martedì 26 aprile 2011



Ebrei di Cochin, India

Non basta la rabbia per costruire la democrazia
Di Ray Hanania http://www.israele.net/
Quando ho espresso per la prima volta la preoccupazione che i dimostranti in Egitto avessero bisogno di un supporto per realizzare la democrazia, sono stato immediatamente messo alla gogna da critici che mi accusavano d’essere ingiusto. I dimostranti non fanno altro che invocare la libertà, mi insolentivano: come se discutere in qualche modo i fatti sia di per sé immorale o, come dicono gli arabi, “haram” (proibito). In realtà mi sono limitato a scrivere che le popolazioni del mondo arabo non hanno alcuna esperienza di democrazia: sono state cresciute in ambienti repressivi, dove la libertà di pensiero ed espressione viene soffocata e punita. E mi domandavo come queste popolazioni possano conseguire da sole una democrazia autentica. I tiranni mediorientali perseguono, imprigionano o uccidono rapidamente e regolarmente chiunque critichi i loro governi. La critica al governo è la base fondamentale della libertà di parola che vige in una vera democrazia. La repressione nei regimi arabi, invece, è sempre stata così assidua da diventare routine, tanto che non fa più notizia. L’unica libertà di parola tollerata dalle dittature del Medio Oriente è sempre stata quella di criticare l’occidente, il mondo cristiano e Israele. Più di recente, con l’affermarsi di emittenti più aperte come al-Jazeera, i mass-media hanno iniziato a criticare gli altri paesi arabi, ma mai quello in cui si trovano. La tv satellitare al-Jazeera ha sede nel Qatar, mentre al-Arabiyya fa base nel Dubai ed è in parte di proprietà di una società saudita.
I dimostranti non hanno alcuna esperienza di democrazia, e tuttavia il mondo è rimasto a guardare a bocca aperta coltivando enormi aspettative, nella speranza che la democrazia si producesse per miracolo. Ma come ci si può aspettare che la democrazia venga realizzata da popolazioni che non ne hanno mai avuto alcuna esperienza? E che gli sforzi per la democrazia possano almeno sopravvivere? La democrazia in Medio Oriente corre il rischio di fallire più che in qualunque altra parte del mondo. L’America sta tentando di realizzare una democrazia in Iraq sin da quando ha invaso quel paese nel marzo 2003, e non ci è riuscita. L’Iraq ha un “governo”, ma non è una democrazia dove i cittadini possano decidere della propria leadership. I leader in Iraq vengono selezionati dagli Stati Uniti. Dunque, come ci si può aspettare che in Egitto la democrazia compaia tutt’a un tratto, seppure dopo un’ondata di proteste che ha portato alla rimozione di un dittatore come l’ex presidente Hosni Mubarak? Gli arabi vivono in un mondo immaginario dominato dal minimo comun denominatore della pressione fanatica esercitata dal gruppo. Se ad esempio ti esprimi a favore di una pace con Israele basata sul compromesso, vieni denigrato e insultato come “disfattista” da parte dei fanatici, che sono minoritari nella comunità araba, ma hanno la voce più forte. Le voci di maggioranza, che sono moderate, non sono abituate ad esprimere la loro opinione e se ne stanno zitte. I fanatici utilizzano la democrazia in occidente per dare voce all’odio e sostenere l’estremismo in Medio Oriente. Questo è il motivo per cui i fanatici promuovono se stessi molto meglio dei moderati. La conseguenza è che le voci dell’estremismo appaiono come quelle della maggioranza, anche se non lo sono, giacché in Medio Oriente la percezione equivale alla realtà. In Egitto i dimostranti hanno rovesciato Mubarak, un tiranno che, stando ai giornali, aveva accumulato ricchezze a miliardi. Ma quegli stessi dimostranti hanno rovesciato anche l’atteggiamento mentale prodotto da un’intera vita di sopraffazione e negazione della libertà? Mubarak sarà sostituito dalla volontà popolare o semplicemente da una nuova e più astuta dittatura? Troppo spesso, in Medio Oriente, la violenza diventa il principale mezzo con cui la gente reagisce a ciò che non le aggrada. Se dici qualcosa che non piace agli estremisti, anziché intavolare un dibattito sui mass-media del posto, gli estremisti cercano di zittirti con l’intimidazione (come spesso cercano di fare con me, senza successo), o più semplicemente di ammazzarti, come hanno fatto con Juliano Mer-Khamis, l’attore la cui madre ebrea si batteva per i diritti dei palestinesi e il padre palestinese aveva insegnato la coesistenza pacifica. Ora naturalmente guardiamo all’era post-Mubarak di trasformazione dalla tirannia. Ma è una trasformazione verso la democrazia? La settimana scorsa la giunta militare che ha preso le redini del potere in Egitto ha arrestato un blogger egiziano, mentre il futuro del vero criminale, Mubarak, resta un punto interrogativo. E intanto gli è stato permesso di esprimere la sua opinione, di condannare chi lo critica e promettere che trascinerà in giudizio chiunque lo definisca corrotto. Quello che non ha la popolazione egiziana è proprio ciò di cui ha più bisogno. Non solo deve rovesciare un dittatore, ma deve anche essere capace di sostituirlo con una vera democrazia dove sia permesso ad ogni voce di parlare liberamente di qualunque argomento. Deve esserci tolleranza per la libertà di parola. La libertà di parola in un contesto di intolleranza non è affatto libertà di parola. E non si tradurrà in democrazia. Quello che mi auguro è una vera democrazia in Egitto e in tutto il Medio Oriente. (Da: Jerusalem Post, 19.4.11)



