giovedì 11 febbraio 2010



Elie Wiesel


«Non piangerei se Ahmadinejad fosse ucciso»

L' appello Elie Wiesel denuncia il «crudele regime» con un appello sull' Herald Tribune firmato da 45 premi Nobel
«Cari presidenti Obama, Sarkozy e Medvedev, caro primo ministro Brown e cancelliera Merkel, per quanto tempo ancora possiamo restare a guardare con le mani in mano il compimento dello scandalo in Iran?». Comincia così l' accorato appello pubblicato ieri sull' International Herald Tribune dalla Elie Wiesel Foundation for Humanity, nello stesso giorno in cui, intervistato dalla Radio militare israeliana, l' 82enne premio Nobel dichiara che «se il presidente iraniano Ahmadinejad fosse assassinato, non verserei una sola lacrima». Mentre Teheran alza i toni dello scontro, minacciando direttamente i leader occidentali, lo scrittore e attivista sopravvissuto alla Shoah non esita a proporsi come guida morale nella crociata per fermare «il crudele e oppressivo regime iraniano». «Le minacce a Berlusconi confermano l' urgenza del mio messaggio», spiega Wiesel, che promette di «rivolgersi presto anche alla Cina, grande ostacolo alle sanzioni Onu e per noi un caso a parte». La lezione dell' Olocausto, quando il mondo stette inerte a guardare, percorre l' inserzione a tutta pagina sottoscritta da ben 45 premi Nobel. «In nome della coscienza e dell' onore - recita la lettera - da Washington, Parigi, Mosca, Londra, Berlino e dal Consiglio di sicurezza Onu deve levarsi una condanna più forte e inequivocabile contro le ripugnanti pratiche di Teheran». Una dittatura, precisa l' appello, «che ha imprigionato, torturato, stuprato e impiccato migliaia di innocenti». Nell' intervista alla Radio militare israeliana Wiesel definisce Ahmadinejad «un pericolo per il mondo e un pazzo patologico», accusandolo di essere «un antisemita», «negatore dell' Olocausto», che vuole «apertamente la distruzione di Israele, cioè la distruzione di altri sei milioni di ebrei». Non è la prima vota che Wiesel cerca di usare la sua influenza per sensibilizzare il mondo sul pericolo iraniano. Nel settembre 2006, in occasione dell' apertura dell' Assemblea generale Onu, si era unito alla protesta di un gruppo di studiosi di diritto israeliani e americani - tra cui il docente di Harvard Alan Dershowitz - chiedendo che Ahmadinejad fosse espulso dall' Onu per le sue affermazioni negazioniste sulla Shoah. Nel maggio 2008, durante la conferenza indetta dal presidente Peres per il 60esimo anniversario dello Stato d' Israele, affermò di fronte alla platea di capi di stato e vip quali Blair, Gorbaciov e Kissinger che è «una vergogna» che Ahmadinejad sia ricevuto nelle capitali mondiali, dal momento che minaccia Israele di attacco nucleare. Nell' agosto 2009, durante la conferenza di Durban II a Ginevra, un membro dell' entourage di Ahmadinejad si avvicinò a Wiesel urlandogli «Sio-Nazi». L' incidente fu videoregistrato da un rappresentante latinoamericano del centro Simon Wiesenthal. Negli stessi giorni, la Elie Wiesel Foundation for Humanity pubblicò una lettera aperta «a Shirin Ebadi, agli altri dissidenti iraniani e al coraggioso popolo iraniano», invitandoli «a non sentirsi soli e a non perdere la speranza» e condannando in pieno «le evidenti violazioni dei diritti umani seguite alle elezioni presidenziali in Iran». Alessandra Farkas 10 febbraio 2010 - Corriere della Sera


Studioso druso


«Meglio morto che allenare Israele»

«Se fosse l' ultima squadra al mondo, abbandonerei la mia professione»
L' ultima crociata di Hassan Shehata, il ct dell' Egitto fresco vincitore della terza Coppa d' Africa consecutiva, è contro Israele: «Meglio morire di fame piuttosto che allenare la nazionale israeliana». Così parlò «baffone» Shehata al quotidiano arabo al Masri al Youm due giorni fa a Dubai, per commentare la notizia che a Tel Aviv hanno pensato di affidare a lui la Nazionale. E' stato un famoso giornalista israeliano, Daniel Shahah, a spiegare come si è arrivati alla soluzione-Shehata: «Il presidente della Lega ha formato una commissione per scegliere il futuro ct della Nazionale e Shehata è sembrato il candidato più adatto. Ha grande personalità e sa gestire i campioni». A Tel Aviv hanno un sogno: la qualificazione al Mondiale brasiliano del 2014. Il retroscena Ma Shehata, che ha detto no anche alla Nigeria, ha respinto l' offerta con una dichiarazione durissima nei confronti dello stato ebraico: «Per tutta la mia vita ho sentito dire che Israele uccide i nostri figli e le nostre donne, che bombarda città e villaggi. Questa è la prima volta che sento dire che Israele gioca a calcio. È assurdo solo pensare che io possa allenare la squadra di questo Paese. Se Israele fosse l' ultima squadra al mondo, piuttosto abbandonerei la mia professione». Shehata viaggia verso i 61 anni e ne aveva 30 quando, nel 1979, Israele ed Egitto firmarono il primo accordo di pace tra lo stato ebraico e un paese arabo. Negli ultimi tempi, Shehata, sempre pronto a pregare nei momenti più difficili delle partite, ha preso una deriva integralista. Un mese fa disse: «In Nazionale chiamerò solo musulmani osservanti». Shehata ha convinto anche Zidan, attaccante del Borussia Dortmund, ad essere un bravo musulmano. D' estate, alla vigilia della partita con gli azzurri in Confederations Cup, disse: «Italia-Egitto? E' nelle mani di Allah». L' Egitto vinse 1-0. Shehata e i giocatori a fine partita s' inginocchiarono per ringraziare Allah, ma poi nelle notte, nell' albergo di Johannesburg, fecero festa anche le prostitute sudafricane.10 febbraio 2010, http://archiviostorico.gazzetta.it/


