viene dallo Yemen, dove il "vicecapo" locale di Al Queda ("Abu Sufyan aI-Azdi, ex prigioniero numero 372 a Guantanamo, liberato un anno fa da quel penitenziario per essere subito internato in un carcere dell'Arabia Saudita, suo paese natale, da lì evaso e fuggito verso lo Yemen", così Pietro del Re su Repubblica) ha dichiarato jihad (guerra santa) ai "crociati" e agli americani e ha dichiarato di proporsi di bloccare il golfo di Aden (che dà accesso al Canale di Suez) per "strangolare gli ebrei" e incidentalmente anche l'Europa (Alfieri su Avvenire, notizia redazionale sul Giornale). Varrà certamente la pena di ricordare il percorso di Al Azdi quando si riaccederà la discussione su questioni come la legittimità di Guantanamo e delle "extraordinary renditions" di pericolosi terroristi ordinati dall'amministrazione Bush. La preoccupazione ora è una saldatura fra i ribelli dello Yemen, fortemente appoggiati dall'Iran e quei somali, islamici anche loro, che partendo dall'altra parte di uno stretto di una ventina di kilometri, da alcuni anni hanno riportato in vita l'antico mestiere della pirateria marittima, nonostante la massiccia ma sostanzialmente imbelle presenza di forze delle marine occidentali in quelle acque.Fra gli altri articoli, da segnalare la solita ironia di Guido Ceronetti in un pezzo sulla Stampa a proposito della proibizione del burka in Francia e una serie di articoli sulla prossima "giornata del ricordo" dedicata alle foibe triestine: ma "anche a destra ricordano in pochi", commenta dispiaciuto Giuseppe Parlato su Libero. Non è un caso quindi che Franco Cardini sul Tempo riproponga la sua idea di un compianto generale per tutti i morti di tutte le stragi, (con)fondendo in esso anche la memoria della Shoà. Ugo Volli http://www.moked.it/
Due bellicose dichiarazioni dal campo islamico dominano oggi la nostra rassegna. La prima è quella della "Guida suprema" dell'Iran Khamenei, che annuncia il proseguimento dell'attività nucleare e la sua estensione come un "cazzotto" all'Occidente (Galllo sulla Stampa, Offreddu sul Corriere). Certamente la decisione iraniana di continuare l'arricchimento dell'uranio altre i limiti dell'uso civile mette in mora ogni tentativo di compromesso e impone le sanzioni, come mostra anche l'analisi di Gerlad Seib del Wall Street Journal e riconferma un editoriale di Le Monde. Ma si tratta anche di una minaccia di uso interno, mirata al prossimo anniversario della "rivoluzione islamica". Scrive Offreddu: "E forse, il «pugno» preannunciato all'Occidente è un tentativo di scaricare all'esterno queste tensioni interne (lo stesso Khamenei accusa «mandanti stranieri» di fomentare le manifestazioni)" Fatto sta che «Il 22 Bahman [11 febbraio], proclama da Teheran l'ayatollah e Guida suprema Ali Khamenei la nazione iraniana unita e con la grazia di Dio sferrerà un pugno tale all'Occidente, che lo lascerà stordito».In un tema così serio, che rischia di mettere in crisi per davvero la pace nel mondo, val la pena di citare come alleggerimento la presa di posizione dell'inossidabile Gianni Vattimo (che ricordiamolo a chi si accinge a votare, è stato eletto deputato dall'Idv di Di Pietro) e dell'altrettanto irremovibile Domenico Losurdo preside della facoltà di scienza della formazione di Urbino e autore di un libro recente in cui rivaluta Stalin (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" , Carrocci) sul Manifesto. Vi si sostiene che la rielezione di Khomeini dell'anno scorso fu regolare, come dice il presidente brasiliano Lula; che è vero che ci sono tanti morti fra gli oppositori, ma anche qualche poliziotti si è fatto male durante le manifestazioni; insomma che bisogna appoggiare l'Iran: l'ultimo fuoco di chi si dice amico di Chavez e Castro, appoggia naturalmente Hamas e i suoi razzi su Sderot, sostiene la Cina contro l'"aggressione tibetana"... L'altra minaccia viene dallo Yemen, dove il "vicecapo" locale di Al Queda ("Abu Sufyan aI-Azdi, ex prigioniero numero 372 a Guantanamo, liberato un anno fa da quel penitenziario per essere subito internato in un carcere dell'Arabia Saudita, suo paese natale, da lì evaso e fuggito verso lo Yemen", così Pietro del Re su Repubblica) ha dichiarato jihad (guerra santa) ai "crociati" e agli americani e ha dichiarato di proporsi di bloccare il golfo di Aden (che dà accesso al Canale di Suez) per "strangolare gli ebrei" e incidentalmente anche l'Europa (Alfieri su Avvenire, notizia redazionale sul Giornale). Varrà certamente la pena di ricordare il percorso di Al Azdi quando si riaccederà la discussione su questioni come la legittimità di Guantanamo e delle "extraordinary renditions" di pericolosi terroristi ordinati dall'amministrazione Bush. La preoccupazione ora è una saldatura fra i ribelli