Crèpes parve


Ingredienti: 125 g farina, 3 uova intere, 100 g zucchero, 1/4 di litro di latte di soia, margarina
Preparazione: In una ciotola, amalgamare i 3 rossi d'uovo allo zucchero poi aggiungere la farina e per ultimo versare il latte goccia a goccia (per evitare i grumi), fino ad ottenere un impasto piuttosto lento. Far sciogliere in una piccola padella antiaderente un velo di margarina e aiutandosi con un mestolo immergervi l'impasto. Cuocere 6/7 minuti per parte e una volta cotte farcitele a volontà. N.B. Per la preparazione di qualsiasi dolce, è preferibile amalgamare i rossi sempre con lo zucchero, poi la farina e in seguito gli altri ingredienti. La margarina non va adoperata prima della cottura di ogni crèpes, ma dosata affinché l'impasto non si attacchi alla padella. La “Nocella" è ottima per farcire le crèpes, anche di shabbàt perché prima di servirle si riscaldano sulla plata. http://www.morasha.it/



MONTALCINI, PIU' CHE UNA SCIENZIATA MI SENTO UN'ARTISTA
(AGI) - 21 apr. - "Io non sono una scienziata, mi sento piuttosto un'artista". Il premio Nobel Rita Levi Montalcini compie 102 anni, e si racconta a otto giovani studiose durante un meeting in Israele, che sara' trasmesso stasera per concessione della Fondazione Ebri in una maratona web "a rete unificata" per festeggiare la piu' celebre scienziata italiana. "La mia sorella gemella - racconta Montalcini - morta 3 anni fa, era molto diversa da me, era una persona eccezionale e una vera artista. Mio fratello era un bravo architetto. Io non ho affrontato la vita come uno scienziato, ma come un'artista. Nella vita la cosa importante e' agire con la massima coerenza, aiutando il prossimo". La scienziata ha raccontato di dedicarsi ultimamente "a progetti per le donne africane. Sono molto intelligenti ma gli uomini le hanno sempre escluse dagli studi per imporre le loro capacita', che tuttavia non sono migliori di quelle femminili. L'intelligenza e' egualmente distribuita tra uomini e donne...". Stanotte la rete raggiungera' in collegamento webcam via skype centinaia di ricercatrici che ogni giorno operano in Italia e all'estero. Saranno loro a raccontare in un tweet le storie di impegno e passione, nonostante le difficolta' di mezzi e di investimenti. Saranno sempre loro le protagoniste del contributo video con la Montalcini. A rendere omaggio al Premio Nobel per la medicina anche Margherita Hack in collegamento telefonico. Rita101+ andra' in diretta "a rete unificata" dalle 21 alle 24 su Rita101.tv, su Altratv.tv e su oltre 200 portali: dalle micro web tv italiane alle web tv e web radio universitarie, fino ai micro media iperlocali, blog e videoblog. L'appuntamento e' sul web gia' dalle 20.30 per l'anteprima "Aspettando Rita". Nel corso della serata collegamenti con laboratori di ricerca negli Stati Uniti, in Giappone, nord-Europa, nord-Africa e con gruppi d'ascolto di ricercatori dall'Universita' di Siena, Pavia, Catania. Collegamenti in webcam via Skype con L'Aquila e Messina. In studio Carlotta Zavattiero (autrice di "Lo Stato Bisca" per Chiarelletere), Antonella Del Rosso (Cern di Ginevra), Maria Cristina Origlia (Sole24Ore), Mariangela Ravaioli (ISMAR- Istituto di Scienze Marine), Edmondo Trentin (Universita' di Siena). Interventi di Lamberto Maffei (Accademia dei Lincei), Luca De Biase (Nova24-Sole24Ore), Riccardo Luna (Wired), Tommaso Tessarolo (Current) e Eleonora Voltolina (autrice di "La Repubblica degli stagisti" per Laterza). La trasmissione e' ideata e coordinata da Altratv.tv e Ipazia Promos. (AGI) -