Parco del ghiaccio ad Eilat

Italia-Israele, rapporto sempre più solido

Il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, s'è reso responsabile di atti servili verso i padroni israeliani ed è giunto ad affermazioni faziose contro l'Iran e ad aperta giustificazione dei motivi che hanno indotto l'esercito israeliano alla ingiustificabile guerra contro Gaza . L'Agenzia televisiva iraniana di Stato Irna, con tali irritate note, ha teso sottolineare la piena discutibilità dei giudizi e degli appoggi a favore del tanto minacciato Israele, espressi dal capo del governo italiano nel suo discorso alla Knesset. Tali attacchi contro la politica di amicizia dell'Italia verso lo Stato ebraico, dimostrata negli atti e nelle ferme affermazioni del premier, non hanno avuto alcun potere di intimorire nessuno. Queste indebite ingerenze nella politica estera italiana, invece, hanno provocato la giusta risposta da parte del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il ministro, nella nota, specificava il fatto che le affermazioni espresse a Gerusalemme dal capo del governo rientravano nel bagaglio di tutti gli italiani, nei loro valori di verità, libertà e democrazia che vedono nella Shoah una grande tragedia epocale, frutto del folle odio umano . Risuona altamente evidente come sia riuscito a suscitare le ire dei mullah il pieno rigetto, da parte degli italiani, del negazionismo da Teheran così ampiamente alimentato. Questa affermazione storica e civile, sgorgante dagli atti del governo italiano, in aperto contrasto con i silenzi e le compiacenze dei governi italiani precedenti, è stata come un vero e proprio fulmine a ciel sereno per le sanguinarie teocrazie iraniane abituate a tutt'altro atteggiamento. […][…] La visita in Israele, da parte del capo del governo italiano, è stata una vera e propria pietra miliare, che ha posto chiara e forte la verità ineludibile di un Iran in fase ultimativa dell'apprestamento dell'armamento nucleare, di un Paese aggressivo e dittatoriale che pone in pericolo il mondo. Non è più possibile, per nessuno, secondo le affermazioni del premier italiano, continuare a tollerare questa corsa forsennata all'arma atomica, queste continue minacce all'esistenza dello Stato d'Israele e questo insieme di ricatti e minacce infami che la cricca iraniana lancia al mondo. Le decise affermazioni del presidente Berlusconi debbono fare da sprone a tutto il mondo libero, affinché le forze della prepotenza, i finanziatori del terrorismo internazionale e i revanscisti nazisti islamici siano fermate: non ci si può più permettere di ripetere gli errori e le viltà di Monaco 38. […]Franco Marta, Avanti, 10 febbraio 2010


Strade nel deserto di Giuda

L’Iran ci attacca? È un buon segno

Il Giornale, 10 febbraio 2010 di Fiamma Nirenstein
Non è una novità vedere l'Italia al centro dell'attenzione dell'integralismo islamico. Ci sono parecchi imam e mufti che a svariate latitudini inveiscono appena possono contro Roma, i crociati, il cristianesimo, la civiltà occidentale, e promettono la vittoria. L'attacco di ieri all'ambasciata italiana è parte dell'anima della rivoluzione iraniana e della guerra islamista contro l'Occidente: quel qualche centinaio di basiji che lanciavano pietre e gridavano morte all'Italia devono avere sentito echeggiare nei loro imi precordi sentimenti profondi, così come chi ha preparato la protesta contro il discorso di Berlusconi a Gerusalemme e ha chiamato a severo colloquio il nostro ambasciatore, è senz'altro convinto che si tratti di una tappa come tante altre di un conflitto alla lunga inevitabile, proprio per l'essenza laica e democratica del nostro Paese.
Perché l'Iran, che festeggia domani, il 22 di Bahman, 11 di febbraio, la rivoluzione del 1979, è aggressiva ontologicamente. Lo sciismo di Ahmadinejad e di Khamenei crede che, per facilitare l'arrivo del suo Messia, non il migliorare l'accordo e l'accomodamento siano necessari, ma che lo siano invece il conflitto, il confronto e anche la conflagrazione finale. Allora sarà garantita la redenzione e la supremazia islamica sulla storia. È per un motivo che sembra astratto, ma che invece nelle menti della leadership iraniana è molto concreto, che si corre verso il disastro: solo questa può essere la spiegazione del perché Teheran ha rifiutato la proposta dell'ottobre scorso, la migliore possibile per l'Iran, di consegnare il suo uranio a stati amici perché lo arricchissero e glielo restituissero. Adesso invece, dopo mesi in cui ha seguitato nel suo progetto terrorista e nella repressione del suo popolo, Ahmadinejad ci annuncia come niente fosse che l'uranio se lo arricchisce da solo e al venti per cento: questo significa semplicemente che quella tonnellata virgola otto di uranio arricchito al 3 per cento, già più che sufficiente come quantità per la bomba atomica, adesso riceverà anche l'arricchimento in più.Non affrontando la realtà che l'Iran corre volontariamente verso la sfida totale, ci sembra un fatto minore che, insieme all'arricchimento, sia stata annunciata anche la produzione autonoma di sistemi «controllo attacco» S300, quelli che possono raggiungere le capitali europee, e di micidiali nuovi droni capaci di osservazione e di attacchi. Intanto, si sa che sia gli Hezbollah che Hamas, insieme ai manipoli di terroristi fatti passare attraverso la Siria, sono un'arma di continua dimostrazione della determinazione dell'Iran a tenere aperto il fronte del terrore internazionale con una pistola alla tempia della democrazia israeliana, irachena, libanese. Il fatto che Khamenei parli di cazzotti da sferrare a destra e a manca, rimanda volutamente al tema della repressione interna, anch'essa sempre più feroce, sempre più sporca di un sangue. Ma questo sangue finalmente grida vendetta, si è visto, nonostante le cortine fumogene che oscurano i mezzi di comunicazione di ogni tipo: il tema della violazione dei diritti umani è solo apparentemente meno cruciale di quello degli armamenti. L'Europa è finalmente riuscita a sollevarsi dall'incertezza e dall'ignavia intervenendo proprio sui diritti umani. E America e Russia sono d'accordo, mentre solo la Cina, con la sua consueta insensibilità sul tema, si tiene da parte. Il nostro Paese è stato attaccato diplomaticamente sulla frase di Berlusconi che affermava di fronte al Parlamento di Israele, l'unico Paese dell'Onu minacciato di morte da un altro Stato membro dell'Onu, che è nostro dovere sostenere l'opposizione iraniana e insieme, difendere la vita di Israele. Sinceramente, dà una bella soddisfazione che ciò sia avvenuto: è una conferma che l'Italia si è mossa con determinazione e pungendo nel vivo un Paese che impicca i dissidenti e gli omosessuali, che prepara la bomba atomica, che minaccia di distruzione il popolo ebraico. È una medaglia al valore. Dobbiamo aggiungere che, mentre si discutono le sanzioni, sia il ministro degli esteri Frattini che il presidente Berlusconi hanno dichiarato che il volume di affari con l'Iran è diminuito di un terzo nel giro di un anno: un'intrinseca adesione alla necessità - ormai finalmente presente anche nel resto dell'Europa, secondo le dichiarazioni di Westerwelle e di Kouchner - di procedere a sanzioni decise, che forse non piegheranno l'estremismo degli ayatollah, ma daranno il chiaro segnale all'opposizione che il mondo desidera un cambio di regime e che esige la fine della sfida atomica iraniana. Adesso che gli anni, per la precisione dal 2003, ovvero dalle prime trattative con un cauto Solana, ci hanno detto che la politica della mano tesa non funziona, ci sono molte cose che possono dimostrare la nostra determinazione, prima che le cose prendano una strada definitiva. Ci indica una delle vie l'iniziativa del premio Nobel Elie Wiesel, che ha raccolto 40 firme di premi Nobel per chiedere che Ahmadinejad venga sottoposto al giudizio della corte penale internazionale dell'Aia con l'accusa di aperto incitamento al genocidio. È un segno di mobilitazione internazionale che, mentre l'Iran attacca l'Italia, la Germania, la Francia, l'Olanda, per ora solo con dimostrazioni davanti alle loro ambasciate, chiama in causa tutta la comunità internazionale ad una mobilitazione efficace contro quello che unanimemente viene ormai ritenuto il maggior pericolo dei nostri tempi. Non solo parole dunque e condanne rituali, ma atti politici, economici e, se sarà il caso, militari contro il tiranno di Teheran che ha dichiarato guerra anche all'Italia.