dello Yemen, fortemente appoggiati dall'Iran e quei somali, islamici anche loro, che partendo dall'altra parte di uno stretto di una ventina di kilometri, da alcuni anni hanno riportato in vita l'antico mestiere della pirateria marittima, nonostante la massiccia ma sostanzialmente imbelle presenza di forze delle marine occidentali in quelle acque.Fra gli altri articoli, da segnalare la solita ironia di Guido Ceronetti in un pezzo sulla Stampa a proposito della proibizione del burka in Francia e una serie di articoli sulla prossima "giornata del ricordo" dedicata alle foibe triestine: ma "anche a destra ricordano in pochi", commenta dispiaciuto Giuseppe Parlato su Libero. Non è un caso quindi che Franco Cardini sul Tempo riproponga la sua idea di un compianto generale per tutti i morti di tutte le stragi, (con)fondendo in esso anche la memoria della Shoà. Ugo Volli http://www.moked.it/
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Un ricordo di David Levine, l’irriverente caricaturista americano
E’ venuto di recente a mancare David Levine, l’irriverente caricaturista americano che per più di 50 anni ha animato le pagine della New York Review of Books. Nato a Brooklyn, dove suo padre possedeva una piccola fabbrica di vestiti, David sviluppò fin dalla più tenera età una predisposizione per il disegno. Levine studiò pittura al Pratt Institute e alla Tyler School of Art di Philadelphia per poi servire nell’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale.Nel 1960 ricevette il primo incarico di un certo rilievo all’Esquire, dove sviluppò le sue doti di vignettista e caricaturista politico. Poi il passaggio al New York Review of Books e la realizzazione di 3800 disegni e caricature di scrittori, artisti, atleti e politici dal 1963 al 2007. Solo metà dei lavori di Levine vennero creati per il Review, David collaborò infatti con altre testate come il Time, Newsweek, Esquire, Playboy, The Nation, Rolling Stone, il New Yorker.Il suo è uno stile anglosassone, senza inutili veleni, l’artista punta piuttosto sulla sua spiccata vena satirica e sulla caratterizzazione portata all’estremo: grandi teste a sottolineare la mappa somatica dei personaggi ritratti, un’indagine approfondita del volto, spesso una ragnatela di segni su ampie aree di puro bianco e puro nero, e corpi minuscoli, il tutto accompagnato dall’uso di oggetti relativi all’attività del personaggio. Un artista preoccupato del mondo in cui vive, un sentimento, la preoccupazione, che traspare in modo chiaro dai suoi lavori di carattere politico. Caricature graffianti, vere e proprie pietre miliari del vignettismo mondiale. “Lavori straordinari realizzati con una percezione straordinaria”, come sottolinea in una recente intervista il vignettista Jules Feiffer, amico di Levine. Come il ritratto del presidente Lyndon B. Johnson nell’atto di scoprirsi il busto per rivelare una cicatrice a forma di mappa del Vietnam o la caricatura dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger catturato nell’atto di amoreggiare su un divano con un corpo femminile la cui testa è un mappamondo o ancora il ritratto di Bill Clinton, ex presidente degli stati uniti, paonazzo mentre stringe la cinghia in attesa di tempi decisamente difficili per l’economia americana. Levine disegnò Richard Nixon, il suo soggetto preferito, per ben 66 volte. Un Nixon a forma di verme che fuoriesce da una mela in occasione delle elezioni, che piange banconote dopo la pubblicazione del report finale sul caso Watergate, e ancora a forma di topo, di cane e di un feto quando il tema dell’aborto spiccava sulle prime pagine dei giornali americani. Secondo suo Figlio Matthew nonostante il padre fosse un ateo convinto si considerava culturalmente ebreo: “l’idea del tikkun olam, di perfezionamento del mondo in cui viviamo è riscontrabile in qualche modo nel lavoro di mio padre, nella sua volontà di non lasciare che le persone che detengono il potere, possano usufruirne impunemente e in modo sconsiderato”.In molti suoi lavori Levine ha rappresentato personaggi di spicco della politica israeliana: troviamo l’ex primo ministro Golda Meir con un mestolo e un piatto di zuppa in mano. Impietoso nei confronti di Ariel Sharon presentato come un golia che sovrasta il piccolo Yasser Arafat, mentre in un altro disegno l’ex primo ministro si presenta con la Keffiah in testa e tra le braccia un Sefer Torah imbottito di missili. Benyamin Netanyahu, disegnato con la Kippah, la pistola in mano e l’abbigliamento tipico del legionario romano. Non viene risparmiato neanche Shimon Peres sequestrato e legato con una corda alla sedia.Non solo politica, ma anche arte e letteratura ebraica. Levine ritrasse lo scrittore Yiddish Isaac Bashevis Singer, seduto su una sedia con lo