Viaggio a Itamar, ultimo baluardo
Un mese fa la strafe dei Fogel. Nessuno è fuggito dopo il massacro. La colonia è divenuta il simbolo d’Israele. La comunità romana "adotta" la bimba sopravvissuta
Quanti ne arrivano al giorno, Haim? «Ieri ne sono venuti duemila. Da tutta Israele. Ci hanno portato la solidarietà, il loro abbraccio. Vedi, anche se l'opinione pubblica è divisa sugli insediamenti, dopo gli attentati ci si stringe come in una famiglia. Il massacro di un mese fa ha sconvolto tutti gli israeliani. Nemmeno un animale può uccidere in quel modo orrendo dei bambini durante il sonno». Non c'è neanche un semaforo ad Itamar. Solo una rotatoria. Con la macchina si fa su e giù sulle colline dove i soldati vigilano giorno e notte. Tra una casa e l'altra, passando per le scuole, i vigneti, e gli edifici dove gli artigiani fanno formaggio e imbottigliano il vino. Ci abitano 960 persone per 180 famiglie, religiosi e laici. Haim Weiss ha cinquantotto anni è il direttore dell'insediamento. Incastonato tra tanti insediamenti arabi (ai piedi delle alture c'è anche Nablus), Itamar, fondato trent'anni fa, si stende su dieci chilometri quadrati. Vicino al centro la casa dove la famiglia Fogel è stata massacrata dai terroristi palestinesi. Una casa come le altre, a pochi passi da quella dove nel 2002 si consumò il massacro degli Shabo. A poco più di un mese dall'attentato ad Itamar, durante il Pesach (la Pasqua ebraica) arrivano gli autobus di gente che vuole portare la solidarietà agli abitanti. Sono tornati anche il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici e un gruppo di ebrei romani con i loro bambini. L'insediamento è stato più volte nel mirino dei terroristi. In dieci anni sono state assassinate ventidue persone. C'è pure un cartello in ricordo delle vittime con su scritto «la gioventù di Itamar non si spezza». «Ci fu anche un attentato in una scuola: entrarono i terroristi nel centro sportivo e cominciarono a sparare sui ragazzi. Ne morirono tre. Vorremmo vivere in pace, ma loro (i vicini palestinesi) non ce lo permettono - dice Haim -. Per noi è un dato di fatto che vivono qui vicino, non li vogliamo "eliminare". Ma loro vogliono uccidere noi. Non vogliono vederci qui perché siamo ebrei, e ci odiano. L'unico modo per sopravvivere è far sentire la nostra autorità, per questo chiediamo allo Stato d'Israele più sicurezza. Servono telecamere ovunque e un piano speciale per difenderci. Ci vuole autorità, se abbassiamo la guardia i nostri nemici ne approfittano». Haim è sempre in contatto con i familiari dei tre bambini sopravvissuti al massacro dei Fogel. Tamar, la bambina di dodici anni che quel venerdì sera è miracolosamente mancata all'orrendo appello dei terroristi, torna ad Itamar due volte a settimana per studiare nella stessa scuola, con le sue amiche. «I bambini ora sono con i nonni a Gerusalemme. Non possono tornare qui, non hanno più una famiglia - spiega Haim -. Hanno dovuto prendere decisioni difficili, ma per ora mi sembra la scelta migliore». Dal quel terribile venerdì sera, eccetto gli orfani dei Fogel, nessuno ha fatto le valigie. «La gente qui ha il proprio lavoro e sta bene. La comunità è molto unita, nelle grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv non è così. Poi, dove vuoi andare? Non si può