IRENE NEMIROVSKY, NOTTE IN TRENO

Trad. Antonio Castronuovo, Ed. Via del Vento, Collana Ocra gialla, Pistoia, Settembre 2008, pp. 35
“…in ogni piccola stazione, nella pallida luce azzurra, si scorgeva un soldato che abbracciava una donna, prima di montare in carrozza”. “Ventiquattro ore, bisbigliò Marta”.All’inizio di gennaio ho ricevuto un graditissimo dono: Antonio Castronuovo -saggista, critico letterario e curatore delle opere edite dalla piccola, ma prestigiosa, casa Via del Vento, il quale aveva apprezzato il commento da me scritto a Jour d’été di Irène Némirovsky, uscito in luglio con la stessa-, mi ha inviato due preziose “gemme”: la prima è la storia, scritta dallo stesso Castronuovo, di Angelo Fortunato Formiggini; la seconda un altro breve racconto di Irène Némirovsky, pubblicato, sempre da Via del Vento, nel settembre 2008: Notte in treno. Mi soffermo su quest’ultima, mentre prometto di riservare l’attenzione per la tragica vicenda dell’editore modenese ad un futuro prossimo.Come spiega lo stesso Castronuovo nella postfazione, sempre chiara e puntuale, Nuit en wagon, da lui tradotta, apparve il 5 ottobre 1939 sul settimanale parigino Gringoire, prima opera scritta da Irène allo scoppio delle ostilità: i drammatici fatti accaduti nel settembre di quell’anno le avevano infatti fornito l’ispirazione per questo racconto, nel quale ella stessa è uno dei personaggi.La collaborazione con Gringoire, periodico politico-letterario di destra che non nascondeva le proprie antipatie per “ebrei e comunisti” (ma contributi della nostra scrittrice sono apparsi pure sul socialista Le Matin e sul comunista Le Peuple) è stata all’origine di violenti attacchi nei suoi confronti, anche in epoca recente, parzialmente sventati dalla figlia, Dénise Epstein (ritratta alla fine del libretto, sorridente a due anni, tra le braccia della mamma ). Non mi soffermo su tale aspetto dell’esperienza della Némirovsky, la cui vita peraltro si è snodata in un contesto tanto difficile da far apparire ogni giudizio a priori superficiale ed inadeguato, ma mi limito ad alcuni pensieri sulle tante sensazioni e i tanti temi ispirati da una narrazione anche solo di poche pagine.Nel presente testo ci troviamo su un treno, partito dalle località balneari del Golfo di Biscaglia e diretto a Parigi. E’ una notte di settembre del 1939, la “prima notte di guerra”.L’universo è un mondo piccolo ed infinito, con il suo carico di sentimenti, gioie, speranze e dolori…Gli animi di tutti sono divisi tra la calma apparente e una profonda, comprensibile, preoccupazione.Si cerca la compagnia e la confidenza del vicino, come non si sarebbe fatto mai in una situazione ordinaria; la solidarietà, la condivisione di pensieri e cibarie nasce spontanea. C’è chi parla delle proprie occupazioni quotidiane e racconta di questo e quel progetto, salvo interrompersi di colpo, memore che nulla sarà più come prima. Nessuno pensa di mettere in guardia -tra sé e sé- l’altro con il messaggio, implicito nei toni, ma chiaro negli sguardi: “Inutile tentare di fare la mia conoscenza”.Ognuno pare essere colto dall’obiettivo del destino e bloccato in quel preciso istante. Che cosa stavi facendo nel momento in cui…..?
La descrizione d’ambiente è data da pennellate brevi, sicure, efficaci; anche i viaggiatori, dopo qualche ora, sembrano essere divenuti, per così dire, essenziali “…nessuno aveva più voglia di giudicare il vicino…Sembravano davvero comprensivi di tutto”. Ad ogni stazione salgono nuove persone: un’umanità che si arricchisce e si rinnova. “Avevano perso il gusto di tormentarsi, di schernirsi…Le loro stesse figure parevano cambiate…”La narrazione sembra, all’inizio, in terza persona; ma ecco che, di colpo, la scrittrice entra in scena: “Uscii nel corridoio….” La presenza di Irène ci avvicina ancor di più ai nostri compagni di viaggio.I piccoli squarci di luce lasciano intravvedere tenere scenette. “Che dignità in quegli addii..!”Il centro della storia è una ragazza, Marta; dalla bellezza non ricercata, conosciuta, in una località marina, dall’Autrice, alla quale è altresì nota la famiglia di provenienza: genitori ben in carne e ingombranti, non solo fisicamente, specie la madre (c’è un evidente riferimento autobiografico). La giovane non porta bagaglio con sé, solo una piccola sacca da spiaggia, bianca con figure rosse. Confida a Irène le proprie vicende d’amore e il difficile rapporto con il padre e la madre; la loro perenne ansietà nei suoi confronti, anzitutto. Essi, se, da una parte, dichiarano di amarla, dall’altra, frenano qualsiasi iniziativa di lei; a cominciare dalla possibilità di un eventuale matrimonio; un giovanotto della quale ella si era innamorata qualche tempo addietro, lo avevano letteralmente fatto fuggire.Ma, trascorsi diversi mesi, le perviene da lui una lettera. Marta d’impeto scappa di casa, verso il suo amore, per accaparrarsi la tanto bramata “piccola parte di” gioia, proprio in un frangente storico caratterizzato dall’incertezza, dall’imprevedibilità, dalla paura di una guerra incombente. Solo ventiquattro ore, tutte per loro, senza pensare alle conseguenze, al domani; ventiquattro ore che potrebbero essere quelle decisive in tutta la vita che ci resta. Bellissimo e struggente. Mara Marantonio