schienale a forma di stella di Davide e Bernard Malamud con il Tallit a mo’ di sciarpa mentre fa roteare tra le dita i tefillin, o Kafka rappresentato con le zampette da insetto, chiaro rimando alla sua Metamorfosi. Philip Roth viene invece tripartito con chiaro riferimento alla trama del suo cervellotico romanzo Operazione Shylock.Levine spesso riusciva a realizzare anche l’impossibile, ispirandosi per esempio a sculture e statue dell’antichità per riprodurre figure classiche, a dipinti per personaggi del periodo rinascimentale e infine a fotografie per soggetti moderni. Pochi altri disegnatori americani sarebbero stati in grado di raffigurare senza difficoltà concetti astratti quali la linguistica, il manierismo, l’industria militare, la finanza, l’arte.David Levine era un uomo dotato di una grande intelligenza, di un’ampia visione d’insieme e di una solida preparazione artistica. Egli compose, ombreggiò e disegnò con lo sguardo di un vero pittore e artista, ma più di ogni altra cosa Levine possedeva una innata capacità di compenetrazione psicologica che lo portava a ragionare sui soggetti da rappresentare con un’attenzione quasi maniacale. Uno dei migliori vignettisti del ventesimo secolo, un uomo che, grazie al suo acuto spirito critico è riuscito a dar lustro ad una professione sempre alla ricerca di nuova linfa vitale. Michael Calimani, http://www.moked.it/
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Cultura
Gadi Taub, autore di questo articolo
Israele. Dove buttano i discorsi sullo Stato bi-nazionale
Israele fa fatica a modificare il proprio schema mentale e a disfarsi del vecchio presupposto secondo cui quello a cui puntano i nemici del sionismo è erodere a poco a poco il territorio dello stato ebraico: un tempo la chiamavamo “la tattica a fette di salame”. Ma gli avversari del sionismo hanno capito che il modo migliore per eliminare Israele è fare esattamente l’opposto: impedire la spartizione del paese in due Stati.In passato, la natura delle forze che cercavano di prevenire la spartizione era chiara a tutto il mondo democratico: si trattava dei fan del nazionalismo arabo che si battevano per precludere agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Il quadro era chiaro: i nazionalisti si opponevano alla spartizione mentre i sostenitori della democrazia la sostenevano.Oggi, però, sia il nazionalismo che l’antisemitismo vengono presentati sempre più spesso sotto l’apparenza di un discorso democratico.Naturalmente la posizione dei nazionalisti arabi è rimasta la stessa. I palestinesi si opponevano alla spartizione proposta dalle Nazioni Unite (nel 1947) e vi si oppongono ancora oggi. Anche il motivo è rimasto lo stesso: vi deve essere un unico Stato fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e sarà uguale a ogni altro Stato arabo, con una minoranza di ebrei al suo interno. Viceversa la spartizione avallerebbe l’esistenza di uno Stato per gli ebrei dotato di maggioranza ebraica (che è appunto ciò che non vogliono).La soluzione “un unico Stato” viene sempre più spesso presentata in termini di democrazia e diritti umani. Si tratta del sodalizio tra i vari Goldstone e i loro committenti: un consesso internazionale di Stati che calpestano ogni giorno i diritti umani e che nondimeno incaricano un campione dei diritti umani di descrivere Israele come il nemico dei diritti umani.Intanto l’altra parte – un movimento razzista che abbraccia esplicitamente l’assassinio di ebrei – copre i suoi lanci di razzi contro bersagli civili dietro la facciata di quei diritti umani, nascondendo le sue rampe di lancio e i suoi missili dietro il corpo della sua stessa gente.La non-santa alleanza fra nazionalisti arabi e paladini della democrazia sta diventando sempre più sofisticata. Faremmo meglio a prestare attenzione a questo tentativo di cancellare la distinzione fra territori occupati e Israele vero e proprio. L’opinione pubblica occidentale viene a poco a poco preparata a questo, a cominciare da quando vede nei telegiornali le immagini di posti di blocco con la scritta “Stato ebraico” e ne conclude – sbagliando – che Stato ebraico significhi apartheid.Quest’opera di preparazione viene sostenuta anche da mass-media e da intellettuali. Non a caso gli avversari di Israele in occidente hanno smesso di parlare di occupazione, e sono passati a parlare di apartheid. Il termine occupazione presuppone una chiara distinzione fra territori che si trovano al di qua, e territori che si trovano al di là della Linea Verde armistiziale. Viceversa il termine apartheid fa riferimento alla nozione stessa di Stato ebraico, dipingendolo come uno Stato dove un popolo ne domina un altro, e riducendo la questione del territorio semplicemente alla più vistosa manifestazione di