scappare dal terrore. Qualche settimana fa i terroristi hanno colpito anche a Gerusalemme...». Beni ospita la delegazione romana nel suo giardino per il tradizionale barbecue di Pesach. I terroristi gli hanno ucciso un figlio soldato di ventidue anni ad Ariel, una città vicino ad Itamar. «Io sono più fatalista... quello che deve succedere, succede- dice Beni -. Prima dell'Intifada avevamo contatti con i nostri vicini palestinesi. Molti erano amici miei. Per questo oggi parlo perfettamente arabo. Con l'Intifada tutto è cambiato». La delegazione della comunità romana si presenta a casa di Beni con un album di disegni fatti dai bambini delle scuole ebraiche per i loro "colleghi" di Itamar. «Quando siamo venuti la prima volta, subito dopo il massacro, abbiamo portato agli abitanti di Itamar un gesto di solidarietà e una piccola somma - racconta Pacifici -. Poi un membro della nostra Comunità si è offerto di garantire gli studi di Tamar Fogel fino all'università. Durante la visita abbiamo ricevuto dai bambini alcuni disegni per i ragazzi delle nostre scuole. Così "i nostri" hanno ricambiato. Adesso siamo tornati qui con le famiglie e i bambini perché abbiamo stabilito un rapporto umano con queste persone e per dimostrare che non bisogna avere paura. Dobbiamo stare vicino agli abitanti di Itamar». Un atto di solidarietà umana, dunque. «Sì, ma portiamo anche la nostra solidarietà politica, perché loro abitano nel cuore dell'ultimo baluardo». In che senso? «Qualcuno vuole farci credere che il problema della pace del Medio Oriente passa per le "colonie", termine che innanzitutto respingo. Gli insediamenti sono dei luoghi dove gli israeliani hanno deciso di vivere anche se in mezzo a posti ad alta densità araba, come tanti arabi vivono in molte città israeliane tra cui Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Io ho maturato delle idee nuove riguardo gli insediamenti». Quali? «Penso all'indomani dal ritiro dal Libano. Quella scelta coraggiosa di Barak portò alla guerra del 2006, all'intensificarsi del lancio dei missili su Israele, e alla salita al governo di un esercito irregolare, gli Hezbollah. Anche il ritiro da Gaza ha portato alle stesse vicende. In quella circostanza, come sempre, abbiamo sostenuto la scelta di pace del Governo e pianto insieme agli israeliani che si ritiravano. A Gaza oggi non c'è alcun tipo di contenzioso, eppure da li continuano ad arrivare missili sulle città israeliane. Adesso c'è l'ultimo baluardo, gli insediamenti». Quindi? «Se qualcuno vuole raccontarci la favola che la pace si farà una volta che saranno restituiti i confini del '67, allora questo qualcuno vive a "nel Paese delle Fiabe". Tutto il mondo arabo che è intorno ad Israele, ma anche lontano da esso, ha l'obiettivo di cancellare lo Stato Ebraico dalla cartina geografica. Il loro obiettivo, come è stato ieri per Arafat, non è avere uno Stato palestinese indipendente (che potevano ottenere nel '48 all'indomani della risoluzione dell'ONU), ma soltanto distruggere Israele. Noi continueremo a sostenere le scelte d'Israele. E torneremo presto ad Itamar: da un fatto tragico abbiamo costruito una collaborazione che andrà avanti nel tempo. Stiamo lavorando a molti scambi culturali e progetti condivisi».Giulia Funaro 24/04/2011 http://www.iltempo.it/