GIOVANNI BATTISTA INTRA, LIA O LA FANCIULLA EBREA

Ed. Millennium, collana Modernità, 2009, pp. 328
“….e l’occhio dell’osservatore non sapeva fermarsi sopra un oggetto distinto; ma vagava qua e là per trovare pure qualche cosa che stuzzicasse particolarmente la sua attenzione fra tanta turba di gaudenti”.Siamo in una fredda mattinata di sole, il primo di gennaio 185…..La Casa Editrice Millennium di Bologna, nata nella sua forma attuale nel 2003, promuove numerose iniziative per un pubblico colto ed appassionato (a cominciare dagli studenti universitari), avvalendosi della collaborazione di docenti nei nostri Atenei; sono nate così alcune collane, come, ad esempio: Modernità; Forme; Storicità; Integrazione dei saperi nelle scienze della salute; Piccola biblioteca di geografia; NovaScrittura; Visioni. La grafica è elegante e i prezzi contenuti; l’interesse dell’editore è volto in primo luogo alla (ri)scoperta e rivalutazione di autori meno conosciuti.
In Modernità (testi e studi di cultura italiana diretta da Nicola D’Antuono) è uscito, lo scorso mese di dicembre, un romanzo storico, finora inedito, scritto nel 1859 da Giovanni Battista Intra, Lia o la fanciulla ebrea.L’Autore -nato nel 1832 a Calvenzano (Bergamo), morto a Mantova nel 1907-, laureato in lettere a Pavia a nemmeno vent’anni, diplomato in Archivistica, successivamente perfezionatosi in Storia presso l’Università di Vienna, si stabilì ben presto a Mantova, dove risedette per la maggior parte della sua vita. Fu studioso di profonda cultura, in corrispondenza con i maggiori intellettuali contemporanei (a cominciare dal filosofo Roberto Ardigò), autore di numerosi saggi storici, con particolare riguardo ai Gonzaga, nonché “novelliere” dal tratto ricco di immaginazione, con pennellate piuttosto efficaci di là dello stile espressivo generale talora ridondante.Il presente volume è anticipato dall’ottimo saggio introduttivo Riscoperta di un romanzo storico di periferia (e documentato con la successiva nota bio/bibliografica) di Stefania Segatori, giovane studiosa di letteratura italiana dell’Ottocento, la quale, dopo aver atteso all’ardua opera di trascrizione del manoscritto, ci accompagna lungo il percorso di interpretazione del testo e di inquadramento dello stesso confrontandolo con altre esperienze culturali in ordine ai temi trattati, a cominciare da quella di Ippolito Nievo.Lia o la fanciulla ebrea, scritto a Mantova, come precisato sopra, nel 1859, dunque sotto il dominio austriaco e alla vigilia della Seconda Guerra d’Indipendenza, successivamente postillato, è anzitutto una preziosa opera di memoria storica poiché offre un rilevante contributo alla conoscenza del mondo ebraico mantovano, riportandoci notizie ed elementi non rintracciabili negli archivi ufficiali.Mondo ebraico che, presente in città fin dal secolo XII, sviluppatosi lungo l’arco dei secoli successivi nelle diverse branche del sapere -dalla medicina, ai commerci, alla tipografia, fino al teatro e alla musica, attività, in passato, per esso insolite -, grazie alla tolleranza dei Gonzaga, confinato dagli stessi nel ghetto agli inizi del 1600 (su pressioni della Curia romana), può finalmente godere di una, sia pure assai relativa, libertà in forza della cosiddetta Patente di tolleranza, emanata nel 1782 dall’Imperatore Giuseppe II d’Austria, cui Mantova era passata fin dal 1707. Dopo tale provvedimento molti Ebrei iniziano ad uscire dal ghetto, specie i più facoltosi ed intraprendenti; e questo processo di liberalizzazione si intensifica dopo l’Emancipazione, avvenuta con i Francesi nel 1798.Ai tempi di Giovanni Battista Intra la borghesia ebraica mantovana si segnala con importanti attività, ville, palazzi prestigiosi, oltre che per la rilevante partecipazione al Risorgimento (un dato interessante: quando Mantova è annessa al Regno d’Italia gli Ebrei sono circa 2000).La trama del romanzo (o “Novella”, questa è la definizione dell’Autore) segue il canone romantico: l’amour passion, reso ancor più forte dagli ostacoli che incontra; la tragedia; il sacrificio redentore finale, attraverso il dolore, la malattia, il pentimento.
La bella Lia, figlia del ricco ebreo Jacopo, abita con il padre in un lussuoso palazzo nel centro città. Ella, per compiacere il genitore, accetta di impegnarsi nel matrimonio combinato col facoltoso cugino Aronne, giovane e intraprendente commerciante, innamorato al punto di compiere ogni sforzo per acculturarsi, onde non sfigurare di fronte a colei -amante della musica e delle buone letture- che ha scelto come donna della sua vita. La ragazza sembra tuttavia non aver fretta di sposarsi, ma Aronne non dispera, poiché, si sa, come scrive l’A., “…in generale le donne sanno nascondere a meraviglia le loro sensazioni…e hanno l’arte di parere indifferentissime per cose che stanno loro assai a cuore” (!).La storia entra nel vivo con l’apparizione di Adolfo, archivista, giovane imbevuto di cultura classica e di valori cattolici, plurilaureato, il quale, dopo un lungo soggiorno presso gli archivi della corte imperiale di Vienna, giunge a Mantova per completare una ricerca sul Principe Eugenio di Savoia, commissionatagli dall’ambasciatore sardo. Intra non nasconde la propria simpatia per il protagonista maschile, cui presta alcuni tratti autobiografici: un ragazzo povero, che ha potuto studiare grazie ai sacrifici della famiglia d’origine (e qui è evidenziato il contrasto tra il generoso padre di lui e l’arido Jacopo). L’incontro casuale tra Lia e Adolfo è un autentico coup de foudre: agli occhi e al cuore della fanciulla egli sembra dar corpo all’ideale di uomo ricercato nelle sue solitarie letture.
Il giovane cerca in tutti i modi di convincere l’amata della superiorità del Cattolicesimo sulle altre fedi e di come tutto l’universo culturale a lei tanto caro, anche negli aspetti apparentemente lontani, sia in realtà imbevuto di valori cattolici. Ella afferma di conoscere solo “la religione del cuore”, ma, per amore di Adolfo, accetta di convertirsi alla religione di lui. Quando, sia pure con dolore, confessa al padre le proprie intenzioni, ciò comporterà funeste conseguenze.I due innamorati abbandonano Mantova, ma un tragico destino li attende.Tragedia che, nelle pagine conclusive della storia, viene purificata dalla presenza trasformata -e sorprendente per la nuova veste assunta- di una figura femminile, una sorta di dark lady, incontrata nella prima parte del romanzo, che esprime e riassume in sé il significato di tutta la vicenda.L’opera ha una struttura ben definita, suddivisa in due parti: nella prima il lettore è accompagnato alla scoperta dei personaggi con ampi flashback per farceli conoscere nella loro storia; lo stile narrativo è un po’ ridondante con abbondanza di aggettivi in forma superlativa. Siamo di fronte al modello tradizionale di romanzo-storico d’ispirazione manzoniana.Dal XV capitolo in poi, dopo l’incontro tra i due giovani, il tono della narrazione diviene più serio e misurato, meno enfatico, talora incalzante, con l’uso di una terminologia che fa presagire con efficacia eventi tragici.