questo fenomeno. Di conseguenza, secondo questa logica, una giusta soluzione basata sull’eguaglianza non può accontentarsi di una spartizione della terra in due Stati giacché questo non farebbe che avallare la perdurante esistenza del deprecabile Stato ebraico.Ecco perché il fantomatico stato bi-nazionale viene visto come la soluzione giusta: qualcosa di simile al Belgio e alla Svizzera, o alla soluzione che è stata imposta alla Bosnia dalla comunità internazionale (e preservata con un’occupazione internazionale). Gli israeliani che prendono in esame questo genere di proposta capiscono perfettamente quanto sia irragionevole. Uno Stato a maggioranza araba non sarà certo simile alla Svizzera. Affidare i diritti della minoranza ebraica nelle mani di una maggioranza di Hamas e di Fatah non darà vita a una democrazia liberale. Non esiste un solo Stato arabo che abbia rinunciato al suo carattere nazionale arabo e – come ha notato lo storico Alexander Yakobson – l’idea che, di tutti i popoli arabi, proprio i palestinesi siano gli unici a farlo per il bene degli “invasori sionisti” è fondamentalmente insensata.E tuttavia non è questo ciò che la comunità internazionale ha davanti agli occhi. Il fuoco di fila di articoli e servizi che ritraggono Israele come uno stato dell’apartheid, unito al martellamento di proposte, apparentemente ragionevoli, per lo Stato bi-nazionale, stanno gradualmente creando un contesto in cui questa sembra essere la soluzione più semplice e democratica per risolvere un sanguinoso conflitto incagliato.Se non si riuscirà a imporre al più presto ai palestinesi la spartizione del paese, la comunità internazionale potrebbe essere tentata di eliminare del tutto Israele attraverso l’“eguaglianza bi-nazionale”. Nel nome della democrazia, naturalmente.(Da: YnetNews, 02.02.10)Articolo concesso da http://www.israele.net/
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Parte sfida dell'auto elettrica con una nuova maxi rete
Aperto il primo centro; la rete della Better Place entro il 2011 Gerusalemme
7 feb. (Apcom) - Si presentano come delle pompe di benzina, ma al posto della pistola da cui sgorga il carburante hanno delle grande prese elettriche. Sono i nuovi servizi di rifornimento realizzati per le auto del futuro, quelle elettriche e non inquinanti, presentati in Israele dove saranno attivi dal 2011. Oggi è stato inaugurato il primo centro dimostrativo a Ramat Hasharon, vicino a Tel Aviv. La società americana Better Place, grazie a un accordo con Renault-Nissan, ha disseminato il Paese di questi distributori di elettricità che sistemano l'ultimo tassello mancante per rendere davvero competitive sul mercato le quattro ruote elettriche: la sostituzione rapida della batteria. Quanto alle auto, assicurano i produttori, costeranno meno di quelle a benzina. E soprattutto non inquineranno.
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Curiosità
Golda Mair
Netanyahu: Israele aperto a negoziati pace con Siria
Primo ministro cerca di metter fine a guerra di parole tra Paesipostato
Gerusalemme, 7 feb. (Ap) - Israele è aperto a negoziati di pace con la Siria. Lo ha affermato il primo ministro dello stato ebraico, Benjamin Netanyahu, nel tentativo di metter fine alla recente guerra di parole tra i due nemici di vecchia data. Il capo del governo ha sottolineato che Israele vuole accordi di pace con i palestinesi e i siriani, simili a quelli sottoscritti con l'Egitto e la Giordania. Autorità israeliane e siriane si sono scambiate minacce nel corso dell'ultima settimana, alimentando i timori di un'escalation. Le dichiarazioni di Netanyahu, arrivate durante la riunione settimanale di gabinetto, sono sembrate finalizzate a placare le tensioni. Netanyahu ha detto che lo stato ebraico è disposto a negoziare se non ci fossero condizioni preliminari e venisse garantita la sua sicurezza. La Siria vuole che Israele si ritiri dalle Alture del Golan, conquistate nel 1967 e successivamente annesse.
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martedì 9 febbraio 2010
passeggiando x Tel Aviv
M.O./ Usa: Israele e Siria devono riprendere trattative di pace
Washington invita a superare le recenti tensioni
Roma, 5 feb. (Apcom) - Gli Stati Uniti hanno chiesto a Siria ed Israele di superare le recenti tensioni fra i due Paesi per non rendere oltremodo difficile la ripresa dei negoziati di pace: è quanto pubblica il quotidiano arabo londinese Al Sharq al Awasat, citando fonti del Dipartimento di Stato americano. Washington sarebbe infatti decisa a far sì che Israele riprenda le trattative sia con i palestinesi che con la Siria; fonti del governo israeliano hanno ribadito la volontà di giungere ad un accordo con Damasco ma senza compromettere la sicurezza dello Stato ebraico.