Gerusalemme suoni e luci

I nuovi timori di Israele: la rivolta in Siria e la minaccia Hezbollah
Stato d'allerta Il rischio dell'estremismo. La strategia terroristica di Hezbollah potrebbe scattare in questi giorni durante i quali molti israeliani si recano all'estero per le vacanze di Pasqua. Israele festeggia Pesach in massima allerta. Un livello di attenzione che va oltre la routine. I segnali ai confini dello Stato ebraico sono molto preoccupanti. In primo luogo, a preoccupare Israele sono i piani di Hezbollah. Il «Partito di dio» libanese sta preparando da tempo una nuova guerra contro Israele forte del successo del 2006. Questa volta però, i miliziani sciiti del Libano hanno, secondo quanto ha scoperto il Mossad, messo a punto un piano per colpire gli interessi israeliani nel mondo. Una replica della strategia degli anni Novanta quando Hezbollah colpì le ambasciate di Israele in Sud America. La strategia terroristica di Hezbollah potrebbe scattare in questi giorni durante i quali molti israeliani si recano all'estero per le vacanze di Pasqua. Il Mossad ha reso pubblici i nomi dei capi delle operazioni terroristiche degli Hezbollah. Sono cinque esponenti di spicco dell'organizzazione libanese, uno di loro, Mehmet Taharawrlu, è di origini turche e potrebbe aver pianificato attacchi in Turchia nazione dove molti israeliani solitamente si recano in vacanza. A preoccupare Israele è quanto sta accadendo in Siria. La situazione potrebbe facilitare l'avvicinamento di Teheran ai confini d'Israele. Infatti Assad, nel tentativo di arginare le proteste, potrebbe chiedere l'aiuto dell'Iran. Ma anche l'eventuale caduta del regime di Assad mette in crisi Tel Aviv. Alcuni esperti ipotizzano che la situazione in Siria potrebbe scivolare nell'anarchia e in una guerra civile sullo stile della Libia, o condurre a una nuova leadership autoritaria sostenuta dalle forze militari o della sicurezza, o ancora a un governo dominato dai Fratelli Musulmani, a lungo messi al bando dal regime di Assad. Un'incertezza che fa dire all'ex vice ministro della Difesa Ephraim Sneh di «preferire il diavolo che conosciamo». «Sebbene le forze islamiche non siano la maggioranza all'interno dell'opposizione, sono loro quelle meglio organizzate e politicamente competenti. E noi possiamo ipotizzare oggi che un giorno saranno in grado di dirottare il regime laico in Siria verso l'orbita iraniana. Sarebbe difficile, ma non impossibile, che il regime diventi islamico», aggiunge. Altri però confidano nella possibilità che Damasco venga attratta nell'orbita occidentale. Questo equivarrebbe a una sconfitta di Teheran. Il cambiamento della leadership incrinerebbe l'asse Iran-Hezbollah-Assad, ma è anche vero che Assad ha mantenuto i confini del Golan tranquilli e un'eventuale instabilità potrebbe alimentare nuovo nazionalismo e ricerca di riprendere i territori persi nel 1967. Maurizio Piccirilli
24/04/2011, http://www.iltempo.it/