Numerose sono le tematiche trattate dalla vicenda, più che mai attuali ancora oggi; è interessante esaminare come esse fossero vissute ed analizzate circa 150 anni or sono e, nella fattispecie, da un Autore il quale, dopo l’Unità, fu al centro di aspre polemiche, poiché venne definito, a più riprese, come “austriacante”. Tuttavia, ci spiega Stefania Segatori nel saggio introduttivo, non fu affatto antinazionale, bensì solo un convinto apologeta della stretta ortodossia cattolica (tra l’altro, vi era stato, negli anni precedenti, un nutrito filone letterario antirisorgimentale e clericale, abituato a toni assai più aspri di quelli usati dal nostro Autore!).
Un argomento che entra in gioco è la questione dei matrimoni misti (tra Cristiani ed Ebrei) e la contrarietà ad essi, in primo luogo, dei Cristiani; ma, in definitiva, pure degli Ebrei, al fine di difendere la propria minacciata identità. Tali unioni sono garanzia certa di infelicità, ci avverte il nostro scrittore; e ciò è attestato non solo dal destino dei protagonisti, ma anche da quello di personaggi di contorno, come la giovanissima cristiana Silene, figlia dello speziale di Quistello, cittadina in provincia di Mantova, innamorata senza speranza di Aronne.Il dibattito sullo status degli Ebrei mostra -e ciò emerge dalle pagine del romanzo- l’atteggiamento in generale ostile, o almeno diffidente, da parte della maggioranza, che vede la discreta integrazione degli stessi nella società dovuta alla cordialità spontanea e alla tolleranza dei cittadini (sic!) e non certo a meriti degli Ebrei stessi! Essi vengono comunque definiti preparati ed aggiornati, specie in politica ed economia (!).Giovanni Battista Intra tratteggia con particolare efficacia nelle annotazioni psicologiche le figure femminili, a cominciare dalla bella Lia, fin dal suo primo apparire: “Poteva essa avere circa 24 anni; dunque di una bellezza affatto perfezionata, e senza quell’acerbo che piace e dispiace nello stesso tempo (che contrasto psicologico non presenta mai l’uomo nelle sue azioni!) nelle fanciulle al di sotto dei 18 anni”.Viene rimarcata l’importanza, nella tradizionale cultura ebraica, della Casa, del Focolare, e dunque della Donna come personaggio che custodisce e trasmette i valori comunitari e dunque l’identità. Ma, nello stesso tempo -ecco un altro tema da esplorare: l’autonomia e l’intraprendenza della donna in un contesto familiare tradizionale: “….non desidero essere invidiata, ma…felice” afferma Lia- la ragazza rappresenta quelle nuove generazioni di Ebrei che, insofferenti per le restrizioni loro imposte, ritengono di acquistare l’agognata libertà uscendo dal -e dunque rinnegando il- mondo -e i valori- in cui erano cresciuti.
Suggestiva “geografia degli spazi”: i giovani ebrei desideravano uscire dal circoscritto ambiente comunitario per mescolarsi alla più vasta società e inserirsi ai vari livelli, per “confondersi con gli altri”; così scrive Ippolito Nievo, riportato da Stefania Segatori, nel suo “primo saggio drammatico”, L’Emanuele, ispiratogli dalla vicende di un compagno di scuola -e amico- ebreo di Sabbioneta, Emanuele Ottolenghi, cui l’accumunavano sentimenti patriottici e liberali. Nievo denuncia pure i pregiudizi dei quali gli Ebrei sono ancora vittime; quegli stessi pregiudizi che Intra mette in bocca alla domestica cristiana Anna (contrapposta all’ebrea Sara).
Mentre il Nievo non si pone il problema della superiorità di una religione sull’altra e non prende posizione, bastandogli una sorta di religione naturale di “fratelli nell’umanità” -Cristiani ed Ebrei possono entrambi far progredire l’umanità, ciascuno nel proprio ambito, alla luce dei principi affermatisi con le idee riformistiche settecentesche- il nostro Autore ribadisce a più riprese, tramite Adolfo, la superiorità del Cattolicesimo, riprendendo stereotipi, che al pubblico più sensibile di oggi potrebbero apparire superati, ma che, in realtà, resistono tuttora in modo pervicace; pensiamo, se non altro, all’accento posto su ipotetiche caratteristiche fisiche degli Ebrei (anche se il linguaggio qui usato non è particolarmente astioso).La dialettica del rapporto tra religioni non è affatto sparita ai giorni nostri; anzi è più che mai attuale. Si può parlare di dialogo vero (anche su un piano che prescinda da temi strettamente teologici) tra fedi diverse, quando una di esse rivendica la propria maggior rilevanza sull’altra (o sulle altre), in una visione, per così dire, conversionistica?Il linguaggio e lo stile usati dall’Autore rientrano nel filone classicheggiante degli anni ’60 dell’800, con una certa rigidità e conformismo narrativi; ma non mancano vivaci descrizioni d’ambiente. Pensiamo alla casa / castello del facoltoso Jacopo (sorta di fortilizio che egli si è costruito per tenere ben al sicuro i propri averi….), con i suoi anfratti; o alle scene d’ambiente, come quella del passeggio al Corso di Pradella, tradizionale luogo di incontro: voci, colori, luci, che fanno da sfondo all’apparire dell’affascinante protagonista. Bozzetto umano ben tratteggiato, con i suoi chiaro/scuri, è il contrasto tra la ragazza sorridente ed ammirata dagli astanti ed il corrucciato, pur orgoglioso, padre, al braccio del quale ella si appoggia.Lia, amata dall’Autore, potrebbe essere, nei suoi sentimenti e pudori, una Lucia Mondella in versione ebraica, acculturata e ricca (pensiamo alle pagine dell’addio alla città natale), pur non avendo certo l’intensità e la drammaticità del personaggio manzoniano.
Mantova è descritta con attento affetto (anche a Vienna è riservata un’attenzione che richiama la forza dell’Impero e i valzer degli Strauss), come un luogo aperto, seducente, non la plaga insalubre, popolata “solo da fantasmi spaventosi e dalla pallida febbre”, così scrive ironico Intra, sfatando radicati preconcetti.“…. il miracolo di pietra sorto dalla palude si fa vita, contemplandosi nel lungo tempo del suo esistere, confondendosi con i campi assorti nella pace feconda. E’ un dialogo di vita, di continuità, d’amore. Caldo amore mantovano”, così un illustre concittadino, nostro contemporaneo, il Conte Giovanni Nuvoletti Perdomini, nella sua prefazione all’evocativo volume di Franco Marenghi La cucina mantovana ieri e oggi, Edizioni Edimarenghi, 1996.
La conclusione della vicenda, infine, pur edificante, ma non è affatto scontata, contiene un piccolo coup de théâtre.Arrivati all’ultima pagina sarebbe un’avvincente sfida “smontare” tutta la storia per ricomporla secondo la sensibilità dei nostri tempi. Mara Marantonio