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Gerusalemme
IRAN: al via ARRICCHIMENTO URANIO al 20%
(AGI/AFP/EFE) - Teheran, 9 feb. - Gli scienziati iraniani hanno iniziato, nell'impianto di Natanz, il processo di arricchimento dell'uranio al 20 per cento. La notizia e' stata confermata ufficialmente dal capo del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi. Il processo e' iniziato di prima mattina, alla presenza di ispettori internazionali. La decisione di produrre combustibnile nucleare era stata annunciata domenica scorsa dal presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, dopo mesi di infruttuosi negoziati con L'Occidente, che avevano moltiplicato i sospetti sul programma nucleare dell'Iran. E il passo odierno arriva mentre le potenze occidentali accelerano sul fronte delle sanzioni, nel timore che Teheran possa arrivare presto all'arma atomica. L'avvio del programma, annunciato nei giorni scorsi e che rappresenta una nuova sfida alla comunita' internazionale, lunedi' era stato notificato formalmente all'Aiea (l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica). Secondo una fonte non identificata citata dalla tv pubblica, alle procedure per l'arricchimento del materiale sono presenti gli ispettori dell'Aiea. Un portavoce dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, ha spiegato che alle 09:30 (quando in Italia erano le 07:00) e' iniziato "il lavoro preparatorio" e la produzione vera e propria del combustibile nucleare comincera' intorno alle 13 ora locale.Arricchire l'uranio al 20 per cento e' un passo tecnologico importante: finora l'Iran non aveva mai superato il tetto del 3,5 per cento, piu' che sufficiente per alimentare un programma nucleare civile. Le 8.692 centrifughe concentrate nel sotterraneo di Natanz, l'impianto di arricchimento nel deserto alle porte di Teheran, non avevano mai superato questo livello, nonostante gli ispettori dell'Aiea si fossero praticamente convinti cheesistesse un altro sito dedicato all'arricchimento dell'uranio.Anche simbolicamente dunque l'evento e' importante. Sette annidi scontro aperto con le potenze occidentali e tre ondate disanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu non sonoriusciti a fermare la corsa degli scienziati iraniani che ora,a detta degli esperti, dispongono di competenze tecniche perprodurre testate nucleari. Con il via all'arricchimento al 20% si allontana l'ipotesidi un accordo sullo scambio di combustibile nucleare, comeaveva fatto sapere lunedi' la stessa Aiea. In sostanza l'Iranavrebbe dovuto impegnarsi a trasferire all'estero per ilricondizionamento "civile" tutto il suo stock di uranio a bassoarricchimento, cioe' 1.700 chilogrammi, in cambio di unafornitura di uranio arricchito al 20 per cento per alimentareil suo reattore di ricerca a Teheran, prezioso per laproduzione di isotopi nella lotta contro il cancro. Ma quandoha capito che i suoi scienziati potevano arrivare da soliall'arricchimento fino al 20 per cento, il regime ha deciso cheil gioco non valeva la candela. Gli Usa hanno gia' detto che vogliono che il Consiglio diSicurezza dell'Onu si muova rapidamente verso nuove sanzioni, e ha chiesto una risoluzione "entro settimane, non mesi". Ma laCina, che come gli Usa dispone del diritto di veto nelConsiglio di Sicurezza, rimane riluttante e, subito dopol'annuncio di Teheran, ha rilanciato la richiesta di nuovinegoziati.
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David Kertzner
Rassegna stampa
L'Iran ha deciso di far partire l'arricchimento dell'uranio al 20%: un altro passo grave verso la costruzione della bomba atomica (cronaca di Carla Zecchinelli su Corriere). Il ministro della difesa americano Gates lancia un appello alla solidarietà degli alleati nelle sanzioni (Barbara Schiavulli sul Messaggero, Gabriel Bertinetto sull'Unità), ma la verità è che «Entro 3-4 anni gli ayatollalh disporranno di armi nucleari» e «America ed Europa si sono rassegnate a fare i conti nel prossimo futuro con un Iran diventato potenza nucleare», come afferma l'esperto di antiterrorismo americano Marvin Catron, intervistato da Ennio Caretto per il Corriere. "Israele farà ci che è necessario alla sua sicurezza, come ha sempre fatto contro il terrorismo. Non escludo che abbia già uomini in Iran pronti a fare saltare gli impianti del nemico e so che dispone di missili e bombe per penetrare a grandi profondità nei bunker atomici. In caso estremo, attaccherebbe da terra e dal cielo. L'unica alternativa possibile è un rovesciamento del regime a Teheran, l'avvento di una democrazia. Ma al momento non mi sembra molto realistica: gli oppositori vengono assassinati." E' una prospettiva molto preoccupante: Israele lasciata sola ad affrontare responsabilità che l'opinione pubblica internazionale dei paesi più potenti non si sente di affrontare. "l'Occidente deve badare a non alienarsi ulteriormente il mondo islamico, a non innescare conflitti sarebbe esagerato immaginare una terza guerra mondiale che non sarebbe in grado di sedare. Sospetto che soprattutto i leader europei preferiscano negoziare con un Iran con le armi nucleari, come negoziarono con l'URSS, che