Il Medio Oriente brucia e Fatah si arrocca
Il Medio Oriente brucia, le piazze arabe insorgono contro raìs e colonnelli corrotti al potere da troppo decenni, e in Palestina che cosa succede? Fatah, lo storico partito-milizia di Yasser Arafat che governa l’Autorità nazionale palestinese da quando è stata creata, si sta arroccando. Solo così, almeno questa è la mia opinione, si spiega la richiesta delle dimissioni del premier Salam Fayyad recentemente avanzata da un gruppo di esponenti di Fatah, il partito di Abu Mazen, nonché fazione principale dell’Olp, che formalmente guida l’Anp ma di fatto ha il controllo solamente sulla Cisgiordania (nell'immagine il governo dell'Anp riunito a Ramallah). Ed è un peccato, perché se ci sono due cose, nel grande caos mediorientale, che sembrano essere venute a galla sono proprio le seguenti. Uno: gran parte delle popolazioni arabe hanno dimostrato di non essere più disposte a tollerare regimi corrotti, illiberali, vecchi e polverosi. Due: nonostante lo stallo del processo di pace tra Stato israeliano e Anp, nonostante la debolezza di Fatah e l’avanzare di gruppi estremisti come Hamas e Jihad islamica, il primo ministro palestinese Fayyad era riuscito a fare qualcosa, facendo crescere se non altro il prodotto interno lordo della Cisgiordania anziché andare a ingrassare le casse di partiti e milizie. Ex economista della Banca mondiale, si è rimboccato le maniche, lavorando sulla creazione di istituzioni e di infrastrutture, sulla lotta alla corruzione, sull’educazione e sulla formazione del know how necessario alla creazione di posti di lavoro, sull’economia e in particolare sull’attrazione di capitali stranieri. In altre parole, su tutto quello che viene normalmente catalogato nell’insieme di nation building. Risultato? Stando alle stime del Fondo monetario internazionale, il Pil della Cisgiordania è cresciuto di nove punti percentuali nella prima metà del 2010. Per questo si è meritato il soprannome di “Ben Gurion della Palestina”, perché in sostanza lui sta cercando di fare quello che David Ben Gurion, padre fondatore di Israele, fece negli anni Trenta e Quaranta: ossia costruire una nazione autonoma e funzionante prima di dichiarare la nascita di uno Stato. Alcuni, per utilizzare termini assai più terra terra, direbbero che è uno di quei leader che “anziché piantar grane, piantano patate.” E pensare che la nomina di Fayyad era nata proprio da una presa di coscienza da parte di Fatah, che finalmente si era resa conto (forse con qualche lustro di ritardo) di avere un problema di credibilità. In altre parole, da circa un decennio a questa parte, Fatah ha un problema di fiducia popolare: è vista da molti palestinesi, e a ragione, come una leadership vecchia e corrotta. Questo (ma non solo) ha permesso tra l’altro l’ascesa di Hamas, il gruppo terrorista nato da una costola dei Fratelli musulmani egiziani che controlla di fatto la Striscia di Gaza. In un certo senso, la nomina di Fayyad è nata da un’ammissione dei propri limiti da parte di Fatah. Il primo ministro indipendente è stato nominato da Abu Mazen, un po’ per fare contenta la comunità internazionale, un po’ per combattere la corruzione dilagante, e un po’ per cominciare (finalmente!) a costruire un embrione di Stato palestinese come si deve. Partendo dalle infrastrutture, non dalla politica, né dalle milizie e dall’esercito come invece usava nel mondo arabo vecchia maniera. Ora, Fayyad può piacere o non piacere. Alcuni nel mondo musulmano lo considerano troppo filooccidentale, cosa che può senza dubbio costituire un punto di debolezza nel momento in cui i negoziati con gli israeliani non stanno attraversando un periodo particolarmente felice. Però una cosa è certa: non è il classico raìs corrotto e attaccato alla poltrona da decenni. Lo stesso non si può dire dei molti membri di Fatah che adesso vorrebbero farlo fuori. Il punto, del resto, non è la poltrona di Fayyad in sé. La domanda da porsi, semmai, è se l’Autorità nazionale palestinese sta cogliendo o meno i segnali che stanno arrivando dalle piazze arabe. Se hanno compreso, anche solo in parte, che gli sconvolgimenti che si sono verificati in Egitto, Libia e Algeria, i tumulti che si stanno facendo sentire in Giordania e in Yemen, non nascono dal nulla. Il paradosso non è tanto che la dirigenza palestinese resista al cambiamento (sai che novità...), quanto piuttosto che non si stia rendendo conto (o così almeno pare) che questo cambiamento ormai è divenuto inevitabile. Che, per utilizzare l’espressione terra terra menzionata sopra, la piazza araba si è stufata dei leader che “piantano grane anziché piantare patate”. Carissimi dirigenti di Fatah, non è davvero questo il momento di arroccarsi su una leadership vecchia, corrotta e polverosa. Anna Momigliano, Pagine Ebraiche, aprile 2011