mercoledì 10 febbraio 2010


“Elton John non andare in Israele", pressioni sul cantante

Caro Elton John non suonare in Israele, è uno stato razzista. Questo il sunto della lettera inviata alla celebre pop star inglese da un gruppo di accademici britannici. “Politico o no, quando salirai su quel palco a Tel Aviv, ti sarai schierato dalla parte di uno stato razzista”, scrive il Comitato britannico per le università in Palestina, che chiede al cantante di cancellare la data israeliana del 17 giugno. “Ti comporti come se suonare in Israele sia moralmente neutrale - si legge nella lettera aperta - ma come può esserlo? Come può la crudeltà delle azioni di Israele contro i palestinesi (fondamentalmente perché i palestinesi sono lì, sul suolo palestinese, e Israele li vuole cacciare) essere moralmente neutrale?”. Poi il richiamo al controverso rapporto Goldstone sull’operazione Piombo fuso, condotta dall’IDF fra il dicembre 2008 e gennaio 2009 “per favore leggi ciò che il giudice Goldstone ha detto a proposito del massacro a Gaza, cosa Amnesty International e Human Rights Watch hanno detto per decenni sui crimini commessi contro i palestinesi”. Questo non è il primo caso di boicottaggio. Prima di Elton John, un’altra celebre star internazionale è stata oggetto di pressioni da parte di gruppi anti-israeliani. Carlos Santana, infatti, due settimane fa ha cancellato il suo concerto al Bloomfield Stadium di Jaffa. La motivazione ufficiale non è nota. Secondo alcuni organizzatori, Santana avrebbe ricevuto il chiaro messaggio di “evitare la data israeliana”. Dello stesso parere il produttore Shuki Weiss, promotore dell’evento: “Dalle nostre indagini risulta che Santana abbia ricevuto messaggi da figure contro Israele che facevano pressione perché annullasse lo show. Naturalmente, dall’altra parte nessuno ha fatto riferimento a qualsiasi connessione tra queste pressioni e la cancellazione dello show, ma noi siamo sicuri questa connessione esista e sia molto stretta ".Intanto l’organizzazione filo palestinese, nelle cui fila, stando a Ynetnews, vi sono membri israeliani ed ebrei, auspica che Elton John segua le orme di Santana. “Purtroppo - sostiene il presidente del Comitato, Haim Bresheeth - non siamo riusciti a convincere Paul McCartney - né Leonard Cohen - ad annullare il suo concerto, ma noi continueremo a prendere provvedimenti simili, al fine di evitare che questi artisti rispettabili vengano in un paese occupante che viola il diritto internazionale. La decisione finale è nelle mani degli artisti stessi”. La parola ad Elton John, dunque.Daniel Reichel,
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soldatessa israeliana


Israele e la legittima difesa

La recente visita di Berlusconi in Israele e Palestina (con la pubblica giustificazione del premier, nel discorso alla Knesset, dell’operazione militare a Gaza e le sollecitazioni, da parte palestinese, per una condanna della barriera difensiva) hanno, per l’ennesima volta, riacceso l’attenzione sulla liceità delle misura di difesa prese dal governo israeliano. Che ciascuna di queste opzioni (barriera, arresti, incursioni, guerre, esecuzioni mirate ecc.), sia, di volta in volta, opinabile e criticabile, è ovvio, e in nessun Paese come Israele qualsiasi atto di forza o di prevenzione è sottoposto a un severissimo giudizio di legittimità e opportunità, in sedi disparate, ciascuna del tutto indipendente dalle altre (comandi militari, magistratura, Corte Suprema, Parlamento, stampa ecc.). Fra le varie scelte, l’unica che non venga mai menzionata, e tanto meno criticata, è quella dell’inerzia: nessuno, infatti, si chiede se sia accettabile, politicamente e moralmente, che un Paese democratico non muova un dito a difesa della vita dei suoi cittadini. Come disse il Presidente della Corte Suprema, Aharon Barak, la democrazia è l’arte di difendersi con una mano legata dietro la schiena. Certo, per nemici e ‘antipatizzanti’, se fossero legate tutte e due sarebbe meglio, e, ai bersagli di razzi e kamikaze, il governo israeliano potrebbe rispondere col titolo del fortunato romanzo della Mazzantini: “non ti muovere”.Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/



Rav Arbib: "I silenzi di Pio XII fanno ancora male"