non esporre il mondo a sussulti incontrollabili. E che abbiano dalla loro la maggioranza dell'opinione pubblica». Israele, invece, se "avesse tenuto conto in passato [dell'opinione pubblica internazionale] oggi non esisterebbe."Bisogna anche tener conto che il regime iraniano conta sulla tensione internazionale per risolvere i problemi interni (Zarmandili su Repubblica), anche in vista della scadenza dell'anniversario della rivoluzione islamica, l'11 febbraio, in cui gli oppositori vorrebbero scendere in piazza (l'appello di Shirin Ebadi è sull'Unità). Continua nel frattempo la repressione dei dissidenti, con nuovi arresti (Gallo sulla Stampa)In contrasto con una situazione che gradualmente e irresistibilmente scivola verso una guerra difficilissima per Israele, c'è forse qualche piccola speranza per la trattativa coi palestinesi, compromessa per un anno dalle mosse ideologiche e poco accorte dell'amministrazione americana e dall'irresistibile tendenza estremista dei palestinesi. Così almeno sostiene Toboias Buck sul Financial times. Due notizie ancora vanno segnalate. La prima è che allo storico Benny Morris è stato impedito di tenere la conferenza programmata nella sua alma mater di Cambridge (Battistini sul Corriere). Morris era stato invitato da un'associazione studentesca ebraica, che ha ceduto poi alle forti pressioni e minacce degli islamici locali, che avevano invitato per altro senza difficoltà conferenzieri sostenitori della persecuzione degli omosessuali in Iran, degli attentati contro i civili israeliani ecc. Parlando di immigrazione islamica bisogna tener conto che quando essa supera un certo livello, come accade in Gran Bretagna, essa pone un serissimo problema di libertà di parola. Che nel paese della magna Charta e del primo parlamento moderno le opinioni filo israeliane o dissidenti dall'islamismo come quelle di Geert Wilders incontrino ostacoli sempre più consistenti per esprimersi è un ammonimento estremamente serio per tutta l'Europa. Da notare anche il fatto raccontato da Pietro Lanzara, sempre sul Corriere che sta per debuttare a New York l'opera tratta dalla storia del rapimento del bambino ebreo bolognese Edgardo Mortara ad opera dei gendarmi vaticani proprio alla vigilia dell'unità d'Italia, nel 1858. Nonostante le pressioni internazionali la famiglia non riuscì a farsi restituire il bambino, che secondo le autorità ecclesiastiche era stato battezzato clandestinamente da una domestica e finì prete. Una storia che gli ebrei italiani conoscono bene da tempo, anche grazie alle ricerche storiche pionieristiche che gli dedicò mezzo secolo fa mia prozia Gemma Volli z''l e che oggi si può leggere anche nella traduzione del libro di David Kertzner che è alla base del libretto. In tempi di dialogo con la Chiesa bisogna ricordare questi episodi, anche per uscire dalla retorica del "dissenso millenario": vi furono dissidenza teologica, certamente, dalle due parti e anche reciproche offese; ma la persecuzione materiale venne da una parte sola.Ugo Volli http://www.moked.it/
L'Iran ha deciso di far partire l'arricchimento dell'uranio al 20%: un altro passo grave verso la costruzione della bomba atomica (cronaca di Carla Zecchinelli su Corriere). Il ministro della difesa americano Gates lancia un appello alla solidarietà degli alleati nelle sanzioni (Barbara Schiavulli sul Messaggero, Gabriel Bertinetto sull'Unità), ma la verità è che «Entro 3-4 anni gli ayatollalh disporranno di armi nucleari» e «America ed Europa si sono rassegnate a fare i conti nel prossimo futuro con un Iran diventato potenza nucleare», come afferma l'esperto di antiterrorismo americano Marvin Catron, intervistato da Ennio Caretto per il Corriere. "Israele farà ci che è necessario alla sua sicurezza, come ha sempre fatto contro il terrorismo. Non escludo che abbia già uomini in Iran pronti a fare saltare gli impianti del nemico e so che dispone di missili e bombe per penetrare a grandi profondità nei bunker atomici. In caso estremo, attaccherebbe da terra e dal cielo. L'unica alternativa possibile è un rovesciamento del regime a Teheran, l'avvento di una democrazia. Ma al momento non mi sembra molto realistica: gli oppositori vengono assassinati." E' una prospettiva molto preoccupante: Israele lasciata sola ad affrontare responsabilità che l'opinione pubblica internazionale dei paesi più potenti non si sente di affrontare. "l'Occidente deve badare a non alienarsi ulteriormente il mondo islamico, a non innescare conflitti sarebbe esagerato immaginare una terza guerra mondiale che non sarebbe in grado di sedare. Sospetto che soprattutto i leader europei preferiscano negoziare con un Iran con le armi nucleari, come negoziarono con l'URSS, che non esporre il mondo a sussulti incontrollabili. E che abbiano dalla loro la maggioranza dell'opinione pubblica». Israele, invece, se "avesse tenuto conto in passato [dell'opinione pubblica internazionale] oggi non esisterebbe."Bisogna anche tener conto che il regime iraniano conta sulla tensione internazionale per risolvere i problemi interni (Zarmandili su Repubblica), anche in vista della scadenza dell'anniversario della rivoluzione