la Knesseth nel 60esimo anno d'Israele

La risposta da lei pubblicata al signor Antonio Fadda il 22 u.s. è già stata oggetto, in rete, di numerose critiche. Non volendo ripetere quanto già dovrebbe esserle noto, desidero aggiungere le seguenti, personali osservazioni: - Il rapporto Goldstone consta di oltre 500 pagine; non è comprensibile come lei possa immaginare di condensarle in questa scarne parole: "è particolarmente severo con l'esercito israeliano a cui rimprovera, tra l'altro, la distruzione delle fabbriche da cui dipendeva la sopravvivenza della cittadinanza di Gaza". Credo che per uno storico, come lei viene spesso presentato, questo sia un errore non da poco, tanto più che lo stesso Goldstone, nel suo recente articolo, parla di “oltre 400” diverse operazioni. - Nell'articolo che Goldstone ha pubblicato sul Wall Street Journal, egli non “si riferisce in particolare”, come lei sostiene, ma cita “ad esempio” "la morte di un'intera famiglia palestinese (più di venti persone) riunita in una casa che gli israeliani avrebbero intenzionalmente bombardato". - E’ falso affermare, come lei fa, che “Israele ha promosso, sia pure con lentezza e parzialmente, alcune indagini per l’accertamento dei fatti”; Goldstone ha scritto: “risulta che un processo appropriato è in corso (it appears that an appropriate process is underway)”. Inoltre l’articolo aggiunge che, mentre Israele ha investigato sugli episodi della guerra “ad un livello significativo (to a significant degree), Hamas non ha fatto nulla”. - Per quanto riguarda il numero di morti, escludo che lei possa ignorare che la cifra reale, e riconosciuta tale anche dall'Onu, è di circa 700, per la maggior parte combattenti, e non di 1400 come "sparato" a fini propagandistici da Hamas (“Hamas may have reason to inflate the number”, come scrive Goldstone). Infine lei, per accusare Israele di una “disparità più eloquente di qualsiasi rapporto”, oltre a fingere di ignorare che una delle ragioni per cui Israele ha meno morti risiede nel fatto che non usa le proprie donne e i propri bambini come scudi umani, sceglie anche di cancellare gli oltre 10.000 missili lanciati da Gaza contro il territorio di Israele a partire dal 16 aprile 2001, cioè in esattamente 10 anni; e dimentica pure i numerosi morti e feriti causati da questi missili. Le sembra questa una realtà di fronte alla quale i governanti israeliani, o di qualsiasi altra nazione, potessero stare inerti?
Saluti Emanuel Segre Amar A: "lettere@corriere.it"



Sondaggio in Israele: Shimon Peres è il più amato
24 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
A quasi 88 anni continua ad essere il politico preferito dagl’israeliani. Di più: un faro. E ancora: un «brand», un marchio, come ha scritto mesi fa la rivista economica ebraica “Calcalist”. Shimon Peres, presidente d’Israele, è il membro della classe dirigente più amato - su un elenco di sedici personalità importanti - dalla popolazione secondo un sondaggio del quotidiano “Haaretz”. Peres è apprezzato dal 72 per cento degli intervistati, mentre solo il 20 per cento lo critica. Fra la popolazione araba dello Stato ebraico l'apprezzamento sale al 78 per cento. Dopo Peres i più stimati sono il presidente della Knesset (il parlamento) Reuven Rivlin (Likud, partito di destra) e il governatore della Banca d'Israele Stanley Fisher, entrambi con il 60 per cento dei consensi. In questo sondaggio i principali esponenti del governo se la passano male. Il premier Benjamin Netanyahu soddisfa solo il 38 per cento della popolazione a fronte di una 53 per cento che lo critica. Stessa sorte anche per il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman: riceve solo il 40 per cento dei consensi, mentre i pareri negativi raggiungono il 52 per cento. Ultimo in classifica, almeno nel governo, l ministro della Difesa Ehud Barak: l’ex leader del centro-sinistra israeliano piace solo al 30 per cento del campione statistico, mentre il 63 per cento lo trova insoddisfacente.

domenica 24 aprile 2011



villaggio di Itamar
La libertà di pensiero e di parola, la possibilità di manifestare dissenso, la facoltà di operare le proprie scelte sono, indiscutibilmente, l'essenza della democrazia. E siamo dunque ben lieti che nel democratico e libero stato di Israele tutto ciò sia garantito. Accade tuttavia, a volte, di avere l'impressione che alcune scelte superino decisamente il segno, se non della legalità, quanto meno del senso morale. E' accaduto quando un gruppo di rabbini ultraortodossi sono andati ad abbracciare Ahmadinejad in segno di solidarietà per il suo proposito di annientare Israele. Ed è successo di nuovo in questi giorni. Dopo la strage della famiglia Fogel (ricordiamo, accanto ai genitori Udi e Ruti, i piccoli Yoav, Elad e Hadas di appena 3 mesi), molti sono andati a visitare i “coloni” di Itamar e, soprattutto, a portare un segno di solidarietà ai tre giovanissimi sopravvissuti Tamar, Roi e Yishai. Purtroppo, e lo scrivo con grande dolore, altri hanno fatto una scelta molto diversa: sono andati ad alleviare il dolore delle famiglie che vivono nel villaggio vicino a Itamar, ad Awarta. La ragione è molto semplice: la polizia israeliana, conoscendo il DNA degli assassini, ed intuendo che questi venissero proprio da Awarta, hanno prima esaminato il DNA di tutti i residenti, e, successivamente, hanno avuto l’arroganza di arrestare i colpevoli, Muhammad Awad, il figlio Amjad e il nipote Hakem.A questo punto alcuni membri delle associazioni ebraiche Nashim L’Shalom (Donne per la pace), Gush Shalom (Il blocco per la pace) e Adam Lelo Gvulot (Uomo senza confini), hanno preferito portare la loro solidarietà proprio alla famiglia Awad, facendosi fotografare con la inconsolabile madre (e zia) dei due assassini che, a suo parere, non avrebbero saputo uccidere neppure una gallina (è opportuno ricordare che, dopo la prima strage, accortisi di aver dimenticato Hadas, che si era messa a piangere, sono tornati sui loro passi per compiere meglio la loro opera, e, il giorno successivo, sono andati, come se niente fosse, a scuola). >http://2nd-ops.com/hagit/files/2011/04/P1000606.jpg