L'esito dell’evento non era affatto scontato, anzi, presentava un certo margine di rischio. Ma a conti fatti devo dire che considero il bilancio finale positivo. Ho apprezzato il grado di autenticità, il tono a tratti vibrante dell’incontro e l’impronta di ferma autorevolezza che i discorsi del presidente Riccardo Pacifici e di Rav Riccardo Di Segni hanno saputo imprimere all’evento. La misura e il coraggio delle loro parole erano notevoli, sono stati capaci di dire tutto e di dirlo bene, senza risparmiare nessun aspetto sul tappeto, né eludere nessuna questione aperta”. A parlare così è il Rabbino Capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, reduce dallo storico evento avvenuto nella Sinagoga di Roma il 17 gennaio scorso, l’incontro di Papa Ratzinger con gli ebrei d’Italia, la seconda visita di un pontefice dopo quella memorabile di Papa Wojtila il 13 aprile 1986. Qual è secondo lei il cuore del discorso di Benedetto XVI? È stato molto importante quanto detto dal Papa sull’alleanza irreversibile tra ebrei e Dio. Da un punto di vista della teologia cattolica è stato toccato un punto fondamentale, figlio del Concilio Vaticano II, ma un figlio non così scontato: ovvero quello che liquidava una volta per tutte la teologia della sostituzione che per secoli aveva propugnato la sostituzione dell’ebraismo con il cattolicesimo in quanto Verus Israel. Aver archiviato la teologia della sostituzione, averne ribadito l’obsolescenza e aver sottolineato di contro l’alleanza irreversibile tra Dio e il popolo ebraico è un fatto non da poco, specie perché avviene dopo il controverso reintegro della preghiera del Venerdì Santo, voluta dallo stesso Benedetto XVI. Dopo la visita del 17 gennaio si potrà dire che sia davvero cambiato qualcosa in fatto di dialogo inter-religioso? No, non sostanzialmente. Cominciamo a dire che il dialogo ebraicocristiano dura da pochi decenni e viene dopo secoli di incomprensioni, tragedie, disprezzo. Tutto ciò non si cancella con un colpo di spugna. Quello che invece credo è che la visita del 17 gennaio possa produrre qualche semplice ma importante risultato. Il primo è un argine chiaro e netto alle spinte anti-giudaiche, una forte limitazione dell’antigiudaismo cattolico che era un tempo diffusissimo e che i decenni di dialogo hanno contribuito a limitare fortemente ma non è sempre del tutto dimenticato oggi. Un risultato questo da non sottovalutare, una presa di posizione estremamente importante. Secondariamente, c’è da dire che non è stata chiesta solo l’apertura degli Archivi storici vaticani circa la vicenda della beatificazione di Pio XII. Un’altra cosa significativa, avvenuta nel colloquio privato con rav Riccardo Di Segni, è stata la richiesta di accedere agli Archivi delle istituzioni cattoliche in merito ai bambini salvati dalla Shoà e convertiti al Cristianesimo e poi “dispersi”, finiti chissà dove, molti mai restituiti alla fede ebraica. Che fine fecero questi bambini? Il Papa, in sede privata, ha mostrato grande comprensione per la vicenda. Terzo punto importante: il gesto di fermarsi davanti alla lapide che ricorda la razzia del 16 ottobre 1943 e il fatto che il Papa abbia espressamente richiesto di incontrare i feriti dell’attentato avvenuto a Roma nel 1982, quello che uccise il piccolo Stefano Tachè. Così facendo Ratzinger ha espresso una decisa condanna non solo dell’antisemitismo di ieri ma anche di quello di oggi, pericolosamente contemporaneo. Infine, mi sembra di grande valore il fatto che Benedetto XVI abbia ribadito lo spirito del Concilio Vaticano II dicendo che quella fu una pietra miliare da cui non si torna più indietro. Eppure il Pontefice, nel suo discorso, non ha fatto cenno alla questione della beatificazione di Pio XII e non ha mai nominato lo stato d’Israele parlando sempre e solo di Terra santa... La Chiesa ha molte contraddizioni al suo interno e non sarà certo una visita in Sinagoga a porvi rimedio. Certo quello di Pio XII rimane un problema, il suo silenzio, la sua scarsa sensibilità verso gli ebrei restano ancor oggi un tasto molto doloroso. Ma attenzione: non è certo questa una faccenda nuova, sono decenni che si parla della beatificazione di Pio XII, la vicenda inizia addirittura con Papa Paolo VI ed è proseguita finora attraverso