islamica, l'11 febbraio, in cui gli oppositori vorrebbero scendere in piazza (l'appello di Shirin Ebadi è sull'Unità). Continua nel frattempo la repressione dei dissidenti, con nuovi arresti (Gallo sulla Stampa)In contrasto con una situazione che gradualmente e irresistibilmente scivola verso una guerra difficilissima per Israele, c'è forse qualche piccola speranza per la trattativa coi palestinesi, compromessa per un anno dalle mosse ideologiche e poco accorte dell'amministrazione americana e dall'irresistibile tendenza estremista dei palestinesi. Così almeno sostiene Toboias Buck sul Financial times. Due notizie ancora vanno segnalate. La prima è che allo storico Benny Morris è stato impedito di tenere la conferenza programmata nella sua alma mater di Cambridge (Battistini sul Corriere). Morris era stato invitato da un'associazione studentesca ebraica, che ha ceduto poi alle forti pressioni e minacce degli islamici locali, che avevano invitato per altro senza difficoltà conferenzieri sostenitori della persecuzione degli omosessuali in Iran, degli attentati contro i civili israeliani ecc. Parlando di immigrazione islamica bisogna tener conto che quando essa supera un certo livello, come accade in Gran Bretagna, essa pone un serissimo problema di libertà di parola. Che nel paese della magna Charta e del primo parlamento moderno le opinioni filo israeliane o dissidenti dall'islamismo come quelle di Geert Wilders incontrino ostacoli sempre più consistenti per esprimersi è un ammonimento estremamente serio per tutta l'Europa. Da notare anche il fatto raccontato da Pietro Lanzara, sempre sul Corriere che sta per debuttare a New York l'opera tratta dalla storia del rapimento del bambino ebreo bolognese Edgardo Mortara ad opera dei gendarmi vaticani proprio alla vigilia dell'unità d'Italia, nel 1858. Nonostante le pressioni internazionali la famiglia non riuscì a farsi restituire il bambino, che secondo le autorità ecclesiastiche era stato battezzato clandestinamente da una domestica e finì prete. Una storia che gli ebrei italiani conoscono bene da tempo, anche grazie alle ricerche storiche pionieristiche che gli dedicò mezzo secolo fa mia prozia Gemma Volli z''l e che oggi si può leggere anche nella traduzione del libro di David Kertzner che è alla base del libretto. In tempi di dialogo con la Chiesa bisogna ricordare questi episodi, anche per uscire dalla retorica del "dissenso millenario": vi furono dissidenza teologica, certamente, dalle due parti e anche reciproche offese; ma la persecuzione materiale venne da una parte sola.Ugo Volli http://www.moked.it/
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Jürgen Habermas
L'Occidente diviso
In un quadro geopolitico che si modifica quasi ogni giorno restano delle costanti: le minacce subdole, ma molto concrete, dell’Iran, l’emergenza quotidiana del terrorismo e un “Occidente” che sembra disgregarsi sempre di più. Di “Occidente diviso” (Laterza 2005) aveva parlato già qualche anno fa il filosofo tedesco Jürgen Habermas. La divisione a cui si riferiva era quella tra Europa e Stati Uniti che si era andata profilando dopo l’11 settembre e dopo la guerra in Irak; ma Habermas non mancava di sottolineare anche le scissioni all’interno dell’Europa. E a questo proposito già il 31 maggio del 2003 aveva firmato insieme a Jacques Derrida un appello “Ciò che unisce gli europei”, un’analisi critica e insieme un monito. Entrambi auspicavano una Europa capace di parlare all’unisono in politica estera e di curare, salvaguardare e sviluppare il rapporto con Israele. “L’Europa contemporanea è segnata dalla Shoah”. Perciò è indispensabile una “politica della memoria”.A qualche anno di distanza il monito non ha avuto ripercussioni e la situazione dell’Europa appare semmai ancora più complicata e scissa. Con preoccupazione si parla in questi giorni dei mostruosi debiti di Grecia, Portogallo e Spagna. Ma è evidente che la crisi ha dimensioni ben più ampie e profonde. Proprio la “politica della memoria” può indicarla con chiarezza. Non ci si deve far fuorviare dalla prospettiva italiana. Ci sono paesi europei dove il 27 gennaio è una data come un’altra, dove non si ricorda e non si vuole ricordare. Ho già parlato della Germania nell’ultimo numero di “Pagine ebraiche”.Ma un caso su cui si dovrebbe riflettere molto di più è la vicina Spagna dove è diventato assolutamente normale parlare di “ideologia dell’Olocausto”, di “uso e abuso della memoria”, dove insomma, se proprio si deve parlare dell’“Olocausto”, lo si fa per denunciare il modo in cui se ne servirebbe Israele. Basta dare un’occhiata ai giornali spagnoli o ascoltare le prese di posizione di intellettuali e filosofi. I motivi ovviamente sono molti e complessi. E non si deve dimenticare, malgrado la rinascita di alcune comunità, la secolare assenza degli ebrei dall’antica Sefarad. Sta qui un nodo che resta da sciogliere (e sarebbe forse anche un compito dell’ebraismo italiano). Perché è chiaro che il 1492 non permette una “politica della memoria”, non consente il ricordo di Auschwitz. E un trauma della storia europea rinvia all’altro. Nella prefazione al suo recente libro sui marrani il filosofo israeliano Yirmiyahu Yovel (The Other Within, 2009) ha denunciato con parole molto chiare la tendenza degli spagnoli alla rimozione, l’insofferenza verso un capitolo della loro storia considerato ormai lontano. Ogni spagnolo vanta un’ascendenza un po’ “morisca”, un po’ ebraica. E illuministicamente se ne compiace. Con questo ennesimo atto di fagocitazione si chiude tutto. E a partire di qui ci si permette di innalzarsi su un piedistallo per condannare Israele. Se si pensa non solo al ruolo della Spagna in Europa, ma al suo influsso anche sui paesi latinoamericani, si comprende la gravità di questa assenza di memoria, di questo oblio intenzionale e sistematico.Donatella Di Cesare, filosofa, http://www.moked.it/