Dopo questa visita ebbero la sfrontatezza di definire “pogrom” l’azione della polizia israeliana. Pogrom? Sì, proprio pogrom!E’ ben vero che, quando questi nostri correligionari andarono a Awarta, la polizia israeliana non aveva ancora ufficializzato le ragioni degli arresti; ma non è forse quanto succede in ogni nazione civile, dove si rispettano le leggi del codice e non quelle del clan?
Credo che davvero noi tutti dobbiamo, indipendentemente dal nostro pensiero politico (di destra o di sinistra, filo o anti sionista che sia), riflettere attentamente: il mondo tutto quanto, e non solo Israele (al momento governato da Netanyahu) sta di fronte a una guerra che uomini senza scrupoli, ma con mezzi economici senza pari, ci hanno dichiarato. Chi non lo capisce non potrà, domani, avere un trattamento diverso da quello riservato agli amici dei nazisti e dei fascisti. Ma a costoro, fin da oggi, deve andare tutto il nostro disprezzo, sperando che riescano a comprendere ed a ravvedersi, prima che sia troppo tardi. Emanuel Segre Amar



L'accusa di Hrw: in Palestina giornalisti picchiati e arrestati senza motivo
L’autorità palestinese ha più di un problema con la libertà d’informazione. E chi ci va di mezzo sono sempre loro: i giornalisti. Picchiati, messi dietro alle sbarre, minacciati. Solo perché stavano facendo il loro mestiere. A lanciare un’accusa pesante all’Anp guidata da Mahmoud Abbas è l’ultimo dossier di Human Rights Watch. Che oltre a fare un’analisi degli ultimi mesi, elenca tutti i casi di violenza contro i cronisti palestinesi in Cisgiordania e Striscia di Gaza. Scrive Hrw che molti giornalisti sono stati maltrattati e arrestati senza un motivo. Nella maggior parte dei casi le autorità di pubblica sicurezza palestinesi hanno sequestrato tutto il materiale: appunti, microfoni, telecamere, attrezzi per il montaggio video, antennine satellitari. Uno dei fatti più gravi s’è verificato nella Striscia. Dove un gruppo di uomini armati appartenenti ad Hamas ha fatto irruzione nell’ufficio di corrispondenza dell’agenzia britannica Reuters e ha sequestrato i pc, schiaffeggiato i giornalisti, minacciato con armi alcuni di loro. A uno è andata un po’ peggio: portato alla finestra gli è stato detto che l’avrebbero gettato giù, verso una morte sicura. Per fortuna si è trattato soltanto di un’intimidazione. L'ennesima. In tutti questi casi (o quasi) l’Autorità nazionale palestinese viene accusata da Hrw di non aver mosso un dito in difesa degli operatori dell’informazione e di non aver mai punito gli abusi della polizia. Forse perché, scrivono nel dossier, un giornalismo troppo intraprendente nei territori fa male al processo di riconciliazione tra Hamas (a Gaza) e Fatah (in Cisgiordania). Per tutto questo Human Rights Watch chiede a Unione Europea e Stati Uniti di inserire una clausola nell’accordo di finanziamento e rafforzamento delle forze di sicurezza palestinesi che preveda sanzioni nei confronti di tutti quei militari che dovessero essere ritenuti responsabili degli abusi contro i giornalisti.21 aprile http://www.linkiesta.it/