altri tre pontificati anche se indubbiamente il riconoscimento delle “virtù eroiche” di Papa Pacelli a pochi giorni dalla visita ha rappresentato un’aggravante della questione. Ad oggi, la scelta dell’ebraismo italiano è stata quella di protestare, di esprimere fermamente la propria contrarietà ma senza considerare che questo specifico motivo fosse una ragione sufficiente per interrompere il dialogo. Anche il mancato riferimento a Israele rappresenta indubbiamente un problema. C’era in ballo anche un’altra importante questione, quella della preghiera del Venerdì Santo... C’è da dire che la faccenda si era chiusa già qualche tempo fa con una specie di compromesso: la Cei aveva sostenuto che il riferimento alla “conversione dei giudei” fosse qualcosa che rimandava a tempi escatologici, alla fine dei giorni e al giorno del Giudizio, non all’oggi, non al qui e ora, non all’attualità. Alla vigilia, molte erano le perplessità circa questo incontro. Guardi, l’analisi e i dubbi circa questa visita erano in verità condivise da tutti, con una unità di vedute come di rado è accaduto nel nostro mondo ebraico. Era sulla prassi, sul da farsi che le posizioni divergevano. C’è chi pensava che la visita andasse sospesa, chi ha scelto di non venire... Pur con tutti i dubbi credo che la visita non andasse annullata. La decisione avrebbe prodotto risultati gravi. A posteriori ritengo che l’esito dell’incontro sia oggi da considerarsi senza dubbio positivo. Inoltre ribadire le nostre posizioni è stato importante, anche se, inutile negarlo, molte risposte da parte cattolica devono ancora arrivare. Fiona Diwan(Bollettino della Comunità ebraica di Milano, Febbraio 2010)


Dorit Beinish


Notizieflash

Voto israeliani all'estero, scontro Netanyahu-Livni Tel Aviv, 9 feb -Netanyahu propone di estendere il diritto di voto alla Knesset agli israeliani che risiedono all'estero. Non si sono fatte attendere le critiche della leader dell'opposizione Tizipi Livni (Kadima), del leader laburista Ehud Barak e degli ortossi di Shas. "La Knesset - ha notato la Livni - è talvolta chiamata ad esprimersi su questioni 'di vita o di morte' per gli israeliani. Non è giusto che tali decisioni siano influenzate da chi vive all'estero e che dunque in ogni caso non pagherebbe il prezzo delle loro conseguenze". Ma secondo i politologi il voto degli israeliani all'estero non rivoluzionerebbe la composizione della Knesset, ne cambiarebbe solo la fisionomia. Israel Beitenu spera di ottenere voti aggiuntivi da ebrei immigrati in Israele dalla Russia negli anni Novanta, e poi rientrati nel Paese natio. Presumibilmente calerebbe invece il peso dei partiti arabi e quello del partito ortodosso sefardita Shas, che come Kadima si oppone a qualsiasi cambiamento della legge.Israele invoca sanzioni severe contro l’Iran Tel Aviv, 9 feb -"Non c'é più tempo, la comunità internazionale deve prendere una decisione vera su sanzioni concrete che siano dolorose per l’Iran”, questo il messaggio lanciato stamane dal vicepremier israeliano Silvan Shalom (likud) alla radio militare. "Ogni ulteriore tentennamento - ha avvertito - consentirà agli iraniani di dotarsi della capacità di sviluppare armi nucleari". Da parte sua il ministro dell'energia, Benyamin Ben Eliezer (laburista), ha accusato gli Stati Uniti e diversi Paesi occidentali che “non sembrano ancora cogliere appieno i rischi insiti per il Medio Oriente da un Iran che presto sarà dotato di armi nucleari”. “Diversi Paesi occidentali - ha aggiunto Eliezer - di giorno denunciano la politica dell'Iran, mentre di notte fanno affari e il presidente dell'Iran, Mahmud Ahmadinejad, è molto abile a sfruttare questo dualismo". Piombo fuso, sì della Corte suprema a inchiesta su Israele Gerusalemme, 8 feb -Parere favorevole è stato espresso dalla presidentessa della Corte suprema israeliana, Dorit Beinish, in merito all'istituzione in Israele di una commissione di inchiesta sull'operazione Piombo fuso. "Credo che Israele non abbia nulla da temere da una commissione di verifica. Israele è abbastanza forte per non aver paura di una tale verifica", ha affermato Beinish. "Credo che così si vedrà che molte cose sono state esagerate, ma, per esserne certi, occorre verificare", ha aggiunto la giudice. http://www.moked.it/