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Costruire il futuro studiando in Israele
Costruire il futuro significa guardare lontano e guardare anche oltre le frontiere. La grande partecipazione registrata all'incontro che si è svolto ieri al Centro Bibliografico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con i ragazzi di età compresa tra i diciassette e i diciannove anni, provenienti da tutta Italia e alcuni rappresentanti delle più prestigiose università israeliane lo ha dimostrato una nuova volta.L’evento era organizzato dall'Unione giovani ebrei d'Italia (Ugei) e dall’assessorato ai giovani dell’Ucei e i 170 partecipanti che hanno animato la giornata hanno avuto modo di incontrare fra gli altri la vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con delega alle politiche giovanili Claudia De Benedetti, il presidente dell'Ugei Giuseppe Piperno e il consigliere Ugei con delega alla politica Daniel Funaro. Da parte dei ragazzi si è registrata una risposta attenta. La formula dell’incontro è stata semplice, con i saluti ufficiali e l'intervento del consigliere dell’ambasciata di Israele, Rami Hatan, e un messaggio del ministro della Scienza israeliano. Hanno fatto seguito le presentazioni delle università presenti curate dai relatori inviati per l’occasione da Israele. Si è puntato sul richiamo di una realtà senza pari. Ma soprattutto sull’eccellenza e la preparazione che gli atenei israeliani garantiscono. Claudia De Benedetti nel suo discorso ha focalizzato l’attenzione sui giovani del nostro paese definendoli un enorme risorsa per lo Stato ebraico e ha sottolineato in maniera forte l’attaccamento che c’è tra Israele e i suoi “figli” della diaspora; ha quindi parlato delle singole borse di studio messe a disposizione dalle istituzioni ebraiche. Giuseppe Piperno ha rinnovato la vicinanza dell’istituzione che presiede, nei confronti dei ragazzi che vogliono fare il grande passo in direzione di Israele, citando proprio lo statuto dell’Ugei che ha come compito, tra i tanti, di favorire l’Alyà.L’incontro, che è durato tutta la giornata, ha visto protagonisti i ragazzi, incuriositi e affascinati dalle presentazioni dei relatori i quali hanno spiegato le varie facoltà, aiutandosi con materiali illustrativi, cataloghi e soprattutto materiali audiovisivi; durante l’evento ci sono state anche le testimonianze di studenti italiani che hanno studiato nelle università israeliane i quali hanno raccontato le loro esperienze, i loro successi ed anche le loro delusioni, che in una realtà come quella israeliana, non stentano a mancare.Le università presenti erano molte: dalla Bar Ilan University di Tel Aviv, che dalla sua fondazione ha come scopo unire gli studi di Talmud a quelli della scienza umanistica e non, come ci racconta un professore di letterature comparate, Yacov Mascetti, fino ad arrivare al prestigioso istituto Technion di Haifa un polo universitario che come dice il professor Piero Abbina è il fiore all’occhiello dello Stato d’Israele per quanto riguarda la tecnologia, passando per l’Idc di Herzilya, campus stile statunitense dove i corsi sono tenuti tutti in inglese con strutture moderne e professori del calibro del ex ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni."Sono stata molto felice di partecipare - ha commentato Valentina Tarnovschi dell'ateneo IDC- di presentare la universita IDC che tanto mi ha dato e mi ha fatto crescere come persona, ma anche di stare di nuovo in un Centro ebraico, con i giovani della comunita ebraica e con i professori delle universita di Israele. Desidero moltissimo dopo questo incontro essere considerata come una persona che vuole contribuire in qualche modo al'organizazione dei eventi culturali, rendendomi utile in qualche modo".Quello che è emerso da questo incontro oltre al grande lavoro svolto dall’assessorato ai giovani Ucei e dall’Ugei è stata la voglia dei ragazzi di lasciare le proprie città d'origine e di iniziare nuove avventure in uno Stato che è in grado di coniugare l'offerta di atenei eccellenti, ottimi professori e strutture all'avanguardia, con l’opportunità di conoscere nuove tradizioni, nuovi modi di vivere e soprattutto nuova gente, essendo una società multietnica che si basa sulla tolleranza e sul confronto, cosa di cui i giovani ebrei italiani sentono fortemente il bisogno.Edoardo R. Amati http://www.moked.it/
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